559. Risveglj.

2 Lug

https://i2.wp.com/abs.italiaabc.it/photobook/poi/208/2_palazzo_carignano.jpg

La facciata settecentesca di Palazzo Carignano, col suo porticato.

E’ bello comunicare con la gente. Per esempio, dopo mesi di comprensibile silenzio, l’omino che fa il custode a palazzo Carignano giorni fa s’è proposto come svegliarino, e quando mi alzo prima delle 8.30 si compiace, e me lo dice, Ah, oggi ti sei svegliato prima, e mi chiede: E adesso che fai? Vai a lavorare? Rispondo sempre di sì, anche se la faticosità delle mie giornate mi rende bolso e rincoglionito, e l’unica risposta che si potrebbe sensatamente chiedere al mio abbrutimento di fronte a una domanda del genere dovrebbe essere Sì, porcoddio, oppure: Mavaffanculo. Ma temo ritorsioni – i custodi sono sempre freschi e riposati, con riflessi scattantissimi, non come i miei, e potrei prendermi un cazzotto in bocca, e trovarmi a rinunciare ai diciotto denti che mi sono rimasti.

Poi sono stato invitato nella mansarda di un pio ragazzo islamico, dove passai solamente una notte. Ricordo che due sere fa c’era una sontuosa luna rossa che mi guardava come un occhio stanco da sopra i tetti, non piena ma quasi. Se non fossi andato lì l’avrei forse ugualmente vista, ma da un’altra prospettiva, meno suggestiva. Questo m’ha fatto decidere che anche se il bilancio in generale fosse stato una merda, quella cosa sarebbe comunque valsa la pena dei 120 gradini saliti, alcuni dei quali veramente ripidissimi.

Ho comunicato anche con lui, ma anche se la condizione barbonica è di per sé molto interessante, rimane il fatto che lo scambio di vedute è sempre la stessa cosa, che si svolge ricorrendo ad uno strumento linguistico – anche se le difficoltà che il ragazzo aveva con l’italiano rendevano il tutto forse meno scontato -, e poi rivolgendosi quelle domande che sanno tutti, come dire: Come ti chiami?, oppure: Che mestiere fai?, oppure: Che cosa studj?, ovvero: Come butta?, ossia: E’ da molto che sei in Italia? Sicché uno pensa di sfuggire alla noja esistenziale e alla sensazione oscena dell’ammazzare il tempo che ci ammazzerà con un simpatico diversivo, e poi si trova pieno d’indicazioni anagrafiche che, gira & rigira, sono poi sempre equipollenti: qui o là, comunque si è nati; qui o là, comunque si abita, o almeno ci si aggira; qui o là, si studia, o si lavora duramente. Tutti, per esempio, hanno un nome, e anche un cognome, e uno stato di famiglia. Tutti hanno un reddito, alla fin dei conti, ridotto ai minimi termini e/o non dichiarato, ma i soldi da qualche parte saltano fuori. Quanto al fatto che siano troppo pochi, è un problema di tutti, come la morte e (come dimostra la mia carriera di fumatore) le tasse.

Gl’inviti hanno sempre come conseguenza l’accettazione o il rifiuto. Se accetti, poi ti ritrovi a dormire in una stanza sempre troppo calda. E mi chiedo anche com’è che tutte le volte che finisco in case altrui debba trattarsi di una mansarda: c’è qualche disposizione di legge, di mezzo, è una fatalità / un caso, oppure è un semplice caso di attrazione semantica (barbone / bohème / sottotetto)?

Comunque fuori si dorme meglio: ci si sveglia molto più ossigenati.

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