561. Letame.

5 Lug

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Un mucchio di libri.

Dopo un annetto di magra, a parte rare eccezioni, ultimamente il Balôn si è rianimato: taccio di quel sabato che trovai l’angolo della spazzatura così ingombro di libri che la spazzatura non ci stava nemmeno, e migliaja di dorsi e copertine e legature aperte erano spaparanzati al sole – molti gli stracciumi, ma molte anche le cose, anche curiose, perfettamente integre.

Non si cercano, ovviamente, le novità, né i volumi di pregio in condizioni ottimali; non se ne troverebbero, innanzitutto, e poi il fascino di queste raccolte consiste proprio nella serendipità, nella scoperta di cose di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza. Se ho un principio estetico saldo è proprio quello fondato sulla bellezza dell’inatteso. So alla perfezione che bidoni di critici, poeti, storici, mitologi, antiquarj, estetologi, filosofi hanno detto e ribadito e ribattuto che tutto quello che cerchiamo nell’opera letteraria è la liscia parete, e continua, della poesia, e che quello che distingue il bravo scrittore dal mediocre e dal pessimo non è il che cosa, ma il come, dal momento che il che cosa non solo può, ma deve essere sempre quello, e il come serve a farlo arrivare meglio, e più definitivamente – il correlativo oggettivo, &c. C’è petizione di morte, qualcuno se n’è accorto?, in questa concezione. Alla fine dei tempi ci sarà la possibilità di concepire un’opera-collaggio con tutti i correlativi oggettivi mai escogitati e/o rinvenuti, e non rimarrà nient’altro da aggiungere o da sperare. All’umanità non sarà nemmeno garantita la squallida consolazione di una speranza di rinascita. Si punta molto, almeno a queste latitudini, sul concetto di continuità con una tradizione – lo fanno anche persone per nulla in sospetto di conservatorismo per quanto riguarda qualunque altro àmbito – , ma non sembra esserci posto per un’almeno ragionevole novità. O forse questo tedio terribile, questo senso di prigionia, è il letame da cui deve nascere il fiore dell’inaspettato; forse non c’è una nostrale fragilità istituzionale, alla base di quest’infelicità, ma semplicemente un calcolo astuto.

E’ nella indiscriminatezza della massa totale di libri rinvenuti che alla fine è possibile avere un’idea di quello che può finire in un libro; ho raccolto anche, e m’è capitato più volte, biografie di antichi gesuiti, elenchi di logaritmi, riassunti di biologia, genetica, materiali industriali; storie di piccole cittaduzze del sud e testi di archeologia che avevano in oggetto al massimoi tre reperti sperduti su qualche isola. Ho raccolto persino bestsellers, che poi non ho letto, persino la Tamaro, o Rossovermiglio di quella Cibrario – e dire che in libreria o in biblioteca non li tocco, benché non si paghi nulla per sfogliare o prendere in prestito. Ho raccolto grossi volumi d’arte, che poi per il peso eccessivo ho dovuto abbandonare da qualche parte appena uscito dall’area mercatale, lasciandoli in regalo a qualche sconosciuto passante (più facile che i netturbini se li siano portati via lì, invece che direttamente dal Balôn). Dal telo veramente piuttosto sguarnito di un maghrebino ho voluto ad ogni costo recuperare quattro grossi atlanti del mondo antico della De Agostini, opere modestissime in tutto salvo che per il peso, ignorando i richiami dei pulitori, al punto che sono quasi rimasto travolto dalla ruspa, e sono riuscito a scastrarmi solo per un peso dal ciarpame in cui ero affondato fino al polpaccio; le copertine si sono gualcite, ma poi mi sono messo un attimo su un muretto, le ho reinfilate, lisciate, e tutto contento mi sono portato via quelle quattro cose. Non è affatto la gratuità di questi ritrovamenti che me li rende al momento così cari – quando, cioè, vado a raccogliere libri al Balòn il sabato pomeriggio -, ma è la convinzione, non solo di quel momento, che in tutti ci sia qualcosa. Ho divinato aspetti della società italiana degli anni Cinquanta-Sessanta da I racconti di Dracula, da I gialli dello schedario, dalla serie KKK, e da libri di fantascienza d’improbabili autori stranieri; ho recuperato parte dell’infanzia, dell’adolescenza, della giovinezza da brutti quaderni a cura del PCI (Paolo Bufalini) sulla corsa agli armamenti, i rapporti tra il Partito e Breznev, i varj Congressi, l’autunno caldo, &c., quando cose che oggi sono del tutto indifferenti e dimenticate apparivano, ed erano, così maledettamente vitali. Ho incontrato poeti idealisti fin-et-debout-de-siècle del tutto opachi, ovviamente, ma racconti di fantascienza spaventosamente deliranti. Dall’ombra infangata e impolverata dei mucchj di cianfrusaglia sono riemerse figure totalmente dimenticate, Rèpaci, Rovetta, con i loro mondi complessi e ambiziosi. Che le mie siano visite al cimitero non è assolutamente dubbio.

Molto spesso gli sconosciuti assoluti – quelli di cui mai nessuno ha saputo niente – si assomigliano, e assomigliano a cose già lette; mentre i nomi che riemergono da un passato in cui hanno avuto qualche risonanza appajono infinitamente più rispettabili di quanto il tempo abbia deciso di farli apparire nel vago ricordo, quando pure persiste. Ci sono rinvenimenti di figure importanti, e per giunta vive e vegete, ma che la mancanza di qualunque presenza mediatica rende come già sepolte in un mare di oblio: penso al calabrese Strati, di cui trovai un romanzo non originale come ‘trama’ ma dall’orchestrazione verbale superba, un arazzo di voci smaglianti, un prosatore d’eccezione; è vivo, ha ricevuto da poco i beneficj della legge Bacchelli, e io e un mio amico che l’abbiamo letto, scoprendolo, ci siamo detti Beh, per fortuna che qualcuno c’è ancòra, sarebbe bello conoscerlo. Berardinelli dice da qualche parte che ci sono autori che amiamo per quello che scrivono, e altri autori, che, a causa di quello che hanno scritto, ameremmo conoscere di persona. (Era a proposito di Auden, così presente nella sua propria scrittura da non rendere possibile una conoscenza migliore de visu).

E’ una forma di pietà straordinariamente viva e passionata che mi spinge a stendere l’artiglio su una parte molto consistente di quello che trovo; tanto da dover poi disperdere dovunque càpiti quello che decisamente è in esubero, ma sempre con grande rimpianto, perché effettivamente la valutazione dell’esubero risente di modelli interpretatìvi e valutatìvi del tutto scolastici: valgono i classici (che posso comunque trovare ovunque in qualunque momento) ma non valgono i romanzaccj da stazione stampati con mezzi di fortuna in quella famigerata tipografia romana, ma a centinaja!, tra il 1955 e il 1980; valgono le Storie di- e le biografie di personalità sepolte no – eppure, in questa ridda silenziosa di anime del purgatorio, quelle più importanti devono di necessità essere quelle più bisognose di suffragj, cioè di salvazione dall’immenso inferno della dimenticanza. La fragilità del medium, sporchevole, strappabile, sfondolabile, sbriciolabile, l’incombere del Sole, il sovrapporsi delle voci, sono sempre motivo di riflessioni saturnine circa lo sterminato spreco dell’ingegno umano. E’ mettendo le mani non sulla Bibbia o Shakespeare o Dante, o su quelle dieci-quindici scritture in cui, ci si assicura, c’è TUTTO, anche il contrario di tutto, ma su quelle sparse, disperse, in bilico, spintevi da venti ostili, sulla bocca vorace del nero baratro, che si può toccare con mano quanto inutile sia stata, e sia, tuttora, in questo preciso momento e nell’immediato futuro – come esperibile – e, naturalmente, nella più remota posterità – non esperienda – l’opera intellettuale umana. Essa gode di favore smisurato, cioè sproporzionato. Si dice: Investite sulla mente, non sul corpo! Il corpo suda, puzza, è deperibile, si consuma, la vita è due versi senili in postilla ad un emistichio di gioventù. O forse non si depaupera il cervello? Forse che tanti libri non scompajono, ad ogni minuto, dalla faccia della terra, senza lasciar traccia? Forse non si perde la memoria, non si rincoglionisce, non ci si dimentica, non si perde la possibilità di rammentare? Anche quello a cui vecchie professoresse delle medie e pensionati hanno pensato di affidare una loro piccola, e naturalmente discreta, eternità, e non sanno come il Tempo, alla fine, sia l’unico ad accorgersi di tutto, perché di tutto, perennemente affamato, deve nutrirsi, mentre noi, piccole e disperate sue prede – tra tutte le altre cose! – siamo disappetenti, col cervellino piccolo, e facilmente nauseati!

Leggo quanto più posso – specialmente in questo periodo, in cui in effetti mi muovo poco -, e un libro dietro l’altro. Colpisce la continuità del tutto inattesa, casuale e no, delle tematiche da un libro all’altro – nel che cosa e anche nel come. Per esempio, leggo Sporco e Pulito di Reginald Reynolds, prezioso volume erudito sulla cacca e i servizj igienici; esso volume è dedicato a sir John Harington, misconosciuto inventore del cesso con lo scarico, che intitolò la sua operetta La metamorfosi d’Ajace; essendo che l’eroe discendeva da Saturno, il quale, come dio dei campi, era paredro di Stercuzio, dio del concime. Sat-Ste: viene in mente Seth, come appare all’inizio di Antiche sere di Mailer, dov’è mostrato come il dio di quelle pillole che i majali pasciuti mollavano lungo gli argini del Tevere, e di tutta la merdosissima zona a sud del Nilo; e l’inizio del romanzo, in cui il ka del principino deve fare una corsa, guidato dall’avo misterioso, in un mondo tutto di sterco, di fanga putrida – di fertilità. Un volumetto divulgativo sull’antico Egitto, d’intralciatissima lettura per via dei refusi, m’ha ajutato a collocare nel tempo gli ultimi Ramessi, tra cui il Nono che ha parte nel romanzo di Mailer, del cui regno si dice che conobbe grande miscredenza, poiché le tombe, collettori delle anime attraverso i corpi resi immortali, vi erano violate con gran disinvoltura. Reynolds si riferisce a santa Caterina non come colei che si bevve il bacile dell’acquaccia sporca che aveva lavato il pestilente, ma come colei che – come la beata Fennica rammentata dalla santa Rita di Poli – donò il premito peristaltico al signore. Saprò dove ne dettò alcunché grazie ad un UTET, malissimo ridotto ma almeno sta insieme, che raccoglie le lettere di quella grandissima dottora, e che ho trovato insieme insieme col libro del Reynolds.

Io, che mi tengo, per la verità, abbastanza lontano, anzi direi molto, dai recessi che di fisso i cani di passaggio eleggono per segnare generosamente il territorio – sono tutti molossoidi, ovviamente, ché piacciono al sottoproletariato mercatajuolo -, e che dunque non ho per la cacca troppo trasporto, mi ritrovo a concepirne un robustissimo entusiasmo laddove s’intenda in senso simbolico-figurato (limitandomi a fare come disse quel rettore inglese ai licenziati: Evitate il dogmatismo e tenete sgombro l’intestino; oltreché a dare tributo di stima, ma in cuor mio, a tanto preziosa materia), ma nemmeno molto. Alla fine, un libro è una porta d’ingresso su altri libri; non tutti tra i quali saranno di necessità conservati, per quanto magari lo meritassero, ma i cui contenuti, sparsi come seme e concime nelle menti dei decennj addietro, hanno fiorito fruttificato vegetato, dando nuova occasione di produzione stercoraria, e via di questo passo. Ecco, in questa chiave la raccolta del ciarpame si configura proprio come una concimazione; basta non pretendere, naturalmente, che il concime rimanga tale in eterno, ché, anzi, il suo scopo è appunto trasformarsi, in ente peraltro più grato , o perlopiù, e nella trasformazione perdere definitivamente quella sua forma accidentale, quella sua formulazione, quella sua composizione, per riacquisirne un’altra ancòra, inconscia e conscia della precedente, una volta completato tutto un giro di metamorfosi. E’ la distruzione in sé, l’eliminazione per abbruciamento o sminuzzamento, che dovrebbe essere da temere più d’ogni altra cosa. Ed è per questo che, nonostante mi ispiri pensieri tanto malinconici, questo mio continuo salvataggio di libri – che avrà una fine, e tra non molto, perché ormai ne ho fin qua – mi sembra l’unico atto veramente vitale che abbia compiuto da almeno due lustri a questa parte.

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