600. A quattro mani (meno due): “Duccio è un gran porco”.

18 Ago

DUCCIO È UN GRAN PORCO.

Duccio è un gran porco (come già detto). Quello che soprattutto gli piace è salire sugli autobus, ma non durante l’ora di punta; semmai verso sera, quelle linee che fanno la spola tra centro e prima cintura, e al crepuscolo portano gli studenti del Politecnico dalle loro stamberghe a qualche locale non troppo pretensioso del centro, & viceversa. Gli studenti del Politecnico non sono come quelli di Lettere e di Lingue, sono per metà almeno meridionali, hanno grandi occhî italici che rammentano le sculture romane della decadenza, volti perfettamente triangolari o quasi eccessivamente dolci, un atteggiamento pratico e preoccupato – le loro facoltà sono durissime, e non devono perdere tempo –, hanno parlate soavi e cantilenanti, leggermente ronzanti, velocissime. Hanno le facce stanche, spesso, e spesso piuttosto fiduciose. Si pèrdono, le mattine, in certi complessi grigiastri, monumentali, che si elevano dietro cancellate che sono come fauci aperte, che hanno inghiottito molte generazioni. Quest’ultima frase è perfettamente vera, tant’è ch’è una stronzata majuscola: nessuno che scrive dovrebbe permettersi di lasciar cadere di penna ovvietà del genere. Ma è quello che Duccio pensa.

Ma Duccio non tocca gli studenti del Politecnico: inutile rivangare i vecchî fatti della sua vita, che comunque non sono illuminanti – Duccio è un tarato schifoso a prescindere –, ma per qualche motivo egli si sente uno di loro; preoccupato come loro, braccato dal tempo come loro, micragnoso come loro, dalle dita nervose come le loro, e bello come loro. È chiaro che ha torto marcio: Duccio è brutto e scemo, ha la seconda liceo scientifico (che ha ripetuto tre volte), e può essere solo preoccupato che qualcuno lo denuncj.

Gli è che Duccio tende a prendersela cói ragazzi benestanti, sicuri di sé; di pelo soprattutto biondo o abbastanza chiaro, non molto alti – non gli devono essere alti di cavallo, sennò come fa? – possibilmente senza gli occhiali; piuttosto muscolosi, un filino tamarri, possibilmente, e soprattutto di carattere stronzo. In quel caso è abbastanza contento quando riesce, cólla scusa della calca, a farsi abbastanza vicino da fargli sentire il pesce di carne sotto la stoffa dei pantaloni. Molti di loro sono troppo beneducati per dirgli alcunché. Certi non si spostano nemmeno, quando gli si struscia addosso. Altri si voltano, e gli piantano in volto cert’occhj chiari che dovrebbero spaventarlo cól loro candore intemerato, e gli strappano invece un sorriso imbecille. Cói ragazzi del Politecnico non ce la farebbe mai. Alcuni di loro vengono da famiglie modeste, sono magari destinati ad essere i primi laureati della famiglia, e poi hanno una franchezza che lo spaventa. Non è improbabile che arrossiscano violentemente, si voltino tutt’incazzati, e gli gridino in faccia: Ahò, gumbà, e gli chiedano che cazzo sta facendo; e non mette conto il dire che qualcuno potrebbe tirargli anche una testata in faccia, o una pedata nei coglioni. I figlî di papà invece sono vigliacchetti e ignoranti della vita. Non sanno letteralmente come comportarsi. Duccio fantastica di avere lunghe storie d’amore melenso con qualche ragazzino, a cui vorrebbe insegnare tutto della vita, se solo ne sapesse qualcosa – ma, appunto, è mero delirio, perché non ne sa un’emerita cippa. Povero Duccio. Prende spesso il 13, il 15, talora il 72, ma più spesso il 16. Ama soprattutto prendere tutte le sere verso le 18.00-18.30, il 55, che passa davanti al Politecnico, ma non si sogna nemmeno di pensare al pesce di carne. Siede da qualche parte, o si ferma in un angolo un po’ discosto, e s’incanta a guardare i ragazzi del Politecnico sulla vettura, e quelli fermi alle fermate, e gli vengono le lacrime agli occhî. Vorrebbe essere uno di loro, vorrebbe essere loro; vorrebbe avere un mestiere complicato che avesse che fare cói numeri, e rendesse la sua vita quietamente disperata, ombrosa e piena di segreta dignità, tra viaggî esclusivamente di lavoro, a riparare impianti, o su piattaforme petrolifere.

Duccio non farebbe mai sentire il pesce di carne a uno studente del Politecnico. Specie se meridionale, fuori sede, con quei grandi occhî allarmati, quella pelle d’ambra, quella zazzerina ala di corvo. Fosse nel fargli sentire il pesce di carne la misteriosa alchimia che lo riportasse indietro, gli cambiasse connotati e passato e famiglia e collocazione sulla cartina geografica, allora sì, sùbito. Ma dato che il suo è un gioco che non porta niente di così buono, allora in quei casi si tiene il pesce di carne per sé. E per quegli stronzetti che fanno Lettere, e Lingue, ma anche, volendo, Medicina, o Economia & Commercio – tra i migliori –, Sociologia, Scienze Politiche.

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