564. Questo non è un addio.

13 Lug

Giulietta Simionato, 1910-2010

Giulietta Simionato, 1910-2010

Forse, se questo blog fosse una professione o tentasse di essere omologo nelle prassi a quello che si fa nei giornali, l’owner dovrebbe tenere una specie di archivio pieno di quelli che si chiamano, gergalmente, coccodrilli – per via delle lacrime, versate dopo il fattaccio; anche se in questo caso l’aspetto più sinistro è che le lacrime sono versate prima, assai per tempo, per non ritrovarsi spiazzati e privi di lacrime al momento opportuno, cioè quando il lacrimando, venuto a morte, dev’essere opportunamente asperso del più ipocrita tra i liquidi. Chiaramente, trattandosi di un blog, dovrei costituire detto archivio esclusivamente con entries congeniali, e questo forse mi costringerebbe a seguire passo passo, giornali tra mano, le vicende e le sorti di questo e quest’ultimo. Avrei forse cento, duecento personaggj in età – almeno quelli; ma le morti accidentali, le malattie incurabili, gli assassinj, che si possono portare via il novantasejenne come il tredicenne? – di cui verificare giornalmente l’esistenza in vita.

Tutto questo non mi è poi impossibile per motivi strettamente pratici, anche perché l’evidente assurdità di certi procedimenti non mi ha mai fatto recedere dal metterli in pratica – e anche quand’erano ben più assurdi di quello ipotizzato or ora -, quanto per motivi sentimentali. Trattandosi di un blog, dovrei limitarmi a servirmi di quest’espediente solamente nei confronti di persone che, pur non conoscendo, suscitano in me affetto & care memorie: in specie se in età, come potrei tenere un archivio del genere senza sentire l’inesorabile contraddizione di star preconizzando l’ultim’ora a persone che vorrei campassero cent’anni, non so.

Anche se il presente caso è leggermente diverso: di fatto, vent’anni fa avrei potuto anche sensatamente augurarle che campasse cent’anni, ma quest’anno, per esempio, non avrebbe avuto senso; in primo luogo perché, nata il 12 maggio 1910, cent’anni ce li aveva praticamente davvero; secondo perché quando è venuta a morte mancavano solo 7 giorni (era infatti il 5 maggio) al compimento fatale: poniamo che qualche ammiratore o conoscente la incontrasse al mercato o nel di lei salotto il 2 o il 3, o magari proprio il 4: augurarle cent’anni sarebbe stato come dirle di morire presto, non avrebbe avuto senso. Poi ci sono quelle espressioni che uno, di fronte a queste rare evenienze, tira fuori con una facilità sbalorditiva, veramente imbarazzante: come “i Suoi primi cento anni”, o, in previsione della scritta da apporre su una torta come una piazza d’armi (per via delle candeline, una foresta): “Duecento di questi giorni!!”, che sono calchi di espressioni consuete che l’eventualità del tutto inconsueta porta a deformare nel senso di una tempistica che non ha nulla di realistico: quando pure avesse passato il limine dei cento anni come un galeone frusto ma sempre saldo in mezzo alle tempeste, e dopo un secolo fosse effettivamente giunta a toccare i duecento anni, tu gliene avresti augurati, sinceramente, altri cento? Come si arriva, a trecento anni? Passando il tempo, che io sappia, mica si migliora. E c’è sempre, di là dai limiti fisici che anzi guadagnano affetto e compatimento, il rischio del rincoglionimento totale, che smentisce, come in fondo giusto, il mito assurdo del dominio della mente sul corpo, che è intrinsecamente una stronzata, e rovina immancabilmente l’idea che si dovrà serbare della persona così favolosamente anziana. Una, magari, fa carriera per i primi cinquant’anni della vita, sopravvive quasi mezzo millennio, tutti le si fanno intorno commossi, perché è una speranza per tutti, al suo XDXCIX compleanno tutti cominciano a puntarle occhj, orecchie & telecamere addosso, si fa la conta dei mesi, delle settimane: alla cinquantunesima si comincia ad andare in fibrillazione – il timore che non ce la faccia proprio è tremendo, spasmodico, potrebbe essere questione di minuti, o magari di altri cinquecento anni, chi può dire? -, e finalmente, al penultimo giorno, ci si trasferisce tutti armi e bagaglj in casa della vecchia, con una richiesta del Presidente della repubblica in una busta gialla di carta a mano, che nasconde la commossa richiesta di fare insieme un revival della memoranda scalata del primo 8000 del natale 1506, quando la vecchia, mentre sta parlando con quella voce ancòra così tipicamente salda e blasée di un tipo di scarpone eccellente, che hanno malauguratamente smesso di produrre nel 1789, improvvisamente strabuzza gli occhj, si mette a sbavare, sparacchia affermazioni insulse e comincia a pettinarsi con un bicchiere, o a cullare l’abat-jour. Nonostante il fuggi-fuggi disgustato di cameramen e rappresentanti dello stato, di geriatri e adolescenti curiosi, la frittata sarebbe fatta: la gran vecchia è completamente rinciulita, e nel giro di cinque minuti l’immagine della signora del tempo, della valorosa alpinista che ha fatto un mazzo così al K2 quando ancòra le ruote erano quadre e nelle aldamare si diluiva lo sterco equino con la granatina, dell’intelletto potente che non teme il bronzeo piede di Crono, sarebbe andata completamente distrutta. L’unica alternativa che potrebbe salvare la situazione, sia pure un po’ in corner, è che la vecchia passi a miglior vita proprio nel giro di quei cinque minuti: ma se sopravvive altri cinquanta o cento anni? Due o quattro generazioni avrebbero solamente occasione di ridere delle dieci o venti o trenta che l’hanno preceduta, che hanno penduto dalle labbra di una simile aringa marinata, si porrebbe in canzonella anche la salita del Brocken a passo di marcetta (1886), quel passato Presidente della repubblica con la sua richiesta apparirebbe o spietato o patetico, in ambo i casi più rincoglionito ancòra della poveraccia, le istituzioni ne avrebbero scardassata la dignità. Sarebbe una cosa veramente incresciosa.

Quando un essere umano, che ha una speranza di vita che non può ragionevolmente andare oltre gli 85-90, come una zattera oltre le Colonne d’Ercole del tempo comincia a spingersi tra brume indistinte, in lontananze favolose, in me, alla dolce esaltazione, si associa una specie di uggia: è come ritrovarmi di fronte a una di quelle deliranti costruzioni di Dresda, dato che quell’ammonticchiarsi di anni è effettivamente proprio come un elefante con sulla groppa una scimmia, con sulla testa una pagoda, con sulla punta un dromedario, con sulla gobba dodici moretti, che reggono sulle mani un tempietto greco che contiene una conchiglia, che regge una serpe dorata, che vomita un rospo, che, &c.: salendo e salendo, la costruzione è sempre più fragile. La sfida alla forza di gravità che qualunque oggetto verticale rappresenta diventa una specie di jattanza: la Torre di Babele non fu, stando alla lettera biblica, in effetti, abbattuta da una folgore (è leggenda coranica, molto più corrucciata e addicente, in effetti), ma semplicemente non poté finire di costruirsi, perché evidentemente andava assottigliandosi, come un torcicone che non finisce più: alla fine si sarebbe così estenuata, toccando i limiti dell’atmosfera, da mettersi a ondeggiare come una canna al vento, e si sarebbe afflosciata come una bandiera in una giornata di calma piatta, ovvero si sarebbe disintegrata, franando su sé stessa come un cumulo di riso alla mantovana. Per questo trovandomi di fronte a quelle orrende costruzioni impilate l’ammirazione (non estetica, ma meramente artigianale) si mescolava in me ad una sensazione di fastidio; e non sapevo se era il caso di continuare a guardare, o se magari non fosse meglio tirargli un calcio, affrettando l’opera del tempo.

E’ anche connesso a certi sogni simbolici, che per una volta tanto ci rendono meno spietati di quello che siamo, in cui sogniamo di fare a pezzi la nonna con la gotta, o di buttare il cane col cancro giù dal terrazzo: la psicoanalisi ci spiega che dipende dalla nostra volontà di determinare la cessazione di una sofferenza. Alla faccia del caciocavallo: intanto ci siamo visti bene, nel sogno, mentre brandivamo con espressione goduta quella spaventevole bipenne, e calavamo il taglio su quelle rispettabili membra grosse come cocomeri, facendone sprizzare vermentino del ’06 e barrette di sesamo & miele.

Qualunque ne sia la causa, devo dire che non potrei mai, benché lo rimpianga, tenere dei coccodrilli.

Ma – mi si obietterà – non è necessario che tu tenga un archivio del genere: basterebbe che, se ti senti, tu scrivessi a tempo debito un addio molto sentito, esprimendoti con parole tue, non appena il luttuoso evento si produce – cioè: non appena il luttuoso evento viene a tua conoscenza. Ma è proprio questo il problema. Molto spesso il luttuoso evento non mi perviene in tempo, perché io sono scappato prima. Mi spiego: quando una che ha lasciato l’ultima traccia storicamente rilevante di sé, in modo del tutto casuale, su un nastro pirata del 1966, ha compiuto 99 anni, l’effetto da una parte è, sì, galvanizzante, ma dall’altra non posso reprimere quel senso di rincrescimento, d’instabilità terribile. Poniamo il caso che avessi avuto voglia catapultarmi a casa sua, approfittando della sua straordinaria freschezza mentale, e chiederle a bruciapelo (perché ci sentiva ancòra benissimo) se aveva poi saputo che nell’estate del ’58 quella bibita bevuta dal papà della Callas non era petrolio, come sospettato, ma veleno per topi – era dal 1989 che volevo chiederglielo, per questo ero andato a quella conferenza al Donizetti con “Maria Callas mia moglie” di Giovan Battista Meneghini (opportunamente avvolto nella carta di giornale) sotto braccio. La tentazione era fortissima; ma poniamo il caso che proprio cinque minuti prima fosse stata ospedalizzata per un’insufficienza renale. Poniamo il caso che, riuscito tra mille gabole a fissare un appuntamento, spacciandomi per un ex-condomino che nel ’73 aveva anticipato la sua quota per il lavaggio delle scale, o o che molto più classicamente mi fossi presentato come il bordinista del Comune, incaricato di rinfrescare lo zoccolo del bagno e le grechine ad altezza d’uomo nel ripostiglio, buttandole là incurante la domanda le avessi causato un’emorragia cerebrale fulminante, o mi fossi molto più banalmente lasciato sfuggire l’espressione “metatarso”, che per precisa prescrizione medica l’ex-diva non poteva più assolutamente ascoltare, da ormai più di cinque anni. Poniamo il caso, molto più terra-terra, che mi facesse affabilmente entrare, e poi fossi stato io a morire improvvisamente, sul tappetino, davanti a lei, magari mentre il volpino, perplesso, pisciava su quella mia vecchia, frusta copia di “Maria Callas, mia moglie” di Giovan Battista Meneghini, con quella fottuta lettera, che non m’è mai riuscito d’imparare a memoria.

Per tutti questi mesi non lo so, non lo so che cos’ho fatto. Anzi, lo so: sono scappato. Non ho voluto pensare né alla guglia malinconica degli anni che s’innalzava in un cielo sempre più oscuro, né alla possibilità per le mie sfrenate risorse di ragazzo intraprendente di intrufolarmi in casa della veneranda testimone di un secolo (quasi; sigh). Mi sono ritratto, tachicardico e vigliacco, come una vajassa con le palpitazioni si copre gli occhj di fronte ad un funambolo, quasi fosse lei, stronza, a correre il rischio di spiaccicarsi.

Quando fu la volta della Gencer, che morì ad un’età assolutamente canonica, non ebbi eccessivi problemi, perché non aveva altrettanto significato. Quando fu la volta di Di Stefano, lo seppi in tempo – anche lui morto prima dei 90 anni, ma anche lui sospeso in un altro limbo, da cui sarebbe uscito verosimilmente in quel modo: ma mi dispiaceva, e ho fatto finta di niente. Quando sarà la volta di Magda Olivero non sarà la stessa cosa – per lei non sto, del tutto controvoglia, aspettando, non mi piaceva il suo repertorio. Quando successe con la signorina Tebaldi lo seppi dopo mesi, ma tant’o quanto, per quel che me ne importava, tanto non ne avrei scritto né prima, né durante, né dopo. Se capitasse a Cecilia Bartoli avrei qualcosa da ribadire a proposito del suo “Salda quercia in erta balza”, ma sarebbe un’operazione meschinissima, fatta per attirare un sacco di visite al blog, di cui sono di tanto in tanto affamato – anche se poi mi dànno fastidio, vorrei che se ne andassero tutti a quel paese.

Invece, se avessi saputo in tempo per quello che è questo caso specifico, sicuramente non avrei scritto nulla, e non l’avrei presa bene. Avrei provato lo stesso acuto rimpianto di adesso per quella precisazione mancata, per non aver avuto il coraggio di calarmi in quella casa romana facendomi cadere dalla grondaja sul terrazzo, sfondando la porta-finestra e sorprendendola, urlando il contenuto della lettera, mentre sorbiva il latte cagliato che costituiva ormai la sua merenda alla forchetta da mezzo secolo. Cosa che adesso non avrei più potuto fare; e il rimorso conseguente e relativo per averle fatto mancare, a lei veneranda conosciutissima sconosciuta, un brandello di storia che forse l’avrebbe galvanizzata, e le avrebbe dato quella manciata di secoli in più. Insomma, sarebbe stata la stessa cosa; ma se v’aggiungi anche la viltà che m’ha impedito per gli ultimi sei mesi di andare su google e cercare: “Giulietta Simionato“, due semplici paroline, la sensazione, da solo incresciosa che poteva essere, si fa terribile, terribile.

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: