586. Mantenuti.

2 Ago

La Nazionale tiene chiuso – eccettuate due ore il dì, 11.00-13.00 – per inventario, o così dicono. Era dunque ora che tornassi alla Civica, che in questi giorni fa orario 8.30-16.00, anche per vedere che cosa mi avrebbero detto di carino dopo questo fatto qui: non ci sarei potuto tornare senza affrontare qualche litigio, ed ero preparato. Al litigio; ma di fatto non c’è stato assolutamente niente del genere.

Ho così scoperto che se non ci fossi venuto – dovevano avere la sicurezza che prima o dopo sarei tornato sul luogo del delitto; ma perché? chi gliel’ha detto? Ci sono tornato, ma questa sicurezza non c’è mai stata – sarebbe stato pressoché impossibile farmi pervenire una comunicazione della Forza pubblica. Sono stato visto, entrando, dalla dott.ssa Cognigni, dall’occhialona assenteista del II piano, e da un pajo d’altre addette, che mi guardavano strano, e un po’ fisso. Sono rimasto in attesa di quello che sarebbe successo, nel frattempo andando avanti con la lettura del Signor Lecoq, che ho appena iniziato e, ironia della sorte, è perfettamente intonato alla giornata.

Tempo di scroccare un caffè e di mettermi seduto in sala lettura, e sono stato raggiunto da un carabiniere alto, tutto ansimante, che mi ha chiesto: “E’ lei il signor Ramanzini?”. “Sì”, ho risposto, con sufficiente sicurezza, appena disorientato da quel “signor”. “Le spiace seguirmi un momento?”. Naturalmente non mi dispiaceva: ci siamo fermati nel vestibolo della sala lettura, dove un altro agente alto, anche lui apparentemente reduce da una lunga corsa, aspettava. Mi hanno chiesto gentilmente un documento, mi hanno chiesto se abito da qualche parte e, se sì, dove – “Da nessuna parte”, ho risposto -, se non ho un recapito telefonico, se non conosco nessuno presso cui sia reperibile. Ho detto che non conosco nessuno e che non sono reperibile da nessuna parte; e che non ho il telefono. Ho aggiunto però che dormo quasi tutte le notti sotto il portico di P.zza Carlo Alberto, e che lì volendo mi si può sempre trovare – oddio, non equivale ad un’abitazione, e poi, metti che una notte passino i loro colleghi e mi facciano alzare, e proprio quella notte mi vengano a cercare, come mi trovano? Ma non credo proprio ci sarà bisogno di raggiungermi lì: mercoledì prossimo sono convocato nella caserma di v. Cernaja, ingresso v. Valfrè, perché “il maresciallo deve fare quattro chiacchiere” con me. A qualunque ora; il maresciallo è a disposizione per le quattro chiacchiere “ventiquattr’ore su ventiquattro”, hanno detto. Potrei andarci a mezzanotte e cinque, volendo.

Ho anche chiesto se percaso sono accusato più di furto, calunnia, diffamazione o tentato omicidio, ma mi hanno detto: noi non sappiamo niente, solo il maresciallo sa tutto. E hanno aggiunto: “Ci raccomandiamo, venga, l’importante è che venga”. Ho assicurato che sarei venuto, e infatti ci andrò – perché non dovrei andarci, mi dico io? Avrei evitato di tornare alla Civica, avessi avuto paura di farmi vedere. Ecco: forse questo è il problema. Che non ho paura. Certo, faccio sempre in tempo a ricredermi, mai dire mai nella vita.

E se ne sono andati, ancòra tutti anfananti – poraccj, con quella corsa che si sono fatti. E tutto perché i mantenuti, quando scoprono l’esistenza della forza pubblica, sono come a baby in a candy shop: tra una colazione alla forchetta e una lite con lo spostato di turno, tra una puntata al cesso e una sessione di gossip duro in corridojo, un furtarello in magazzino e un giretto sui sit più porni di Interdet, fa piacere ogni tanto spezzare la routine, e comporre il 112 o il 113, e parlare con qualcuno di nuovo, e farlo venire, di corsa, magari, così è più divertente, raccontandogli che c’è un pericolosissimo assassino che si aggira tra gli scaffali, che portino la museruola, la retìna e la camicia di forza. Poi, mettersi in un angolo e vedere l’effetto che fa.

Per certa gente la vita è così facile! A volte mi chiedo come cacchio facciano a sopportare il peso di tanto privilegio.

E poi sono curioso, è un’esperienza nuova. Non sono mai stato interrogato dalla forza pubblica, se non quelle due o tre volte che ho dovuto rispondere a qualche facile domanda avendo perduto la carta d’identità. Non ho la più pallida idea se si limitino a fare domande, o se partano in tromba direttamente cogli schiaffoni – non so un cazzo!

Cfr. anche questo, e soprattutto questo.

Insomma, non so che dire, né cosa pensare: vedremo. E’ un salto nel bujo, per me, non so che cosa succederà mercoledì, né che cosa sarà dopo. Il fascino dell’intera faccenda è proprio in questo: novità e incognito.

Che cosa si può volere di più dalla vita, mi chiedo io.

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