565. Mancata risposta a una domanda non posta.

15 Lug

Esistono da sempre, barboni, spostati, tossici, disoccupati non qualificati, persone insomma che, per dedicarsi a qualcosa di meglio o per non riuscire a dedicarsi a qualcosa, si sono ritrovate fuori (teoricamente) dalla società. In casi come questi, il punto di vista progressista consiste effettivamente nel prendere atto che “questa è una società” che produce scarti, che vivono di scarti; ma mentre il panorama degli spostati è variegato, e quantomeno suggerisce l’idea che ognuno abbia avuto un suo solitario percorso, a condurlo là dove attualmente si trova, l’argomentazione, oltre ad avere la menda di consistere in una presa d’atto, rimane sugli universali, non entra nel merito delle singole specificità, dei particulari. Un taglio più raffinato di riflessione sul realeè consentito dal ricorso ad una specie di via di mezzo tra contingente (transeunte, e dunque trascurabile, preso nel suo complesso, che è stracarico di implicazioni non utili all’indagine, cioè al raggiungimento di un senso, alla risposta alla domanda “Perché?”) e universale, vale a dire il faticoso e paziente rinvenimento di tutte le caratteristiche che si manifestino identiche e immutabili da caso a caso. Se, infatti, il comportamento della società nel complesso degli spostati è chiaro, anche senza necessità di troppo approfondite analisi – ed è chiaro grazie all’intenzione che la persona integrata riconoscere essere perfettamente trasversale, a prescindere da vissuto idee politiche opinioni esperienza, a tutte le persone integrate -, risulta del tutto oscuro che cosa dovrebbe pensare lo spostato della propria situazione, mancandogli la forza intellettuale, oltre alle possibilità oggettive, di svolgere analisi in questo senso: che cosa mi ha portato in questa situazione, e che cosa c’è di invariante dal mio caso al caso di X, Y e H, tra i fattori che hanno condotto ad essa situazione? E’ abbastanza logico che siano persone adatte a fare di essa analisi idiografica la propria missione; solo che non lo fanno. Sarebbe utile?

Poiché l’aspetto più increscioso della questione consiste proprio nel fatto che nel complesso, o nella sindrome degli eventi decisìvi nel senso di una vita barbonica la mancanza di presa intellettuale sul reale è assolutamente primaria; tanto che uno dei percorsi indicati come utili all’uscita da questa situazione è quello della formazione, tramite corsi (che sono utili anche al conseguimento di titoli in mancanza dei quali è impossibile accedere a determinati servizj), o tramite, sotto la guida di qualche insegnante di scrittura creativa, il recupero reminiscenziale del proprio passato, tanto da poter tentare – quando il tutto non si trasformi (come spesso avviene) in modesto esercizio esibizionistico-edonistico, o non si riduca ad una forma di adesione simbolica ad un certo mondo di valori ortodossi (finché uno scrive della propria esperienza, o racconta della mamma, o insomma svolge il compitìno, non va a violentare vecchiette, chiedere l’elemosina o rapinar banche) – un’anamnesi, e anche una diagnosi finalizzata a una cura. Posto che la metafora della malattia sia quella giusta.

Dal momento che dati certi presupposti biografici il finire in strada, o a ridosso dei servizj socioassistenziali, è del tutto fatale, e anche, in certi casi, perfettamente prevedibile. Dal momento che non sono rare, in medias res, le invocazioni al ravvedimento, si può almeno prendere atto che non è assente dalla mentalità comune la convinzione che si possa cambiare destino.

Quello che non è tanto facile accettare – eufemismo; litote – è che questo ‘cambiamento’, o risorgimento, sia voluto, spessissimo, dalla stessa società che ha voluto la caduta; eccettuatine i casi umani. Esiste una schizofrenia, che è tutta nella testa delle persone integrate, per cui la figura prelapsaria e quella redimenda sono completamente diverse. Ho notato che è impossibile alla persona integrata in vena di buoni consiglj rinunciare a vedere due persone laddove ce n’è in realtà una sola.

Questo, ovviamente, è fastidioso, ma non così dirimente: anche perché aggiunge alla percezione del fatto un’ulteriore sfalsatura di prospettiva, un parallasse (che produce un risultato sbagliato, ma di fatto un doppio risultato), un mirare per specula in aenigmate che non serve a più di tutti gli altri caleidoscopici infrangimenti, per cui la figura da considerare risulta non solo moltiplicata, ma anche moltiplicatamente deformata, trasformata in più figure nessuna delle quali somigliante ad un’altra e nessuna delle quali rispondente alla realtà.

Realtà che esiste a prescindere dagli schemi percettivi che le si applicano: e che è indifferente a tal punto alle nostre percezioni da consentirci di concepire in buona fede, e con la più incrollabile convinzione, qualunque opinione errata, e non solo, di concepirne anche altre, e altre ancòra, e di sviluppare ciascuna in un sistema completamente campato in aria – anzi, peggio ancòra: solo nella nostra testa – senza opporvisi minimamente; e non solamente infligge questa strana punizione sadica ai singoli, e magari nemmeno malsani, intelletti, ma lascia volentieri che le idee diventino veleno, fonte di equivoco, e si trasmettano alle generazioni, fino ad entrare in vigore come leggi: finché lo scontro con quella causa prima, del tutto inamovibile per via di ragionamento dai suoi intenti, non scaglia tutto in pezzi, e interi popoli nella più desolata perplessità.

La doppia percezione – questo si può già dire – occorre a figurarsi due stati: uno dentro, integrato, e uno fuori, emarginato, dai quali a quel punto trascorrere, per quanto sia problematico, per quanto sia faticoso doloroso destabilizzante umiliante – anzi, meglio; anche se non deve valere necessariamente da punizione, sarà almeno arra di una nuova condizione duramente guadagnata, e dunque in modo affidabile -, è comunque possibile. Laddove il problema primario della persona integrata che s’interroga sul problema è effettivamente, ed è umano, la posizione che rispetto a sé occupa lo spostato; mentre il problema dello spostato non è la posizione che occupa o non occupa verso la persona non integrata, e nemmeno nel proprio vissuto psichico, quanto nell’incapacità, parte dovuta a sé e parte dovuta (in modo sempre crescente) al contesto, di far presa concretamente sul reale ai fini di una sopravvivenza autonoma e contributiva nei confronti della collettività.

Anche se, obbedendo all’ideologia dolciastra e tepidiccia (ed erronea) dell’integrato, si presta a trascorrere da una parte all’altra, anche se colma con sacrificio tutte le lacune allargatesi nel frattempo tra il sé e il vero sé, riabituandosi al lavoro, che è attività fisico-intellettuale il più delle volte un po’ superiore agli standard che consentono di conservarsi in condizioni di benessere, anche se riesce a crearsi cerchie di persone che lo capiscono e sono disposte a trattarlo umanamente nonostante il suo peccato mortale; anche se riesce a rientrare nella società [!] a pieno titolo, sottraendosi prevedibilmente per sempre al rischio della ricaduta, dove dovrebbe mettere l’altro sé?

Quello che ha dormito per strada, ha chiesto l’elemosina, è andato vestito di straccj è uno che si è preso semplicemente una vacanza dalla vita (?) e adesso rientra (dove? da dove?)? La sua esperienza può essere utile – è vissuto in condizioni molto più critiche di quelle considerate proprie dell’uomo civile, e la sua temprata fibra può anche essere sfruttabile a livello lavorativo, persino in senso intellettuale; ma l’una figura e l’altra rimangono diverse e inconciliabili, non è versatilità ma incoerenza quella che permette di mettere insieme le doti e i difetti dell’una figura con quelli dell’altra.

Ignoro quanto e se e come, nel caso, sia calcolabile il complesso o la sindrome di effetti di questa contraddizione in termini; né m’interesserebbe, di là dal fatto che l’esercizio dell’immaginazione potrebbe essere in questo caso fuorviante, seguire per li rami tutto quello che ne discenderebbe. Ma essa contraddizione è negativa, perché si basa su una realtà non sufficientemente indagata e, contemporaneamente, su una deliberata menzogna, sulla quale tra l’altro si dovrebbe costruire la “verità” di una vita “normale”, o meglio attiva e produttiva nella società. Tutte le soluzioni eventuali, perciò, dovrebbero rimanere assolutamente empiriche; mentre il discorso ‘ideologico’ o persin filosofico dovrebbe essere seriamente vòlto – ma chi avrà mai il coraggio di affrontarlo? – alla distruzione dei presupposti che consentono agli spostati di spostarsi; o a certe condizioni di vita di essere identificate immediatamente con lo spostamento. Vorrebbe dire, di nuovo, però, scalzare la società dalle fondamenta, rifarla daccapo: uno scopo assurdo, e che assurdo rimarrebbe anche se fosse concretamente possibile, non necessariamente andando incontro alle ragionevoli esigenze delle figure implicate.

Il problema, nelle sue cause, ha in gran prevalenza una matrice collettiva; la soluzione, auspicabilmente, dovrebbe essere individuale. Non vedo, più concretamente, nessuna vera soluzione, se non un passaggio ad uno stato dell’arte più sofisticato, ma sempre compatibile con il vecchio programma. Ma, appunto, si richiede un colpo di genio, e teoricamente lo spostato, rincoglionito com’è, non può permettersi alzate d’ingegno così decisive. E, sì, le cose sono esattamente così complesse, e, se non sono esattamente così complesse,  è semmai perché sono ancòra più intorcinate: la semplicità della soluzione (il lavoro innanzitutto) è dovuta a una falsatura, a semplicismo mistificatorio: accedere al lavoro rimanendo un problema fondamentale e non così facilmente solubile – in specie perché esso può assai facilmente essere perso, &c. E rimane, anche, da chiedersi se valga davvero la pena di farne il post di un blog, invece che parlare dell’ultima trasmissione vista in TV, o di phyka.

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