553. Il ’99.

22 Giu

Quest'orrendo olio è un ritratto immaginario de La Sanfelice.

Non manca forse d’interesse la disputa, alla quale il Palasciano m’invitò a partecipare (ma io mi do il tempo solo di quest’oretta di connessione, la mattina, e il blog basta e avanza), circa il ’99, i giacobbe e i sanfedisti. La disputa, chi vuole se la riveda su facebook, dove il Palasciano ha presenza più intensa, e comunque i link ci sono, era cominciata dall’allarme lanciato per la minacciata chiusura dell’Istituto per gli studj filosofici presieduto eroicamente dal prof. Marotta, un’istituzione della cultura italiana, che comunque già anni fa s’era ritrovato costretto a rinunciare alcune proprietà per mandare avanti un’organizzazione che, nonostante sia fecondissima d’iniziative di momento, e nonostante esse iniziative siano seguitissime e abbiano dato luogo a pubblicazioni prestigiose, non riesce ad ottenere quello che è stato statuito ottenga, ossia i soldi per andare avanti. Non c’è nessun motivo per cui lo Stato non debba sostenere iniziative che evidentemente la collettività recepisce come utili & comportevoli. Ovvio: chiunque, a partire – scommetto – dagli stessi appartenenti all’Istituto, si augurerebbe di poter andare avanti senza contributi di sorta, o che essi fossero solo una parte degl’introiti; ma si dà il caso che o un’organizzazione, di qualunque tipo, ha fini di lucro, o comunque ha un’impostazione di tipo anche commerciale, o non ha: tertium non datur. Non si può rimproverare ad un’iniziativa culturalmente rilevante di non incassare moneta sonante, dato che la legge non lo consente. Legge che, però, consente che un vecchio professore si tragga il sangue di vena sparnazzando del suo, per attirare personalità sul fondo dello Stivale, e permettere a folti uditorj di conoscere e apprendere.

Sembra un modo per mettere avanti le mani, e invece no: chi ha seguìto la discussione sa che l’annuncio del Palasciano ha attirato le critiche di alcuni oscuri figuri – poi rivelatisi ‘schegge impazzite’ d’un’associazione tuttavia dallo statuto e dagli scopi detestabili, quindi tanto fa – denominatisi Neoborbonici, che hanno in sintesi sostenuto che benissimo fa lo Stato a non sovvenire la losca associazione, dal momento che – sintetizzo – è un covo di comunisti. Sfoghi d’imbecilli e d’ignoranti, senza dubbio; nulla che assomiglj, sia pur lontanamente e in forma solamente virtuale, a un vivamaria reazionario: i Ruffo di Calabria e le Mari qui non s’intravedono, i toni rimangono decisamente provocatorj ma tutto sommato civili, gl’insulti sono pochi e non scurrili, l’atmosfera, per quanto riscaldata, rimane tepidamente dopolavoristica. La tesi reazionaria appare perdente e patetica, soprattutto: contraria agli orientamenti della storia, che da soli, nel loro puntare tutto sommato apollineamente alla luce cruda della libertà, alla distruzione delle sovrastrutture feudalesche, alle aspre aule dell’autodeterminazione, da sola giustifica e spiega come mai i Borboni furono scalzati dai (non molto) più moderni, e unitarizzanti,  Savoja e come mai anche questi, dopo l’inutile e atroce e invereconda parentesi fascista, se ne siano andati tranquillamente affanculo, come tutti i monarchi non costituzionali dell’universo, eccettuati forse certi grandi criminali e plutocrati degli Emirati arabi, a tutt’oggi, e il papa, che è teocrate ma di nullo regno, se non spirituale (e già questa è una jattura, ma tutto sommato molto minore, anche quando parrebbe diversamente).

Non ci sarebbe stato altro che da sorridere, dunque, ai battibecchi tra un Palasciano ineditamente inferocito e qualche pensionato nostalgico del nulla, che per noja della vita presente sposa cause spallate pel gusto di scorrazzare qua e là per blog, a rompere i corbelli. E’, anche, questo, il motivo per cui non m’è parso aver molto senso mettermi a disquisire della maledetta memoria di Maria Carlotta e della sacra persona di Eleonora de Fonseca, del porco card. Ruffo e del dott. Cirillo, di Filangieri Pagano Lauberg Michele Pezza duchesse Serra di Cassano &c.: la sede non era appropriata, i personaggj sono di rilievo anche per motivi, per così definirli, anetici e apolitici, e certo in un contesto del genere e ad uso di simili interlocutori non ci si può mettere ad approfondire circa l’influenza di Paisiello sull’innologia rivoluzionaria o circa il verso postmetastasiano della Pimentel o circa l’estrema produzione di Cimarosa o circa Angelica Kaufmann, il Tischbein di Goethe, Goethe stesso in Napoli, la tragedia di Mario Pagano, la vulcanologia e l’archeologia da Hamilton a Cuoco, la diffusione del vegetarianismo nel regno prerivoluzionario, i sedici telaj di San Leucio (che qualche cretino neoborbonico ha attribuito ad un’iniziativa di Re nasone in persona!! par di sognare), l’America del Filangieri, gl’impianti idraulici di Cutugno & C., l’emergenza neopitagorea – e tutte quelle cose che, come un fantasma straordinariamente vivido, ma sempre un fantasma, l’amministrazione Bassolino aveva in sui proprj albori tratto di tomba, e che poi è tornato a impallidire, e a spegnersi – un tramonto rosso-vergogna, quello del sedicennio bassoliniano, di cui però non sono riuscito a capire, dai giornali, nulla: una fumisteria sospetta, un parlare a suocera perché nuora intenda (e io non sono né suocera né nuora, quindi suppongo non fosse affar mio), oscure accuse di cartolarizzazioni (non in controtendenza rispetto ad altre cartolarizzazioni che sono state fatte altrove, in conseguenza di direttive europee), tendenze verticiste, forse (forse? sì o no?) una specie di corruzione, forse (forse? sì o no?) una certa qual forma di verticismo lauresco, nepotismo, favoritismo. Non si sa – io non so; non ci ho mai capìto nulla.

Non mi pareva, comunque, il caso di trattare di tutto questo, e di tutto il resto!, in una sede così barbina: il delirio non bizzarro di un nostalgico della fogna borbonesca non ha valenze a cui possa agganciare alcuna parte di un discorso così, prima di tutto, complesso [Napoli, unica metropoli italiana, ha una storia spesso negletta perché è oggettivamente più facile occuparsi di città di provincia, e tutto il resto d’Italia è provincia, dato che le personalità di spicco colà si presentano a due-tre per secolo, e non a centoventi per generazione], e, ciocch’è ancor più rilevante, di momento, ad uso, almeno in prima battuta, di due o tre cretini.

L’unica cosa che ha fermato il mio sguardo annojato è stata un’affermazione neoborbonica, che voleva essere uno sberleffo, ed era, suppongo, ma che, oltre alle classiche risposte ‘Meglio soli che male accompagnati’ / ‘Poca brigata vita beata’ / ‘Le botti piccole contengono il vino buono’ / ‘Son piccin cornuto & bruno’, &c., avrebbe dovuto sollecitare qualche riflessione. Premesso che l’accademia Palasciania non è portavoce di alcuna setta antiborbonica, che, va da sé, non avrebbe alcun senso, e dunque non c’è diretta contesa se non, appunto, in emergenze conflittuali come la presente o pur mo stata, mi ha colpito la notazione del borbonico di turno – circa il numero degli accessi al sito. Poco fa Palasciano ha festeggiato 30.000 accessi. Il borbonazzo ha vantato la mostruosità di 3.000.000 di accessi al sito suo di riferimento. D’accordo: il sito del Palasciano è poco più che personale: non è porno, non parla d’informatica e non è di critica televisiva; né il Palasciano è personaggio pubblico di fama nazionale o internazionale. Dato lo scarso significato che può avere nel suo caso il numero delle visite, non gliene auguro nemmeno di più, come non auguro al mio stesso blog un destino più roseo rispetto alla morta gora d’oblio in cui sempre è stato sprofondato, nella sua nicchietta di rete, con le sue intermittenze e le sue malinconiche sbrodolate.

Piuttosto sono gli accessi al sito neoborbonazzo che mi sembrano degne di riflessione. Perché 3.000.000 di visite? Perché a questi ‘italiani’, che tassano i giacobbe d’aver aperto le porte del regno ai Francesi e d’aver dato la plebe in pasto ai generali di Napoleone, inneggiano a una dinastia spagnola (e francese!), e coloniale, innanzitutto? E poi,  di là dalla contraddizione, che vogliono? Ossia: che cosa ci sta dietro? Che cosa potrebbe aver ispirato il neoborbonazzismo? Come mai sono, come sembra, così tanti? Perché in certi momenti della più modesta storia locale il nostalgico movimento è parsa l’unica risposta tempestiva – e quindi un fatto sollecitato – più culturale (con licenza parlando) che politico a quel cancro politico, purtroppo non solo del nord, della Lega [1]? Riconoscersi in un’eredità meridionale significa riconoscersi in una terra colonizzata, nell’issarsi sui piedestalli a leccare i piedi sbreccati dei simulacri, nell’essere baciapile, succhiaincenso, antimoderni, e anche un po’ fascj?

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[1] Lega Nord, naturalmente. Dato che, messa così, può parere effettivamente una cosa strana, rammenterò tre sole date: è vero che esiste anche una Lega Sud (Ausonia), ma è nata solo nel 1996, mentre la Lega Nord nasce nel 1984, almeno come atto ufficiale, e, finché (dal 1990; sono ormai vent’anni!) non diventa un serio problema, rimane, si può dire, confinata in àmbito semifolclorico e di “voto di protesta”. E proprio in termini similarmente folclorici l’unica risposta organica che ottenne, di là dai generici avvilimento e/o fatalismo, fu quella dei Neoborbonici, costituitisi nel 1993, forse non per caso, che giuravano e spergiuravano già al tempo che sotto i Borboni Napoli era stata grande, e avevano un presidente che inviava tessere onorarie a destra e a manca, compresi Bossi ed altri esponenti della Lega Lombarda / Nord. Ammetto che la tentazione, al momento, fu di considerarli con simpatia; e ricordo anche Toni Garrani e Michele Mirabella, personaggj non propriamente sospetti di simpatie reazionarie, che in una loro trasmissione (una delle poche cose belle che si vedevano, come oggi) facevano propria la tesi borbonofila dell’associazione, pur considerando con doverosa sufficienza il revanscismo relativo. Di fatto la realtà storica insegna altro: e cioè la presenza di una classe di ‘philosophes’ ben caratterizzata in senso ctonio, che aveva innestato il portato culturale d’Oltralpe su una cultura locale – accademica, editoriale, di scambio diretto – vivissima – anche meglio fondata di quella francese: Napoli aveva avuto il Vico, Parigi no, e dovette infatti importarlo, tramite Condorcet prima, e attraverso la Trivulzio di Belgiojoso (una lombarda tutt’altro che leghista, a quel che pare; la storia insegni, porca puttana) poi nel 1848 – adoperandosi con ammirevole spirito d’iniziativa all’erosione sistematica dei privilegj reali tramite le riforme. San Leucio e le comunità agricole degli albanesi e dei greci furono invenzione del Genovesi e del Filangieri, NON di Ferdinando Zero. Fallite le riforme, fattasi sempre più pesante l’ingerenza, sancita da particolari contratti, della torva Maria Carolina sul governo, quasi non bastasse Re Nasone che di per sé non scherzava un cazzo, la via della rivoluzione, via disperata, rimase logicamente l’unica percorribile; richiesta dalla borghesia illuminata e dalle avanguardie, com’è ovvio; ma anche da una fetta assai consistente della plebe, e questo è il caso di non dimenticarlo mai. Se non altro per mero realismo: per quanto influenti, 120 intellettuali da soli non mettono sossopra una città. L’intellettualità semmai guida, accompagna la Rivoluzione; la prepara, la sostiene; ma non la fa scoppiare – a quello ci pensano i tiranni da una parte, e una plebe affamata dall’altra.

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