616. Antitesi.

28 Ago

Una che lavora veramente. Prendete esempio, cialtroni!

Il tempo non passa invano; e se lo dico io, che oramai conto la bellezza di 136 primavere & rotte. Ricordo la prima volta che incontrai Riccardo Capirone; era inverno, mi recavo all’emergenza freddo in s.da delle Ghiacciaje — l’incrocio tra corso Lecce / corso Potenza e corso Regina Margherita (che anche lei mangiava con le dita, non dimentichiamocelo mai) è zona di battimento abbastanza intenso — , e mi si avvicinò, roteando il marsupio, sotto quella gru azzurra, fluorescente nella notte depressiva, invitando:

Vieni?“.

“E tu, quanto mi dài?” gli chiesi.

Quanto non rimase basito? Il povero Riccardo!

Ecco, è questo il punto nodale: non è così semplice avere un mestiere, esercitarlo, e tirar sera. Bisogna anche considerare tutti i se e i ma inerenti alla situazione.

Uno s’illude facilmente d’aver fatto tutto per essere in regola col fascio, e poi scopre che non è così: e rimane così, impreparato, esposto a tutti i rovescj, a tutte le contrarietà, a tutte le delusioni. Perché magari col fascio è pure in regola; ma il fascio, vedete?, non c’è più [1].

Mi colpisce particolarmente la somiglianza tra la mia vicenda di rete con Massimo Numa e quella che ho avuto in concreto con gli operatori della Parella.

Mi sono accorto che dipende dal fatto che sono loro, tra loro, a somigliarsi.

Da una parte hai un pennivendolo fascistoide, prosatore indigesto, incapace di svolgere ricerche come si deve, ottuso e ideologico – fascio, insomma – che scrive falsità sulla Resistenza, è come tutti i nazistoidi del suo stampo segretamente innamorato di ogni coscia pelosa inguainata nella metà superiore di qualunque pantalone d’ordinanza, fa il saluto romano tutte le mattine davanti lo specchio ma si ubriaca di pippe davanti allo schermo del laptop riguardando instancabilmente le immagini confuse degli scontri tra anarcoinsurrezionalisti e forze dell’ordine. Dall’altra hai alcuni ex-militanti del Gabrio, che fino all’altro giorno si sono sfondati di canne e di pere e di doppio malto cecoslovacca [1] in un casamento squallido sulle cui mura sono più numerosi gli schizzi di vomito che non i graffiti; si sono ubriacati ai concerti del venerdì, hanno proclamato la loro solidarietà a milioni di gruppi etnici e categorie a rischio, su miliardi di fogliaccj ciclostilati,ogni tanto si sono menati, o hanno fondato un’associazione per spillare quadrini al Comune di Torino.

Hanno tutti attaccato cappello, in un modo o nell’altro. L’uno defeca pezzulli per una testata ex-prestigiosa, che campa grazie ai contributi dello Stato e a quegl’irriducibili che ancòra rimpiangono quel brav’uomo, quello là, che buttava gli anarchici dalla finestra; gli altri sparano cazzate solecistiche fino ai trent’anni, quando finiscono coll’essere collocati a scaglioni presso i servizj socioassistenziali, perlopiù come operatori di merda.

La prima somiglianza che salta all’occhio è: (1). non li ascolta nessuno. Nessuno prende sul serio quello che dicono, vuoi per come lo dicono (Numa e i compagni sono altrettanto disinformati e sgrammaticati), vuoi perché di quello che dicono, giustamente, non gliene frega niente a nessuno. La seconda somiglianza, più importante, è (2).  si sentono al sicuro da ogni contestazione. Forse che Numa non informa la cittadinanza su quello che fanno questi disutilaccj a danno dei contribuenti? Forse che i gabriolesi non fanno un discorso solidale, in favore dei diseredati & degli oppressi, a partire dai ragazzetti che si calano dai palazzoni circostanti, scavalcano la cancellata e ciulano la maria seminata e coltivata con tanto amore nel cortile dell’ex-scuola? La terza, che è la (3)., è nella particolare posizione che sentono di occupare. L’uno, colla scusa dell’informazione, passa la vita a guardare i cazzi degli altri; gli altri, colla scusa dell’assistenza ai poveraccj, passano la vita ad occuparsi dei cazzi altrui.

Sono loro che osservano; loro che guardano, che giudicano, che tirano le cuoja della situazione; loro non sono in discussione. Inutile dir loro che nella vita non hanno fatto un cazzo per meritarsi simile turris eburnea: inutile notare che semmai la loro turris eburnea assomiglia più che altro a uno squallido ufficetto, o ad uno squallidissimo appartamentino del Comune, per giunta in condivisione, in cui passare parte della vita a confezionare menzogne e l’altra parte a raccogliere le cocce di quello che altri liberamente[2] dicono sul loro conto.

Inutile cercare, con la massima dolcezza, di persuaderli che effettivamente essi non sono divinità elette da sé medesime – che hanno assai più dei mantenuti, più che altro, che si grattano le croste del culo da mane a sera, o da sera a mane (a seconda degli orarj). Inutile dirglielo, poiché essi, in realtà, già lo sanno, e, sotto le croste, hanno la coda di paglia. Inutile, pertanto, far loro presente, date le facce che si portano in giro, che secondo giustizia è perfettamente insulso che si occupino degli altri, dato che materiale in abbondanza ce l’hanno già addosso, incorporato. Inutile far loro presente che è del tutto incoerente che si occupino dei muri deturpati, dato che non c’è nulla che batta la sozzura delle loro articolesse. Inutile far loro presente che è perfettamente inutile che deturpino i muri, dato che è sufficiente che si mostrino in giro.

Inutile dirglielo, difatti; bisogna scriverglielo.

Allora vedi come s’incazzano.

_________________

[1] E non vi dico da quanto, perché non voglio infierire.

[2] Definita “pastosa” da un conoscente. Fa veramente schifo, non la consiglierei a un cane.

[3] E sacrosantamente. E gli è ancòra andata bene! Ma, mi raccomando, non diteglielo.

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