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566. Perché la gente non pensa quello che pensa (quando pensa; se pensa)?

16 Lug

Il mondo sarebbe meglio di quello che è se tutti pensassero esattamente quello che pensano, e non altro? Ossia, se pensassero solo metà di quello che pensano, lasciando l’altra metà, quella finta, definitivamente da banda? Ho parlato con un amico che ha, a latere delle sue più serie occupazioni, attività fricchettone, frequenta squat e occupatori abusivi di case. Credevo, in buona fede, che tutto questo si motivasse col fatto che, svolgendo simili attività, riesce ad aggiungere alla propria vita qualcosa che gli piace: anche rifacendomi all’atmosfera rilassata e piacevole di qualche cena anarchica, pensavo che l’avanguardia della militanza politica attualmente si fosse spostata, secondo me assai saggiamente, su un piano di stile di vita. Cercare di affermare un ideale politico, di là dalla pericolosità, che anzi può essere stimolo o sfida, o semplicemente non spaventare il militante convinto, che sa di dover sostenere battaglie, è anche contraddittorio; per un anarchico non parliamone, ma anche per un comunista, che dovrebbe sapere esattamente come sia giusto vivere, e non dovrebbe pretendere che la società cambj per permettergli di esistere come uomo universale. Io, effettivamente, credevo che le cose fossero evolute fino a questo punto: fino ad uno stile di vita. Per questo avevo dato a quelle attività un significato più bello di quello che è – ma lo dico ora: anche se magari il difetto è solo d’inquadramento ideologico-retorico-espressivo [escludendo la possibilità che certe cose mi siano state dette col deliberato intento della menzogna], cioè se l’amico in questione semplicemente non sa spiegare esattamente quello che di fatto pensa e fa, rimane sempre quello che pensa e fa, come dato oggettivo, insieme a tutti quelli che pensano e fanno quello che pensa e fa lui – in quei determinati contesti, per quel tot di ore alla settimana, quando condivide determinate iniziative. Sta di fatto che la spiegazione del perché si dedicasse a quello che faceva m’è stata data in termini molto anni Settanta, di ricaduta sulla società, di acquisizioni importanti a pro dei derelitti, dare voce ai senza voce, informare sulle aberrazioni del sistema, sulla violenza del potere. Tutte argomentazioni che solo in parte coprono il significato ragionevole delle azioni che compie come anarchico. C’è, è vero, la tendenza a dare significati eccessivi a quello che si fa, in base alla legge che vuole che da ciascun nostro atto ne discendano infiniti altri, che possono essere profondamente positivi se l’impulso che diamo è positivo, o assolutamente negatìvi se esso impulso è malvagio. Ma è un mettersi sul piedestallo, in specie perché esistono persone che influiscono profondamente sul proprio ambiente, e su altri: esiste un potere, ed esiste la possibilità, di alcuni, di determinare e condizionare eventi per un numero molto alto di altre persone. Di là da questo, è l’evidente jato – perché è questo che m’interessa – tra azione e intenzione manifestata che mi vien da notare. Continua a leggere