617. Scheda: Lehner, “Legittimo sospetto. Trent’anni di toghe rosse” (2002).

2 Set

Giancarlo Lehner (1943), Legittimo sospetto. Trent’anni di toghe rosse. Vol. in allegato a “Panorama”, Milano ottobre [2002]. Pp. 112.

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Il legittimo sospetto è un concetto introdotto da Berlusconi, che ha fatto modificare la legge in modo da poter trasferire la celebrazione dei processi da una città all’altra quando sia dimostrato fondato appunto il sospetto che gl’inquirenti abbiano pregiudizî contro il raggiunto da avviso di garanzia. Si tratta però di una novità legislativa risalente a dopo il 1994, quando il diretto responsabile inaugurò in uno la propria carriera politica e un lungo duello con la magistratura, il cui orientamento ideologico (“comunista“, com’egli dice) e la cui azione politica ha sempre – da dopo Mani pulite – avversato fieramente.

Il presente è un libello che non manca d’interesse, dal momento che pone in rilievo fatti della storia della magistratura che sono in sé rilevanti; e io voglio darne una lettura ingenua, tentando di trarne quel che può trarsene, non perché sono sicuro che possa veramente trarsene alcunché, ma perché tento di trarre qualcosa da tutto quello che leggo. Ho detto che il qui presente pone in rilievo fatti in sé rilevanti della storia della magistratura: sennonché, lo dico sùbito, di rado o mai risultano rilevanti a corroborazione della tesi, dal momento che la personalità difesa è un problema politico dalla metà degli anni Novanta, mentre tutto il materiale presuntamente probante, risalendo dalla metà degli anni Ottanta all’indietro, non sembra molto pertinente; se non con la brama di vendetta di sentore vagamente postumo contro una serie di personalità che hanno tenuto ingombro il campo, e i Lehner ai margini, per molto tempo, prima di perdere terreno negli ultimi due decennî. Ma questo, appunto, non toglie interesse al trattatello; toglie solo valore alla tesi che vuole Berlusconi perseguitato – a questo proposito GL dice solamente che dal confronto con la magistratura costui uscirebbe comunque “a testa alta”, e fermati lì; tanto da indurre (me, per esempio) a chiedere come mai non acconsenta, allora, a sottoporsi ai processi che da anni aspettano solo la sua graziosa presenza per essere celebrati – , per passare poi ad una documentata rassegna di fatti riguardanti la magistratura dagli anni del terrorismo agli anni Novanta, in complesso; ma ribadisco che il materiale che prova l’esistenza delle ‘toghe rosse’ risale a prima del 1985 ca.; e sfido, dato che nel 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino, quando tutti i partiti comunisti dell’Europa occidentale, a partire dal più grande, quello italiano, avevano già da qualche anno indiscutibilmente perso la loro ragione d’esistere. Se l’autore non riesce, dunque, a dimostrare che le ‘toghe rosse’ di fatto ci sono, riesce quantomeno a dimostrare che ci sono state; è già qualcosa.

Lehner lamenta che all’epoca qualunque manifestazione d’indipendenza rispetto a quella linea era bollata come “fascista“. Era anche una società riguardata da problemi e tensioni molto maggiori di quella d’oggi. Inoltre, pare che Lehner confonda l’indipendenza con un valore assoluto, mentre è sempre importante stabilire da che cosa si sia indipendenti. Di per sé il concetto d’indipendenza nel contesto richiama anche e soprattutto a Magistratura indipendente, un sindacato effettivamente diverso da quella Magistratura democratica a cui si richiamavano gli allora vicini al PCI. Ma il fatto stesso che si fossero chiamati indipendenti da una parte denuncia chiaramente come basilare fosse per gli aderenti la “distinzione rispetto a”, e dall’altra non serve a qualificare gli stessi sotto il profilo delle preferenze, delle tendenze, dell’azione; si presentava come indipendente dalla politica, ma il fatto di essere indipendenti dalla politica non è un valore positivo in sé. Questa indipendenza può essere o mancanza totale di direzione, e non è verosimile, perché un gruppo dev’essere per forza unito da un’idea comune; o direzione avversa ad una tendenza – vista come dominante; altrimenti indipendenti da che? – , e dunque una maschera, una copertura ipocrita. In qualunque caso, a stretto rigor di termini, il fascismo non è affatto escluso dal concetto d’indipendenza rispetto ai comunisti, mi pare. Ci fu, è vero, un’inflazione nell’uso del termine “fascista”: un nonno perplesso scrisse nei primi anni Sessanta a Fortebraccio, riferendo che una sua nipotina molto piccola aveva rimproverato la propria bambola dandole di fascista; Fortebraccio rispose, molto ragionevolmente, che era sempre meglio questo che non poter mai dare di fascista a nessuno.

E comunque è tutta una questione secondaria rispetto ad altri fatti, che sono stati realmente gravi, quale più e quale meno.

  • In primis, a metà anni Settanta, dice Lehner, MD inviò circolari in cui invitava a fornire nominatìvi ed altri estremi di magistrati che avevano dato condanne pesanti a dimostranti e scioperanti.
  • Secundum – ed è un concetto molto caro a Caselli e più tardi a Colombo, che dedicò ad esso un saggio (1983) -, laddove, come in Italia, le istituzioni sono carenti, è necessario che la magistratura si assuma il cómpito di una vera e propria supplenza, non solo di controllo sulle stesse, ma proprio sostituendosi ad esse.
  • Tertium, ci sono stati casi come quelli di magistrati – Giovanni Falcone, Agostino Cordova – e non magistrati – il giornalista Mino Pecorelli – che sono caduti seriamente in disgrazia per aver preso posizione contro le ingerenze della magistratura nella politica, ovvero contro la magistratura politicizzata.

Tutto quello che riporta ha, davvero, il massimo interesse, per quanto la tesi generale, del tutto antistorica, sia insostenibile, e per quanto nei particolari molto ci sia di semplicemente cavilloso. Sostenere che la magistratura fosse troppo politicizzata suona comunque strano; avere coscienza politica spetta di diritto a tutti; portare la politica nel proprio mestiere, cosa in teoria del tutto detestabile specialmente in un magistrato, diventa tuttavia fatale quando la congiuntura storica è d’emergenza, e un numero ingente di persone che fanno lo stesso mestiere si riconoscono, per motivi ovviamente potenti, nello stesso schieramento. Inoltre, ed è la cosa più importante, il magistrato, in concreto, non si occupa solo di processi in cui la nota politica è la dominante; i casi in cui siano implicati uomini politici sono certamente molti, ma non sono la maggioranza. La magistratura, e l’esecutivo in generale, hanno funzioni che riguardano l’intera popolazione; ne consegue che se la politica si ribella alle ingerenze, vere o presunte, della magistratura, e per rendere la propria azione efficace àltera le leggi – che sono lo strumento della magistratura; che pure, anche svolgendo il proprio cómpito di supplente di altre istituzioni deficienti, si è sempre basata su leggi fatte non necessariamente ad hoc, ma che sono state pensate in funzione dell’ordine pubblico a tutti i livelli – , il rischio per l’interesse pubblico può essere enorme.

Quanto alla presenza debordante delle toghe rosse in un determinato momento politico, se esse si mostrarono appunto così presenti e così agguerrite non può essere dipeso da altro che dal fatto che ce n’erano molte. E il fatto che ce ne fossero molte non può non dipendere dal fatto che quell’orientamento politico, comunista o filo-tale, veniva meglio incontro alle esigenze morali di una fetta consistente, se non maggioritaria, di persone cólte e investite di grandi autorità e responsabilità. Dato che le cose stanno in  questi termini, l’alternativa sarebbe stata un inspiegabile nicodemismo politico, riferibile semmai all'”indipendenza” di cui altri preferirono allora dar prova, e comunque non preferibile alla trasparenza degli atteggiamenti partitici per ovvie ragioni. Ma il problema è ancóra a monte. È infatti indispensabile chiarire, prima di valutare la liceità o no del concetto di supplenza – è ovvio che è una forzatura; ma anche il fatto che la Resistenza sia stata una forzatura non toglie affatto che anche il fascismo, da un punto di vista strettamente istituzionale, fosse stato prima ancóra una forzatura a sua volta – , se esse istituzioni – allora, oggi – fossero e sono carenti. Sono state, sono carenti le istituzioni? Il funzionamento delle istituzioni in questo paese è quale ci si dovrebbe aspettare, dato il paese che siamo? Svolgono esse accettabilmente la loro funzione?

Un certo indirizzo politico, che guardacaso era quello meglio armato dal punto di vista scientifico, consentendo quantomeno di elaborare, per propugnare, altri panorami sociopolitici, doveva necessariamente attrarre maggiori consensi in un momento in cui particolarmente diffusa era la coscienza che il paese non fosse quale sarebbe dovuto essere. [Oggi è diffusa, per esempio, la consapevolezza che il paese va a meraviglia, e dobbiamo solo esserne contenti, tutti quanti]. Donde il numero di adesioni, in questo campo, a Magistratura democratica, e la tendenza a far valere, anche nel proprio mestiere di magistrati, determinati principî politici. Comunisti si sceglie di diventare, giustamente, e non si nasce; e se la presenza di Magistratura democratica è stata così importante in un determinato momento storico dipende solamente dal fatto che in molti vi aderivano, e abbastanza ovvî ne sono i motivi, suaccennati. I quali impediscono, a me per primo, di trovare alcunché di troppo sensato nel ‘lamentare’, sia in tempo reale sia a distanza di decennî, l”invadenza’ e l”onnipresenza’ di determinati schieramenti: se sono maggioritarî è inevitabile che siano più presenti, se sono più agguerriti è perché gli aderenti hanno le idee più chiare – non più giuste, dico più chiare. In entrambi i casi rimproverare al competitore politico di esistere è puerile e non spiega nulla. Il presupposto da cui Lehner, come il suo committente, parte, è che si diano, evidentemente, due schieramenti politici, uno dei quali costituisce un fatto storico, o anzi, meglio, al di qua della storia, che non è raccomandabile rimuovere, un assetto tradizionale, o spontaneo, o un assetto-base; mentre l’altro è un parvenu, una novità sgradita, un fattore contro, la destabilizzazione. Da un certo punto di vista è sicuramente così (purtroppo), ma prima delle istituzioni vengono sicuramente gli uomini, come esseri morali, la cui posizione dipende da quanto conviene o a loro o alla morale. Sotto un aspetto, poi, più specifico, l’azione dei presunti “parvenu” derivò nella fattispecie da una valutazione particolarmente severa delle condizioni oggettive in cui versavano (versano?) le istituzioni, sulle quali si basa la vita dello Stato; mentre quella degli avversi alle novità evidentemente necessitava (necessita?) di una fragilità istituzionale per poter esplicare al meglio l’opera propria, e dato che la fragilità istituzionale fa comodo solo agl’interessi egoistici, il punto di vista di Lehner e sodali si rivela stranamente invertito rispetto alla realtà dei fatti, che prevede un “nuovo corso” che invoca maggior stabilità per le strutture che regolano la vita dello Stato, e un “corso tradizionale” che è antistatale e antistituzionale, e prospera in condizioni semiselvagge, laddove regnano solo – per dirla in termini tanto schematici quanto pregnanti – la prevaricazione, l’inganno e il furto.

Quanto poi al concetto di supplenza, s’è già stabilito che esso è una forzatura. Anche qui, è, di fatto, e non è: se le istituzioni sono carenti, quale altro organismo istituzionale è in grado di dare valutazioni in merito, eventualmente processando, sanzionando e spingendo, parte direttamente e parte indirettamente, a soluzioni? Non vedo alternative, rispetto alla magistratura. Per tornare al Colombo “supplente”, sicuramente l’azione più vistosa, risonante e ricca di conseguenze a cui abbia posto mano insieme ad altri è stata “Mani pulite”, che istituì una serie di processi a carico di uomini politici corrotti. In questo caso – posto ci siano mai stati altri casi valutabili in questi termini – , la valenza suppletiva di tali processi non dipende affatto da qualità dell’azione della magistratura che possano essere definite come ultronee, spurie, estranee alle sue strette competenze. La magistratura ha processato alcuni politici corrotti, tutto qui: è sua funzione, e solo essa può svolgerla. L’azione suppletiva, che c’è indiscutibilmente stata, è consistita in un fatto che non riguarda manco di striscio le particolari intenzioni di questo o quel magistrato, ma in un fenomeno tutto interno al mondo politico: e cioè il numero incredibilmente alto di politici incredibilmente corrotti. In questo caso, processarne una parte, anche infinitesima, significava fatalmente spezzare un equilibrio perverso, dal momento che anche chi poi non fu colpito da provvedimenti di fatto si ritrovò nelle condizioni di poter essere raggiunto da avviso da un momento all’altro; il rinnovamento – solo apparente – dell’arco parlamentare che ne è conseguito era nei fatti. L’osculazione, nel caso di processi che colpiscono politici, tra piano della giustizia e piano della politica è molto forte, anche a prescindere dal fatto che il magistrato sia ‘politicizzato’ o che il politico abbia rapporti più o meno confidenziali con giuresperiti. Il fatto è che i due piani non possono essere scissi, quando si tratti di mandare a casa un politico che abbia messo le mani nella cassa: il politico è sempre schierato per l’una parte o l’altra o quell’altra, ed è sempre stato votato da una parte dell’elettorato che ha determinate idee e non altre. Nel caso reale dell’Italia sono stati colpiti maggiormente politici che si ponevano in una posizione assimilabile a quella dell’attuale centrodestra: era fatale, dal momento che quello che oggi è il centrodestra, e che allora era rappresentato essenzialmente da una grossa fetta della DC e da una grossissima fetta del PSI, ragiona come se i “comunisti” fossero per l’appunto quei “parvenu“. Non sono ovviamente mancate nemmeno personalità del ‘centrosinistra’ d’allora ad essere colpite, ma il giro di miliardi che rendeva così dolce la vita dei politici di parte avversa nel “centrosinistra” non c’era mai stato.

Il piano politico è di fatto mera rappresentazione di quello che avviene, anzi: che è già avvenuto, nell’economia; questo inevitabilmente e ad ogni latitudine. Quello che fa la differenza è il come ci si arricchisce, e come si fa politica: le grandi concentrazioni di ricchezza, data la cultura condivisa e gli assetti attuali, sono ineliminabili, come i privilegî che ne conseguono. Ma ci sono paesi di più solide tradizioni istituzionali e democratiche che, pur non essendo istituzionalmente e culturalmente nulla di troppo difforme da quello che è l’Italia, non conoscono squilibrî così accentuati. Da una parte è una questione di misura; dall’altra è una questione culturale. Da noi il senso dello Stato tende a manifestarsi in misura inversamente proporzionale al reddito: ne consegue un paese ideologicamente fratturato, in cui si vive male: condizione che taluni ritengono dipendere dalla mancanza di libertà a causa della presenza dei “comunisti”, che però non hanno voce in capitolo praticamente da sempre, e la cui opera consiste quasi esclusivamente in un costante tentativo di erosione di uno statu quo con mezzi appunto istituzionali; ed altri, più a ragione, dalla presenza di una generale mancanza di civiltà e di senso delle istituzioni, che si concretizza in disonestà negli affari, meschinità delle prospettive, sterilità per quanto riguarda qualunque progettazione e sfruttamento delle istituzioni a fini personali.

La risposta efficace starebbe in una rivoluzione culturale – che è un ragionare per assurdo. Il fatto più rilevante è che la politica non può, direttamente, influire sul costume, ma semmai esserne riflesso, ed è già molto se ne è riflesso fedele: questo, almeno, in democrazia. La stessa manipolazione mediatica non può agire direttamente sulla nozione di buono e cattivo, di bello o brutto: deve in qualche modo basarsi sul preesistente, e la sua opera è indeterminabile e graduale, lenta. È luogo comune, anche a sinistra, che Berlusconi abbia sedotto una gran parte degl’italiani con la sua opera di manipolazione mediatica; ma è molto più sensato credere che Berlusconi abbia semplicemente cavalcato sentimenti ed opinioni diffuse, sin da quando faceva soltanto il faccendiere, e che le condizioni in cui ci troviamo, per molti versi da sempre allarmanti, dipendano dal fatto che queste convinzioni, queste opinioni siano semplicemente molto condivise e molto sbagliate. La popolazione, che per una serie di vistose e spiacevoli ragioni storiche si trova ancóra ad uno stadio evolutivo infimo, è convinta che senza regole si stia meglio, o che le regole siano fatte per essere aggirate. Le considera inutili costrizioni, e non possibilità; una prevaricazione, e non una base solida su cui costruire un degno futuro civile e sociale. Finché si vive in questo paese, non è possibile ignorarne l’indole, in cui il fuoruscitismo convive con il verticismo più sfrenatamente adorante. Berlusconi è stato votato non perché sia ritenuto buono e giusto, ma perché si è realizzato, secondo gli standard censitarî e abbuffoni, tipicamente terzomondisti, in cui gl’Italiani continuano a credere – anche molti di quelli che credono di non crederci. L’errore di pensare che chi ha saputo servire tanto bene i proprî egoistici interessi potesse fare qualcosa anche per la collettività non ha un padre preciso: e comunque sia non è certo Berlusconi. Anche Achille Lauro spopolò, a Napoli, con la stessa convinzione – contestando De Gasperi perché, prima di tutto, non era “nemmeno ricco”. È un luogo comune duro a morire, nonostante sia una fesseria cubica, marchiana, che chi fa molti soldi crei ricchezza anche per altri. La cosa non è affatto così automatica, per taluni aspetti è l’esatto contrario del vero, e comunque mettere il più ricco alla guida di un paese con la convinzione che porti prosperità a tutti è un’idea delirante come la sterilizzazione dei poveri per innalzare il PIL, o l’efficacia delle processioni della madonna in caso di grandine. Molti che ancòra gravitano politicamente verso sinistra sono convinti che le cose vadano come non vanno: strano, anche molti che adesso sono attempati, e che pure lessero a suo tempo almeno il I libro del Capitale, laddove si fa vedere come smisurate ricchezze siano sovente cavate dalla fame più nera.

In questo contesto, qualunque contributo è, in linea di massima, il benvenuto. Comunque sia, le regole non esistono, o, se esistono, sono costantemente infrante. Impossibile non essere italiani in Italia: per chi vuol rimanere l’infrazione è, di fatto, la regola. Dirime, naturalmente, e (1) l’intenzione; e (2) la qualità dell’infrazione, la sua gravità e il grado d’intensità della stessa. Ma chiunque non abbia troppi interessi personali in ballo, qualunque essere appena appena ragionante, sa che questo discorso ha valore solo in prospettiva futura: sarebbe effettivamente auspicabile una schiera di Berlusconi di sinistra, autentici guapponi, fantasiosi e positivi, in grado di ricorrere a mezzi di alta spregiudicatezza per nobili fini. Finora la sinistra s’è dimostrata piuttosto parruccona e rigida; e la stessa forzatura insita nel concetto di supplenza ha più sentore di atteggiamento superistituzionale, e non anti-tale: è una forzatura, appunto, non un’infrazione. È stato in difesa delle istituzioni tradìte contro la disonestà degli uomini che le gestiscono che è nata. E i mezzi con cui si è esercitata, questa supplenza, non sono né illegali né antistituzionali. Un processo per corruzione a carico di un politico non è di per sé, anche alla faccia degl’intenti del magistrato, un atto rivoluzionario: è un atto doveroso.

Funzioni di controllo, in questo senso, sul mondo politico non potrebbero essere esercitate da alcun altro organismo. Un organismo di controllo politico, essendo impossibile escluderne qualunque estrazione partitica, sarebbe improponibile, e non darebbe alcuna garanzia in più ad una magistratura politicamente schierata. Una toga rossa, in fondo, non è un politico travestito da magistrato; è un magistrato “comunista”. Peraltro lo stesso Colombo, in un brano del suo saggio dell”83 sulla funzione suppletiva della magistratura rispetto alle istituzioni disfunzionanti, brano che GL stesso cita, ammette che essa è di fatto una forzatura, e che sarebbe inaccettabile in un paese normale. Molte cose sono cambiate, ma questo è un paese ancor meno normale, per quanto molto più pacifico – in apparenza – dell’Italia degli anni Settanta. In compenso di toghe rosse propriamente dette non ce ne sono più, né potrebbero essercene.

Ci sono altre contestazioni, o cavillose o insussistenti, che Lehner si lascia cadere di penna.

  • Più vistosa di altre, per esempio, è la deprecazione dell’attribuzione “senza uno straccio di prova” della strage di Bologna a fascisti da parte di Bernardi, D’Ambrosio e Neppi Modona; la definizione della matrice è accettabile in qualunque caso, anche “senza uno straccio di prova” o una rivendicazione scritta e controfirmata dai vertici del PNF riesumati all’uopo. Si sa che cosa s’intenda per ‘fascista‘: è un’etichetta che ha pertinenza politica anche in assenza di consapevole autoattribuzione – esistono anche forme di fascismo inconsapevole.
  • Si può anche accennare al caso, per me curioso, del Grande Vecchio delle BR, che anche secondo l’opinione di Lehner – come, ricordo, di Cossiga & altri – sarebbe da identificare persino in Igor Markevitch (ma nel caso di Lehner non c’è nessuna forma dubitativa; segno che uno “straccio di prova” ce l’avrebbe?); le cui responsabilità, lamenta però il giornalista pidiellino, non sono mai emerse, dato che non sono state mai fatte indagini approfondite. Dalla pubblicazione in forma enciclopedica che la Mondadori diffuse nel 2008 sul caso Moro si viene a sapere che le indagini, ancóra adesso, muovono in quella direzione, ma fortissimo è il sospetto che essa direzione sia stata presa tanto per non prenderne un’altra, con la semplice scusa che il corpo senza vita di Moro fu trovato in via Caetani, sotto l’omonimo palazzo, e che a Topazia Caetani, padrona del palazzo, il direttore d’orchestra ucraino – che aveva un passato politico, di resistente e di comunista, ma è tutt’altra faccenda – era sposato. Tutto è possibile, naturalmente, ma una tesi che appare così inverosimile non dovrebbe nemmeno essere di pubblico dominio, senza il supporto di vere e proprie prove.
  • Non convincono, poi, affatto le parole di scherno a Marco Ramat che, all’indomani dell’uccisione del magistrato indipendente Coco, a Genova, una figura assolutamente invisa a Magistratura democratica, dice che BR e NAP sono forze nate a sinistra che corrono precipitosamente verso destra. Perché Lehner deve dire che “straparla“? Gli sembra forse inverosimile? C’è anzi da apprezzare l’atteggiamento equilibrato di Ramat che sa riconoscere, tra i presunti “suoi”, il corpo fattivamente estraneo. L’uso strumentale dei morti ammazzati non è una novità né un’arma peranco spuntata nella lotta tra poteri; può darsi, quindi, che da parte di Ramat e altri ci fosse timore d‘accuse a Magistratura democratica per la morte di Coco, ma esse non sarebbero mancate comunque. La presa di distanza, comunque, era doverosa. La condanna di un insurrezionalismo inutilmente violento e controproducente come puerile e di marca chiaramente piccoloborghese appartiene alla protostoria del comunismo, si trova espressa a chiare lettere nell’opera di Lenin (si tratta di un saggio che nell’edizione italiana [Editori Riuniti] fu prefato peraltro abbastanza diffusamente dall’attuale Presidente della Repubblica).
  • In compenso, però, si elogia Caselli che, in clima di compromesso storico, riuscì a spremere nomi a Peci, il “traditore”. Nessun’accusa di opportunismo, in questo caso.
  • In compenso, sùbito dopo, si accusa Caselli di opportunismo perché nell”82, morto e sepolto il compromesso storico, scrisse in un articolo di avere sempre memoria delle responsabilità di certe parti politiche nell’indebolimento volontario delle istituzioni. La responsabilità del mutato clima politico, che prima aveva reso possibile alla sinistra di disfarsi dei finti “compagni” e poi glieli aveva di nuovo rimessi sul gobbo, è fatta ricadere tutta sulle spalle di Caselli. Mi chiedo se questo sia il modo di ragionare. Per accettare il punto di vista di Lehner bisognerebbe pensare che Peci fosse il “regalo” della sinistra al governo, magari con un Caselli regista compiacente; ma qualcuno – io, poniamo – potrebbe essere più propenso a credere che fosse stata, al contrario, la distensione tra governo e PCI a rendere possibili le indagini, i processi e le condanne.

In sintesi, l’espediente di Lehner consiste nel non considerare, molto interessatamente, le condizioni in cui la magistratura allora si trovò ad operare; e, ciò che forse è peggio, nel considerare, evidentemente, del tutto normali le condizioni di allora – come anche le condizioni attuali. Da altre parti, Lehner per un attimo accantonando, si viene a sapere che il regolamento interno della polizia che agli ordini di Tambroni e Scelba si ritrovò a reprimere gli scioperi applicando il codice Rocco risaliva al 1865, che creava mostri, deliberatamente separati dalla società, impossibilitati persino a contrarre matrimonio prima di una certa data, &c.: condizioni molto diverse da quelle in cui si trova ad operare la forza pubblica attualmente, per quanto non esista ancòra, in Italia, una legislazione che proibisca il ricorso alle torture, nelle caserme, nelle carceri e fuori. Negli anni Cinquanta, Sessanta, Settanta lavoratori della terra e operaj in sciopero potevano essere uccisi o esiliati, e ricevevano in ogni caso trattamenti di grande asprezza per le loro rivendicazioni. Che la magistratura di sinistra volesse contrastare la violenza che caratterizzava di regola i rapporti tra lavoratori comunisti e forza pubblica mi sembra del tutto comprensibile, prima che in termini politici, in termini di legalità e civiltà. La “schedatura” dei magistrati secondo il loro agire nei confronti di manifestanti e scioperanti evidentemente serviva a colmare una lacuna, dato che il minimo che si possa dire su questo fatto è che c’era un vuoto d’informazione circa il modo di procedere dei singoli magistrati, e dunque nessuna garanzia in caso di eccessi e soprusi; e, anche a prescindere da questo, essa schedatura non può essere in nessun caso proponibilmente definita un attentato all'”indipendenza” dei magistrati fascisti, dato che è stato uno strumento d’informazione utile a contrastare un’azione drammaticamente lesiva dei diritti umani, con l’avallo di leggi inconciliabili con la democrazia. Se lo scopo fosse stato solo quello di ledere i magistrati “indipendenti”, sarebbero bastati gli elenchi degl’iscritti ai sindacati. Inoltre informare non è automaticamente ledere, per quanto chi ha fatto male sia leso dalla pubblicità fatta alle sue azioni. Ma in questo caso, chi fa male? Chi informa?

Ma, come già detto, Lehner è uno di quei figuri definiti un tempo “viscerali“, che in ogni suo ragionamento parte dalla negazione sistematica della necessità storica di determinati orientamenti politici; comunque si configuri la dinamica dei fatti, Lehner non riesce a scorgere il proprio torto – e assume allegramente atteggiamenti rivendicazionisti rubacchiati alla controparte. E’ un copione vecchissimo, che cade a pezzi: è l’anima stessa del fascismo, che è anideologico e trasformista.

In sintesi: non manca d’interesse, è ovvio, il lavoro a suo modo documentato di un giornalista che ha una lunga esperienza delle cose di cui racconta. Ma chiaramente il libello è penosamente insufficiente allo scopo, dato che non si può sostenere la tesi del Berlusconi perseguitato con la dimostrazione dell’esistenza delle toghe rosse sei o sette lustri fa: Berlusconi c’era nel 1994, nel 2002 di questo libello, e c’è in questo 2010, dove sarebbe la dimostrazione? Né basta il dirlo perché ci si possa convincere che davvero Berlusconi uscirebbe “a testa alta” dai processi. Specialmente perché uno che sapesse di poterne uscire “a testa alta” tutto farebbe fuorché inventarsi il legittimo sospetto e altre baggianate. [02 07].

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