587. Scheda: R. Schneider – Plenilunio di morte (1972).

3 Ago

Red Schneider, Plenilunio di morte. “Titolo originale: FULL MOON OF DEATH. Versione italiana a cura di: G. Pica. Copertina: Mario CARIA”. Edizioni Antonio Farolfi, coll. “I racconti di Dracula” n° 46, Roma 1972. Pp. 119 + vignette umoristiche di Repetti + avvisi ai lettori + catalogo.

La serie di cui fa parte questa pubblicazione meriterebbe una trattazione estesa (non che ne manchino: v. almeno qui, e anche qui), insieme a molte altre collane che stando alle centinaja di titoli vantati (da ciascuna, dico), quasi sempre per i tipi di case editrici romane oggi scomparse, dovettero raccogliere notevole successo, è costituita da romanzi con falsi credits soprattutto anglosassoni e il nome dell’autore italiano falsamente dichiarato come quello del traduttore: un passaggio obbligato per la letteratura fantastica italiana dell’epoca, che con ambientazioni italiane e nome d’autore italiano non sarebbe stata accetta, in primis forse dagli stessi autori (!), come è avvenuto parallelamente con la fantascienza e con la cinematografia di genere. Parecchj di questi romanzi trash hanno una loro dignità artigianale, coerenza, vitalità, se non originalità – che questa letteratura alienata, tesa all’assorbimento e alla riproduzione di schemi e luoghi comuni ultronei non può assolutamente avere – oltreché una lodevole chiarezza espositiva. Non è il caso del titolo presente, che si segnala solamente per l’incredibile sgrammaticatura, e non ha nessun’aura fantastica, nessuna ingenua fascinazione.

Con stile faticosamente ellittico l’autore recupera La sposa di Lammermoor condendola all’anticomoderna, e approfittandone per fare un bel po’ di casino. Il signorotto scozzese George Solomon, bon vivant continuamente tentato di ridere anche nelle situazioni più tragiche, raggiunge il castello avito di Troyes, funestato da un misterioso fantasma. Un’antica faida tiene tuttora divise la sua famiglia e quella degli Storm, famiglia colla quale tenta una riconciliazione recandosi in amichevole visita dal vecchio Keynes Storm. Il fatto è che in realtà il giovinotto s’è innamorato della vergine bionda nipote di questi, Mary, “candida fanciulla” (dai Personaggi, p. 2). In breve: due donne che il signorotto si tromba nel castello impazziscono, sono possedute da una presenza invisibile e si sfracellano al suolo, gettate o gettatesi da una torre. La presenza, poi – ma è solo un mio sospetto, pressoché un’illazione, ma il testo è troppo fumoso per far capire esattamente alcunché – dovrebbe poi essere Hans, servitore del castello che è rimasto vittima di una trombosi dopo aver visto lo spettro del castello; le violenze e gli omicidj sarebbero resi possibili dal plenilunio di luglio, data maledetta per il castello, e data in cui Hans riacquista capacità motoria e non solo. Sta di fatto che Hans è presente e in piedi nei pressi del luogo in cui avviene il fattaccio, e la prima e la seconda volta; ma il signorotto non pensa nemmeno una volta ad allontanarlo. Tutto molto strano. La candida Mary, che ovviamente colpisce il Solomon anche al cuore e non solo nei sensi, s’impicca; ed è a quel punto che la situazione, anche se non è precisabile esattamente che situazione sia, pare precipitare. C’è una spiegazione razionale, proprio come nei romanzi di Scott e di tutto lo sviluppo del genere castello-con-fantasma che ne è conseguito, che s’intreccia all’elemento soprannaturale: di fatto Hans, ovviamente prima della trombosi, e Angela hanno brigato affinché George Solomon si innamorasse della “rossa maliarda” “Elen” [sic], in modo da ucciderlo e spartirsi colla rossa l’eredità, come i soli aventi diritto rimasti in vita; ma Solomon ha anche una fidanzata, la francese Jacqueline, appunto “la deliziosa fidanzata di George”. Un’apparenza di trama ci sarebbe, ma l’autore stesso si è capìto assai poco.

L’unico piacere della lettura è dato dalle frasi strampalate, senza senso  goffe grottesche, che l’autore semina ovunque, e che sono l’unica dimostrazione del suo particolarissimo genio: “Detestava i viaggi in ferrovia, l’arrivo della [sic] dimessa stazioncina, l’ossequio del vecchio capostazione curvo sulla spina dorsale” (p. 4); “Gli sembrò che l’eco rispondesse con sequele di terribili singulti, nel vuoto o nel cielo” (ivi); “Volando, invisibile e silenziosa con le sue ali cartilaginose, la civetta tornò e gridò da una indefinibile direzione” (p. 6); “George sghignazzò, come se il sarcasmo gli venisse dalle profondità dello stomaco, infrenabile” (p. 7); “E poi c’era la leggenda di Troyes a condire tutto con un alone assurdo” (ivi); “Nonostante che la parte inferiore fosse nascosta dalle fronde degli alberi del parco, restava sempre una grande massa scura” (p. 8); “Ad occhi chiusi un sorriso, un ghigno errò sulle labbra enormi, trasformando quella faccia icasties [sic!]” (p. 15); “Keynes Storm stette ancora immobile, agghiacciato e molle” (p. 19);  “Le vecchie, al villaggio, dicono che tu chiami i morti, che fai i sortilegi… Lo dicono misteriosamente e i vecchi fanno finta di niente, guardandomi” (p. 22); [si può aggiungere anche: “La vecchia accennò una genuflessione e uscì nel buio del corridoio” (p. 24). Mi pare strano che qualcuno accenni una genuflessione, non so perché]; “Era così profondo il silenzio che si udiva il lievissimo sibilo dell’aria nei polmoni dell’amministratore” (p. 27); “Vi ho detto, sir George, che non sono io capace di giudicare” (p. 34); “Lo squillo dissacrante della sua risata risuonò fra le pareti del cortile” (ivi); “Lo sentirono ridere ancora nel rumore degli zoccoli del cavallo” (p. 35); “Stette alcuni minuti ferma a guardare la nuvola di polvere che indicava la strada seguita dal cavallo nero di George” (ivi); “Tutta la Scozia pullula di fantasmi più o meno cretini e romantici” (p. 38); “I contorni del castello di sir Keynes si disegnavano sul colore sulfureo del cielo” (p. 41); “Lo colpì il viso minuto, chiaro, affascinante di semplicità” (p. 42); “Era piuttosto alta ed esile, il corpo modellato di grazia” (ivi); “Il viso scomparve senza che fosse successo nulla di concludente” (p. 45); “Tutto ciò che accadde fu un rimbombare inutile di quelle sue parole gridate troppo forte. L’eco era di grandi proporzioni” (ivi); “Aveva i capelli bianchissimi e le basette molto lunghe e allargantisi sulle guancie [sic]” (p. 47); “E dichiarazioni di tregue e di paci ne sono stati stipulati [sic] più che di guerre” (p. 49); “Tese la mano verso il vecchio e attese le sue esitazioni (p. 50); “Io ho paura soltanto di non riuscire ad averti nel mio letto oppure di averci qualsiasi donna che mi piaccia [? sic]” (p. 53); ” – Ecco il tuo fantasma… – disse, rovesciando la ragazza sulle lenzuola disfatte. – Ed ora ci divertiremo di più. I fantasmi sono famosi per queste cose superiori…” (pp. 58-59); “George rise come al solito e la sua risata squillante rumoreggiò a lungo” (p. 59); “Il vento ululava e sbatteva le imposte con furia rumoreggiando fra gli alberi, fuori, e contro ogni cosa dentro” (p. 61); “… avvicinò la fiammella pericolante allo stoppino” (p. 63); “Era là, immobile, in attesa, tenendo la candela fra le mani a coppa…” (p. 64); “Brutto imbecille, volevi farci l’amore anche da paralitico, eh? Crepa, imbecille!” (p. 66); “… guidato dalla luce della candela che aveva lasciato poggiata al pavimento sotto le gambe di Hans…” (ivi); “… la porta che s’era rinchiusa” (ivi); “La sala grande, in basso, era un inferno di luci incrociantisi trasmesse dalle tante finestre alle pareti” (p. 67); “… cercò di vincere l’oscurità, stringendo le palpebre sugli occhi” (p. 69); “Poi era corsa avanti a lui, vestendosi, dietro” (p. 71); “Accompagnati da Harris, attraversarono il salone principale e alcune sale secondarie, uscirono nella corte grande e raggiunsero una scala secondaria dalla quale si accedeva agli appartamenti della servitù ed a quella, separata, dell’amministratore” (p. 72); “Questo uomo è vittima di una violenta forma di trombosi” (p. 73); “Nascose quel sogghigno blasfemo sotto una mano che portò alla bocca” (ivi); “Lui scoppiò a ridere e si staccò da lei, per essere più libero di ridere meglio” (p. 76); “Mentre lui e il giovanotto bevevano, sentirono il rumore dei passi dietro la porta che introduceva nel cunicolo che portava alla cantina e girarono le teste per vedere entrare sir George” (p. 77); “Angela aveva passato qualche ora nel mio letto, eminenza, e la cosa l’aveva divertita tanto. Ma non tanto lugubremente da farle desiderare la morte” (N.B.: l’ “eminenza”, qui e altrove, è sempre “Kholer”, un semplice parroco) (p. 79); “Kholer si rannicchiò in se stesso” (ivi); “… guardò con occhi spasmodici tutte le altre bottiglie…” (ivi); “Gli occhi di lui erano accattivanti, immobili al disotto delle grandi sopracciglia crinose” (p. 80); “Scomparve fra l’erba alta, dopo[di]ché per un certo tempo ne continuò a vedere la testa bianca scomparire nel folto della brughiera” (p. 83); “Alta, esile, bionda, le gambe nervose e lunghe uscivano dall’orlo della sottana, magre ed eleganti, disegnate con estenuante morbidezza. Il seno piccolo e distante segnava un’onda deliziosamente morbida sotto la stoffa leggera della camicia. I capelli frustavano le sue spalle e il viso” (ivi); “I suoi occhi acquosi sembravano tremare nelle orbite” (p. 88); “… le sue magnifiche cosce erano nude, più nude che se non avesse avuto nulla addosso” (p. 91); “C’era ancora il profumo di quella bambina nella stanzetta della sagrestia e c’era anche il rumore e la litania delle sue parole” (p. 93); “La luna, in cielo, sbiancava a poco a poco, completando il suo chiaroscuro di ombre” (p. 96); “Un alito di vento, … come il tocco di gelide dita dai polpastrelli molli” (p. 101); “… la civetta gridò alle loro spalle e sembrò loro perfino di udire il suo volo flaccido” (p. 101); “Le fece percorrere una buona parte della radura e poi la girò di colpo, facendola roteare fra le sue mani” (si riferisce a una donna, p. 102); “Di tanto in tanto, qua e là, senza una direzione precisa, forse a destra, forse a sinistra o in alto o da chissà dove, il grido della civetta scoppiava e si perdeva senza eco (pp. 103-104); ” – Spegni quella dannata luce pettegola” (p. 105); “Il viso e la parte anteriore del corpo era perciò in una particolare penombra” (p. 106); “[la luna] illuminava anche il nastro snodantesi della strada che veniva dal villaggio” (p. 107); “Un asino montato da un uomo avvolto nel nero arrivava in quel momento” (ivi); “George si passò una mano sulla fronte, sforzandosi di dare al gesto un significato consueto” (p. 109); “Mi avete fatto disturbare per dirmi queste filosofie del cavolo, a mezzanotte?” (p. 110); “Pensavo che i morti fossero aumentati e che voi desideraste un’orazione funebre per…” (ivi); ” – No, volevo soltanto che voi… benediste [sic] questo castello pieno di ombre e di fantasmi, per mettere fine a tutte le scempiaggini secolari che mi stanno tormentando dacché sono tornato” (ivi); “Si contorse mentre qualcosa vinceva, vinceva, e iniziava a possederla” (p. 114); “La maledizione si concretizza… Aiutatemi, eminenza, aiutatemi voi…” (p. 116).

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