607. Scheda: Twain, “Lettere dalla terra” (posth., 1962).

22 Ago

Mark Twain (1835-1910), Lettere dalla terra [“Letters from the Earth”, 1962], trad. Luca Trevisani, per c. Bernard DeVoto, pref. Henry Nash Smith, Editori Riuniti, Roma nov. 1964. Pp. 287 + Ìndice.

Il volume raccoglie materiale perlopiù frammentario e incompiuto. La prefazione di Nash Smith dà conto delle vicende abbastanza tormentate del lascito letterario di Twain, i cui numerosi inediti risultano difficili da curare e da dare alle stampe negli anni immediatamente successìvi anche a causa dell’irreligiosità di diversi di essi. Curatore letterario dell’opera postuma fu dal 1910 al 1937 Albert B. Paine, biografo dell’autore; dal 1937 fu, su proposta della Harper & Brothers, Bernard DeVoto, autore già di saggî su Twain (tra cui Mark Twain’s America, 1932). Il materiale del presente volume fu approntato per la stampa già nel 1939, ma la pubblicazione fu bloccata dalla figlia del’autore, Clara Clemens, che temeva che questi scritti avrebbero dato un’idea falsata del pensiero del padre. Il volume, dopo aver riposato per quasi un quarto di secolo in tre fondi universitarî, approdò alla stampa, quando lo stesso DeVoto era ormai morto, per interessamento di Henry Nash Smith, successivo curatore delle opere di MT; questo grazie al fatto che nel 1960 la personalità volterriana e la caustica filosofia del satirista erano ormai di pubblico dominio grazie ad un alto numero di altre pubblicazioni ed opere critiche, e Clara Clemens aveva frattanto fatto cadere le proprie obiezioni. Nel frattempo alcuni inediti inseriti nella raccolta DeVoto erano stati pubblicati a parte, ma essa raccolta è stata poi data alle stampe interamente da Nash Smith in modo da serbare intatta la concezione del predecessore – che, oltre a fornire “cappelli” anche abbastanza circostanziati ai singoli brani e proprie note esplicative è anche intervenuto sui testi stessi, tagliando e collegando tra loro i brani in modo da garantire innanzitutto leggibilità. I criterî seguìti sono dunque del tutto pragmatici: non è ovviamente né un’edizione critica né una trascrizione diplomatica dei manoscritti twainiani, ma non è nemmeno una libera rielaborazione – per quanto, com’è inevitabile con simili operazioni, il risultato sia da considerarsi discutibile. Si dà conto succinto della logica via via seguìta nel preparare i brani alla stampa in un’apposita appendice.

Il valore dei brani è piuttosto discontinuo: non che le idee, il wit di MT conoscano vere e proprie deflessioni, ma diverse pagine avrebbero avuto bisogno di qualche sfrondatura, ed è in genere evidente la mancanza dell’ultima mano. Non c’è modo, né sarebbe particolarmente interessante, di fare una disamina approfondita dei limiti delle pagine meno felici, ma, i difetti più vistosi consistendo nelle ripetizioni e in qualche disorganizzazione nella dispositio, è veramente spiacevole che MT abbia tralasciato, o non abbia avuto il tempo, di dare un’ultima mano. Anche se è particolarmente interessante il fatto che diversi tra questi testi non siano stati affatto scritti in vista di una pubblicazione, dato il loro contenuto fermamente blasfemo, e dunque lo stesso MT, che li aveva scritti per sfogo di malinconie, li ha lasciati rozzi come gli sono usciti di penna, senza programmare alcuna riscrittura, o seconda stesura, o “bella copia”.

Una prima (virtuale) sezione comprende quattro testi, o serie di testi:

  1. Lettere dalla terra
  2. Dalle carte della famiglia di Adamo
  3. Riflessioni sulla religione
  4. Lettera alla terra.

Si tratta di testi, come sempre in MT, di concezione vertiginosa, in cui la storia sacra e il cristianesimo sono affrontati in termini notevolmente spregiudicati, ma con una fantasia lussureggiante, tanto da non perdere proprio nulla – anzi – dell’afflato originario, ma da risultarne complessivamente sia impoveriti ed esautorati, sia arricchiti ed abbelliti. L’originalità del pensiero di MT è relativa: la sua stima per il collerico dio del Vecchio testamento è superiore a quella per il cristo, in particolare per l’invenzione tutta cristiana dell’inferno. MT incorre, e forse è fatale data la formazione acattolica, poco propensa a bisquittare sulla figura mistica della madre del signore, nell’errore teologico quando accenna all’immacolata concezione, confondendola – è un classico – con la verginità della madonna. Ma nel correggerlo in nota, ed è abbastanza esilarante, Nash Smith, incorre a sua volta nell’errore, riferendola addirittura non alla madonna bensì al cristo stesso (!): di fatto, se proprio occorre scendere in precisazioni a proposito di queste vacuità – ma se qualcuno ha corretto MT nessuno ha corretto il correttore – altro è la partenogenesi, che è il modo in cui il seme del cristo, posto nella matrice della madre sua, s’è sviluppato in feto ed è poi uscito in forma di neonato; ed altro è la condizione prelapsaria (“immacolata”, per l’appunto, o senza macchia di peccato originale) in cui la madonna si trova nel momento in cui esso seme è posto in lei (“concezione”, in tutti i casi che non sono il suo altrimenti detto “concepimento”): al momento di rimanere pregna del figliuol di dio, Maria di Nazzaretto, a differenza di ogni altro discendente di Adamo, era immune dal peccato originale per volontà di dio. Va da sé, ma è in questo che Nash Smith erra così marchianamente, che sia l’attributo della verginità, sia l’attributo dell’immacolata concezione sono ambi da riferirsi alla madonna, nessuno dei due al cristo.

L’irreligiosità di MT è complicata da altre forme d’avversione. Prevale, nell’espressione anticristiana di MT, il sentimento anticattolico: la ricorrente memoria della Notte di san Bartolomeo (24 agosto 1572), che designa un massacro protrattosi, come MT ricorda, per due giorni e tre notti, ha una sua ovvia collocazione di privilegio nel martirologio protestante, innanzitutto; ma entrano in gioco in questo caso, oltre ai sentimenti anticattolici, anche quelli antifrancesi, che sono un’altra costante dell’ideologia twainiana e sono espressi a loro volta in più d’un’occasione. I Francesi sono mostrati come curioso impasto di raffinata sensiblerie e violenza; sentimenti di opposizione ad un popolo non sono mai condivisibili, in assoluto, ma MT con il suo antifrancesismo intendeva porsi contro, più che altro, una moda, perché il suo personale ‘attacco’ contro i Francesi è tutto giocato in termini di portato culturale, ed è interessante come, ribaltando i termini più divulgati e scontati, individui nella Francia, metastoricamente, non la terra della Rivoluzione, ma della passività alla violenza del potere. La stessa Rivoluzione è considerata un carnevale di sangue non meno dei massacri degli Ebrei nella Russia a lui contemporanea, e la diffusione dei valori rivoluzionarî dell’autocratore Napoleone altro non gli pare se non come il segno patente della vocazione alla dipendenza di quel popolo – e non manca nemmeno l’accusa, anch’essa classica, alla scarsa autonomia culturale dei Francesi – tanto per cominciare, lo stesso Napoleone era uno straniero, un italiano; e stranieri sono ancóra al tempo di MT tutti gli uomini che illustrerebbero quel popolo agli occhî del mondo. Di là da questo, è proprio nel francese Zola, e nel suo La Terre, che MT troverà, come si vedrà più oltre, il ritratto più esplicito e coraggioso di una parte dell’umanità contemporanea, e anche del suo proprio paese, che era stata finora rimossa dalla letteratura.

Le Lettere dalla terra sono 11 missive dell’arcangelo Satana ai suoi colleghi; MT le aveva numerate a capriccio, in modo da suggerire l’idea di un carteggio molto più esteso, ma DeVoto, e non avrebbe dovuto, ha rinumerato i frammenti in sequenza. I temi più cari a MT vi sono presenti: il servo arbitrio, che rende insulse la salvazione e la dannazione, la presunta centralità dell’uomo nell’universo, l’ipocrisia dei “credenti”, la scarsa fantasia degli estensori dei testi sacri resa meschina dalle meraviglie scoperte dalla scienza. L’àmbito culturale nel quale MT si muove è intriso di religiosità opprimente e fanatica: il Nordamerica del suo tempo è fortemente influenzato dalla predicatoria ispirata (affiora tra le sue righe la figura allarmante di Mary Baker G. Eddy, p. 125), e dalla teologia delirante degli uomini di chiesa, tra cui Alfred Russell Wallace, che rilanciò la teoria secondo cui la terra è al centro dell’universo, e il mondo è stato creato per l’uomo (pp. 213 ss.). La satira twainiana assume pertanto una valenza storicamente importante, di lotta al pregiudizio antiscientifico, in un contesto in cui eliocentrismo e darwinismo potevano ancóra faticare molto ad affermarsi. Per tornare alle Lettere, in esse Satana descrive il mondo com’esso è sotto il dominio dell’uomo: dio ha infatti popolato il mondo d’una razza umana che è la somma delle qualità di tutti gli animali che lo hanno preceduto, positive e negative. Satana mina alla base l’idea della presunta superiorità di questo stravagante animale attraverso la religione che si è creato: oltre a non corrispondere in nulla alla realtà di dio e del paradiso, essa è fondata sulla preghiera, o supplica a dio, che rimane regolarmente inascoltata, e contrasta nel modo più stridente con quello che l’uomo effettivamente ama e desidera. L’uomo, dice Satana, normalmente odia stare in un posto in cui si canta, e non riesce a rimanervi per più di due ore: si vede com’esso soffra durante le funzioni religiose, effettivamente consistenti nel rinchiudersi in un luogo in cui, con sua noja, deve cantare e sentir cantare per tutto quel tempo; e si sente il sospiro di sollievo col quale saluta la fine della funzione. Eppure, dovendo immaginarsi un paradiso, se l’è figurato come un luogo in cui si deve trascorrere, non già più di due ore, ma l’eternità tutta a cantare e sentir cantare inni di lode al signore – che, l’uomo s’immagina, non solo gradisce, ma chiede, ma pretende questi inni, mentre è un fatto che non li ascolta e non gl’interessano. Essendo, poi, il paradiso un luogo di letizia, è aspettabile che l’uomo vi abbia messo tutto quello che più gli piace; eppure ve n’ha escluso l’atto sessuale, ciò che rende simile la sua posizione rispetto alla beatitudine a quella d’uno che muore di sete in un deserto e a cui si desse modo di soddisfare ogni proprio desiderio, salvo quello d’avere dell’acqua. La sua religione prèdica poi fratellanza universale, tra ricchi e poveri, potenti e deboli, e tra tutti i popoli della terra tra loro: di fatto nessuno sopporta gli Ebrei, salvo che siano ricchi, e nessuno vorrebbe star anche soltanto vicino ad uno sporco negro, &c. Dei due Testamenti, già s’è detto, il peggiore è il secondo, benché il primo (che si occupa “del sangue e del sesso”, p. 46) mostri già un dio duro e cattivo, nel secondo (che si occupa “della salvezza… col fuoco”, ivi) s’inventa la cosa peggiore, cioè l’inferno.

Dalle carte della famiglia di Adamo è una serie di testi a loro volta frammentarî, finte traduzioni dall’adamitico, in cui MT reinterpreta la prediletta storia sacra romanzescamente e realisticamente: Dal diario di Matusalemme (1878-’80 ca.) consiste in due serie di brani scritti da Matusalemme sessantenne, dunque giovinetto, nel 747 dalla creazione del mondo; si dà descrizione della vita del principe a palazzo, dei divertimenti, delle feste, della società rigida e classista in cui vive.

Più apertamente satirico, e divertente, è Dall’autobiografia di Eva (1905-’06 ca.), in cui sono descritti gli esperimenti scientifici della coppia primigenia. Adamo enuncia la Legge di Adamo della caduta dei fluidi, valida per tutti i torrenti e le cascate; Eva si occupa ingegnosamente di “come il latte entra nella vacca” (p. 79), chiudendo la vacca in un recinto di canne per una giornata; verificando che la vacca produce latte senza doverlo inghiottire, ne fa discendere che “il latte non era assorbito dalla bocca della vacca, ma era condensato dall’atmosfera attraverso il pelo” (p. 80). Nel paradiso terrestre anche le fiere sono miti e vegetariane: ma studiando la mascella del leone Eva si rende conto che è una mascella da carnivoro. I due, che hanno ricevuto la famosa proibizione, si chiedono che cosa vogliano dire “bene” e “male”; Eva dice che non c’è soluzione se non mangiando il frutto. Trovano un demone parte pesce e parte uccello, che strilla ed è di pessimo carattere: Eva lo trova un amore, e i due lo adottano, chiamandolo Terry. Notano che ad alcuni pesci nel lago stanno spuntando le zampe; ma non c’è modo di farne spuntare a pesci che già non le hanno. Nasce Caino; Adamo non riesce a classificarlo, perché, sdentato e spelato, sembra loro uno scherzo di natura, e non un uomo. Nascono a distanza Abele, Gladys e Edwina. Riescono a classificarli, e la loro felicità nell’Eden è completa. I fratellini pèrdono da qualche parte Gladys, che è temporaneamente adottata da una famiglia di canguri. Emerge il concetto, e il nome, di “male” nella parola “homesick” quando la bimba torna a casa dicendo di averne provata. Un ultimo brano staccato dà conto della storia della famiglia di Eva quando conta già milioni d’individui mentre più della metà dei figlî d’Eva sono tuttora in vita.

Segue l’Estratto da un articolo del “Radicale”, gennaio 916, nel quale si parla degli effetti disastrosi che ha la longevità degli uomini sulla demografia, a malapena contenuti da guerre e carestie, e aggravati dai progressi della scienza medica.

Il mondo nell’anno 920 dopo la creazione (1906?) raduna un brano di diario di una principessa del sangue adamide, alcuni brani di Reginald Selkirk, filosofo folle, e un frammento di diario che DeVoto dice dover essere di un personaggio di nome Nanga Parbat (che è il nome di una delle alture della catena himalajana al disopra degli 8000 metri [8125 m., per la precisione, è la IX più alta al mondo]). Riguardano tutti il pensiero di Reginald Selkirk; nel primo brano egli espone alla principessa la sua invenzione del pensiero liquido; nel secondo depreca l’involuzione intellettuale a fronte dell’evoluzione scientifica della sua società; nel terzo (Da una conferenza) espone la Legge delle medie intellettuali e la Legge dei ricorsi periodici. Secondo la prima la natura non replicherebbe solamente gl’individui mediocri ma anche, a cadenze regolari, quelli eccezionali. Secondo la seconda Legge, tutto quello che accade è destinato a ripetersi ad intervalli regolari. Dal diario del Filosofo Folle (il traduttore poteva almeno chiamarlo “Pazzo”, per evitare cacofonie) descrive il palazzo della principessa, “la facente funzione di Capo della Razza Umana” (p. 99), visitato in compagnia di Nanga Parbat, “quel dissoluto ed inacidito rampollo del Primo Sangue, nato nell’Eden, pieno di odio e di invidia per essere stato messo al bando, molto tempo fa, dall’Augusta Presenza” (p. 100), che disprezza tutte le istituzioni, il patriottismo, l’immobilismo nepotista della corte. Dal diario di [Nanga Parbat] fa un resoconto delle condizioni del capostipite della razza umana ormai moribondo – ma secondo lui solamente molto ipocondriaco. Questi pezzi lasciano freddi: DeVoto è intervenuto pesantemente sui testi, in numero originariamente molto maggiore rispetto a quelli presentati, collazionando e creando collegamenti non so quanto arbitrarî; operazione non solo scientificamente ma soprattutto letterariamente discutibile, in specie dati i risultati. Dai brani si evince che la grande famiglia umana, che conta milioni d’individui, è tutta organizzata gerarchicamente e il mondo intero è sottoposto all’autorità di un Imperatore, Adamo, ora sostituito dalla principessa. La decadenza è grande, e ci si aspetta una catastrofe. Noè ha cominciato a costruire l’Arca.

Seguono Due frammenti da un libro censurato, intitolato “Sguardi sulla storia” o “Lineamenti di storia” (1906). Sono stati concepiti volontariamente in forma frammentaria. MT immagina la repubblica dei tempi di Matusalemme, personaggio biblico per cui ha una spiccata predilezione; nel primo discorso contesta il valore del concetto di patria: solo se la vita stessa dello Stato è in pericolo il cittadino può sostenerla anche nei suoi torti; ma esso stato non è in pericolo, e il cittadino deve saper contestarne anche quello che non va. Nel secondo brano, la Repubblica, troppo corrotta per poter essere salvata, è condannata ad un’aspra palingenesi da un conquistatore che viene da Sud, detto il Calzolajo. Il Governo si sveglia quando ormai è tardi: caccia i corrotti e mette al loro posto mani pulite. I mercanti per conservare il potere hanno già da tempo comprato la popolazione, facendo conferire a tutti quelli che hanno partecipato alle conquiste una pensione “retrodatata addirittura al tempo della Cacciata dal Paradiso Terrestre”: dovendo corrispondere tutti gli arretrati, il governo crolla sotto le perdite. L’esercito è proprietà privata dei mercanti, e non può difendere lo stato; i mercanti, segretamente, si sono poi venduti al Calzolajo, che sale al potere. In queste pagine, come ricorda DeVoto, MT pensa “all’Ordine n. 78 di Theodore Roosevelt, che aveva evidenti analogie con la plutocrazia adamitica” (p. 104).

Dal “Diario di Shem” per l’anno 920 dopo la Creazione (1907-’08) descrive la costruzione dell’Arca, e una visita di Matusalemme, vecchissimo e acido, forse invidioso della famiglia di Noè.

Riflessioni sulla religione1 (19, 20, 22, 23, 25/06/1906). I. Dio è elogiato come misericordioso e buono, ma nulla nella scritture autorizza a definirlo tale. Il dio veterotestamentario è almeno schietto e coerente; peggiore il dio del nuovo. II. Tutte le mitologie religiose si somigliano, essendo frutto di plagî incrociati. La partenogenesi del cristo si ritrova anche nella storia di Krisna, Osiride, Budda, &c. III. Massacro di Ebrei a Byalistock; Leopoldo II del Belgio, un mostro, che ha ucciso 15 su 30 milioni di africani portando loro in cambio la “vera fede”. Il cristianesimo si dice non eterno, inquantoché non sempre è stato. IV. Dio non è un essere morale; le preghiere sono inservibili; troppo dolore, malattia e morte nel mondo perché possa esservi un dio. V. Cristo non è figlio di dio, non ha mai dimostrato l’esistenza dell’ente superiore immaginario. Presunzione dell’uomo nel credersi al centro della creazione. L’uomo è colpevole perché ha fatto della colpa la sua vera natura.

Lettera alla terra (1887 o prima) è una missiva ufficiale inviata al signor Abner Scofield dall’Ufficio dell’Angelo registratore dove si prende nota con precisione di tutte le contraddizioni tra i desiderata mentali dell’uomo e le preghiere che ha fatto in pubblico: questo Scofield in sostanza è un porco (è commerciante di carbone, ricchissimo); per 27$ totali inviati ad una misera cugina vedova nello spazio di molti anni, tuttavia, sarà accolto favorevolmente in cielo: “… il Cielo tutto era colmo di felicità alla notizia che sareste venuto qui. Ed anche l’inferno ne fu felice” (p. 142).

Lo stile di Cooper (1893-’94; pubb. luglio 1895) analizza e rielabora lo stile di un solo paragrafo del cap. IX de L’ultimo dei Mohicani; rileva con ironia e grazia incomparabili la caratura dello stile cooperiano, corrispondente al gusto enfatico e oleografico, da “cromolitografia”, della figuratività tardottocentesca, cogliendo il limite della prosa del popolare narratore nell’adeguamento di qualunque realtà alla sua maniera tronfia e posticcia.

La Relazione ufficiale dell’IISA (1909), a firma di tal H.J. Walker – IISA = Istituto di Indianapolis di Scienza Applicata – mette in discussione la scoperta del Polo nord da parte di Cook; il prof. Bledso, consultato all’uopo, distingue tra fatto e miracolo, ascrivendo essa scoperta a questa seconda categoria di eventi. Reputandolo un fatto, invece, bisogna disporre di prove, che solo Cook in persona potrà dare una volta di ritorno. Evidentemente la polemica verte sulla macchinosità delle verifiche da parte della comunità scientifica, nemmeno essa immune dagli attacchi di MT.

L’incidente di Gorki (1906) non affronta in termini espliciti lo scandalo sollevato da Gorki, evidentemente perché notissimo [nel ’06 Gorki si era recato negli USA per una raccolta fondi per conto dei Bolscevichi, e grande turbamento aveva causato il fatto che avesse preferito, come compagna di viaggio, l’amante piuttosto che la moglie], ma in genere la questione delle convenzioni, che sono invincibili e che non ha nessun senso sfidare: lo fa attraverso il racconto del cosiddetto York Minster, un oriundo della Terra del Fuoco a cui inutilmente 75 anni prima gl’Inglesi avevano insegnato ad indossare vestiti, e cadde in disgrazia.

Ortografia semplificata (data imprecisata) è un’altra fantasia sul mondo antico: Cadmo cerca d’imporre l’alfabeto fenicio agli Egizî, facendo loro soppiantare la scrittura ideografica, per la sua rapidità e la sua maggiore aderenza fonetica.

A proposito del pentimento (1908). Si sostiene che i maggiori pentimenti non siano per le cattive azioni compiute, ma per le buone cose che non hanno dato gli effetti sperati.

Da un taccuino inglese (1872). Sono alcuni appunti, in stile umoristico e paradossale come al solito, per un mai scritto libro sull’Inghilterra, progettato ai tempi di un viaggio colà fatto nel 1872. Il monumento ad Alberto riguarda la pompa incredibile con cui è ricordata l’inconsistente figura del principe consorte della regina Vittoria. Saint Paul vecchio, descrizione puntuale del più importante tempio cristiano d’Inghilterra. Il Museo britannico è descritto ironicamente come luogo in cui è conservato praticamente tutto – non dovette piacergli molto.

Dal “Manoscritto di un vagabondo all’estero” (1879). Il francese e i Comanches. Dove si dimostra che i Francesi sono ad uno stadio di civilizzazione più arretrato rispetto ai Comanche innanzitutto perché i Comanche non si sono massacrati tra loro, mentre chi ha fatto scorrere più sangue francese sono stati proprio i Francesi. Fa poi una carrellata storica (già accennata) in cui ricorda la notte di s. Bartolomeo – segno della profonda religiosità del francese, che non ammette che il suo vicino sia meno pio di lui, o pio in un altro modo, e i massacri della Comune. MT confusamente sostiene che tutta l’Europa ha piccole comunità ribellatesi con successo ad un oppressore potente grazie ad un eroe, come Guglielmo Tell o Wat Tyler – però omette Giovanna d’Arco. Napoleone accontentò il naturale masochismo dei Francesi; essi sono naturaliter militari disposti all’obbedienza ai limiti dell’autolesionismo. Propone un reparto di missionarî laici americani che vada in soccorso dei Francesi.

Da una parodia incompiuta di un galateo (dal 1881). Si dànno burlesche indicazioni di comportamento durante i funerali, e si dice come ci si debba comportare quando si salvano le donne dagl’incendî, fornendo formularî precisi e dando una lista delle priorità che privilegia le giovani e belle sulle vecchie e inconseguibili, le facoltose e di rango sulle domestiche e le povere; le suocere vengono comunque per ultime. C’è anche la formula con cui chiedere la mano della donna salvata. Un capitolo è dedicato alle carte da visita, sostituite da carte da gioco, in modo tale che tutta la simbologia relativa risulti utile a comunicare innanzitutto il reddito, e poi ad intavolare veri e proprî scambî d’informazione tra le due parti. Si produce quindi una formula di domanda di mano di donna nubile, con relativa risposta.

La maledetta razza umana (1905-’09) comprende testi disparati sul fine ultimo della creazione, il servo arbitrio, la società. I. Il mondo è stato creato per l’uomo? È una risposta al teologo Alfred Russell Wallace, che aveva sostenuto la terra essere al centro dell’universo, e, soprattutto, la creazione intera essere stata fatta esplicitamente per l’uomo. Con abile mossa retorica, MT fa propria la posizione del teologo, “dimostrandola” in termini darwiniani. Oltre a rendere manifesto come uno spirito intelligente avrebbe potuto benissimo conciliare la visione biblica e creazionista con l’evoluzione, come forma di “creazione graduale”, basta percorrere la scala dei viventi dall’ “ostrica” alla scimmia per rendersi conto che “99 milioni e 968.000 anni” (p. 214) per creare un cumulo di difetti come l’essere umano è un’idea semplicemente ridicola. II. Il tribunale degli animali processa il coniglio, il leone, la volpe, il cavallo, il lupo, la pecora; chiude la serie la sentenza della macchina. È un tribunale di guerra. Ciascun animale è condannato o glorificato per meriti e demeriti non proprî ma dipendenti dalla legge di natura; solo la macchina è assolta per il suo malfunzionamento. Nuovamente emerge il tema, inteso qui in senso meccanicistico, del servo arbitrio, e della strumentalità interessata della giustizia umana. III. “La terre” di Zola. Recensione che rimane estrinseca al testo, ma propugna la rappresentazione degli aspetti più sordidi della società “cristiana” e contemporanea a fine di documentazione e denuncia. MT invita il pubblico a prendere atto che le realtà descritte nelle 518 pagine zoliane non sono solo realtà francesi: “Alla fine, siete costretti a (…) avvertire un certo rancore. Forse perché Zola ha denunciato l’odiosità dei francesi? No, perché ha smascherato i vostri stessi concittadini. Dormivate, ed avevate dimenticato: Zola vi ha risvegliato. Avrete del rancore verso di lui, per sempre” (p. 221). IV. L’intelligenza di Dio rileva la strana contraddizione per cui attraverso i riti si loda quello che in pratica si disprezza, come se l’ipocrisia non fosse manifesta ad un dio comunque onnisciente. V. L’animale inferiore. Il patriottismo è l’esatto contrario della fratellanza umana. Tutti i popoli per tutto il corso della storia sono stati impegnati nel massacro del vicino. Tutte le specie animali sono soggette ad evoluzione, che dunque non è una prerogativa umana. L’uomo, vedi i diporti venatorî, uccide gratuitamente. L’uomo accumula anche oltre la propria necessità e i proprî consumi. Tutte le qualità che ha in comune con alcune altre specie animali – poligamia, sadismo apparente – sono associate nell’uomo ad un eccezionale livello di violenza. L’uomo non è l’animale che ride (c’è anche un uccello australiano descritto da Darwin che lo fa), è l’animale che arrossisce, l’inventore dell’osceno. In guerra l’uomo infligge atrocità sconosciute ad altre specie animali; l’unico che mutili il prigioniero, lo deporti, lo schiavizzi e sia a sua volta schiavo. L’uomo è l’unico animale patriota, e l’unico religioso – cioè l’unico che ami il prossimo suo come sé stesso, e sia disposto a sgozzarlo se il prossimo suo non la pensa come comanda la sua teologia. MT dice d’aver fatto un esperimento scientifico che ha dimostrato l’incurabile stupidità umana: è riuscito a far diventare tra loro amici un gatto, un cane, un coniglio, una volpe, un’oca, uno scojattolo, alcuni piccioni e una scimmia, tutti felicemente conviventi in un’unica gabbia. “In un’altra gabbia <,> rinchiusi un cattolico irlandese di Tipperary, e non appena mi sembrò abbastanza addomesticato, gli misi vicino uno scozzese di Aberdeen, un turco di Costantinopoli, un greco cristiano di Creta, un armeno, un metodista della selvaggia Arkansas, un buddista cinese e un bramino di Benares: infine, chiusi in gabbia anche un colonnello dell’Esercito della Salvezza di Wapping (Londra). Mi assentai per due giorni, e quando tornai, la gabbia contenente gli animali superiori era assolutamente pacifica, mentre l’altra era ridotta ad un caos di avanzi insanguinati, di turbanti, fez, coperte, ossa e brandelli di carne: non un esemplare era rimasto in vita. Gli Animali Ragionevoli avevano dissentito su qualche dettaglio teologico e si erano rivolti al Supremo Tribunale” (pp. 228-229). Quello che rende l’uomo inferiore agli altri animali è il senso morale, che è una vera e propria malattia; esso consente all’uomo di commettere il male in migliaja di modi diversi. Solo un livello inferiore a quello del senso morale è consentito: quello del senso immorale, raggiunto dai Francesi. L’uomo soffre di una quantità di malattie ignote agli animali superiori; possiede parti che non servono a nulla, le tonsille, l’appendice, i capezzoli del maschio. Deve continuare a disfarsi della barba, che non perde mai, e che è inutile, mentre spesso perde i capelli, che sono utilissimi. I suoi cinque sensi, e il senso dell’orientamento, sono debolissimi. Nella donna mestruazioni, gestazione e parto sono sofferenze: negli animali superiori non sono un problema. Il primato dell’uomo è l’intelligenza: ma s’è inventato un paradiso in cui questa dote non può farsi in nessun modo valere, e che è più adatto agli animali inferiori. Forse l’uomo non è così importante come ha sempre supposto.

La grande tenebra2 (data imprecisabile) è l’abbozzo (I. Dichiarazione di Mrs. Edwards – Dichiarazione di Mr. Edwards, II. Capitolo I) di un romanzo, a cui seguono 8 pp. di note che indicano come MT avrebbe voluto proseguire. È il pezzo per certi versi – almeno come ambizioni; sicuramente per il respiro – più notevole della raccolta. Henry Edwards e Alice Edwards festeggiano il compleanno delle figlie – Jessie, 6 anni; Bessie, 8 anni – regalando loro un microscopio. Per la sera è previsto un ricevimento per le bambine; prima che le piccole vadano a prepararsi tutti insieme dànno uno sguardo al loro regalo. Sapendo che nell’acqua sporca sono presenti molti animaletti microscopici, Henry fa l’esperimento con una goccia d’acqua piovana: avvicinando al massimo la lente al vetrino è infatti possibile scorgere animaletti forniti di molte zampe, autentici mostri, che percorrono lo spazio luminoso da una parte all’altra. Dopo aver fatto qualche osservazione, le bambine sono mandate a prepararsi alla cena, e Henry chiede ad Alice se può dargli un po’ di whisky, una goccia sola da far cadere sul vetrino in modo da poterla osservare al microscopio. Alice, mentre accontenta il marito, sbadatamente fa cadere in terra la bottiglia del cognac; mentre raccoglie i coccî, il marito, svegliatosi, è uscito dalla stanza. Servendosi d’un filo di saggina, Alice fa cadere un pochino di whisky sul vetrino e lo porta al marito, nel suo studio: vedendo però che questi è intento a scrivere e avendo la consegna di non disturbare quando è allo scrittojo, se ne va. Tutto quello che segue è il sogno, che copre l’arco di molti decennî, ma che nella veglia è il solo lasso di tempo intercorrente tra il cadere addormentato di Henry e la rottura della bottiglia del cognac. DeVoto nota che ci sono errori di cronologia nella disposizione del materiale storico nei racconti ispirati alla Bibbia; nella frettolosità delle prime stesure, o nel dar forma alle sue fantasie, MT, se compie errore, è in linea di tendenza riguardo il prima e il dopo. Nel caso presente, la Dichiarazione di Alice vuole che la goccia di whisky sia fatta cadere sul vetrino dopo che Henry s’è svegliato, mentre è indispensabile che il whisky sia versato sul vetrino prima che Henry parta (con tutta la famiglia e molti altri) per il suo viaggio meraviglioso: com’è descritto nelle note, la goccia di whisky è presente nel sogno, brevissimo e lunghissimo, di Henry. In questo caso la necessità di trovare un modo per interrompere il sogno – col fracasso della bottiglia del cognac che s’infrange in terra – si è fusa malamente con la necessità narrativa di avere un vetrino da microscopio con una goccia di whisky sù. Comunque sia, d’indi in poi il racconto prosegue senza intoppi. Sono state molte le declinazioni, anche pedagogiche, dello spunto fantascientifico dell’uomo rimpicciolito a dimensioni di microbio che viaggia in spazî circoscritti e insignificanti che da quella prospettiva si rivelano zeppi di pericoli e/o profondamente istruttìvi: si sono dati viaggî meravigliosi in giardini, a dimensione di piccolo insetto, o, come nel film Viaggio allucinante (1966) (da cui persino Asimov – in un periodo in cui significativamente era impegnato solamente nella divulgazione – trasse un romanzo su commissione), all’interno del corpo umano, &c. Quanto allo sfalsamento dei piani temporali, gli esempî sono anche più abbondanti – la scoperta dell’infinitamente piccolo coincide cólla creazione del microscopio – e anche favolistici (Rip van Winkle). L’esperimento twainiano, però, e anche ad onta della sua incompiutezza, si segnala per la profondità e la complessità: il rimpicciolimento non è il solo meccanismo attivato nella trama, ma anche l’istituzione di due piani di reale, con due vite parallele, due memorie autobiografiche nella stessa persona, &c. Appare evidentemente l’intenzione da parte dell’autore di ribadire l’assoluta relatività delle certezze umane, ma in una prospettiva oltranzista, vertiginosa: La vida es sueño viene in mente come un’anticipazione remota, anche se è abbastanza inverosimile che sia un vero presupposto; eppure, se è per quello, pare anche di avvertire un’eco del sogno della farfalla di Laozi; l’acuta bonarietà dello sguardo di MT, anche nell’amarezza della sua produzione estrema, la sua tendenza a risolvere la narrativa in apologo, uno stoicismo che si esercita col sorriso, lo spunto satirico che fa normalmente da salda base ad architetture complesse, il suo umorismo piramidale, stratificato, complesso, sembrano in effetti a tratti conferirgli alcunché di alieno, di esotico rispetto alla narrativa americana coeva, senza pertanto denunciare, di necessità, precise filiazioni, che comunque non dimostrerebbero nulla. Quello che importa è rilevare che anche in questo caso MT non si sposta dal tema, insieme pessimistico e liberatorio, dell’insignificanza dell’uomo, della sua condizione nient’affatto centrale nell’ordine delle cose, dell’assoluta inanità dei suoi termini di riferimento (a partire dal tempo, dallo spazio, dalla memoria).

Misteriosa è l’inquietante figura che rende possibile tutto questo: il Sovrintendente ai Sogni, un uomo con cappello a straccio e mantello scuro che dovrebbe apparire solamente a Henry, ma di fatto si diverte ad apparire anche alla ciurma, terrorizzandola – infatti la traversata è fatta in nave; la nave miniaturizzata è abitata da un falso equipaggio, ai comand del capitàno Davis; sono tutti convinti di star recandosi a Londra per salparne poi e recarsi in Antartide. Henry ha un dialogo con Turner, marinajo spaventato dalle creature spaventose che di tanto in tanto si vedono passare accanto alla nave e soprattutto dall’apparire e sparire dal Sovrintendente ai Sogni, che non sa chi sia, se non che è una specie di fantasma che appare e scompare quando vuole. Il quale Sovrintendente, evidentemente di natura dispettosa, fa in modo di presenziare al dialogo tra Henry e Turner, ma facendosi vedere al solo Henry. Mentre Turner spiega che cos’è successo e racconta un po’ di sé, il Sovrintendente si sovrappone cólla propria figura a quella del marinajo, e approfitta delle distrazioni di questi per bere al posto suo il caffè che Henry deve quindi versargli più volte. Questo inquieta e contraria Henry, che ha comunque la possibilità di rendersi conto di quanto il Sovrintendente sia in realtà poco benevolo. In ogni modo, Turner fa sapere a Henry di aver tentato, già in terraferma, di disintossicarsi dall’alcool, seguendo la moda lanciata dal famoso padre Matthew. Una volta imbarcato, ha ricominciato ad alzare il gomito, per smettere quando gli strani fenomeni – l’apparizione dell’uomo col mantello innanzitutto – hanno cominciato a verificarsi (in questi casi si scrive “promessa” sul giornale di bordo – promessa di non bere, naturalmente). Quando poi ha avuto conferma che le stesse stravaganze accadevano anche ad altri, ha ritirato la promessa e ha ricominciato, ma è sicuro che quello che ha visto non sia dovuto a delirium tremens. Innanzitutto, il mare è troppo calmo: stando agli strumenti di bordo, avrebbero già dovuto incontrare la Corrente del golfo, eppure “è sparita”. Secondariamente, c’è sempre bujo: è una perpetua notte in cui non si vedono né luna né stelle. Il motivo secondo lui è semplice: non si vedono perché non ci sono. Rinfrancato in qualche modo dal caffè di Henry – quando riesce a sorbirlo – Turner se ne va. Dev’essere detto che il capitàno e tutto l’equipaggio sono nuovi: la traversata dura da molti decennî, ma tutta la prima parte del viaggio che Henry crede di cominciare solo adesso è stata fatta con un altro equipaggio; questo consente a Henry di trovare sùbito un interlocutore che condivida con lui il senso di scarsa padronanza della situazione, un ultimo arrivato come lui, che frattanto sappia dargli anche qualche informazione. Rimasto solo col Sovrintendente, Henry viene a sapere da costui che il bujo è dovuto al fatto che il cannone del microscopio, che ha un bordo spesso quanto si conviene al diametro dell’obiettivo, che è di migliaja di miglia, preme contro il vetrino, e che ci vorrà moltissimo tempo prima di giungere nella zona in luce. Henry, esterrefatto, si sente dire che il viaggio dovrà protrarsi per decennî. Chiama la moglie, che viene, e ha uno strano dialogo con lui. In realtà sulla nave è presente tutta la famiglia, Alice con Bessie e Jessie, e i due famiglî, il nero George e Germania. Quello che non torna sono i ricordi che Alice sostiene di avere della loro vita in comune. Per quanto ella ne sa, è stata sempre su quella nave, sia pure con un altro equipaggio, che rimpiange molto; che quando aveva 4 anni e mezzo d’età erano entrati in una zona di grande bagliore, che avevano attraversato in un giorno o due, una luce così violenta che suo padre, essendovi esposto, era morto, seguìto poi sùbito dalla moglie, suicida. Il figlio del capitàno sarebbe stato divorato da una seppia gigante. Ella non è mai stata su un’altra nave con lui e non ha mai viaggiato con lui in Europa: tutto il contrario di quello che Henry non può non ricordare. In più pare che, per non uscire d’allenamento, Henry tiri di scherma e faccia lotta con George regolarmente – salvo l’ultima volta, che s’è rifiutato di farlo. Ammette altresì, Alice, di aver talora sognato di vivere in ben altre tre case, che è stata in grado di descrivere particolareggiatamente. Lo stesso Henry, sulla base dei racconti di Alice, è in grado di ricostruire alcuni dei proprî ricordi: questo rende possibile ad entrambi arrivare alla consapevolezza che stanno vivendo due vite in due dimensioni diverse – ma questo rende parallelamente impossibile stabilire quale dei due sia il sogno e quale sia la realtà; mentre la figura del Sovrintendente appare di conseguenza simile a quella della divinità maligna che rende possibile questa compresenza incompossibile di destini. Le stesse Bessie e Jessie, sopraggiunte, descrivono un sogno che hanno entrambe fatto, quello di un cielo bujo ma trapunto di luci brillanti che ferivano gli occhî, e che temevano potessero loro cadere in testa. Gli eventi che si succedono sono drammatici. La nave normalmente non è attaccata dagli esseri mostruosi dalle molte zampe he le passano accanto; diversamente avviene quando si presenta, o ripresenta, una seppia gigante, dagli enormi occhî malvagî, che tenta di affondare l’imbarcazione. La presenza di una seppia tra i microrganismi ingigantiti di quel mondo oscuro è significativa di un rapporto di osculazione tra mondi diversi, per cui come il sogno è porta di comunicazione tra essi mondi, così anche esseri che appartengono solo ad un mondo possono passare, evidentemente, da un mondo all’altro.

Impossibile dire come Twain avrebbe sviluppato questo principio – dagli appunti di cui DeVoto dà riassunto in calce alla parte completata dall’A. non si riesce a stabilire nulla in questo senso –, ma appare anch’esso perfettamente coerente con quello che s’è appena esposto, ossia che le due dimensioni hanno, limitati e fievoli, ma incontestabili rapporti tra loro. L’imbarcazione subisce per l’appunto uno di questi attacchi; la ciurma riesce ad accecare il mostro, ma esso segue la scia della nave aspettando di tornare all’attacco e costringendo tutti a parlare a bassa voce, perché ha un udito finissimo. Durante l’aggressione Jessie e Bessie si pèrdono; Alice si dispera, memore della brutta fine del figlio del capitàno, inghiottito tempo prima da una bestia come quella; ma poi le due bimbe sono ritrovate nella stiva dove erano andate a cercar riparo, per poi addormentarsi profondamente. Altro avvenimento drammatico è legato al tentativo di ammutinamento organizzato da un Bradshaw, oscuro carpentiere impiegato sulla nave che riesce a far finire ai ferri corti la ciurma e il capitàno. Il capitàno Davis affronta la ciurma con un discorso nel quale sostiene, con vibrante retorica, che sono ormai sessant’anni che è in mare, e che sulla nave ci sono le sue stesse figlie; che se sapesse dove si trovano in quel momento, e come rettificare la rotta, farebbe tutto quello che ci si aspetta da lui; ma purtroppo è nella loro stessa situazione. Incita tutti alla collaborazione; grida di urrà accolgono la sua esortazione a salvarsi o perire insieme.

Qui l’abbozzo s’interrompe. DeVoto, puntualizzando il fatto che nei due anni di lavoro testimoniati dagli appunti di MT si sono intrecciate tre diverse tematiche:

  1. confusione tra sogno e realtà
  2. tempo lunghissimo vissuto durante un sogno brevissimo
  3. deriva di una nave in un favoloso Antartico.

DeVoto estrae dunque dalla massa contraddittoria delle annotazioni, 8 pp. in tutto, il presumibile sviluppo della vicenda d’indi in poi.

Il capitàno, in séguito a tensioni ulteriori nell’equipaggio esasperato, cede alle richieste di Bradshaw, e dice che vireranno di bordo; ma insieme ai protagonisti àltera la bussola e sposta l’assiometro, che si trova nella cabina di Henry, in modo da far credere che stanno virando mentre seguono sempre la stessa direzione. Un mese dopo Bradshaw scopre l’inganno, ma mentre chiama la ciurma perché constati la frode, il Sovrintendente sposta l’ìndice verso nord, e Bradshaw perde la fiducia degli ammutinati. La nave incrocia un’altra imbarcazione, la Two Darlings; c’è uno scambio di visite da una nave all’altra. La Two Darlings custodisce a bordo un ricco tesoro, di cui Bradshaw vorrebbe impadronirsi. Scoppia una tempesta di neve, durante la quale le due navi si pèrdono di vista. Jack, nato nel frattempo da Henry ed Alice, e Lucy figlia del capitàno, rimangono sulla Two Darlings. Bradshaw propone d’inseguire la nave, e così fanno. L’inseguimento dura dieci anni: i protagonisti invecchiano e disperano di poter mai raggiungere la nave. Attraversano la zona in luce e il grande bagliore provoca loro atroci sofferenze, dopodiché entrano nella goccia di whisky: il mare, a quello che vedono, cambia colore e consistenza. Qui i mostri sono resi folli dal veleno, e si aggrediscono tra loro, e aggrediscono la nave: l’equipaggio riesce ad ucciderli tutti a colpi di mitragliatrice. Il mare si prosciuga, e diventa sempre più difficile procedere. Finalmente intercettano la Two Darlings, dove però i viveri mancano da troppo tempo. Lucy e Jack sono morti con tutti gli altri, e i cadaveri sono mummificati dal calore. Davis e Philips, fidanzato di Lucy, impazziscono dal dolore; Bradshaw, impazzito per la sete, s’impossessa del tesoro, e dev’essere abbandonato accanto ad esso. Tornano indietro, e incontrano una scia di cadaveri, marinaî che hanno lasciato la nave senza portarsi dietro acqua. Sulla nave la ciurma s’è ubriacata, alcuni sono rimasti uccisi. George aspetta Henry, in agguato per ucciderlo – con motivazioni riferibili anch’esse all’impazzimento, suppongo: spara più volte, ma un projettile uccide Jessie. Alice ha un tracollo nel vedere i due cadaverini. Anche Bessie è coinvolta in qualche modo, ma non si spiega come (“Anche Bessie”, si dice solo); comunque sia, i cadaverini sono due, dunque sia Jessie sia Bessie sono morte. In capo a due giorni sono morti anche tutti gli altri, tranne George e Henry, che vegliano sui cadaveri. “È mezzanotte. Alice e le bambine vengono a darmi la buonanotte. Credo di sognare. Credo di essere di ritorno a casa [leggi: “di nuovo a casa”] in sogno” (p. 281).

È un vero peccato che MT, ingiustamente considerato solo un autore comico e per ragazzi – un’etichetta che, se è per quello, non gli si confà nemmeno per quanto attiene strettamente a Huck Finn e Tom Sawyer, a ben guardare – non sia arrivato in fondo a questa tenebrosa fantasia: ma data la piega, indicibilmente disperata, viene il sospetto che non poteva non andare in questo modo, e che assai difficilmente sarebbe arrivato fino al termine. È luogo comune che i grandi comici siano in realtà tremendi moralisti: e il moralista è cupo, e per far accettare la sua visione delle cose deve necessariamente ricorrere al sorriso, all’ironia, al sarcasmo. MT, non inferiore ad Aristofane, a Luciano, a Rabelais, a O Henry e agli altri pochissimi occupanti l’Olimpo alla roversa della satira, ha però questa strana marcia in più: rispetto agli altri, ha conosciuto anche, lui tanto estroverso da apporre accanto alla propria finestra un cartello rivolto agli uccelli del giardino (“Si prega di cinguettare piano”), quest’opzione di scrittura privata, impubblicabile. Che sono convinto si debba, paradossalmente, proprio alla sua estroversione: giungendo a dare forma esplicita e rotondità d’eloquio anche alla parte più inconfessabile del pensiero di quest’uomo che, sicuramente, doveva essere abituato, senecanamente, a “ragionare in pubblico”; sicché anche le scritture che dovevano rimanere nel cassetto, destinate a chissà quale epoca futura, o alla distruzione, contengono, insieme a parecchie sciatterie, lampi di una bellezza, di una verità, di una profondità degna veramente dei maggiori d’ogni tempo. Duole che l’acre fantasia del Great Dark, che ha rischiato di diventare persino tutt’un romanzo, non abbia raggiunto una forma ancóra più organata: ma basterebbe provarsi ad arrivare fino in fondo, riprendendo le fila donde MT le ha lasciate interrotte, per rendersi conto che non è possibile spingersi fin laggiù. Queste pagine non sono solamente o non tanto l’espressione avveniristica di un libero pensiero che avrebbe trionfato di lì a qualche decennio: queste tinte oscure, come la maestosità irridente e laboriosa delle fantasie bibliche, non sono solamente il riflesso macchinoso di un tentativo rivoluzionario durante una fase di tenebra, arretratezza e costrizione: sono cose che appartengono a MT, come grande conoscitore e del cuore umano e delle gabbie in cui l’uomo sarà sempre condannato a vivere coi suoi simili; e in quanto tali sono cosa possibile solo a lui, e del tutto disopra dai tempi. [15 06].

1Presenti nella raccolta a c. di Charles Neider, e stampati per la prima volta nella Hudson Review 3, 1963.

2“The Great Dark”: l’opera in realtà è acefala. Paine registra il ms. come Il racconto degli Edwards, che DeVoto trova improprio. È solo parte di una più ampia nebulosa di testi.

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