574. Scheda: Zingarelli – “Prontuario della lingua selvaggia” (1979).

30 Lug

Italo Zingarelli (1891-1979), Prontuario della lingua selvaggia, Coll. “Il timone” n° 89, Pan Editrice, Milano aprile 1979. Pp. 151.

Scrittore, giornalista, figlio di Nicola Z., con questo breve testo completato da un dizionario semischerzoso, dà conto, quasi sempre sdegnato, dell’ingrato arricchimento di neologismi, per contro dell’appiattimento, della lingua nell’Italia postsessantottina e presettantasettina, ideologicamente tentata dalla sovversione da una parte e dall’altra ormai società dei consumi.

I primi capitoli sono nostalgicamente punteggiati dai niomi altisonanti di puristi ottocenteschi (Rigutini, Fornaciari…), la cui lezione è data comunque come disperata archeologia quando si tratti di vocaboli della scienza e della tecnica, che non possono non essere di nuovo conio (e fin qui ci arrivavo anch’io).

Il cap. III, più interessante, contiene notazioni sui gerghi giovanili, da cui emergono voci ora sorprendentemente familiari, ed ora tornate come nuove: (pp. 30 ss.) matusa, maturimba, antenato, fossile, cavernicolo; papà è “il grigio“, la mamma “la grigia“; seguono: ganzo (superl. ganzerrimo), svaporato (rimbambito), raperonzolo (ometto scialbo), pedalino (individuo senza personalità), fumato (agg.), bonazzo, fico, provolone, sbracoso (caciarone), zucato (attillato), leccone (adulatore), donatore (di effusioni; provolone), schizzato, arrancatore (emarginato speranzoso), spugna (propalatore di segreti altrui), secchione/a, guardone (indiscreto), profugo; filarino è riferito all’attore del filare; seguono: “allontanarsi a passi lenti ma decisi” (che ricorda i “passi lunghi e ben distesi” della mia giovanezza), “va alla Mecca” (affa), “è andato in bianco“, “ha fatto buco“, “non aggravare“, “attàccati“; seguono i begli aggettivi ragana, scorfano, squallida, rigoletta, imbranato, grifano; la locuzione “ci sforma” (ci fa una brutta figura); le definizioni crucco, imbucato (alle feste, che entra di sfroso), caverna (casa), tana (locale da ballo), lanigero (capellone); la locuzione, tutta cortese sollecitudine, “vieni dalla mutua o sei spastico?“; gli epiteti epitomati in def, cret, scem; &c. &c. (prima e principale fonte per la cultura gergale di Zingarelli erano le figlie).

Il cap. IV è dedicato al politichese, specialmente quello comunista. A pp. 47-48 si riporta la conclusione di Annie Kriegel al convegno organizzato in Francia nel maggio ’68 sulla terminologia politica, per conto del “Centro di Ricerca di lessicologia politica”. I comunisti vi erano detti possessori di una lingua tutta a sé stante; e v. anche il Manuale dell’agitatore bolscevico, pp. 320, stampato in URSS e contenente definizioni specificissime della terminologia politica corrente (p. 49). Tra le perle: “Costituzionalizzare una forza a vocazione dittatoriale“, “flessibilizzare gli atteggiamenti congelati e… non vanificare i tentativi“, e i verbi ottimare, declericalizzare, istituzionalizzare, sdemanizzare, focalizzare, cognomizzare, aggettivare, demistificare, &c. Ma si riportano anche contorsioni linguistiche democristiane e di altre compagini.

Il cap. V riguarda pochissimi esempj di saputo e goffo descrittivismo architettonico-urbanistico.

Il cap. VI è dedicato a “Il linguaggio dei giornalisti“, e prende di mira i tic, gli strafalcioni, gl’inutili prestiti stranieri.

Il VII riguarda il divario generazionale riflesso dagli usi linguistici, anche con un brutto dialoghetto che mostra IZ padre conservatore. Si riferisce anche un dialogo di spiaggia tra due ragazze ‘di oggi’, molto più gustoso, che è veramente quanto di più surreale:

[a.] “La verità è che non vuoi venire con noi perché Barbara ti ha preso il ragazzo. L’hai perduto il mozzafiato [sic]”.

[b.] “Col chicco (o col cavolo). A me i ragazzi non me li prende nessuno. Abboccati, tu che ha[i] uno stortignaccolo!”

[a.] “E allora perché non vuoi più stare con Barbara che l’anno scorso era la tua migliore amica?”

[b.] “Perché è una cornuta

[a.] “Sei una burina

[b.] “E tu una becca, e datti una regolata” (pp. 90-91).

L’VIII si occupa dell’abusato prefisso mini-.

Il IX si occupa del linguaggio della pubblicità. Nel ’79 “pubblicizzato” poteva ancòra dare molto fastidio, ed è interessante a quale forma verbae IZ faccia risalire il participio: “… un prodotto per fare strada va fortemente pubblicizzato (participio passato spremuto dall’inesistente verbo pubblicitare [sic])”, p. 107.

A p. 118 un ricordo di Nicola Z.:

Un giorno a Milano mio padre Nicola il quale s’era sacrificato nello studiare vita e opere di Dante rincasò furibondo perché in tram aveva letto un avviso di un’acqua purgativa che sotto un’immagine classica della donna amata dall’Alighieri faceva spiccare il verso del II canto dell’Inferno: “I’ son Beatrice che ti faccio andare“. Gli spiegai, per calmarlo strappandogli un sorriso, che chi avesse bevuto con successo quell’acqua avrebbe potuto riprendere la recitazione col verso immediatamente successivo: “Vegno del loco ove tornar disìo…“. Servì a poco (…)”.

Si cita, alla stessa pagina, la voce “Pubblicità” dell’Enciclopedia sovietica 1941:

un mezzo per ingannare la gente affibbiandole roba spesso inutile e di dubbio valore.

Conclude il volumetto un piccolo lessico di voci nuove o semantizzate dall’uso, più varie definizioni scherzose. Negli anni ’60-’70 furono diverse le compilazioni similari, dei varj Gabrielli Satta Pestelli, che tenevano anche rubriche sui giornali e rispondevao a quesiti di lettori. Si tratta di un genere d’insegnamento dilettevole della grammatica e della proprietà di linguagguio che avrebbe avuto una reviviscenza con Cesare Marchi negli anni Ottanta, per poi scomparire definitivamente. IZ non ha, dei citati, il talento giocoso, e nemmeno la purità di lingua; più che lungo studio e grande amore, traspare dal suo modo di porgere rigorismo e un senso d’indispettito disorientamento. Semmai questo libretto, uscito in una data così avanzata, anche della vita dell’autore, può servire a far capire come mai, con l’impossessamento definitivo della lingua da parte della comunità, non più cosciente di aver bisogno d’insegnamenti, queste cose non si siano più potute fare (anche per il ruolo, piaccia o non piaccia, formativo svolto non affatto da questo genere di compilazioni ma da altri media, come i deprecati giornali, la radio e, più di tutto, la televisione). [25 05 2010].

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