Archivio | agosto, 2010

616. Antitesi.

28 Ago

Una che lavora veramente. Prendete esempio, cialtroni!

Il tempo non passa invano; e se lo dico io, che oramai conto la bellezza di 136 primavere & rotte. Ricordo la prima volta che incontrai Riccardo Capirone; era inverno, mi recavo all’emergenza freddo in s.da delle Ghiacciaje — l’incrocio tra corso Lecce / corso Potenza e corso Regina Margherita (che anche lei mangiava con le dita, non dimentichiamocelo mai) è zona di battimento abbastanza intenso — , e mi si avvicinò, roteando il marsupio, sotto quella gru azzurra, fluorescente nella notte depressiva, invitando:

Vieni?“.

“E tu, quanto mi dài?” gli chiesi.

Quanto non rimase basito? Il povero Riccardo! Continua a leggere

615. L’avevate saputo?

26 Ago

Dato che siamo un po’ tutt’in  vacanza, non è poi tale assurdità pensare che a molti sia sfuggito. Né, stando al numero delle visite, pare così ingiustificato il pensare che molti – che dovrebbero essere al corrente – siano in realtà all’oscuro. Nel caso non foste disinformati, pazienza: repetita iuuant in ogni caso.

Inoltre, un’altrettanto giovevole rinfrescata alla memoria, possibile grazie all’acume e alla precisione di Sonia Alfano:

614. Scheda: Schuster, “Contro i propalatori di notizie false su la guerra. Lettera pastorale al popolo Ambrosiano di S.E. il Card. Ildefonso Schuster” ([1942]).

23 Ago

Il card. Ildefonso Schuster, vestito da casa, medita sul destino degli orfani.

Ildefonso Schuster (1880-1954), Contro i propalatori di notizie false su la guerra. Lettera pastorale al popolo Ambrosiano di S.E. il Card. Ildefonso Schuster. Compagnia di San Paolo Milano – “Stampato nella Tipografia PASSONI & VENTURA – Milano, Via Cardinal Federico 7”, opuscolo di pp. 23 [+1], in-32°, Milano [1942].
Vibrante lettera pastorale dell’arcivescovo di Milano, datata il giorno della Presentazione di Maria al Tempio, cioè il 21 novembre. Essa lettera risponde alle dicerie diffuse tra la popolazione e i militari, che la chiesa appoggî economicamente il nemico. Tre sono i papi che si sono succeduti sul soglio di Pietro tra la I e la II Guerra: Benedetto XV, Pio XI e Pio XII. Schuster ricorda come il papa abbia sempre e comunque appoggiato la causa della pace durante ambo i conflitti: specialmente con l’invasione della Cecoslovacchia il 30 09 1938, Pio XI, ormai decrepito, ha alzato la voce in favore della cessazione dei conflitti, offrendo il sacrificio degli ultimi giorni della sua stessa vita a questo scopo, avendo chiamato da dio la dispersione di chi fomenta guerra già nel 1935. Pio XII ha svolto un’intensa opera diplomatica, vôlta a creare intese, ponendosi sulla stessa linea. Ma le voci insistono su fantomatiche sovvenzioni che la chiesa farebbe al nemico, e si dice che persino abbia venduto le campane per questo scopo. Da una parte c’è l‘indipendenza del governo della chiesa, che, ricorda IS, ha tenuto testa ai despoti bizantini, ad Enrico IV di Germania, al Barbarossa, e, dice più avanti, a Napoleone, allorché – è l’ultimo caso – il sommo pontefice preferì languire in prigione piuttosto che appoggiare il blocco continentale contro l’Inghilterra. Ricorda le parole con cui s. Ambrogio, al concilio d’Aquileja, esortò gl’imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio a “non disturbare” il papa, padre comune di tutt’i cristiani. Continua a leggere

614. Scheda: Wood, “Come funzionano i romanzi” (2008).

23 Ago

James Wood (1965), Come funzionano i romanzi. Breve storia delle tecniche narrative per lettori e scrittori [“How Fiction works”, 2008], trad. Massimo Parizzi, A. Mondadori Editore, Milano marzo 2010. Pp.

james wood come funzionano i romanzi mondadoriSono 123 brevi capitoletti, per la verità non costituenti propriamente una storia, ma sottendenti un disegno storico abbastanza semplice e definito, e trattanti questioni soprattutto di estetica, soprattutto estetica del particolare: non si va oltre la valutazione di esso particolare, la notazione della musicalità di determinate soluzioni stilistiche, e il come certe acquisizioni siano possibili agli scrittori. Non vi si tratta di strutture narrative, quindi non è un testo di narratologia; ma rientra nella categoria, sia pure in chiave del tutto discorsiva e non analitica, inquantoché l’arte romanzesca sarebbe da identificare con il particolare centrato ed evocativo – e dunque il romanzo sarebbe una veste d’Arlecchino di particolari evocatìvi e spiritosi.

Tutto sommato è un manuale di buon gusto; o anche un manuale di buon gusto.

Il romanzo è identificato cól romanzo realistico, che in fondo è quel tipo di romanzo le cui procedure stilistiche sono le più tipiche del genere – o del non-genere – da Flaubert al nostro tempo. Flaubert è indicato come il padre del romanzo contemporaneo, in specie con L’educazione sentimentale. Eccettuato il Don Chisciotte, pur considerato premoderno, è verso le risorgenze del romanzo del XVIII sec. in autori come Balzac, o Foster Wallace, o Pynchon che l’autore mostra più fastidio, come autori di qua dalla marmorea e complessa perfezione del “poeta fallito” Flaubert, e aperte all’esuberanza descrittiva, alla creazione di macchiette (bozzettismo), alle scene affollate, all’accumulo. Giunge persino a rimproverare a Pynchon il personaggio del capitàno nazista di un suo romanzo perché “non fa paura”, mentre, poniamo, il Pëtr Verchovenskij dei Demoni di Dostoevskijfa paura eccome”. Continua a leggere

613. Capriccio XXIX.

23 Ago

LA GENTE RIDE.

Febo, io prego te, che a Marsia il vello
Levasti un dì, stanco di stonature:
Un tuo fedele a tante voci impure
Le orecchie ha esposte; e a te par forse bello?
Ghigni, cachinni, risatazze, e quello
Che cavar può dalle più stracce e dure
Corde vocali l’aria, alle tue alture
Certo non giunge; sennò sai il macello!
Deversa a scoppî da ogni gorgia stretta,
Eolo, tua figlia, ché, quasi il maniaco
Al gabbio, l’ha in balìa una barzelletta!
Lei, nata all’ancia; al distico elegiaco!
Ma poiché manco l’ira tua saetta,
Momo a te! E ad un bel blocco cardiaco.

612. Capriccio XXVIII.

23 Ago

SE MI DROGASSI.

Specialmente la sera ho per costume
Ammazzar l’ore con parole altrui,
Disertando perciò gli angoli buî,
Per fruire così il pubblico lume.
Se mi votassi al misterioso nume
Ch’odia la luce, e dessi omaggio a lui
La salute, e i pensieri, e un tempo in cui
Nulla di vera urgenza il tempo assume?
Io che lamento in sempiterno stallo
Non aver bene né di pianto o riso,
Ambo avrei, se nitrisse in me il cavallo!
Consumerei (ed è ora) il corpo liso
Cól riso lieto di beato sballo
In mezzo al lutto di scavato viso!

611. Capriccio XXVII.

22 Ago

NON ESPRIME ALTRO CHE FASTIDÎ.

Mai non udii sfogliare una rivista
Con tanto chiasso quanto il mio vicino;
Mi prudono ambo i piedi, ed ho un moschino
Nell’orecchio, e fa bzzz; stanca ho la vista.
Di letture da farsi ho lunga lista,
E – peggio – ho libri, e non ho comodino;
Scompisciato è l’androne, e nel destino
Credere non mi riesce, benché insista.
Le cioce gaye – non la mia misura –
Sono rotte, e già tocca il grattacorde
La chitarra non lungi; è una jattura.
Urlan due stronze – ma che sono sorde? –
La panchina mi par sempre più dura.
Zanzare ovunque. Ho le mutande lorde.

610. Capriccio XXVI.

22 Ago

DELIZIOSA BAMBINA BIONDA CHE TOSSISCE.

Non m’inganni tu, no, angioletto biondo,
Con quella fresca età ch’alto in te esulta,
Né mi commuove antivederti adulta,
Che ab antico a me il vero mai nascondo.
Poco importa se è tenero, ché fondo
Il petto certo infetto a te sussulta,
E qualche virus la tua fibra insulta,
T’appuzza il sangue, & ti fa il fiato immondo.
Invano sproni il passo tuo lezioso
A corsette, & invano l’occhio pesto
Atteggî a sguardo ignaro & smanceroso:
Dal veder che promessa sei non resto
Pertanto di decubito morboso:
Lungi da me! coll’alito tuo infesto.

609. Capriccio XXV.

22 Ago

I SAMPIETRINI E IL VANDALO.

Tu che dormicchî in ben disposte file,
Dal nome untuoso, stolido e retrivo,
Nescio del tuo potere sovversivo,
Che Marx aspetti ancòra, oh Lump tu vile?
Giusta questa città, che gabba stile
Nerbo mancante – non è difettivo
Ciò che non è – tu sei tanto malvivo
Che a pesticciarti gemi: Oh! ben gentile.
Avess’io in bocca la virtù d’Anfione,
Io ti solleverei con flammeo metro
Contro la Mole (è brutta!) e la Regione.
Ma poiché forza manca anche a me tetro,
Ammacca almeno – & sarò contentone –
Quel Re di ferro ergentesi qui dietro.

608. Capriccio XXIV.

22 Ago

I CANI DI TORINO.

Quale compensazione spiega il caso,
Credo ignoto ad ogn’altro capoluogo,
Per cui un cocker non Buck, Fido o Togo
Qui si chiama, ma Furio, Elvio, Tommaso?
Mi ricordo d’un terrier, pelo raso,
Detto Armando (e un che schifo me l’arrogo),
E un Giordano che del dannato al rogo
Ha il ciuffo; e una Petunia fuor del vaso.
Parchi odono echeggiar le orecchie mie,
E abbajan Marzî, & ustolan Liette,
Guaiscon Pieri, & ringhiano Lucie;
E Cinzia il córso, Irma il bulldòg saette
San guinzaglî sdrucir tempo due vie
Anche con quei bei nomi da stronzette.

607. Scheda: Twain, “Lettere dalla terra” (posth., 1962).

22 Ago

Mark Twain (1835-1910), Lettere dalla terra [“Letters from the Earth”, 1962], trad. Luca Trevisani, per c. Bernard DeVoto, pref. Henry Nash Smith, Editori Riuniti, Roma nov. 1964. Pp. 287 + Ìndice.

Il volume raccoglie materiale perlopiù frammentario e incompiuto. La prefazione di Nash Smith dà conto delle vicende abbastanza tormentate del lascito letterario di Twain, i cui numerosi inediti risultano difficili da curare e da dare alle stampe negli anni immediatamente successìvi anche a causa dell’irreligiosità di diversi di essi. Curatore letterario dell’opera postuma fu dal 1910 al 1937 Albert B. Paine, biografo dell’autore; dal 1937 fu, su proposta della Harper & Brothers, Bernard DeVoto, autore già di saggî su Twain (tra cui Mark Twain’s America, 1932). Il materiale del presente volume fu approntato per la stampa già nel 1939, ma la pubblicazione fu bloccata dalla figlia del’autore, Clara Clemens, che temeva che questi scritti avrebbero dato un’idea falsata del pensiero del padre. Il volume, dopo aver riposato per quasi un quarto di secolo in tre fondi universitarî, approdò alla stampa, quando lo stesso DeVoto era ormai morto, per interessamento di Henry Nash Smith, successivo curatore delle opere di MT; questo grazie al fatto che nel 1960 la personalità volterriana e la caustica filosofia del satirista erano ormai di pubblico dominio grazie ad un alto numero di altre pubblicazioni ed opere critiche, e Clara Clemens aveva frattanto fatto cadere le proprie obiezioni. Nel frattempo alcuni inediti inseriti nella raccolta DeVoto erano stati pubblicati a parte, ma essa raccolta è stata poi data alle stampe interamente da Nash Smith in modo da serbare intatta la concezione del predecessore – che, oltre a fornire “cappelli” anche abbastanza circostanziati ai singoli brani e proprie note esplicative è anche intervenuto sui testi stessi, tagliando e collegando tra loro i brani in modo da garantire innanzitutto leggibilità. I criterî seguìti sono dunque del tutto pragmatici: non è ovviamente né un’edizione critica né una trascrizione diplomatica dei manoscritti twainiani, ma non è nemmeno una libera rielaborazione – per quanto, com’è inevitabile con simili operazioni, il risultato sia da considerarsi discutibile. Si dà conto succinto della logica via via seguìta nel preparare i brani alla stampa in un’apposita appendice.

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606. Scheda: “Le potenti dinastie dell’Egitto” (2000).

22 Ago

Le potenti dinastie dell’Egitto. L’impero dei Ramses. Collana “Antiche Civiltà” [n. 3 (?)], S. Di Fraia Editore [in cop.] / Editoriale Zeus [all’int.], La Spezia 2000. Pp. 127 compresi risguardo, front., ìndice.

Compilazione scolastica, frutto di evidente cura redazionale, dal testo terribilmente pasticciato e sparso di refusi, comunque informativo e chiaro, senza derive antiscientifiche.

Per quanto riguarda l’assetto territoriale, l’Egitto occupa una regione formatasi a Nord, dove s’apre il delta del Nilo, assai per tempo; durante il Terziario, nel Miocene, la valle del Nilo era già tracciata; essa sarebbe stata riempita dalle acque del Mediterraneo nel susseguente Pliocene, grosso modo fino all’altezza della città d’Assuan, e le acque avrebbero raggiunto un’altezza di 200 m. sopra il livello attuale. Ritiratesi nel corso dell’Eocene con ondate successive, le acque avrebbero lasciato traccia del loro passaggio sui versanti, dal caratteristico profilo a terrazze.

Grazie al noto fenomeno delle esondazioni, la valle è incredibilmente fertile; Erodoto, visitatore del paese nel V sec. a.E.V., testimonia che mai il popolo v’ha sofferto la fame – ciò che quando pure è avvenuto, è stato per disordini e contrasti interni –, crescendovi i frutti della terra in grande abbondanza e spontaneamente. Continua a leggere

605. Scheda: Marzano: “L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata” (2008).

22 Ago

Michela Marzano (1970), L’estensione del dominio della manipolazione dall’azienda alla vita privata [“Extension du domaine de la manipulation de l’entreprise à la vie privée”, 2008], trad. Beatrice Magni, A. Mondadori Editore, Milano 2009. Pp. 202.

L’autrice, normalista e filosofa romana, è un cervello in fuga, attualmente professore associato all’università Paris Descartes; è una pensatrice originale influente.

Da un punto di vista storico generale, la nostra êra è caratterizzata dalla fine della società disciplinare, esplicitamente regolata in senso gerarchico; nel passaggio dal mondo antico al cristianesimo la schiavitù fu abolita solo faticosamente e gradualmente, per pervenire ad una condizione nella quale tra lavoro ed azione esisteva una distinzione piuttosto netta: il lavoro era innanzitutto sussistenza, l’azione perteneva essenzialmente al privato ed individuale. Per quanto riguarda la storia recente, al modello totale dell’impresa ottocentesca si sono sostituiti modelli che prendono il nome da formule applicate la prima volta in condizioni specifiche: portando alle estreme conseguenze intuizioni dell’economia classica, il fordismo ha identificato la produzione con la parcellizzazione del lavoro – ogni lavoratore si dedica solamente ad un componente – e con la catena di montaggio, il taylorismo con l’eliminazione totale degli sprechi, ed un lavoro finalizzato in ogni suo momento all’utile, e il toyotismo, infine, ad una produzione esclusivamente on-demand: risposte precise a precise esigenze del mercato, che in modi leggermente diversi si sono comunque fondati su uno sfruttamento intensivo del lavoratore. Nel passaggio da una società perfettamente gerarchizzata ad una democratica, tuttavia, il valore dell’obbedienza ha ceduto il passo a quello dell’iniziativa personale, e quello della fedeltà al proprio ruolo a quello della capacità d’adattamento. Per continuare ad esercitare il proprio ascendente sul lavoratore ed assicurarsene le prestazioni ad oltranza, l’impresa ha messo in atto, con l’ajuto del marketing e di figure professionali nuove (il formatore, o “coach”), una serie imponente di strategie retoriche per dominare il più possibile la volontà e il tempo del lavoratore. Gli effetti nefasti sono di due ordini: Continua a leggere

604. Scheda: King, “Le notti di Salem” (1975).

22 Ago

Stephen King (1947), Le notti di Salem [“Salem’s Lot”, 1975], trad. Carlo Brera, Bompiani, Milano 199519 (19941). Pp. 444.

Arrise un enorme successo a questo secondo romanzo di SK, benché sia un rifacimento del Dracula di Bram Stoker, con personaggî che, per giunta, hanno letto il capolavoro relativo del vecchio scrittore irlandese e sono in grado di notare via via le somiglianze tra la storia che stanno vivendo e il classico; un esempio, a suo modo, di metaletteratura per un sottogenere che tre anni prima (1978) dell’inizio del ciclo di Anne Rice con Intervista col vampiro avrebbe conosciuto ben altre novità. Nel 1996 SK ha poi dato alle stampe una nuova edizione dell’opera, impreziosita da fotografie in bianco e nero della moglie Tabitha e materiale inedito – vale a dire gli scarti di lavorazione del romanzo secondo l’edizione originaria –, segno di un successo durevole.

Si può dire che SK con questo libro dia cappello ad una fitta serie di rifacimenti meglio o peggio fatti dell’opera di Stoker, nei quali il Dracula è sfruttato come fabula, e mi riferisco al gotico maturo, più o meno straccione, degli anni Settanta, fatta salva l’ambientazione semirurale tipica di SK (anche questo romanzo è ambientato nel Maine); laddove, con la Rice, ha inizio il nuovo corso: con lei il vampiro entra strombazzando nella società dei consumi degli anni Ottanta, ammantato di un glamour neobarocco-neoromantico che sarà la sua cifra quasi esclusiva in tutti i venturi esempî del genere, affiorando persino in rivisitazioni parecchio originali come il recente (2004) Fammi entrare di Lindqvist, nel quale sopravvive una seduttività non solo sinistra, ma affettuosa, se non voluttuosa, del vampiro, e una serie di aspetti “umani” di sensibilità, fascino e ironia che servono, anche, a farne un perfetto ajutante magico e un pur contraddittorio e violento raddrizzatore di torti, specialmente per amore. Tanto che anche nelle sue apparenti derive il sottogenere vampiresco conferma quelli che sono i suoi nuovi presupposti archetipici; non è stato SK a fissarli, e il suo contributo al filone non spicca per particolare originalità. Continua a leggere

603. Scheda: Keith, “Darwin” (1955).

21 Ago

Arthur Keith (1866-1955), Darwin [“Darwin Revalued”, London 1955], trad. Mario Pacor, “Biografie” n. 6, Feltrinelli, Milano 1959. Pp. 334.

È la biografia scritta da uno studioso [che però è diventato “scolaro” nel II risvolto] darwiniano che ha avuto curiosamente modo di vivere in Down House, la casa di Downe (Down anticamente), a 32 km. da Londra, in cui Darwin ha passato la gran parte dell’esistenza e in cui ha svolto, circondato dalla famiglia, la sua attività scientifica dal 1842 alla morte. Vale la pena di dire che, eccettuato il lungo viaggio (dicembre 1831-ottobre 1836) sul Beagle, la vita di Darwin non mostra emergenze particolari. La sua è una famiglia di scienziati: nasce il 12 02 1809 a Shrewsbury, dove il padre, Robert, un omone di 1,88 m., s’è stabilito nel 1786; Robert D. è medico, mentre la madre, Susannah, è la figlia di un celebre industriale, Josiah Wedgwood, le cui ceramiche si vendono in tutto il mondo. I Wedgwood sono all’origine della ricchezza su cui Darwin potrà contare (la madre, sposandosi un anno dopo la morte di Wedgwood, porta 25.000 £ di dote, una cifra favolosa) senza dover lavorare per mantenersi, pur rimanendo tutta la vita economo provetto – sono conservati i libri dei conti, accuratissimi, compreso il “Libro rosso” del padre, con la traccia di tutti gl’investimenti fatti, quasi sempre azzeccati, tanto da lasciare in morte un totale di 282.000 £, che comprendono anche i proventi dei suoi libri. Continua a leggere

602. Scheda: Frugoni, “Ricordi e incontri” (1974).

18 Ago

Cesare Frugoni (1881-1978), Ricordi e incontri, A. Mondadori Editore, Milano marzo 1974. Pp. 218 + Ìndice.

Il volume contiene tre prolusioni (sull’etica e la deontologia mediche, in memoria del suo maestro Pietro Grocco e in memoria del condiscepolo Eugenio Morelli) e diversi aneddoti, riguardanti prevalentemente personalità di spicco che il professore ebbe in cura, senza comporre una vera e propria autobiografia. Il professore, un’autentica celebrità al tempo suo, mosse i primi passi in un àmbito scientifico – com’egli stesso fa presente nelle ultime pagine di consuntivo – ancóra di qua dalle inevitabili specializzazioni dei decennî a venire, e anche, in mancanza di più raffinate tecnologie, su un approccio semejologico, fatto di capacità di osservazione, pratica e sensibilità. Ne conseguiva una sorta di figura di super-medico generico, dalla cultura scientifica enorme e in grado di tenere presente in contemporanea tutte le complessità del quadro clinico di un paziente – nei casi migliori, ovviamente, come senza dubbio quello del professore. Laureatosi con Pietro Grosso a Firenze nel 1905, vinse il concorso di primario medico presso l’Arcispedale di s. Maria Nuova nella stessa città nel 1912; lasciò Firenze nel 1921, avendo nel frattempo partecipato come medico militare alla Prima guerra mondiale. Tra il 1922 e il ‘27 fu professore di Patologia clinica a Firenze; tra il ‘27 e il ‘31 docente di Clinica medica a Padova; quindi docente di Clinica medica a Roma fino al 1951, anno del suo pensionamento per raggiunti limiti d’età. Continuò però ad esercitare fino al 1971, ritirandosi dalla professione a 90 anni. Continua a leggere

601. Capriccio XXIII.

18 Ago

Di uno straccione, che gridava NO TAV!!! dai gradini del monumento in p.zza Carignano.

Ma che gridi NO TAV!!!, lurco straccione,
Che hai la voce impastata dalla Crest?
Sei la comparsa, tu, d’un film dell’West
Che raschj e struscj sillabe, fattone?
Che non fosse l’ennesimo cannone,
E il boncio accanto à la Querelle-de-Brest,
Beleresti: ¡Que viva Fininvèst!,
Scemo di guerra; & va a magna’ er sapone.
La Val di Susa, poi – che te ne frega?
Ché avrei ben riso, oh comiziante mulo,
Se avesse urlato anche NO TAV!!! la Lega:
Non ti ci voglion manco per bajulo,
Stronzo!, lassù. E se pure ti s’impiega
A urlar NO TAV!!!, è a traforarti il culo.

600. A quattro mani (meno due): “Duccio è un gran porco”.

18 Ago

DUCCIO È UN GRAN PORCO.

Duccio è un gran porco (come già detto). Quello che soprattutto gli piace è salire sugli autobus, ma non durante l’ora di punta; semmai verso sera, quelle linee che fanno la spola tra centro e prima cintura, e al crepuscolo portano gli studenti del Politecnico dalle loro stamberghe a qualche locale non troppo pretensioso del centro, & viceversa. Gli studenti del Politecnico non sono come quelli di Lettere e di Lingue, sono per metà almeno meridionali, hanno grandi occhî italici che rammentano le sculture romane della decadenza, volti perfettamente triangolari o quasi eccessivamente dolci, un atteggiamento pratico e preoccupato – le loro facoltà sono durissime, e non devono perdere tempo –, hanno parlate soavi e cantilenanti, leggermente ronzanti, velocissime. Hanno le facce stanche, spesso, e spesso piuttosto fiduciose. Si pèrdono, le mattine, in certi complessi grigiastri, monumentali, che si elevano dietro cancellate che sono come fauci aperte, che hanno inghiottito molte generazioni. Quest’ultima frase è perfettamente vera, tant’è ch’è una stronzata majuscola: nessuno che scrive dovrebbe permettersi di lasciar cadere di penna ovvietà del genere. Ma è quello che Duccio pensa. Continua a leggere

599. A quattro mani (“Sposi novelli”).

18 Ago

Mi collego al concorso, del resto assai informale, che Remo Bassini ha indetto già qualche tempo fa, e al quale io e Irene abbiamo partecipato con un racconto, che, noto con piacere, ha fatto incazzare ben due cretine due. 😀

Per la verità all’Irene avevo mandato tre incipit, e non uno solo, buttati giù di fretta;

  • uno, il terzo (Duccio è un gran porco), che è leggermente osceno, non l’ha  toccato, e in fondo la capisco;
  • il secondo (Novelli sposi), che in apparenza era il più gestibile, è quello che avrebbe licenziato più volentieri;
  • il primo, che è quello che secondo me è venuto meglio, è il succitato. Approfittando biecamente del fatto che tanto l’Irene è partita sùbito dopo per una seconda tranche di vacanze, l’ho spedito al posto di quell’altro. Continua a leggere

598. Capriccio XXII.

18 Ago

PALAZZO CARIGNANO.

Quanto (io penso, se in voi gli occhî ora alzo)

V’odierei, archi nove, e dieci stili,

Quanto v’avrei, ventidue vetri, a vili,

Corinzî riccî, ed ornamenti a ʃbalzo;

Io v’odierei, che mille notti scalzo

M’avete accolto, immoti e non gentili,

Massiccî, grevi, e i membri miei sottili

V’inghiottiste senz’inquietezza, o un balzo;

Quanto vorrei di plastico e di bombe

Imbottirvi interstizî, oh soglie amare,

Voi vacue inanità, voi ree, voi tombe,

Voi scure, uggioʃe anche nell’ore chiare,

Voi in complesso agra mole che m’incombe –

Non fosse che ho ben altro a cui pensare!

597. Scheda. Cazzullo: “Verità della parola” (1992).

18 Ago

Anna Cazzullo (-), La verità della parola. Ricerca sui fondamenti filosofici della metafora in Aristotele e nei contemporanei. Edizioni Universitarie Jaca Book, Milano ott. 19922 [1987]. Pp. 232 + Catalogo.

Dev’essere detto che il volume per la gran parte riassume il concetto di metafora in Aristotele (Topica, Metafisica IV, Elenchi sofistici, Poetica, Retorica), in gran prevalenza, pur in funzione della rivalutazione filosofica che si spera essa possa avere alla luce dei più recenti sviluppi della filosofia, specialmente in séguito a suggerimenti di Ricoeur e Aubenque. Infatti il principio informatore di tutta la ricerca consiste nell’affermazione aristotelica secondo cui nell’argomentazione filosofica non può essere usata la metafora inquantoché espressione lontana da quella consueta o “vera”. Da questo punto di vista Aristotele, che per primo si pone il problema di una descrizione scientifica della realtà, ereditava una tradizione – Eraclito, Parmenide, Platone soprattutto – che lo vincolava teoricamente ad una condanna dell’espressione retoricamente ricercata. Platone aveva espulso dalla Repubblica sofisti, retori, poeti ed eristi (il sillogismo eristico, secondo la definizione che ne darà Aristotele, è quello che si basa apparentemente sul senso comune ma arriva a conclusioni non vere), inquantoché, per quanto riguarda la loro arte, essa è basata sull’apparenza simile, sullo ὁμοίος. In un cosmo dominato dalle idee, in cui il mondo sublunare è una pallida eco della perfezione iperurania, una stentata imitazione, la μίμησις, operata dai poeti soprattutto, e dagli artisti in generale, è una cosa perfettamente inutile, nociva. Platone ha anche dedicato un dialogo al Sofista (ugualmente ha scritto un Gorgia, &c.), in cui ha stabilito le differenze tra il ricercatore della verità filosofo e chi si serve delle parole per manipolare un pubblico, facendo apparire le cose come non sono. Continua a leggere

596. Impressioni mattutine.

14 Ago

Piazza Vittorio. Però qualche annetto fa, & col sole.

Stamane pioveva di nuovo, molto forte; per questo era impossibile, faute de montre, sapere che ore fossero quando mi sono svegliato, perché era bujo. Due donne che passavano parlando ad alta voce all’altro capo del colonnato non facevano fede: di lì passano anche molti che vanno, a piedi, alla stazione, e il primo treno parte alle 4.40. Ho dovuto aspettare che spiovesse un poco, poi sono andato a prendere il 13, dove grazie all’obliteratrice ho saputo che era mostruosamente presto – le 6.25, ciò che vuol dire che non mi sono svegliato dopo le 6.00. Ho raggiunto l’Oftalmico, e mi sono preso un caffè. Non ho il computer dietro, quindi non mi sono soffermato a vedere se si prendeva qualche wireless – e poi la mappazza che mi porto dietro per quasi tutta la settimana non prende molto bene. Fumata la sigaretta, ha ripreso ovviamente a piovere, motivo per cui ho attraversato via Juvarra, rimanendo il più possibile accosto al muro, anche se era praticamente inutile, raggiungendo i portici di corso s. Martino. Qui c’era già parecchia gente, che però era un manipolo di gitanti che aspettava zaino in spalla il pullmann per Caselle; tutti molto allegri, mentre io, che strascicavo i piedi, ero assorto nel mio pensiero dominante – e cioè che non voglio passare un altro inverno a Torino. Quest’anno l’escursione termica ebbe qualcosa di eroico, s’è passati dai -15 gradi della brutta stagione ai quasi 40 dei giorni più caldi, e ha piovuto poco. Le piogge attuali hanno molto dell’autunnale, può darsi che la stagione sia già rovinata. Ma devo, devo arrivare a farmi quella settimana, quelle due settimane al coperto e al chiuso, è indispensabile per arrivare da qualche parte; o meglio, per sapere se è possibile arrivare da qualche parte, e, se sì, come. Continua a leggere

595. Scheda: Di Jacovo, “Tutti i poveri devono morire” (2010).

12 Ago

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Giovanni Di Iacovo (1975), Tutti i poveri devono morire, Castelvecchi, coll. “Le torpedini” n° 4, Roma luglio 2010. Pp. 156 + ìndice + catalogo.

Questo romanzo, che si legge in due ore, è complicatissimo.

Tutti gli assassini del mondo sono uniti in una grande organizzazione verticista, il Cenacolo degli Assassini. Sua antenata è la Setta degli Assassini nata in Medio Oriente nell’VIII secolo, poi capeggiata, dal 1094, da Hasan Ibn-as Sabbah, il leggendario “Vecchio della Montagna”, che le conferì struttura militare e politica, ribattezzandola Ordine degli Assassini ed estendendo la sua influenza in Siria e in Persia. Ma la politicizzazione e la militarizzazione, togliendo all’organizzazione la sua funzione meramente edonistica, incontrò il dissenso di alcuni, portando alla scissione sotto la guida di Elisabetta Battori (1560-1614), che costituì coi dissidenti il Cenacolo degli Assassini. Continua a leggere

594. A che punto siamo.

11 Ago

Grazie proprio ad una (civile) bibliotecaria, sono venuto a sapere che quegli strani figuri che si aggirano in questi posti odiosi non sono pubblici ufficiali, manco per il piffero, ma definisconsi invece incaricati di pubblico servizio. Sono contento che così sia, perché in questo modo la mia parola vale di più. Ho rinvenuto anche un testo, vecchio come d’altronde anche le strutture, gl’impiegati e le leggi relative, sulla normativa delle biblioteche: se non è troppo nojoso ne studierò qualche estratto, e poi ne darò conto puntuale & esaustivo qui sopra.

Appena riesco, ricomincio a postare schede, che sto ricopiando – e mi dà un senso di tedio devastante – a parte. Comunque non c’è gran fretta.

Vado a mettere le mie due mani nel racconto che scriverò in collaborazione con opi, per il concorso indetto da Remo.

593. Diffamazione.

9 Ago

Mai più pensavo di tornare in argomento, ma Marco Palasciano, col solito senno, mi fa notare su facebook – sede in cui non riesco al momento a rispondere, sarà un problema tecnico; ma comunque il discorso merita di essere affrontato a parte – che le mie espressioni a riguardo della putrida donna di cui sotto, oltre a riferirsi alla stessa con tanto di nome-e-cognome riportato, sono estremamente volgari e pesanti e lesive; e di per sé stesse passibili di denunzia, come diffamazione a mezzo internet.

E’ effettivamente per questo che non ho pensato né a controdenunzie né a muovermi in altro modo; punto 1. perché di tutta questa faccenda, come al lettore avveduto sarà già venuto fatto d’arguire, di là dalla benedetta mia solita prolissità, non me ne frega assolutamente niente; punto 2. perché non so, effettivamente, che cos’abbia fatto scrivere la slandrona nella denuncia. Non posso sapere se la chiatta si sia limitata alle ingiurie o se abbia anche tentato di procedere contro quello che di lei ho scritto. Sta di fatto che ha risposto, qui sopra, col pietoso nick di “Veronica” – coll’unico risultato di farsi riconoscere benissimo e di fare la figura della vigliacca, dato che il suo nome qui sopra c’era già, quindi già che c’era tanto valeva firmarsi -, ribadendo, N.B., la questione indimostrabile del libro nel cesso (diosanto, che livelli) e la sua stravagante posizione ideologica, per cui uno che in un pubblico ufficio come questo “non si trova bene” dovrebbe rinunciare a venirci – perché è ovvio, questo sembra un pubblico ufficio, in realtà è casa di Lardo Jane, e noi qui dentro siamo tutti sulle sue spese. Ma va in miniera, cesso a pedali! (“Riki” è invece un cameriere ricchione che fa avantindré coi vassoj in via Po).

In effetti una bibliotecaria di nome Daniela, molto gentile e intelligente, mi ha altre volte raccomandato, conversando del più e del meno, del per e del diviso, di “fare attenzione” col blog, dal momento che i bibliotecarj, specialmente quelli che hanno troppo da fare, cercano spesso il proprio nome-e-cognome qui sopra, e ogni tanto sono pure intervenuti. Faccio memoria, però, che oltre a Grazia Tota, avrei da temere denunce anche da Antonio Pavone, Davide Monge, Andrea Guazzotto, Laura Scarpellino, Giacomina Tagliaferro, Max Ramanzini, Federica Minetto, Roberto Bellantone, & altri nomi che è nausea il riferire, più tutta una serie di non-persone con cui me la sono presa nel frattempo, esclusine solo quelli che non potrebbero denunziarmi solo perché ho sempre ignorato il loro cognome – altrimenti ce l’avrei messo, è chiaro – e alcuni con cui non ho avuto ancòra l’uzzolo o l’estro di prendermela. Continua a leggere

592. E quattro!

7 Ago

Anche questo blog, connesso in qualche modo con quegli altri, ha disattivato i commenti.

Volevo, di questo post, far notare questa frase qui: non posso farlo là, lo faccio quissopra:

Anche quest’anno il corso è stato svolto presso la Scuola C.T.P. Drovetti di Torino risquotendo un’ottimo successo con soddisfazione e partecipazione dei partecipanti.

Per qualche strano caso di fortuna la owner è laureata. O almeno così m’avevano detto.

Ora, a me di tutto il discorso della solidarietà, della droga, del Sozial non me ne frega niente – finché è affrontato così alla mentula di cane, almeno. Solo che mi dà la morte in cuore pensare a quanto sarebbe divertente imbastire qualche pittoresco botta-e-risposta in qualcuno di questi blog, periodicamente, perché – veramente – sono per me così stimolanti. Magari poi si leticava, si coinvolgevano altre persone, era tutto uno schizzar di vaffanculo e taccitua come le fontane di Versaglia, o gli sputi incrociati di giovani prostituti nella sala buja di qualche cinema di periferia.

E invece non posso; è assurdo.

591. Perché non posso commentare?

6 Ago

Secondo me è vagamente contraddittorio che siti solidali come quello di stanchidiattendere, o dei tossici, o addirittura quello dei gabriolesi abbiano i commenti chiusi. Sono appena stato a lèggere questa interessantissima cosa su Sabbri sul tetto, e volevo assolutamente dare il mio contributo:

Bravi, bravi, fate bene. Sgombrate il CIE, e metteteci dentro Guazzo & famiglia

ma purtroppo quando ho dato l’invio m’è uscita questa scritta:

You are not allowed to proceed with this request.
The captcha you have entered is wrong.

Sennonché non c’è nessun codice captcha, ciò che vuol dire che i commenti non funzionano, o non funzionano per me – ma ragazzi, fareste questo a me? -, e comunque che non funzionino i commenti né dall’una né dall’altra né dall’altra parte ancòra mi pare una coincidenza sinistra.

Uno si sente imbavagliato & respinto.

590. Come sospettavo.

5 Ago

https://i2.wp.com/www.gwava.it/blog/imgs/linea_cava_2.jpg

Non ho parlato coll’avvocata che m’avevano dato d’ufficio perché ho parlato con un’altra. Di fatto mi sono trasferito armi & bagaglj presso un altro studio legale. Intanto pare che in tal modo ottenere il codice fiscale a forma di badge diventa un giuoco da ragatzi, è sufficiente per dire che la cosa ha avuto i suoi risvolti positivi. Il codice fiscale a forma di badge è inviato direttamente da Roma, dal ministero, se non si ha una residenza è molto difficile farselo mandare. Continua a leggere

589. Scheda: Barbery, L’eleganza del riccio (2006).

4 Ago

Muriel Barbery (1969), L’eleganza del riccio [“L’élégance du hérisson”, Paris 2006], trad. di Emanuelle Caillat [diario di Paloma] e Cinzia Poli [diario di Renée], Edizioni e/o, Roma 12 05 2008(16.a) [2007(1.a)]. Pp. 321 + Indice + Catalogo.

L’autrice, che qui si dà nata a Bayeux e su wikipedia a Casablanca, è docente di filosofia a Saint-Lô. Al romanzo (il suo secondo) ha arriso uno straordinario successo europeo; nel 2009 ne è stato tratto un film, abbastanza fedele sia alla lettera sia allo spirito del romanzo, con l’unica differenza sostanziale che nella pellicola la piccola Paloma tiene un diario videoregistrato e non per iscritto, e poche differenze secondarie (tra cui il gag del pesce rosso della sorella di Paloma, Colombe [Colombà nel film], vuotato nel cesso dalla prima e ripescato in séguito in un altro cesso – dopo un avvelenamento da barbiturici). Continua a leggere

588. Che delusione.

4 Ago

Essendomi svegliato stamani alle 6.30 al più tardi, come quasi tutt’i giorni, ho creduto bene di andare all’Oftalmico a prendermi il caffè ed espletare qualche funzione irrinunciabile, e poi avviarmi pian piano in via Valfrè, dove i due carabinieri mi avevano detto di presentarmi quest’oggi mercoledì 5 agosto 2010, senza peraltro darmi indicazioni sul come, il che cosa, il perché, né darmi un pezzo di carta, o indicarmi con chi di preciso dovevo parlare – ma dicendomi solo che “il maresciallo” sarebbe stato a disposizione 24 ore su 24, nientedimeno. Nulla di strano che alle 7.30 o lì intorno mi presentassi di fronte alla caserma, semmai sperando che il maresciallo non fosse troppo assonnato.

Ma i due di piantone mi hanno detto che il maresciallo non c’era, né ci sarebbe stato; che ci sarebbe stato, ma a partire dalle 8.00, il brigadiere, e che mi ripresentassi. Continua a leggere

587. Scheda: R. Schneider – Plenilunio di morte (1972).

3 Ago

Red Schneider, Plenilunio di morte. “Titolo originale: FULL MOON OF DEATH. Versione italiana a cura di: G. Pica. Copertina: Mario CARIA”. Edizioni Antonio Farolfi, coll. “I racconti di Dracula” n° 46, Roma 1972. Pp. 119 + vignette umoristiche di Repetti + avvisi ai lettori + catalogo.

La serie di cui fa parte questa pubblicazione meriterebbe una trattazione estesa (non che ne manchino: v. almeno qui, e anche qui), insieme a molte altre collane che stando alle centinaja di titoli vantati (da ciascuna, dico), quasi sempre per i tipi di case editrici romane oggi scomparse, dovettero raccogliere notevole successo, è costituita da romanzi con falsi credits soprattutto anglosassoni e il nome dell’autore italiano falsamente dichiarato come quello del traduttore: un passaggio obbligato per la letteratura fantastica italiana dell’epoca, che con ambientazioni italiane e nome d’autore italiano non sarebbe stata accetta, in primis forse dagli stessi autori (!), come è avvenuto parallelamente con la fantascienza e con la cinematografia di genere. Parecchj di questi romanzi trash hanno una loro dignità artigianale, coerenza, vitalità, se non originalità – che questa letteratura alienata, tesa all’assorbimento e alla riproduzione di schemi e luoghi comuni ultronei non può assolutamente avere – oltreché una lodevole chiarezza espositiva. Non è il caso del titolo presente, che si segnala solamente per l’incredibile sgrammaticatura, e non ha nessun’aura fantastica, nessuna ingenua fascinazione.

Con stile faticosamente ellittico l’autore recupera La sposa di Lammermoor condendola all’anticomoderna, e approfittandone per fare un bel po’ di casino. Il signorotto scozzese George Solomon, bon vivant continuamente tentato di ridere anche nelle situazioni più tragiche, raggiunge il castello avito di Troyes, funestato da un misterioso fantasma. Un’antica faida tiene tuttora divise la sua famiglia e quella degli Storm, famiglia colla quale tenta una riconciliazione recandosi in amichevole visita dal vecchio Keynes Storm. Il fatto è che in realtà il giovinotto s’è innamorato della vergine bionda nipote di questi, Mary, “candida fanciulla” (dai Personaggi, p. 2). In breve: due donne che il signorotto si tromba nel castello impazziscono, sono possedute da una presenza invisibile e si sfracellano al suolo, gettate o gettatesi da una torre. La presenza, poi – ma è solo un mio sospetto, pressoché un’illazione, ma il testo è troppo fumoso per far capire esattamente alcunché – dovrebbe poi essere Hans, servitore del castello che è rimasto vittima di una trombosi dopo aver visto lo spettro del castello; le violenze e gli omicidj sarebbero resi possibili dal plenilunio di luglio, data maledetta per il castello, e data in cui Hans riacquista capacità motoria e non solo. Sta di fatto che Hans è presente e in piedi nei pressi del luogo in cui avviene il fattaccio, e la prima e la seconda volta; ma il signorotto non pensa nemmeno una volta ad allontanarlo. Tutto molto strano. La candida Mary, che ovviamente colpisce il Solomon anche al cuore e non solo nei sensi, s’impicca; ed è a quel punto che la situazione, anche se non è precisabile esattamente che situazione sia, pare precipitare. C’è una spiegazione razionale, proprio come nei romanzi di Scott e di tutto lo sviluppo del genere castello-con-fantasma che ne è conseguito, che s’intreccia all’elemento soprannaturale: di fatto Hans, ovviamente prima della trombosi, e Angela hanno brigato affinché George Solomon si innamorasse della “rossa maliarda” “Elen” [sic], in modo da ucciderlo e spartirsi colla rossa l’eredità, come i soli aventi diritto rimasti in vita; ma Solomon ha anche una fidanzata, la francese Jacqueline, appunto “la deliziosa fidanzata di George”. Un’apparenza di trama ci sarebbe, ma l’autore stesso si è capìto assai poco. Continua a leggere

586. Mantenuti.

2 Ago

La Nazionale tiene chiuso – eccettuate due ore il dì, 11.00-13.00 – per inventario, o così dicono. Era dunque ora che tornassi alla Civica, che in questi giorni fa orario 8.30-16.00, anche per vedere che cosa mi avrebbero detto di carino dopo questo fatto qui: non ci sarei potuto tornare senza affrontare qualche litigio, ed ero preparato. Al litigio; ma di fatto non c’è stato assolutamente niente del genere.

Ho così scoperto che se non ci fossi venuto – dovevano avere la sicurezza che prima o dopo sarei tornato sul luogo del delitto; ma perché? chi gliel’ha detto? Ci sono tornato, ma questa sicurezza non c’è mai stata – sarebbe stato pressoché impossibile farmi pervenire una comunicazione della Forza pubblica. Sono stato visto, entrando, dalla dott.ssa Cognigni, dall’occhialona assenteista del II piano, e da un pajo d’altre addette, che mi guardavano strano, e un po’ fisso. Sono rimasto in attesa di quello che sarebbe successo, nel frattempo andando avanti con la lettura del Signor Lecoq, che ho appena iniziato e, ironia della sorte, è perfettamente intonato alla giornata. Continua a leggere