554. Una benefattrice: ricordo.

23 Giu

Era grossa e sformata, tengo a precisare sùbito, tanto che sembrava aver passato numerose gravidanze, mentre di fatto erano state solo due: ne erano usciti due figlj maschj, uno con un nome anodino e qualunque, e l’altro tipicamente meridionale, tanto per bilanciare – non li ho mai visti. Il marito era pugliese; dev’essere detto che, mentr’era incinta, aveva fatto una tesi di laurea (in lettere, dev’essere specificato sennò dall’argomento non si capisce) che dimostrava statisticamente che il motivo per cui i ragazzi meridionali andavano male a scuola era dovuto all’eccessiva severità usata nei loro confronti da parte degl’insegnanti meridionali. Così, tutto tornava.

Quando c’incontrammo, tramite terza persona, si complimentò per il coraggio (?), anche se parlandomi un po’ dovette notare che ero “molto ragazzo” – se fossi stato più virile non avrebbe cambiato nulla perché sarei stato non meno ricchione, e pazienza. Comunque, a quel che pareva, avevo coraggio a mettermi in quella situazione così scabrosa. A guardarla in faccia ero rimasto abbastanza impressionato: se le avessi aggiunto un altro pajo d’occhj e  l’avessi buttata in mare sarebbe stata identica al Colombre. Altra cosa che colpiva era l’odore acidulo, i panni stazzonati: aveva sempre indosso una traccia di profumo vecchio, di panni non freschi. Dato che nonostante tutta la poserie rural-piemontese era ricca e si dedicava a ricchi passatempi, e una volta ogni due settimane si concedeva una vacanza da qualche parte d’Europa, o andava alle terme, sono arrivato a pensare che si servisse di deodoranti e detersivi appositamente concepiti per dare un afrore così usé – tutto può darsi. Quando tornava dai suoi viaggj diceva cose strane, come per esempio “Loro” [si riferiva, nella fattispecie, a Monaco di Baviera] “hanno un’architettura che è difficile da comprendere per chi viene da Torino, non è simile alla nostra”. Ebbi anche la malaugurata idea di dirle che cosa dovrebbe essere l’architettura tipicamente torinese, ma lasciai cadere il discorso non appena mi resi conto che c’era rimasta malissimo. Per lei Torino era, innanzitutto, barocca; e poi, punto secondo e più importante, di buon gusto – non è la sola a far confusione tra buon gusto e assenza di gusto, c’è da giustificare chi ha avuto prevalentemente sotto gli occhj esempj mediocri.

Credo onestamente che avesse una sincera passione per la scrittura, anche se ovviamente per lei era subsecività, pensione dorata, buon mondo di relazioni a un certo livello – ma per chi non è, in fondo, proprio questo? – e leggeva cose, aveva curiosità. Ricordava a memoria, con molti particolari, la trama del Giuoco delle biglie di vetro, prendeva molto sul serio Bukowsky, che ella mi prestò e che nulla mi disse (non gli voglio male: gli auguro che si sia divertito, ma a me sembra un po’ roba da adolescenti), le piaceva, ecco, questo sì, Dostoevskij, anche se sembrava più servirle da pezza d’appoggio per una certa sua teoria, che lo scrittore dev’essere, riferisco, “uno stronzo“, essenzialmente. Le era anche parso che io potessi essere abbastanza stronzo, e che dunque potessi fare lo scrittore.

Non ho mai pensato che mi mancassero alternative; in special modo, quando ho scoperto che in strada si vive, e non si muore, la mia coscienza dell’incredibile libertà dell’essere umano – libertà di cui, in questo forse il servo arbitrio, non può mai fruire pienamente – si è fatta più fonda e precisa. Ma era scontato che dato che era lei che era ricca e mi dava soldi, e io ero povero, fossi anche costretto ad ascoltare le cose sgradevoli con cui ribadiva il suo potere nei miei confronti. Sin da sùbito si dimostrò perfettamente efficiente, sul piano spionistico; dato che la nostra conoscenza di rete era limitata a poche mail, e che quello che sapeva di me era parecchio per quanto riguarda il tempo reale, ma limitato per quello che atteneva alla mia storia, o alla mia assenza di storia, seppe informarsi molto bene, e raccolse per tempo tutta una serie di notizie. Io non le interessavo, prima di tutto perché era difficile far pensare al marito che lo stesse cornificando, dato che ero (come sono) notoriamente ricchione; e lei aveva sempre uno spostato, un tossico, un balordo che manteneva per qualche tempo. A certi dava più, ad altri meno. A quell’altro aveva anche procurato una casa, il computer – il rapporto era durato poco perché lui insisteva troppo con i soldi -, ma lui sosteneva di amarla, io certo non l’avrei mai fatto, in nessun caso, nemmeno in caso fossi stato eterosessuale. Lei diceva: “Io pago quelli che mi fanno paura”. Mi lasciò stranito perché mai più avrei pensato di essere una minaccia per lei; ma ebbi modo di rendermi conto che era una questione meramente simbolica. Era stata violentata a 4 anni d’età da un cugino, che probabilmente voleva provare il coitus interruptus. Aveva sviluppato un rapporto molto strano col sesso, e preferiva sempre lo scontro diretto alla violenza nascosta o alla guerra psicologica.

Io perlopiù la guardavo e l’ascoltavo parlare. Mi dava appuntamento via mail, da una settimana all’altra, il lunedì mattina verso le 8.00, in piazza Castello. Trascorrevo con lei un’ora o due o tre – lei mi diceva di andar pure, se volevo, ma mi sembrava sgarbato prendere la cento euri e scappare via. Tentavo di fare un po’ di conversazione. Questo, però, dopo il periodo iniziale, quando chiaramente voleva conoscermi meglio, e soprattutto vedere se veniva fuori la mia violenza, o se poteva fare qualcosa di carino con la mia anima. Da quello che aveva racimolato sul mio conto erano state soprattutto le notizie su mia madre ad averla colpita, o a sembrarle le più stimolanti. Se fosse stato un gioco, tengo a precisare, avrei sicuramente, persino io, girato i tacchi, e invece no: era una cosa interessante, lei era veramente vittima dei suoi pregiudizj, era autenticamente impaurita e piena di complessi d’inferiorità. Questa donna odiava i meridionali e credeva di essere di razza ariana (ciò che non sono i meridionali, salvo i parenti di suo marito, o almeno parte), e aveva sposato un meridionale. Mia madre era un altro bel groviglio di diversità: doveva evocarle immagini allarmanti e stridenti di carrozzoni circensi e salotti buoni in capitali del Nord, cenci e cernecchj al vento e conversazioni in lingue puntute dalle fraseologie stratificate. Disse che aveva fatto male a farmi studiare, se non aveva i soldi per mantenermi agli studj. Dissi che i soldi c’erano eccome, solo che io li avevo buttati. Disse che il rapporto discrasico che aveva con l’ambiente dipendeva dalla sua incapacità di penetrare l’anima italiana, e di adeguarsi, aveva mancato di souplesse. Dissi che ritenevo che la sua analisi fosse di un’esattezza assoluta, l’avrei baciata (ma non lo feci mai). Disse che non si era nemmeno arricchita, che lei (la parlante) sentiva nell’aver accumulato proprietà tutta la sua superiorità. Dissi: Padronissima.

Perché sapevo alla perfezione che queste posizioni erano solo in minima parte provocazione: soprattutto erano cose credute. Ero capitato in un mondo chiuso, anche comodo per certi versi, ovattato e discreto, ma dominato e regolato solamente da paure, di vario tipo ed intensità. Ci si poteva vivere, anche bene, a patto di non incorrere in certi errori, che difficilmente mi sarebbero stati perdonati. Alcuni, giusto perché non avevo nulla da perdere né da guadagnare, li commisi abbastanza volentieri.

Dopo qualche mese saltò fuori qualche particolare su quell’altro. Disse che a quell’altro aveva passato cifre grosse, ma non in contanti passati brevi manu come nel mio caso, ma tramite assegni. Disse che riceveva ancòra mail di quell’altro con le ricevute scannerizzate, accompagnate dalle parole: Ah, se tuo marito sapesse!!, o cose del genere. Lei sosteneva che lui aveva completamente spaccato il dilei rapporto con la scrittura. Essenzialmente (io sintetizzo; poi, soprattutto, era detto in maniera molto più elegante, ma non la so ridire – in ogni caso il concetto era questo) diceva che basta scrivere nella maniera più automatica e disimpegnata tutte le volte che non hai di meglio da fare; in capo a un anno ti ritrovi con una pila così di materiale, praticamente un libro.

Per quanto questo l’avesse sbloccata, aveva continuato a compilare faticosamente romanzi autobiografici, che le servivano a nascondere quello che realmente era. S’ispirava ai modelli piemontesi di letteratura, questo modo molto cartesiano e di buon gusto di scrivere, pensava a Fenoglio e Pavese, forse più a Pavese, o ad una scrittura comunque molto piemontese, e invece di manifestare la sua anima nascondeva la sua vita. Io glielo dissi che sarebbe stato molto più interessante un romanzo in cui narrasse del rapporto perverso con gli spostati che manteneva, o di quello che aveva col marito. Amiche che erano state a loro volta violentate avevano insistito che scrivesse dell’esperienza della violenza carnale. Nel romanzo che stava scrivendo affrontava proprio il periodo della violenza, ma poi non le andò di parlarne direttamente, e tutto era una cosa molto nojosa e malissimo fatta, con questi solidi personaggj contadini che parlavano del raccolto, o la città fredda e nebbiosa delle mattine d’inverno, e tutti quei contadini inurbati ma di solida cervice che andavano al lavoro accompagnati dallo stridore del tram sulle rotaje. Mi chiese di collaborare, di rendere belle le sue cose, dato che pagava – mi rendessi utile a qualcosa. Le corressi la bozza e poi le dissi che avevo l’impressione che facesse ogni sforzo per nascondersi, era così nojoso – si giustificò con molta grazia e molti giri di frase, che ovviamente non capii.

Tempo dopo mi confessò che aveva pensato che fossi venuto a Torino ad uccidere quell’altro. Io, veramente, non sapevo nemmeno che quell’altro ci fosse mai stato, a Torino, ed ero convinto che non l’avrei rivisto mai più, e infatti così è stato. Anche se è passato molto tempo, e dubito che anche se lo incrociassi lo riconoscerei. E io ero cambiato, e di quell’altro non m’interessava più nulla, come non m’interessava di lei. L’altro aveva mandato mail con parole piene di odio, spacciandole per sue di lei. Lei aveva detto che lui aveva sforzato una donna durante un’orgia a Milano (Milano ha una sua valenza simbolica importante, in queste cose porche, per un torinese). Persino io dovetti rendermi conto che avevano bisogno l’uno dell’altra. E mi fecero una pena infinita; ma frequentare lei, oltre a tornarmi incomparabilmente comodo per via dei sord, serviva come a completare un discorso: per curiosità avevo voluto conoscere lui, per curiosità frequentavo, sia pure in maniera così superficiale e interessata, lei.

Aveva la mamma anziana malata, con cui aveva un rapporto molto conflittuale. Ma lei era ricca, e c’erano due rumene che si prendevano cura della vecchia. Una delle due rumene, s’era accorta, non voleva faticare a sollevare la mamma, e le aveva insegnato ad aggrapparsi al termosifone. Che era rovente; e lei aveva preso le mani della rumena e gliele aveva tenute sul termosifone finché la rumena aveva strillato. Poi un giorno la mamma mancò. Vivevano in due o tre famiglie, more incestuoso, dentro la stessa palazzina, bruttissima, come quelle villettacce di mattoni o color cacherella che si vedono lungo le statali, sicuramente abitate da gente insopportabilmente squallida, però formato gigante. Sgombrato l’appartamento dal cadavere, erano partiti per il finesettimana, dimenticandosi acceso il televisore di mamma, che faceva contatto e doveva essere sempre spento. Non so se l’avesse sempre tenuto rotto riservandosi di mandare a fuoco la mamma quando fosse stufa, ma durante quel weekend fuoco fu: passò poi una notte a raccogliere tutti i detriti carbonizzati dall’acqua uscita dalle tubature scoppiate. Il figlio più sensibile le aveva detto, assai stupidamente: “Non so se sono in grado di subire anche questo colpo, dopo la morte della nonna”. “Crepa“, gli aveva risposto lei, serafica. Tanto, pagava l’assicurazione. Ci potevano fare lavori in casa, o un viaggio.

Un giorno mi stufai, per motivi miei. Le scrissi: Non vediamoci, lunedì, per me basta così. Quella mattina, cosa del tutto insolita, andai a farmi un giro a Porta Palazzo, che frequentavo poco, specialmente quel giorno della settimana e a quell’ora. Me la vidi venirmi incontro, e fece finta di vedermi  solo dopo essere stata vista. Fu molto gentile, mi convinse a rifare il solito giro, a prendere il caffè. Mi depositò nuovamente soldi in mano, dicendo: “Però non lasciamoci male“.

A tutt’oggi non saprei che impressione, a parte quella dello scemo, possa avergli fatto. Ma non ha alcuna importanza. Il fatto è che sono anni che faccio incetta di ricordi che non mi servono, eppure continuo a conservarli nella soffitta della memoria, che così è sempre più simile a un ciarpamajo: sono come i ricordi di un altro; o ricordi – meglio ancòra – adatti a un’altra vita.

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