544. Pezzo oramai inservibile n° 3: “Chiavi (le)”.

10 Mag

CHIAVI.

Le chiavi sono un aggeggio non privo di implicazioni simboliche. Non mi riferisco ai Sette Sigilli, o la chiave metaforica con cui si chiude un segreto nello scrigno del cuore, né alla chiave di volta di tutta un’epoca, né a quella con cui si chiava, né ad altri usi più o meno fantasiosi od allegorici di rappresentare la chiave. Il suo simbolismo è implicito nel fatto che aprono e, soprattutto, chiudono oggetti dentro un altro oggetto, preposto a contenerli. La chiave di per sé è uno strumento, che etimologicamente si collega a claudo, il cui significato è “chiudo”: strumento per chiudere, aggeggio per serrare. Per sottrarre alla portata di altri; per impedire che altri prenda possesso dell’oggetto, ma anche dell’idea dell’oggetto – che possa mettere gli occhi sull’oggetto e che possa giungere a conclusioni sul possessore; che possa riferire che il possessore è possessore del dato oggetto, dei dati oggetti, a terze persone, che possano mettere in pericolo la proprietà del possessore, o l’oggetto in sé, o concepire invidie ed orchestrare trame crudeli ai danni del possessore stesso. La chiave, chiudendo, sottrae l’oggetto e la sua vista; con la sottrazione dell’oggetto difende la proprietà, con la sottrazione della vista dell’oggetto fa nascere il mistero – ma anche il sospetto, l’illazione, l’iperbole. Difficile immaginare un A che trae conclusioni, mancandogli tutti gli elementi necessarj a disposizione, sulla proprietà di B senza fare stime o superiori o inferiori all’esatto: potrà avvicinarsi ragionevolmente al vero, magari con l’ajuto della fortuna, o per eccesso o per difetto, ma calcolare l’esatto ammontare mai. Tutto questo grazie alla presenza di una chiave, o di più chiavi, che, chiudendo in un luogo non facilmente accessibile la proprietà, fanno sì che essa sia tanto più sicura quanto meno sicura è la sua entità: perché un bene conosciuto è un bene già sottratto, o diminuito.

Ogni chiave implica un accesso e un’esclusione: ogni chiave segnala la presenza di un bene: ad ogni chiave equivale un possesso. La persona normale, integrata, il borghese, essenzialmente un possessore di chiavi. Dal suo mazzo pende il suo benessere, e ad esso è legata ogni sua preoccupazione e dannazione: in esso vedi la sua casa, la sua automobile, la sua autorimessa, il suo ufficio, la sua seconda casa, la casa del parente più stretto bisognoso di assistenza e visite, l’abitazione dell’amante; nel suo mazzo di chiavi tintinnano il suo lavoro, i suoi affetti, anche quelli illeciti, la sua libertà di movimento, la sua vergogna, i suoi segreti, la sua privatezza, la sua fatìca. Ogniqualvolta trae di tasca il metallico mazzo, esso è come una campanella che con la voce sommessa di molti batacchj gli ricorda il dovere, il piacere, l’impegno e il riposo. Quanti più sono i batacchj, tanto più grave è il mazzo; quanto più grave è il mazzo, tanto maggiore è il carico d’impegni e l’alluvie dei piaceri, e tanto più complesso è ognuno di essi, e quante più chiavi vi tintinnano tanto più si allontana il riposo, perché sono, quelle, come squillette fastidiose, svegliarini petulanti che continuano a spronarlo a intraprendere qualche nuovo atto, dopo quello che s’accinge a compiere traendosi il mazzo di tasca: se prende la chiave della macchina, ecco che sùbito vi batte contro argentina la chiave di casa; se trae la chiave di casa, ecco che nel mazzo si distingue il tono querulo della chiave della macchina; se cerca la chiave dell’autorimessa, la chiave dell’ufficio lo chiama al dovere, se è quest’ultima ad essere trascelta, ecco che la voce della passione rintocca sensuale nella chiave che gli schiude il buon ritiro; se è alla chiave di questo che ricorre, la chiave di casa batte i colpi alle ore della sua vergogna; & così via, con la chiave della cassetta di sicurezza, la chiave del capanno in giardino, la chiave della posta, la chiave della cantina. Tutta la sua vita si svolge scandita dai rintocchi di queste campanelle, a cui il suo orecchio non è tanto abituato che non ne senta, magari con la più profonda parte di sé stesso, il differenziato richiamo, a cui lo spirito sovraccarico e stanco risponde con sempre maggiore impazienza.

Come il secolo vuole, tutto si riduce di dimensioni e di peso: quello che vent’anni fa pesava alcuni chili oggi pesa alcuni grammi; quello che pesava etti, oggi pesa decimi di grammo; quello che pesava grammi oggi si può dire puro spirito, o il contrario della Fenice, di cui ciascuno diceva che ci fosse e nessuno sapeva dove, mentre di tante cose che un tempo avevano peso, consistenza, colore, spigoli, angoli, materiale, odore oggi ci si dice che sono proprio qui, ma che ci siano nessuno può sensatamente verificare. Una cosa che tende a non ridursi né di peso, né di forma, né di consistenza è la chiave: vero è che può essere sostituita in tanti casi dal badge, dalle impronte digitali, dalla password: ma il guasto è prossimo all’elettronica come il passo avventato al precipizio, e dunque i possessori delle cospicue fortune non hanno in genere interesse ad affidarsi all’ajuto intangibile di queste fate racchiuse in microchip, che allettano costosamente illecebrose, e poi rischiano di lasciarti fuori e davanti alla porta come un barbone. Tre, quattro, cinque, sei chiavi bastano appena alla diffidenza gelosa del possessore per chiudere i battenti di casa; vuole chiavi che chiudano anche le finestre, e le serrande metalliche alle stesse; vuole chiavi per attivare allarmi, vuole chiavi per le stanze, i solaj, i bagni, le ghiacciaje, l’armadietto dei medicinali; vuole chiavi per chiudere a decupla mandata l’automobile di lusso, vuole chiavi per difendere l’illibatezza del suo giardino dalle orme degli intrusi, dal piscio dei cani e dai reattori degli alieni; vuole chiavi per ognuna delle quattro porte, per il baule, per il cofano; vuole chiavi per i cassetti, per gli armadj, per le ante della dispensa, per le vetrine degli escaparatti; vuole, infine, chiavi per custodire chiavi: sì; poiché, non potendo tirarsi dietro ovunque vada tanto ammasso di ferraglia, è costretto a suddividere le chiavi in base alla funzione e all’uso; distinti l’uso e la funzione, lascia sottochiave le chiavi che gli servono solo in un determinato luogo in una determinata ora della giornata, e dedica il tempo che gli manca ad accedere a quelle chiavi ad usarne altre, aprendo e chiudendo freneticamente armadj e porte, portiere e cassetti, forzieri e casse, in rapida successione, con grande clangore metallico e violento tintinnio; dopodiché passa ad altre chiavi, e ad altre chiusure ed aperture di toppe e serrature.

Il barbone si distingue dall’uomo integrato anche per questo fatto: ché mentre il borghese va sempre in giro carico di chiavi, egli, per quanto si frughi nelle tasche, non potrà mai ritrovarsene in tasca. Non ha casa, quindi non ha la chiave di casa; non ha macchina, quindi non ha la chiave della macchina; non ha compagnia sessuale, se non eventualmente al suo livello, dunque non ha la chiave di nessun pied-à-terre; non ha una cassetta di sicurezza, dunque non ha la chiave corrispondente. Non ha chiavi che aprano scrigni e cassettoni a bamboccj, non ha chiavi che schiudano porte metalliche e vetrinette. Vive spazj aperti, ma le serrature gli sono precluse; ammenoché sia ladro, nel qual caso può solo forzarle. È padrone del suo tempo, ma deve passarne una buona parte a sorvegliare i suoi pochi beni, perché non ha luogo dove inchiavardarli. Ha per sé tutto il mondo, ma non possiede chiavi.

Salvo forse le chiavi degli armadietti delle biblioteche, laddove sia costretto a servirsene per custodire quella parte della sua proprietà che non può capirgli nelle tasche dei calzoni o della giacca, nelle mutande, nei calzini o nei pesanti sacchetti che si trascina dietro in tutti gli angoli della città. In quel caso, addormentandosi su una panchina, gli cadranno di tasca durante il sonno.

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