567. La ricerca (anche da fermo) del desiderio.

20 Lug

https://i0.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Salmacis_%26_Hermaphroditos_4.jpeg

Salmace & Ermafrodito, stampa del 1581.

Il cavalier Marino scriveva da Ravenna a Bernardo Castello, nel 1606 (non posso giurare che la data sia esattissima, perché copiazzo dall’antica edizione Laterza del 1911, Borzelli & Nicolini curr.):

[…] Un personaggio principale, a cui non posso mancare, ha raccolto in molti anni da molti e diversi maestri, e particolarmente da’ più famosi che oggidì vivano, un buon numero di disegni quasi nella medesima forma che son quelli che si veggono nelle stampe di Pierino del Vago, e n’ha messo insieme un libro il qual tiene per suo trastullo. Egli ha notizia del sommo valore di V.S.; onde disidera qualche fantasietta di sua mano, tirata o di penna o di lapis o di chiaro oscuro, rimettendosi in quanto alla invenzione in tutto e per tutto all’arbitrio del suo capriccio […]

Circa i gusti del committente, il cavaliere sarà assai più esplicito nella richiesta fatta a Ludovico Carracci in un’altra lettera, sempre di Ravenna, del 1607 secondo la ricostruzione di Borzelli & Nicolini. Il “personaggio di riguardo” ha ricevuto un primo disegno, e n’è stato contentissimo; adesso ha di bisogno d’un’altra cosa, più particolare, per cui è d’uopo scendere in qualche precisazione importante:

Il disegno di V.S. è riuscito tale che ha dato luogo più alla maraviglia che alla lode, e la maniera è piaciuta tanto a quello personaggio che lo desiderava, ch’egli è entrato in nuovo desiderio d’impiegare V.S. in opere grandi. Credo che intorno a questo le scriverà di Genova lettere particolari; onde, perché Ella sia informata delle qualità sue, non voglio lasciar di dirle ch’è suggetto degno d’essere favorito da lei: ricco, potente e altrettanto cortese e generoso; talché sappia ben conoscere ed anche riconoscere le fatiche di V.S.

Intanto se negli avanzi dell’ozio venisse a lei fatto qualche altro scherzo di suo capriccio, purché non si curasse di tanta onestà, accrescerebbe notabilmente il cumulo degli oblighi miei e gli presterebbe occasione di ricambiarla con alcuno effetto di gratitudine. Basterebbe per risparmio di fatica che fosse tirato o con lapis o con acquarella; e si potrebbe scherzare sopra qualche favoletta antica, come sarebbe per esempio quella di Salmace e d’Ermafrodito, rappresentandoli ignudi ed abbracciati in mezo della fontana. Né dee V.S. per questa volta stare in su le ritrosie della modestia, facendosi per aventura scrupolo di essercitare la sua mano in fantasie oscene e lascive, poiché la cosa ha da rimanere nello studio di un signore, né si mostrerà a persone se non care; oltreché il signor Federico Barocci ed il signor Iacopo Palma, che sono più attempati degli altri sei, non hanno ricusato di compiacergli. V. S. scusi l’ardimento e perdoni all’importunità, condonando l’uno e l’altra alla confidenza ch’io tengo nella somma gentilezza, che in lei va del pari col valore. E senza più, le bacio di vivo cuore le mani.

Qualche spia (la gratitudine espressa in prima persona, e così la confidenza nella somma gentilezza del corrispondente) indurrebbe già a intravedere nel committente di riguardo il cavaliere stesso; secondo quanto avvertiranno i primi biografi (Chiaro, Bajacca), nel 1625, quando non tutto della sua smisurata collezione di quadri e volumi di pregio sarà rimasto intero in poter del cavaliere, coronato da successo incomparabile e malato, ormai allettato sarà spesso visto rivolgere compiaciuto un libretto fatto tutto di disegni, ovviamente irreperito ai nostri giorni, che via via era andato radunando chiedendo fantasiette e lasciviette a destra e a manca, a tutti i più fini disegnatori e pittori dell’età sua.

La sua strana fissa per le lasciviette l’aveva già pagata cara, in specie per il canto VIII dell’Adone, dal titolo “I trastulli, in cui aveva descritto in maniera per la verità poco giocosa, ma smagliante e opulenta, la congiunzione tra Venere e l’eroe del titolo; un rapporto sessuale che coronava un percorso di conoscenza ed esperienza attraverso i cinque sensi, e che inaugurava una seconda parte del percorso conoscitivo dell’eroe, attraverso i canti IX (“La fontana d’Apollo“), X (“Le maraviglie“) ed XI (“Le bellezze“), tutto intellettuale, scientifico, filosofico.

Chiaro l’intento del cavaliere, ponendo la conoscenza del sesso come spartiacque e indispensabile esperienza intermedia tra conoscenza sensibile – e dunque anche sensuale, ma in primis, secondo logica, sensibile – e conoscenza intellettuale: l’unione carnale aggiunge, all’esperienza sensibile, l’amore, come tendenza ad un raggiungimento, come inchiesta: tutto quanto attiene alla conoscenza intellettuale sta di là, oltre la scoperta dell’amore, che è la prima scuola. Quasi a dire che tutto si deve all’amore, che tutto nasce per amore, dall’amore – anche quello che teoricamente si stacca totalmente da qualunque influenza corporale, anche quello che nel sistema di riferimento culturale dominante è anzi spesso associato a fantasie d’astinenza, ascetiche, financo macilente. Tutto può darsi; ma nemmeno Cristoforo Colombo, Tolomeo, Galileo possono esistere se non dopo la svolta rappresentata dall’unione tra Venere e Adone.

Questa particolare posizione filosofica risente delle tendenze pitagoreo-epicuree della formazione del cavaliere nella Napoli del suo tempo (e non solo), ma che è anche imparentabile a quello che suggeriva il Petrarca mostrando come a partire dall’amore di Laura egli potesse innalzarsi a contemplare la madonna, “quasi dea”, e il cielo. L’intepretazione di tutto questo come ‘lascivo’ era stata ovviamente favorita dallo stesso Marino, che aveva abbastanza solleticato nei suoi versi la più sofisticata scopofilia, sia pure tramite scritto, del suo pubblico; nessuno stupore, quindi, che il poema finisse nel 1627 all’Indice dei libri proibiti con tutta l’opera del cigno del Sebeto, che comunque coll’elezione di Urbano VIII Barberini (1624) aveva già avuto chiaro presagio di quello che sarebbe successo.

Non è solo e non è tanto una concezione eterodossa nei termini intransigentemente cattolici fissati secondo le concezioni controriformiste, in modo inevitabilmente contraddittorio e cervellotico dal punto di vista filosofico ma sicuramente coerente e fermo su alcuni punti, tra cui una perentoria sessuofobia. E’ una concezione che contiene in sé una sapienza antica, perlopiù smarrita, nella sua unità e semplicità; il Marino non ha ovviamente raggiunto le altezze di Lucrezio con la sua cascante protasi, e non avrebbe probabilmente nemmeno voluto, perché il secolo non aveva nemmeno poi questa gran voglia di poesia pura, quanto di macchinosità di concetti, di fogge strane e svisate, di possibilità nuove; ma lo ha letto molto bene, e ne ha respirato a fondo i valori fondanti in un àmbito in cui un epicureismo materialistico consapevole, era ideologicamente dominante. Non è il talento logico-filosofico che conta per il poeta, quanto la profondità della convinzione.

Non si può dire che non conti lo scarso e risicato numero di lettori che ebbe poi l’Adone – rimanendo le opere più lette le compulsatissime Dicerie sacre (1614) e soprattutto l’amplissimo canzoniere de La lira (ed. def., stesso anno); poiché il cavaliere, evidentemente, aveva chiaro il concetto della fonte di ogni acquisizione intellettuale, e aveva chiaro che la pulsione sessuale era motore e falsariga di tutte le arti, di tutte le bellezze; ma, vuoi per l’atmosfera opprimente del suo secolo, vuoi per le sue inclinazioni sodomite [1], che richiedevano segretezza e mutilavano d’ogni possibilità d’abbandono, vuoi perché egli fosse di quelle figure che (un po’ come Freud con il simbolismo dei sogni) diventano massime conoscitrici proprio di quello che non hanno in sé, o hanno in misura solo minima, quella che ha creato è un’opera in cui il piacere, per la verità, appare non come goduto in effetto, ma cercato, più nelle sue manifestazioni materiali e meno per quanto attiene alle risonanze dell’anima; sicché non di sensualità si può parlare, quanto di voluttà, con quella radice volo dentro, che indica proprio il piacere del possesso, il godimento freddo del collezionista. Il desiderio e il piacere, così, appajono, sicché, nella sua poesia, solo per specula, e sotto forma di vagheggiamento, di ricerca. Dato che il desiderio e il piacere non possono entrare materialmente in una narrazione, in un mazzo di versi, in una trattazione, possono appunto entrarvi come ricerca; ed essa ricerca è, di essi, quanto può entrare in un libro.

Nel secolo base della modernità, brutto e cupo come un fetente penitenziario, la sua opera, che è tutta consacrata a questo circuire la fonte dell’ispirazione e dell’ingegno e della vita, ha avuto successo più delle altre – e qui il Marino stesso ha avuto cura in altra famosa lettera di far presente come i suoi libri fatti contro le regole si vendono a sai quanto mentre quelli fatti secondo regola rimangono a scopar la polvere nelle librarie, &c. &c. &c.

Non solo questioni di ortodossia religiosa hanno impedito a questa sua lunga “ricerca da fermo” del desiderio di essere compresa, specialmente dopo il ‘600, ma un indirizzo differente dell’ideologia dominante, cioè tutto quello che era al difuori di sparuti circoli elitarj che, avendo ispirato prima Bruno e Campanella e Vanini, e poi esaurendosi nella fioritura estrema dei Doria e dei Vico, aveva necessariamente dovuto lasciare il testimone, magari senz’essere letti da chi avrebbe potuto trovarli interessanti (ma anche farsene avvelenare), al pensiero strutturato e scientista del XIX e del primissimo XX secolo, quando un pensiero totalmente affrancato dal cristianesimo [coll’ajuto provvidenziale di qualche ebreo] si afferma in modo indiscutibile.

Eppure queste paginette di fioca eleganza, questi foglj ingialliti e impolverati, questi disegni a punta secca non mi sembrano potersi ridurre a mutazioni soppiantate da organismi più forti, e prima ancòra d’aver toccato un’età adulta, ovvero presagj imperfetti di qualcosa che avrebbe provveduto il tempo a recare in forme migliori; senza l’eccesso di stratificazioni storiche che rendono tanto più enigmatiche scritture più recenti, e sotto la debole crosta di convenzioni cervellotiche ma difficilmente obnubilanti, la percezione del fatto, della questione fondamentale, mi sembra più immediata e patente, per quanto poco espressivo possa essere lo stile barocco.

Fuori dal teatro del verso, poi, si scoprono queste indicazioni che, anche nell’obliquità di un piccolo “giallo” erudito, peraltro risolto da allora, sono formulate con la massima chiarezza, e soprattutto senza il minimo accenno d’ingombrante vitalismo, senza inopportuno innalzamento di toni.

Ultimamente ho sentito discutere abbastanza di frequente su quello che si dovrebbe fare per scrivere un romanzo di gran successo, o per essere pubblicati come poeti. Sono tutti discorsi che mi perplettono: perché si associano normalmente alla ricerca di costanti tematiche e di movenze tipiche in questo o quel romanzo, in questa o quella poesia, fino ad investire anche aspetti extraletterarj, come il fatto che i biondi sono più premiati dalla critica e i bruni dal pubblico, e viceversa, e altre fesserie. Mentre, ecco, secondo me si dovrebbe andare in cerca del proprio desiderio.

______________

[1] Giovanni Dall’Orto, sul bel sito linkato, fa riferimento alle Historiettes di Tallemant des Réaux e al capitoletto dedicato ai Contes d’Italiens sodomites. Traduco da: Tallemant des Réaux, Historiettes. Texte intégral établi et annoté par Antoine Adam, vol. II, Gallimard, Paris/Dijon 29/04/1961, pp. 739 ss. Le parti in italiano sono riportate esattamente come nel testo, peraltro molto corretto, di Tallemant, con due sole integrazioni e in corsivo.

Si trovava qui al tempo della Regina madre un certo Italiano di nome signor Piccinino che faceva professione aperta di sodomia. Una volta al circolo fu obbligato a dar manforte nell’assedio di una dama. “Ma come, signor Piccinino”, gli dissero, “state rendendo servizio a una dama”. “Ah”, rispose lui, “è in materia di culo“.

Era tuttavia sposato, ed essendo sua moglie gravida: “Come?”, gli dissero, “Ehi, voi dicevate tanto che la potta non v’era niente”, “Bisogna“, disse, “que sia come la carta sciuga e ch’abbia bevuto“.

Un uomo diceva al suo confessore che l’aveva fatto in culo per il fresco perche le ch[i]appe sendo fredde sono bene per la state, e la potta al contrario. Il confessore si leva in piedi e dice: “O secreto stupendo de la bontà divina d’haver dato a messer Cazzo stanze di state e d’inverno“. Lo si racconta anche di uno Spagnolo, che disse: “Alabada sea la providencia de Dio[s] quien ha puesto en tres dedos di sieso quarteres d’inverno et d’iverano” [*].

“L’ho fatto”, diceva un faceto, “per chiarir la vista“. “Questo non è vero, figliuolo“, disse il confessore. “Se fosse cosi, vedrei fin a Napoli“.

Portavano al supplizio due giovani. Quello che aveva fatto da buggerone credette un punto d’onore far sapere quello che era, e dichiarò agli assistenti che il bardassa era stato quell’altro. “Lascia, lascia, figlio“, gli disse il religioso che li assisteva, “queste preminenze d’honore“.

Un galante si confessava ad un religioso, e gli diceva: “Mi sono giaciuto con una vergine”. “Passi, passi, l’hai istruita”. “Mi sono giaciuto con una donna sposata”. “Passi anche questo, hai corso pericolo d’essere oltraggiato dal marito”. “Mi sono giaciuto con una vedova”. “Ah, quanto a questa non te la perdonerò. Tocca a nojaltri fare l’ufficio dei morti”.

Un altro diceva al confessore: “L’ho fatto con una donna che lo prendeva così in basso che non so dove l’ho ficcato”. “Ci havesti gran gusto?” chiese il confessore. “Padre, si grandissimo“. “Senz’altro“, riprese il prete, “era in culo“.

Un confessore diceva a un buggerone: “Ò questo peccato contra natura“. “Oibò, padre“, disse l’altro, “m’è naturalissimo a me“.

Un Italiano vedeva il re Giacomo trombarsi Bouquinquante [**], e voltosi a un altro Italiano disse in tono serio: “Per Dio, sta gente non è mica barbara“.

Quando l’abate di Retz [***] era in Italia, aveva con sé due uomini, l’uno chiamato Bragelonne, e l’altro Chevincourt. Gl’Italiani dicevano: “Hanno bei nomi sti Francesi. Bougiaronne e Chiavincul“.

Un Italiano diceva: “Io vado a Roma per chiavar il papa“. “Oh”, rispondeva un altro, “Il papa ha il cul peloso“. “Non è per il gusto, nè“, replicò quello, “ma per la reputazione“. Tuttavia essi dicevano che bisogna andare alle volte a puttane per purgar la fama.

De quatro cose mi sdegno“, dice l’Italiano,

Il liuto ai barbari,
Virgilio ai pedanti,
Il veluto ai staffieri,
E la bugerra ai furfanti.

Essi dicono che la maggior ingratitudine del mondo è chiavar un prete e non menargli il cazzo.

Il Cavalier Marino trovandosi a Parigi in un’orgia durante la quale lo buttavano nel preterito [il testo ha “l’on beuvoit le long du dos“, con uso di “bere” in senso sessuale attestato anche in italiano, come risulta da Boggione/Casalegno, Dizionario letterario del lessico amoroso. Metafore trivialismi eufemismi, UTET, Torino 2000, ad v.; e v. anche “bere alla tedesca”, con riferimento ai costumi sessuali ‘invertiti’ tradizionalmente attribuiti ai lanzichenecchi] a Voiture il soldato, fratello di Voiture l’Accademico [****] – era un ragazzone giovane e paffuto che aveva il fondoschiena ricalcato di quattro dita – qualcuno andandosene disse al Cavalier Marino: “Non potrei guardar fare queste sporcherie”. Il Cavaliere fissandolo coll’occhialetto disse, andandosene: “È pur bianco“.

Il Marino, avendo incassato una mezz’annata, o un quarto della pensione (aveva la pensione del re), acconsentì a farsi trascinare al sermone. Là gli fu tagliata la borsa. Questo lo mise di cattivo umore, e diceva: “Mirate. Se fussi stato in bordello, non havria perso i quatrini“.

Lo stampatore dell’Adone [*****] aveva messo Venere, io ti chiavo, in luogo di chiamo. “O bel errore” dicev’egli. Dovette fare uno sforzo per decidersi a correggerlo.

Aveva presso sé alcune puttane, sopra la sua camera, e una campanella presso il letto. La sonava per farle venire, e anche per farle andare quando ne era stanco.

Domandò un giorno a Gombaud [******] che cosa lo colpisse maggiormente nelle donne. “La formosità”, gli disse quello. “Io al contrario amo queste magre“, disse il Cavaliere, “perché hanno una corta titillatione venerea“.

Un Romanesco diceva che non amava le donne né davanti né dietro, perché il nemico era troppo vicino, la pota dal culo.

Un Italiano in margine a questo passo di s. Paolo in cui c’è Spiritus carnis qui me colaphissat: “È da notare que san Paolo haveva un cazzo cosi stupendo che se ne batteva le guancie“.

Un confessore mi diceva d’essersi rifiutato di dare l’assoluzione a una donna che s’era lasciata fare da dietro dal marito, e che un vecchio confessore l’aveva intercettato e gli aveva detto: “Impara a chiavare e non t’ingegnar di confessare“.

[*] Come fa notare Adam nelle note (pp. 1491 ss.) il testo è assai discutibile – pare evidente che Tallemant sapesse molto bene l’italiano, ma malissimo lo spagnolo. Adam dice peraltro di aver difficoltà a capire il testo, che traduce con: “Louée soit la providence de Dieu qui a mis à trois doigts de distance quartiers d’hiver et quartiers de printemps”. Di fatto Adam legge, dove ha stabilito di sieso, donde ricostruirei un *de sexo,  “di preso“, che sente ricalcato sull’italiano “di presso“. Interessante la soluzione ad orecchio di Tallemant, se di sieso è esatta, che ricostruisce l’equivalente italiano di sesso scempiando la doppia, come sa essere tipico passando dall’italiano allo spagnolo, e introducendo il simpatico infrangimento – e approdando a un sostantivo che non esiste. Per converso, non gli viene in mente di scrivere, infrangendo, invierno in luogo del pretto italiano inverno, probabilmente per attrazione del iverano immediatamente dopo (“estate”, però, e non “printemps”), propriamente verano. Nel caso di quest’ultimo sostantivo riprodotto a orecchio, Adam propone ovviamente di verano, fermo restando che di = de. Lasciando, dunque, il sieso al posto suo, com’è nel testo (740) e non in nota (1491), la traduzione non risulta difficile: “Lodata sia la provvidenza di Dio che ha messo in tre dita di sesso quartieri invernali ed estivi”.

[**] Si tratta di Giacomo I Stuardo d’Inghilterra (1566-1625) e di Giorgio Villiers (1592-1628), creato duca di Buckingham da esso re, sui quali giravano molte dicerie simili.

[***] Paolo di Gondi, cardinale di Retz (1613-1679), autore di sconvolgenti Memorie, dalle quali l’aneddoto, evidentemente diffuso solo a voce, manca.

[****] Fratello di Vincent Voiture (1597-1648), poeta, accademico e preziosista, si tratta di Florent Voiture (1605-pre1648), morto senza posterità dopo aver abbracciato la carriera delle armi – il testo ha gendarme, che dev’essere preso lettralmente come “uomo d’armi” – e aver a lungo militato nell’esercito del re di Svezia.

[*****] Si chiamava Abramo Paccard.

[******] Trattasi di Jean Ogier de Gombauld/Gombault/Gombaud (1576-1666), poeta.

Quanto alla traduzione, non soccorre quella italiana a cura di Corrado Pavolini (1898-1980), per Longanesi (ex typiis Tip. Ronda) 1955, dal titolo Storie galanti, alla quale può essere interessante fare fuggevole riferimento. Nel 1967 Longanesi approntò una brossura economica, nei Pocket, segno di un buon successo, ed è quella che è in poter mio. Dopo la prefazione di Pietro Paolo Trompeo, c’è un’Avvertenza del traduttore (pp. 14-15) che val la pena di riportare, con qualche sottolineatura:

“In questa prima versione italiana delle Historiettes di Tallemant des Réaux (1619-1692), condotta su di un’ottima scelta francese, mancano solo pochissimi aneddoti. Alcuni (forse gustosi allora, per chi conosceva cose e persone) oggi hanno perduto interesse; altri, basati su giuochi di parole senza equivalente neppure remoto nella nostra lingua, erano davvero intraducibili, o, tradotti che fossero a forza di capriole, in pratica avrebbero perduto ogni sapore.

“Le note le abbiamo limitate, per non aggravar la lettura, allo strettissimo indispensabile. Riferimenti a fatti e a personaggi storici notori s’immagina che il lettore di media cultura non meriti l’impertinenza di vederseli illustrare a piè di pagina. Nei casi dove era possibile senza danno, abbiamo piuttosto inorporato direttamente nel testo qualche minima notizia o precisazione.

Il diciassettesimo secolo non conosceva pruderie: l’autore meno affetto da pruderie in quel secolo è forse Tallemant. Sboccato sì, ma schietto; “spirito libero”, ma senz’ombra di quella ostentazione e saccenteria che rimprovera, nelle ultime pagine del suo libro, a Ninon de Lenclos: un assai simpatico uomo insomma, intelligente, ameno, privo di fiele: un dilettante d’oro in cambio d’un “letterato” di stagno. Velare d’un velo ipocrita le sue situazioni azzardate, edulcorare il suo vocabolario energico ci sarebbe parso (se l’espressione non sembrerà maliziosa) peccato mortale. C.P”.

Su quale scelta francese sia stata condotta la traduzione non è precisato, ma non è nemmeno importante: rinvenirla non sarebbe difficile, anche se perfettamente ozioso, ce ne sono molte. La faticosità di tradurre, non conoscendo l’accezione di “bere” precisata poi dal vocabolario delle zozzerie, l’espressione “beuvoient le long du dos” [si servivano della sua schiena come di un tavolino? gli avevano versato la sciampagna sulla schiena e gliela stavano linguando via? gli avevano ficcato una bottiglia nel culo?] mi risultava dura. Di fatto è una cosa semplicissima, semplicemente lo sodomizzavano a turno. Suppongo che si debba intendere che mancano solo pochissimi degli aneddoti che la scelta francese riportava: le Historiettes nella Pléiade sono due grossi volumi, anche ad occhio e croce non sembra proprio pochissimo il materiale mancante. Ad un’analisi appena più approfondita, in effetti, i capitoletti – spesso equivalenti al portrait di un personaggio preciso – contenuti nell’antologia curata da Pavolini risultano essere 51, mentre sono 333 quelli dell’integrale. Lo stesso curatore che lauda il tempus actus, quel XVII secolo privo di pruderie – e ovviamente sbaglia abbastanza di grosso: in effetti Tallemant, provinciale e di famiglia oriunda ugonotta, rimanda ad una temperie culturale piuttosto arretrata, ancòra tardorinascimentale, dai gusti piuttosto grassi, e la sua aneddotica è comunque riferita quasi interamente ad una generazione prima rispetto alla sua; il XVII secolo non era molto permissivo, per la verità, e la circolazione dell’opera rimase soprattutto manoscritta – era anche nel 1955 un intellettuale pur sempre fascista, il fratello del ministro del MinCulPop Alessandro, che difficilmente avrebbe accettato di includere un capitolo in cui gli italiani sono presentati per come erano recepiti dai francesi dell’epoca, cioè come un branco di ricchioni impenitenti. E così, tagliando fuori alcuni di quei pezzi delle Historiettes che meno sembrano assimilabili a letteratura del tipo “corna vissute”, e non mi riferisco ovviamente solo all’aneddotica sugl’italiani sodomiti della versione qui sopra, veicola un’immagine pruriginosa, sì, scandalistica, sì, ma soprattutto inconditamente vitalistica, un po’ da caserma, dell’autore.

Immagine falsa.

Qui m’interessava riferire quello che Tallemant riferisce di GBM in tema di abitudini sessuali (che cosa piaceva al Marino?), ma non dev’essere taciuto che Tallemant, nato nel 1619, non aveva mai conosciuto il poeta, allontanatosi dalla Francia nel 1623 e morto nel 1625; eppure è un piccolo capolavoro psicologico quel ritrattino del poeta napolitano, che en… lorgnant Voiture il fratello, con gesto di raffinata freddezza, da entomologo curioso, quando è il caso, e dunque necessariamente schivo di mere perdite di tempo, se ne va, non perché la scena sia l’ordure che il moralista che s’allontana scandalizzato vi vede, ma perché, molto probabilmente, è annojato. E’ facile immaginarsi la scena. Il cavaliere, del tutto non interessato, si alza e fa per andarsene; un astante, stravolto e congestionato, alzatosi per prendere a sua volta la via della porta, crede di averne la solidarietà, pensando che se ne stia andando per lo stesso motivo. Con un gesto e tre parole l’aristocratico Marino prende le distanze – ed è la più solida delle tortili, gracili, traforate colonne della sua poetica – sia dal senso sfrenato, sia dalla ripugnanza moralistica. Non è affatto sporco, mi pare, dice blasé a quel goffo signore, guardi com’è bianco il ciccione. Non è né sporco né pulito: è tutta natura, ed è di un tedio mortale.

Il secondo aneddoto è anticlericale, e tanto basta. Il Marino non credeva in dio, non amava la chiesa e quando dava di prete a qualcuno era per insultarlo. Rideva della sua paradossale situazione in Francia, dove “m’hanno per papalino”, e dove in quanto tale era stato assunto dal Concini e dalla Galigai, due faccendieri avidi e di rara ignoranza. Il Marino, come “papalino” – e giù a ridere -, non fu travolto nel crollo terribile dei due ladroni mestatori, e passò direttamente al servizio del re. Quando un cardinal di Savoja, che ci s’aspettava facesse le parti dell’antico famiglio e diplomatico di Carlo Emanuele I, parve non volersi opporre ad Urbano VIII che minacciava, e avrebbe dato séguito, di mettere all’Indice l’opera dell’autore, GBM gli fece mandare a dire: “Si ricordi d’esser prima principe che prete”, laddove il Pieri fa notare, incorporato nella sdegnosa frase, il pernacchio.

Il terzo aneddoto è freudiano: nel senso che il Marino crede nei poteri dell’inconscio. Abramo Paccard lo fece abbastanza dannare, esattamente come tutti i suoi editori, che pure erano tutti nomi altisonanti dell’arte tipografica d’allora. Ma di fronte ad un lapsus così terrificante è disposto evidentemente a tutto perdonare. Vorrebbe lasciarcelo. Ha già qualcosa del surrealista – posto che già tutto, anche il surrealismo, non fosse già moneta corrente al tempo del Marino, e le avanguardie non siano semplicemente una stanca risacca.

Il quarto aneddoto lo mostra efficientista; il quinto efficientista non meno. La corta titillatione venerea, definizione cultista, ossia (pseudo)scientifica, terminologicamente appuntita, è indiscutibilmente cosa sua, realmente GBM pronunciò quelle parole, rimaste poi nelle memorie dei relatori a distanza di decennj e decennj. Il Marino poteva avere esigenze fisiologiche, non voluttà. Giovanni Dall’Orto fa giustamente notare che sembra essere stato più bisessuale che omosessuale, anche se una predilezione per i maschj è sensibile anche da questo meccanico oprare; la conferma restando più direttamente esigibile dalle sue rime ad istanza di una cortigiana.

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