578. Scheda: Lucatelli – Come ti erudisco il pupo (1915).

31 Lug

Luigi Lucatelli (1877-1915), Come ti erudisco il pupo. Conferenza paterno-filosofica ad uso dell’infanzia e degli adulti, col riassunto di un decennio di pubbliche proteste nella libera stampa e con l’aggiunta dei ricordi della famiglia e carriera di ORONZO E. MARGINATI (1915). Introduzione di Marcello Marchesi. Illustrazioni di Scarpelli, Finozzi, Guasta. Biblioteca Universale Rizzoli, Milano febb. 1972. Pp. 215 + Sommario.

[pupo.JPG]E’ il capolavoro assoluto della letteratura italiana dei mezzemaniche, e consiste nella raccolta, scandita in 11 unità, degli articoli che il Lucatelli pubblicò sul giornale umoristico “Il Travaso delle idee” di Roma (e vedi anche qui). Premorto a causa di malattia, fu postumamente omaggiato nel dicembre 1915 dalla redazione del giornale con la pubblicazione in volume del materiale precedentemente fornito al giornale. Il cognome “E. Marginati” non ha diretta valenza sociale – non nella nostra accezione – ma proviene dalla terminologia cancellaresca (“emarginare una pratica”).

Il protagonista è un ometto qualunquista e limitato, ma onesto e di retto sentire, che vive con moglie (la Terresina, di cui s’è innamorato vedendola prodursi durante una recita amatoriale), il pupo (Filippo Oronzo) e il pensionante, sor Filippo, il cui nome è stato dato al pupo unitamente a quello del padre, ad indicare la stretta simbiosi tra gli abitanti della casa, oggetto anche, ovviamente, di qualche immancabile diceria da ballatojo dalla quale il Marginati sente dover difendersi con la consueta forza. In base al profilo biografico che conclude il volume (“Quello che mi aricordo de le cose mie“, pp. 181 ss.), possiamo seguire il cursus honorum dell’eroe, che tra una finta raccomandazione ed una spintarella va prima a servizio in casa di signori, poi entra in uno studio d’avvocato come praticante, e infine diviene “giornalista” nella “libbera stampa”: salvo il finale, un curriculum piccoloborghese, ma tipico di una piccola borghesia sempre a rischio di caduta nel sottoproletariato (la sentina nera dei “proletagli”, dove il Marginati ha l’incubo di finire). E’ un punto di vista, il suo, che consente di dare un’immagine di vite minime nella Roma all’ombra dei ministeri ritratta fino a poco prima dal romanzo parlamentare, e insieme, anche, di recuperare una coscienza critica ingenua e a suo modo efficace, capace di liberare da tante sovrastrutture, e di cogliere tensioni e disorientamenti diffusi trasversalmente alle soglie del Primo conflitto mondiale.

In politica egli è, come detto, uomo qualunque, ma l’uomo qualunque è anche, secondo lui, quello che ha fatto l’Italia; è un uomo qualunque comunque schierato e appassionato, che insegna al pupo la debita reverenza nei confronti della statua di Garibaldi e il culto dell’Unità; che teorizza e descrive il “dentiverdismo“, la corrente dei “puzzafiato” disfattisti e antipatriottici. Non ha fiducia nei sindacalisti, ma la sua è critica dal basso, che non vede nel sindacalismo un pericolo ai proprj inesistenti privilegj, ma un’accozzaglia di arrivisti affamati di carriera che mai lo difenderanno. E’ pavorosamente polemico col Kaiser Guglielmo, grande incubo di quegli anni.

Ma ha anche chiare nozioni di etica applicata all’estetica: sua bête noire è il Corrado Brando dannunziano, che gli fa paura come annunciatore di un superomismo distruttore e insensibile, e gli appare ridicolo come copertura di un basso vampirismo; descrive, ed è una delle parti più felici, tra diverse, l’effetto plagiario che il superuomo da salotto ha sulla Terresina, che con effetti irresistibilmente comici si fa superdonna a sua volta.

Ci sono interessantissime recensioni musicali. Per conto del “Travaso”, infatti, il Marginati assiste ad una recita del Parsifalle

(“Lei si figuri un viaggio in ferrovia indove ora sbuchi in un paesaggio che lèvati, indove il core te si apre e ti pare di sentire qualche cosa come la marcia de l’Aida, multiplicata per dieci, indove Mimmì, la fioraglia, ce si perderebbe come una ciriola ne l’oceano Pacifico, e in altri momenti viaggi in un tunnele indove nun senti che lo stantufo de la machina e provi l’impressione che ti vogliano persuadere con la violenza”, p. 147),

di Pelleossi e Melisenda e Salomè. Regolarmente il Marginati non ci capisce nulla, ma, come dimostra il branetto impressionistico sul Parsifal, in realtà capisce tutto; per quello che crede di non capire, c’è a sua disposizione a tutte le recite un intellettuale piuttosto sdrucito che si presta a ribadirgli tutti gli estetismi filosofeggianti di moda, normalmente in cambio di mezzo sigaro o qualche altro piccolo emolumento. Il suo nemico numero uno rimane tuttavia D’Annunzio, col suo “disprezzo dell’uomo qualunque“, e con la sua più diretta conseguenza, il Futurismo. In quel suo modo garbato e risentito contesta i messaggj in codice, allora di moda, della “Quarta pagina” dei giornali, una vera ossessione (la Terresina, sempre così malleabile, fa persino sogni in codice la notte), il sessualmente esplicito al cinema (plagiato stavolta è il pupo, che s’è “imbirbito”, p. 167, e ci prova pesantemente colla figlia del portiere), il traffico di Roma, il caroviveri (per cui i Marginati sono costretti a sacrificare via via tutti gli animali d’affezione che hanno in casa), il “sabbotagge“.

Si viene a sapere anche che alle soglie della guerra si smerciava pane riciclato (“arifatto”, se non addirittura “ciancicato“, p. 85) e carne che aveva subìto spregiudicati trattamenti di conservazione. Parte preponderante del libro ha comunque la politica, oggetto della lunghissima conferenza di cui nel titolo, considerata invariantemente come corsa al potere.

Un po’ fragile può apparire la prefazione di Marchesi, che ìndica comunque il Lucatelli come uno dei proprj maestri spirituali, e fa qualche interessante considerazione sulla lingua dello stesso, un romanesco in teoria ripulito, di fatto, mi sembra, addirittura “aggravato”, con tic molto tipici. [05 06 2010]

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