584. Scheda: A.M. Ferretti – Anna e il mistero dell’Opera (1965).

31 Lug

Annamaria Ferretti, Anna e il mistero dell’Opera. Copertina e 5 illustrazioni a colori f.t. di A. Baita. Edizioni CAPITOL, coll. “Betty” n° 1, Bologna 1965 (rist. 1968). Pp. 161 + Indice.

E’ un  romanzo per ragazzine, giusta il target descritto in quarta (“Collana ‘Betty’: una letteratura serena e formativa per bambine che si affacciano alla vita”), mediocrissimo ma storicamente interessante per la ricezione della figura del cantante d’opera.

Nel teatro dell’opera di una città non precisata ma da identificarsi con Firenze sta per andare in scena la Traviata, nell’allestimento di un giovane brillante regista ungherese, di nome Oscar, con la famosa star Bellinzon, vera primadonna-strega. Anna, la protagonista, liceale che fa praticaccia nella redazione del giornale cittadino, è incaricata di fare la cronaca mondana della serata, ma sin dal primo momento, appena dopo aver conosciuto il giovane e iracondo regista Gian e la sua fidanzata Carolina, che è primo violino, si trova invischiata in una faccenda misteriosa con al centro la Bellinzon.

E’ costei che durante le prove irrompe in scena con la corbeille d’un ignoto ammiratore, ornata di fiori viola. La Bellinzon è sicura essere stato fatto per darle il malanno. Guardacaso, Anna conosce il fiorajo che ha confezionato la composizione, e ci va con Gian e Carolina; qui Carolina fa finta di conoscere l’acquirente e di doverlo contattare, ma di aver disgraziatamente dimenticato il suo nome. Ovviamente il fiorajo non lo conosce, ma ha visto che è arrivato su un tassì guidato da un autista con una grande voglia di vino in faccia. Risalgono al tassista, che dice loro di aver prelevato lo strano signore, vestito molto formalmente con tanto di ghette, presso un prestigioso albergo cittadino. Grazie ad un cameriere sveglio e gentile riescono a sapere che il misterioso signore ha solo fatto pensare al tassista di essere residente all’albergo, mentre non v’ha mai abitato. Comunque ora ne hanno una descrizione abbastanza precisa, ed escogitano di travestire Arnoldo, anziano lavoratore del teatro, detto “il Poeta”, e di fargli fare la parte dell’anziano ammiratore della Bellinzon, e fargliela incontrare, in modo da rassicurarla. Arnoldo è un ex-cantante che ha provato inutilmente la carriera di solista, per rassegnarsi a far parte del coro e poi, quando non ce l’ha più fatta con la voce, a prender parte degli spettacoli solamente come comparsa.

L’incontro con la Bellinzon va benissimo: la primadonna s’acquieta, tutto sembra essere stato dovuto ad una goffa scelta di colori. I tre però continuano a cercare chi possa essere stato veramente. Si sta per andare ormai in scena, e si producono altri tre incidenti: prima qualcuno manomette le luci, in modo che quando fossero puntate in viso alla primadonna questa apparirebbe verde come uno spettro; poi, poco prima di andare in scena, qualcuno sostituisce il canarino femmina che dovrebbe far parte della scena del salotto di Violetta con un maschio canterino; infine, quando è ormai troppo tardi per intervenire, si accorgono che la tenda del baldacchino di Violetta, tenda alla quale la primadonna è solita aggrapparsi cantando l’Addio del passato, è stata mezza sfilata, in modo da fargliela cadere addosso appena la toccherà. In questo caso è Anna che, travestita da Annina, in sostituzione della cantante titolare, che purtroppo è austriaca e non capirebbe mai le istruzioni che dovrebbero darle, è incaricata di fare un’entrata supplementare necessaria a mettere in guardia, a bassissima voce, la cantante acché non s’aggrappi alla tenda.

Nel frattempo il maggior indiziato è parso Oscar, che ha inutilmente taciuti agl’investigatori improvvisati d’aver già incontrato la Bellinzon all’inizio di carriera al Covent Garden, quando per una Carmen la diva aveva rifiutato di collaborare coll’ancor sconosciuto regista, non mancando però di soffiargli alcune idee registiche. Nonostante tutti i motivi che ne avrebbe avuto, il colpevole non è però lui.

Il colpevole si scopre da solo. Il canarino maschio è stato portato in tutta fretta lontano dalle quinte, nei camerini. Qui l’uccelletto può cantare a sua posta; ed è qui che qualcuno che conosce benissimo quella vispa vocina viene a recuperarlo. Quel qualcuno è Arnoldo. Il canarino era in casa sua quando i tre erano venuti a proporgli il travestimento, ma il vecchio aveva coperto la gabbia con un panno e l’aveva nascosta sotto il letto, impedendo al canarino di rivelare la propria presenza.

Richiesto, ovviamente, di spiegare come mai questi dispetti, Arnoldo il Poeta spiega di averlo fatto per la figlia Milly, che spronata dal padre a fare la carriera che lui non era riuscito a fare, dotata dalla natura di bella voce e talento, aveva avuto stroncata la carriera per un banale incidente. Avendo come doppio una sconosciuta cantante, arsa di sete aveva chiesto a costei un bicchier d’acqua; questa cortesemente gliel’aveva porto – ma l’acqua era gelata, e la poveretta aveva avuto una congestione, la recita era andata a monte, e la sua sfolgorante carriera pure!

Gian non capisce, perché conosce questa Milly; era dotata, può essersi dispiaciuta per com’è andata a finire, ma è felice, è madre e sposa soddisfatta. A lei non mancava il talento, ma le mancava la grinta, che è altrettanto importante.

Non è priva d’interesse questa diva dagli “occhioni neri” (p. 154), di cui Arnoldo Ricci racconta:

“La Bellinzon… Bellinzon! Non deve essere nemmeno il suo nome vero. Era una straniera, nessuno la conosceva, non si sapeva come avesse ottenuto l’incarico di sostituta. Ne sono passati degli anni, ma non scorderò mai la prima volta chje la vidi: occhi e capelli neri, un’aria da strega, da zingara. – Anna capisce che cosa vuol dire Arnoldo: la grande diva emana infatti intorno a sé un’aura un po’ sinistra, un’atmosfera di stregoneria o di mistero” (pp. 153-154).

“…quella zingaraccia…” è ovviamente il prototipo del soprano post-Callas, nell’anno sesso del ritiro ma cnsegnata all’immaginario collettivo, ma anche a quello individuale di chi poi l’ha conosciuta meglio (a livello infimo, da rotocalco, v. Renzo Allegri, di cui è tipica anche una produzione semisotterranea di romanzi pornografici incentrati su dark ladies), ornata di tutte le qualità che ella in misura somma non aveva: quali l’attitudine al plagio (che consente però di accozzare Traviata e Carmen nello stesso repertorio, cosa che ha senso solamente per quanto riguarda la sua figura, essendo stata l’unica a saper dare di ambo i ruoli interpretazioni di assoluto riferimento [si ricorda, volendo, un analogo esperimento anche della Moffo, ma ovviamente con esiti molto differenti]), che è anche un errore formale – la diva canta, non si occupa di regìa – che è spia del notevole peso che la mitica figura, anche a livello di vulgata, aveva nelle scelte relative alla scena; e l’attitudine allo sgambetto, che fa un po’ sorridere riferito alla cavalcatrice della tigre, che risolveva a pugni i contenziosi coi colleghi – maschj – e che nello stesso ’65 anfanante e febbrile, nel confronto sleale con una giovane  e insensibile Cossotto in una Norma parigina, non recedeva dal ribadire la sua supremazia con una ragionevole dose di manacciate e di schiaffi. A cinquantacinque anni di distanza, sembra di poter tirare un sospiro di sollievo: la Callas-versiera è stata restituita, anche nella percezione popolare, alla sua autentica caratura di “incommensurabile sfigata” (Raffaele Abbate), liberando la propria figura, franca e tetragona, da quelle tante sovrastrutture che ne facevano solo la migliore tra tante, e non, veramente, l’unica. [07 06]

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