555. Feuilleton.

24 Giu

Un fatto concreto su cui ho vergognosamente trasandato d’insistere ogni tre per due, nel corso di tutti questi mesi, anche quelli di maggior attività (relativa – si fa per dire) del blog è poi quello più importante, la vera e reale e incontrovertibile misura della mia invidiabile tempra e della mia semileggendaria resistenza alle avversità: vale a dire il fatto che gl’interi quattro mesi invernali – stante il calendario, 21 dicembre 2009 : 20 marzo 2010 (sei giorni dopo l’aver toccato un’età indicibilmente veneranda) – io li ho passati all’aria aperta: in un periodo in cui il termometro ha segnato -8 gradi durante il giorno, e fino a -15 durante la notte. Tanto costa, in effetti, la libertà.

Mesi, questi, durante i quali ho perso di vista, salvo sporadici e casuali reincontri, più o meno affettuosi, molta parte dei colleghi, che evidentemente disertano la gran parte dei luoghi che bazzico di consueto io, tra il Po e Porta Susa; ho rivisto S., che mi dava sempre sigarette, anche quando non ne avevo nessun bisogno, e con la quale si facevano talora grasse risate; ho rivisto N., due volte, ma solo perché per quelle due volte è uscito dal tracciato consueto, per non dire quasi obbligato – pareva un pipistrello, tutto vestito di nero e coi capelli al vento, e mi ha afferrato per la pelle del gozzo, delicatamente, soffiandomi in faccia “Sto male” (ma niente di cui preoccuparsi: lui se la cava sempre).

Operatori invece ne ho visti quasi tutti i giorni. Ho incontrato Rosa vicino a p.zza Arbarello, a Porta Pila, ai Capu. La sera mi stravacco sotto il consueto portico in p.zza Carlo Alberto? Ecco spuntare la boa, con quei rottami di biscotti, che glieli sbriciolerei nella schiena, e quel termos di tè diabetogeno, che glielo infilerei nel culo. C’è persino un operatore di Parella che frequenta un bar di s. Salvario nel quale mi faccio talvolta trascinare (dove mi faccio offrire bevande alcoliche, cioè) che sostiene persino di conoscermi, di persona.

Quanto maggior piacere, allora, rivedere F., domenica scorsa, alla mensa festiva, e anche oggi – qui a Torino oggi è nuovamente festa, perché è s. Giovanni, patrono della città. Ed è un piacere parlare con F., perché, a parte il fatto che è simpatico, è un piacere in sé condividere notizie e opinioni altamente negative sui servizj sociali comunali, operatori assistenti sociali ERP & quant’altro. Io non ho un’assistente sociale e non ho mai fatto richiesta per la casa popolare, che comunque non mi avrebbero mai dato; lui sì, sono molti anni che è per strada, ha tutto il diritto ad un alloggio e lo vorrebbe – uno mica può passare l’esistenza per dormitorj. Che sono quelle strane case d’accoglienza notturna che ti accolgono per 30 notti e per altre 60 ti lasciano sul lastrico, à la belle étoile se tutto va bene, sennò esposto alle intemperie, tra le pozze, e gli schizzi di fanga. F., che è un bon vivant mitissimo e intelligente, ce l’ha a morte coi servizj socioassistenziali; perché tre anni fa doveva essere raggiunto, avendo toccato dopo un tempo estenuante il punteggio necessario, dalla comunicazione che l’alloggio gli era stato assegnato. La Polizia ha preferito non far riferimento ai dormitorj presso cui aveva, ovviamente, dato la sua reperibilità, e non ricorrere a quella strana serie di cifre che – chissà se l’hanno mai saputo – avrebbe  dovuto corrispondere al suo numero di telefono; e gli hanno fatto perdere il turno, facendo riprecipitare il suo punteggio a un tot ridicolo e costringendolo a riprendere daccapo, con la domanda e tutta la trafila relativa, e soprattutto con l’estenuante attesa. Nel frattempo saltabeccando da un dormitorio all’altro, tra piccole e grandi angherie, scazzi infiniti col resto dell’utenza e soprattutto col personale stipendiato dal Comune.

E la cosa che inquieta maggiormente, che dà più fastidio, non è quell’aria pigliainculo che hanno tutte le volte che ti parlano (ammenoché non pesi almeno 120 chili e non sei molto incazzato), il compatimento, il disprezzo trasparente, la voluttà che hanno a campare sulle macerie dell’umanità, la scorrettezza progettuale, la deliberata soperchieria, il servizio svolto a minchia di cane, i pesci in faccia, le liste colle precedenze stravolte secondo il capriccio del momento, le occhiate languide della feticista della puzza del piede in turno a qualcuno che non sei mai tu, no, ma – ha ragione F. – quei fottuti quaderni.

Sono quaderni Pigna, o Monocromo, o di CandyCandy o dei Pokémon, o alti registri di vecchia foggia – quaderni normalissimi, dunque; su cui, chini come Garrone sul temino del lunedì, quegli analfabeti passano i tre quarti delle serate. Ogni scorreggia che vola, ogni parola fuori registro proferita, ogni schiaffone mollato, ogni deliquio di sbevazzone, ogni pera di sfroso scoperta nei cessi, tutto è descritto, evidentemente, per filo e per segno, da questi raccattacacca, che ci mettono tutte le volte il quintuplo del tempo che richiederebbe a una persona normale. La cosa più difficile, quando si scrive, è definire esattamente un fatto – per tutti; figuriamoci per questi. A Foligno, come in ogni altro dormitorio, un intero armadio testimonia con filze di fitti dorsi versicolori questa certosina, disgustosa, lumachesca attività, perfettamente inutile, lesiva del servizio e dunque dell’utente, e testimone solo della prolissità innata di chi vive facendo una minchia dalla mattina alla sera – anzi, dalla sera alla mattina, per essere più precisi. Tramite quei resoconti, che non interessano a nessuno salvo che agli operatori, i lurchi figuri comunicano ai colleghi assenti non dinamiche oggettive, ma, tramite eventi di nessuna rilevanza, i proprj sentimenti, a lungo coltivati e fatti crescere, nei confronti di questo e quello. Solecismo dopo solecismo, torsione sintattica dopo sgrammaticatura, il veleno, che dovrebbe secondo giustizia corrodere quelle pagine reprobe, si comunica come una tossica staffetta dall’un mantenuto all’altro; la simpatia dell’uno cede all’antipatia dell’altro. Quello non mi ha portato la ganja, quello mi ha fregato 15 euri, quell’altro è ricchione: pensaci tu. Per palleggj indiretti, il malvagio programma d’una mente diabolica si trasmette e si chiarisce a tutti; quando tutti hanno capìto, nessuno può sottrarsi. A questo punto si tratta di far leva su una parte, potenzialmente problematica e turbolenta, dell’utenza. A quello non dare nulla, non restituirà, quell’altro tira le loffe in ascensore, quell’altro ancòra è un carabiniere in incognito, l’altro, poi, uh!, è ricchione – pensaci tu. E così, tempo una-due sere, il preso di mira e l’energumeno sono sospesi per sei mesi, un anno. Uno per aver provocato, l’altro per aver raccolto la provocazione. E l’operatore, che già progetta di passare ad altro almeno per i prossimi sei mesi, un anno, scrive e scrive il pessimo feuilleton – I Misteri delle Ghiacciaje, I Misteri di Traves (o del Macello). F. ha ragione ad avercela con quei maledetti registri, che manipolano le coscienze degli ultimi arrivati, che veicolano le cattive fame immeritate. Io, per tutto questo tempo, col mio stile, le mie doti, la mia visione avevo compilato un diario monumentale, sacro alla pietà dell’uomo, pieno di ghiribizzi e di stralunature, d’aneddotica innocente e di una poesia in lingua incognita – e tutto, tutto è andato rubato e distrutto. Quelle carte prevaricatrici e orrendamente compilate, con grafie da trojetta e da fallito impiegato del catasto, tutto quanto è conservato, monumento alla malafede, schifosa enciclopedia dello squallore, specchio che non ha vergogna di deformare persino la già deforme miseria.  

Quel putrido registro, e c’è ogni ragione acché così sia, è l’ossessione di F.

Finché un bel giorno ha incontrato, credo dalle due suore saffiche di Opportunanda, “un ragazzo”, ha detto, che deve scrivere – riferisco – un libro, e che fa la spola tra l’Italia e l’estero, dato che qui in Italia non trova spazj soddisfacenti per la ricerca. E’ uno, mi ha spiegato, che ce l’ha a morte con i servizj socioassistenziali, e che vuole raccogliere quante più testimonianze è possibile circa le disfunzioni e i disservizj di cui gli addetti a questo gran brutto settore si macchiano spesso & volentieri. Mi ha dato il nome e un indirizzo mail, anzi due, uno presso l’Università di Torino.

Combattere i glifi fetenti depositati da quegli azzannacarogne con altra scrittura – scrittura che emerge quotidianamente dalle incombenze più vitali, e basilari; scrittura praticamente eroica, se non altro al confronto: dove trovare un’antitesi più sfoggiata?

L’immagine di questo baldo giovane, chissà con quale passato, che dall’alto della sua laurea piomba come un falco a vendicare gli oppressi – figura oscura, che si vede e non si vede, perlopiù residente in qualche pays lointain, ma talvolta riapparente, quasi larva (appunto) ultrice, in queste lande, a raccogliere la storia dolorosa dalla mota putrida della marginalità, aggirandosi come un moscone virtuoso intorno al buco del culo del mondo, piegandosi con grazia sovrana sopra i trombati dell’umanità, mi ha, com’è come non è, riscaldato la fantasia, e il cuore, e mi sono soffermato a ricordare con F. quella volta che gli operatori di via Carrera distrussero di calcj il povero N.M., che era pure sieropositivo, o come Laura Scarpellino mi ha messo alla porta, urlando al punto da catapultare a dieci metri di distanza i residui dell’ultima fellatio, intimandomi di trovarmi un posto sotto i ponti, e Guazzotto che con la moglie spedì un articolo alla Stampa (dove fu stampato con nome-e-cognome) e a E-Polis (giornale gratuito; dove fu stampato anonimo, perché i giornali gratuiti finiscono in mano a molti barboni) quando quella loro vicina di casa fu uccisa dal marito dopo dieci anni di angherie – durante i quali diecianni i due, benché dipendenti comunali o giù di lì, non avevano evidentemente alzato nemmeno l’unghia del dito mignolo per ajutarla, o consigliarle un avvocato, o una soluzione assistita – e insomma tutte quelle cose che amo riandare, anche sul presente blog, a dimostrazione di quanto sono stronzi gli operatori, di quanto sono avvoltoj e mangiamerda.

Dopo aver scambiato le solite informazioni maligne, ognuno se n’è andato per la sua strada, non senza che F. mi raccomandasse di andare a dare uno sguardo a quello che questo salvatore aveva scritto, e magari di scrivergli a mia volta, stampando il materiale in modo da visionarlo insieme. Un primo mazzo di carte, la prima pietra d’una sperabile piramide di rivelazioni, di torti raddrizzati, di verità restaurate, di contro allo ziqqurat delle mezze verità, delle manipolazioni in foggia cancellaresca. 

E io, che oggi in teoria dovevo rimanere senza connessione, ho invece, grazie alla generosa disponibilità di un amico, potuto effettivamente sbirciare che cosa dice google di questo vendicatore della notte: ne è uscito un giovane ricercatore, anche piuttosto bravo, a quel che sembra, con alcune pubblicazioni compilative sui servizj socioassistenziali e in special modo sulla disponibilità di alloggj del Comune di Torino per chi ne fa richiesta. Tutto materiale onesto, anodino, che la comunità scientifica ha soppesato e valutato, e che, sia pure a latere di una piccola e a suo modo incoraggiante carriera tra le muse, non giustifica l’idea ch’ero stato tentato di farmene – non più del viso grassoccio e occhialuto, da bravo ragazzo, che restituiscono le fotografie lanciate in rete. Insomma, niente eroe. Non è nulla di diverso dalle decine di ricercatrici che ho incontrato nei dormitorj nel corso di cinqu’anni, che chiedevano se le informazioni affisse in bacheca erano scritte abbastanza grandi, e se avevo verificato che si riferivano almeno agli ultimi due anni, e non a dieci.

Nemmeno stavolta Rodolfo di Gérolstein troverà un minuto per noi.

E ben ci sta: perché dovremmo aver già appreso quanto di baveux e consolatorio e tutto sommato ancòra Ancien Régime faccia ombra a quell’emozionante figura archetipa, come a tutti suoi paredri; è l’iniziativa personale l’unica via di salvezza.

In fondo, ho pensato con una punta d’amarezza, che bisogno c’è d’un salvatore, quando le soluzioni sono così semplici, e a portata di mano?

Il succedersi d’eventi che mi ha sbattuto in mezzo alle tempeste dello scorso inverno è stato rapido, e rapido è a ricostruirsi: il mio prezioso netbook, gravido delle mie virtuose fatìche e di tutte le promesse di una rosea mediocrità, si trovava nell’ufficio di via Foligno, affidato in custodia al cialtrone operatore Antonio Bellantone; il quale, addormentatosi dopo aver lasciato la porta rigorosamente aperta, s’era fatto ovviamente ciulare l’inestimabile strumento – posto che non avesse dato, direttamente o indirettamente, manforte all’intruso notturno, o che non fosse addirittura tutta sua criminosa iniziativa. Allo scoprire l’indebita sottrazione, causa violento afflusso di sangue al cervello, ci vidi rosso, sive non ci vidi più: assunsi per provocatorie e colpevoli le flaccide rimostranze dell’individuo, oltraggiose le esortazioni a rivolgermi alla Forza pubblica, incomportabili tono generale, sembiante, attitudine; ribaltai furente cassette portadocumenti, cogli scartafaccj contenutivi, indi rivolgendomi con urla belluine al cretino operatore, minacciando querele ed estirpazioni di scroti alla radice, provocandone risposte altamente offensive, eccitandomi a mia volta a controrepliche suburrite fijodenamignottashaped e bastardopatterned, prendendo quindi la via dell’uscita scalciando sedie, colpendo un vetro con una gomitata e tentando di distruggere il vetro della porta con l’anima di un trolley, trovata lì per caso. L’impeto vendicativo è figlio del rimpianto, come spesso avviene che figlj irruenti e prevaricatori nascano da genitori remissivi e pensosi; il mancato sfondamento della porta d’ingresso, la demolizione della macchina del caffè e la devastazione della faccia (veramente da culo) dell’operatore sono voluttà che non mi sono potuto concedere; ma soprattutto, nella sua perfezione contropassuale, la disintegrazione del monitor e lo sfasciamento dello hard disk del cesso tecnologico su cui i mantenuti della cooperativa Frassati tengono i registri delle presenze è quello che m’è maggiormente rimasto sul gozzo: e lì è, da mesi e mesi, e non se ne va più né sù né giù. Vomitare o deglutire: questo dovrebb’essere il mio motto.

Quale principe di Gérolstein dovrebbe, adesso, districandosi tra i molteplici impegni – con tutte le Fleurdemaries redimende e gli Chourineurs addomesticandi che avrà da seguire -, venire in mio soccorso, facendosi carico d’una vendetta ch’è poi così a portata di grinfia? Istituzioni, dottorandi, interviste & analisi idiografiche, operatori del sociale, inchieste sul territorio, assegnisti ricercatori, parastatali, ma chemmefregammé?

Basterebbe recarsi, una sera, ad origliare dalla buca delle lettere a Foligno – da fuori si sente tutto -: udendosi la voce odiosa del succitato, si avrebbe la matematica certezza che da mezzanotte in poi il losco figuro sarà da solo – quando è in turno fa sempre la notte. In quel caso, altro non ci sarebbe da fare che andare in via Stradella a mettersi comodamente in panchina, a fare l’inventario dello strumentario indispensabile:

1. Un vaporizzatore.

2. Una boccetta di cloroformio.

3. Una mascherina protettiva.

4. Uno spray nero e/o un pajo di cesoje per fili elettrici.

5. Una scala.

6. La chiave dell’ingresso, di cui ci si sarà fatti un calco durante le ore diurne.

7. Un trolley.

Un pajo d’ore dopo la mezzanotte, verificato che non si odano rumori all’interno e che tutti e 26 gl’inquilini siano già collassati sui materassi pisciati della struttura, introdurre il cloroformio debitamente volatilizzato nell’ufficio, servendosi di un tubo infilato nella buca delle lettere, che comunica coll’esterno. Pompare quanto più si può del tossico, fino a far collassare il minus habens all’interno, e facendo attenzione a che l’inclinazione della telecamera sovrastante l’ingresso non sia stata cambiata, rendendo visibile la propria posizione, che è a destra dell’ingresso. Quando si sarà sentito il tonfo, interrompere l’erogazione, riporre il cloroformio ed estrarre la scala, a compasso o a pioli. Movendosi celermente, raggiungere la telecamera e qui procedere o a) alla recisione dei fili elettrici; o b) all’annerimento dell’obiettivo tramite vernice nera. Scendere dalla scala e riporla. Non ho mai capìto se la telecamera è a circuito chiuso o comunica con il cessetto di qualche sbirro: in ogni caso non ha importanza, la prudenza non è mai troppa. Estrarre la chiave e aprire la struttura. Da lì in poi tutto è semplicissimo: la seconda porta non conosce chiave, e s’apre a spinta, e la porta dell’ufficio non è mai chiusa a chiave – almeno quando ZioFester è dentro che dorme. Approfittare dello stato di coma dell’operatore per svuotare l’armadio di tutti i documenti, che si riporranno in ordine nel trolley. Se l’armadio è chiuso a chiave, frugare nelle tasche del comatoso. Se qualche utente dovesse introdursi nella stanza, e il cloroformio non dovesse più appestare l’aria in concentrazione sufficiente, sicché colui avesse modo di chiedere che cosa cazzo stai facendo, addormentarlo con un tampone di cloroformio, o, meglio ancòra, spiegargli con succinta chiarezza i proprj reali ed effettivi scopi. In 99 casi su 100 l’intruso rivolgerà complimenti all’ideatore, e tornerà a dormire dimenticandosi bellamente del perché s’è alzato.

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