599. A quattro mani (“Sposi novelli”).

18 Ago

Mi collego al concorso, del resto assai informale, che Remo Bassini ha indetto già qualche tempo fa, e al quale io e Irene abbiamo partecipato con un racconto, che, noto con piacere, ha fatto incazzare ben due cretine due. 😀

Per la verità all’Irene avevo mandato tre incipit, e non uno solo, buttati giù di fretta;

  • uno, il terzo (Duccio è un gran porco), che è leggermente osceno, non l’ha  toccato, e in fondo la capisco;
  • il secondo (Novelli sposi), che in apparenza era il più gestibile, è quello che avrebbe licenziato più volentieri;
  • il primo, che è quello che secondo me è venuto meglio, è il succitato. Approfittando biecamente del fatto che tanto l’Irene è partita sùbito dopo per una seconda tranche di vacanze, l’ho spedito al posto di quell’altro.

Ma non voglio che il mondo rimanga privo del secondo tentativo, secondo me più opaco, e infatti lo riproduco qui di séguito.

Buona lettura.

**************

Novelli sposi.

Tu, Genziana Adelgonda Capretti Gombertini Filadelfi della Giamberga, toccando oggi 21 luglio 2010 il XCIX anno d’età, scendendo le scale di casa tua, come suol dirsi, un passo dopo l’altro – in realtà non esiste altro modo, ma con questa in fondo stolta locuzione si vuol indicare, di fatto, proprio quel procedere circospetto, quasi che ad un passo non dovesse necessariamente seguirne un altro, e poi un altro ancóra – cólla canuta pidocchiera che appena arriva a racchiudere il turbine dei pensieri, tutti rotanti intorno a quella sola Idea che da 16 lustri, 960 mesi, 4160 settimane, 29220 giorni, 700.800 ore, 42.048.000 minuti, 2.522.880.000 secondi è il centro, è il picco, è la cuspide svettante, è il motore immobile della tua intera vita psichica. Il tuo palazzo, che è sito in una delle zone più tranquille di un centro altrimenti convulso, nella quale s’estollono a cielo fabbriche delle più invidiate ed ambìte dalle agenzie immobiliari e da una wannabe clientela d’arricchiti desiderosi solo di ricompensare con una parte di tanta prestigiosa bellezza la vendita dell’anima e delle chiappe del culo alle atroci ragioni del mercato, possiede in realtà un ascensore: una gabbia del più virtuosistico ferro battuto Jugendstil, che corre in un tunnel verticale a sezione quadrata, dello stesso metallo sinuoso; ma tu, per compiere oggi il tuo dovere e rispettare crismi e rito, non puoi ricorrere a quella elegante facilitazione, che è lì per servirti dal 1920. Così, Genziana Adelgonda, t’eri immaginato il gran giorno: mentre i tuoi piedi, oh! così esili, fasciati nella seta candida, poggiavano con moto alternato ora s’un gradino, ora su quello seguente, pian piano – anche se nelle tue fantasie, certo, non così piano com’è adesso – e la tua veste, panneggio grave di candenti broccati a multipli splendori d’argento, avvolti nella vampa bianca del crespo virginale, ti circondava e ti seguiva, come i cencj del ricordo dell’ultima veste d’un’anima del purgatorio venuta a dare il malinconico addio ai luoghi stati cari durante una vita ormai lontana, di prima che i piedi di bronzo del Tempo alato ne calpestassero la custodia mortale, facendola sprizzar fuori, come dentifricio antibatterico da un tubetto. Con questa pompa leggera doveva il pregio della tua veste, inimmaginabilmente bianca & luminosa, occupare per tre quarti in larghezza la tromba delle scale, con questa lentezza aleggiante dovevi, parvenza voluminosa ma di dubbjssima consistenza, trasformare la pedissequa sequenza dei prosaici gradini, appena nobilitati dal nastro sangue-di-piccione del tappeto, in una sorta di scivolo materiato di nube al tramonto, una cateratta di raggî di sole morente lungo la quale compiere la tua lenta discesa, come una rivelazione di lassù che ondeggiando leggermente venga a baciare la terra; come, ecco, la penna sfuggita alla coda d’un piccione durante una rissa di quelle tipiche tra pennuti; la qual penna precipiti spiralizzando fino ad infilzarsi, cólla parte dell’attaccatura, proprio dentro uno stronzo fresco.

Per quanti anni, Genziana Adelgonda, hai pensato alla perfetta inclinazione del busto in avanti, manco dovessi fare lo slalom gigante: cól busto reclinato in avanti, ma la testa buttata leggermente all’indietro, in modo da non sembrare curva! E come ti sei dilettata, talora, di scendere le scale a piedi come adesso, scegliendo con cura, e senz’alcuna fretta, a quali voltate – lì poggiando la mano proprio su quella crepa del legno, e lì a coprire metà del graffito (quanti anni avrà, ormai?) GIUVE MERDA | W LA FIKA – afferrarti con molta grazia al corrimano, senza eccedere, per non togliere a te stessa quell’aura immateriale, di forma che non poggia da nessuna parte, e se ogni tanto par premere su qualche supporto è solo per precisione manieristica, la stessa che fa assumere agli arcangeli l’aspetto di bellissimi giovanetti.

GENZIANA ADELGONDA CAPRETTI
GOMBERTINI FILADELFI,
C.TESSA
DELLA GIAMBERGA
~
ERMOLAO RAMIRO AYMARI
AIROLDI AICARDI,
B.NE
DELLA CISCRANNA.
OGGI SPOSI.

(Questo recita il raffinato invito, a cifre violette su carta a mano di Firenze. E sotto, centrata, entro un cartiglio, l’impresa delle vostre nozze:

FOELICITAS DIES.

Avevi, sbadata, immaginato, e immaginato per anni!, le due ali di folla, e le cugine zitelle, commosse, ad aspettarti su quella soglia, e tuo fratello con la Riri, poverina, e – sì, c’è da arrossire, Papà, e Mamma, e i fattori, persino, e le compagne di scuola, e… Basta, basta così. Tanto non c’è più nessuno.)

E tu, Ermolao Ramiro Aymari ecc., che ti chiedi quanti gradini abbiano queste scale, che pure per decennî hai salito per raggiungere la porta della promessa sposa, di cui ora hai dimenticato il nome (anche se ben rammenti quanto fosse dotata in matematica)! Tu, invece, Ermolao, hai dimenticato moltissimi numeri, probabilmente tutti i numeri, fatta salva la più infantile delle numerazioni “uno, due e tre!” e così, non contando e insomma ignorando tutte queste belle cose, ignori ovviamente anche il motivo per cui, proprio oggi, 21 luglio 2010, ti ritrovi ad arrancare aggrappato al corrimano, un passo dopo l’altro, verso i piani alti di questo palazzo, che pure è dotato di ascensore.

Eppure, appena sveglio, hai proceduto a vestirti e pettinarti con cura e hai perfino colto un bocciolo di rosa aqua dal vaso in terrazza, per infilarlo nel taschino. Ti sei guardato per un momento, passando davanti allo specchio in corridojo, prima di uscire, e ti è scappato un sorriso.

Dunque, eccoti qua a domandarti quanti gradini ci saranno ancora, per raggiungere non sai bene cosa. Ti fermi per un minuto e tiri un fiato profondo, con un misteriosissimo affanno nel cervello, oltre che nelle gambe e nel petto vecchio. Certo, sarebbe stato più saggio entrare nell’ascensore, ma evidentemente non devi raggiungere uscio alcuno: soltanto le scale t’interessano. Tuttavia, quel che più è buffo, bizzarro, incongruo e strano assai è che tu non ti chieda il motivo di tanta fatica. Ma, come un cane da tartufi, sporgi la testa nella tromba delle scale e punti il naso in alto. Quanti gradini ancora! Che numero mai li conterrà?

Purtroppo, Ermolao, non saprai mai né il numero di gradini, né il motivo del tuo salirli, giacché, seppur sospinto da un istinto oscuro che ben rammenta volti e desideri e pur con la complicità di un tempo decrepito ma misericordioso, a causa della tua smemoratezza numerica, invece che in via XXX n. 32, sei entrato in via XXX n. 23.

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