541. Concerto (S.ta Pelagia).

4 Mag

Indirizzatovi da una segnalazione tardiva, fatta a seconda persona da un buon conoscente ex collega della Fiat, sono andato a sentire, jersera verso le 21.20, un concerto gratuito in s.ta Pelagia, v. s. Massimo. Si tratta di una serie di concerti, gratuiti, tutti i lunedì sera, almeno di maggio e giugno, dalle 21.00, nel quadro di una ricca e articolata attività musicale a cura dell’Opera Munifica Istruzione (IPAB Istituzione Pubblica di Assistenza e Beneficenza) [copio dal programma di sala], in particolare sono “Sei incontri [u.s.] con gli studenti del Conservatorio “G. Verdi” di Torino”, nel ligneo coro della chiesa stessa. Questo spiega come mai tutti i piccoli interpreti fossero tutti così maledettamente giovani.

Il programma prevedeva come primo brano la “Ciaccona per sola mano sinistra dalla Partita n.° 2 per violino solo BWV 1004 di J.S. Bach”; chiaramente i pezzi sono scelti per la loro vistosa dimostratività, e per la garanzia che dànno che i ragazzi sanno muovere i ditini con scienza precisa e veloce. Della Loreta Pinna che si occupò del brano, che durò forse mezz’ora, non posso dire nulla di certo non solo per conclamata incompetenza ma soprattutto perché, appunto, s’era in ritardo; da quello che si sentiva da dietro la porticina socchiusa il brano pareva di una noja spettacolare, tutt’al più sentire il plin-plon del pianoforte dal vivo è piacevole.

Finito il brano, siamo potuti entrare a sentire altri ragazzini che si esibivano; ho riconosciuto, prendendo posto, la sala, e mi sono ricordato di un concerto sentito cinque o sei anni fa almeno, madrigali e musiche vocali varie del ‘600. Il semicerchio di legno è suggestivo, ci siamo seduti, anche perché alternative ce n’erano poche, sui sedili del coro propriamente inteso e non sulle poltroncine more theatrale della piccola platea. L’acustica è molto calda & viva.

La parte del rimanente programma che ho inteso era consacrata ad un autore di cui avevo finora letto solo sulle pagine della Straniera, ed è stato pertanto inevitabile, mentre sentivo i ragazzi far sù e giù coll’archetto, riandare la povera Rosa che si esercitava con quelle pagine impolverate, tutte ingiallite, ma non certo nel dormitorio (“Le ragazze mi avrebbero uccisa”), e il modo in cui buttava indietro i capelli quando aveva finito, un gesto che il suo stesso maestro, che poi era morto giovane, le aveva insegnato per far passare meno osservate le pecche. La sua ipersensibilità la rendeva un’interprete limitata, e il romanzo trattava di tutte le conseguenze di quest’esacerbamento d’anima, ed era tutto un vano e sostanzialmente innocuo andare avanti e indietro di questa specie di composta tigre da salotto.

L’autore cui alludo è Pablo de Sarasate, un autore che dunque non s’incontra troppo facilmente nei programmi dei concerti, ma, suppongo, molto di più nei saggj conclusìvi dei corsi. Il primo pezzo era una “Malaguegna”, il violinista Enrico Catale; il pezzo era articolato su una melodia salottiera e di piacevolezza melensa, alternando momenti di piaccicosa cantabilità con sussulti improvvisi – miagolii acutissimi, pizzicati presi al volo, velocissimi avantindrée; i momenti di melodia spianata servono a far risaltare meglio i raptus virtuosistici, gli uni sono in funzione degli altri, è un procedimento del tutto obbligatorio. Il violinista si chiama Enrico Catale, chiaramente bravissimo; ho avuto l’impressione che fossero più difficili certe piccole e poco appariscenti scale discendenti delle parti ritornellate, almeno quanto ad articolazione, che i raptus stessi, ma non avevo ancòra deciso quando il pezzo è finito. E’ seguìta una “Romanza andalusa”, violinista Maria Pia Oliviero, bionda e coi capelli raccolti a crocchia; data la posizione, era in pratica di spalle, sonava raggricciata e muoveva molto bacino e schiena, una cosa che Arturo Benedetti Michelangeli detestava nei suoi allievi pianisti, tanto che per farli star fermi gli legava un manico di scopa alla schiena – ma forse sono immagini suggerite dall’ineliminabile componente sadista, che prosorge alla vista di questi ragazzini, che passano tanti anni ad esercitare le dita e la memoria sotto la guida di maestri pretensiosi e genitori ansiogeni; sarà anche l’impressione inevitabilmente cattiva del doppio nome, che mi sa così di burino. Comunque si suppone che il violinista debba essere più libero nei movimenti e fare quei caratteristici ondeggiamenti, come se cullasse la creatura, e di tanto in tanto appioppasse qualche salutare battuta. L’interprete seguente non aveva un doppio nome, ma un doppio cognome – già meglio, soprattutto perché un doppio cognome molto suggestivo: Alessandra Pavoni Belli. Bruna, molto graziosa, ha suonato senza spartito un pezzo lungo il doppio degli altri, con parti di melodia da salotto di torva sensualità – era una “Zingaresca” – e raptus molto complessi; ha suonato, credo, al limite delle possibilità, ma anche con molta espressione, e infatti è stata premiata da un calorosissimo applauso. Molto espressivo a sua volta il flautista che è seguìto, Danilo Putrino, purtroppo alle prese con una “Carmen Fantasy” di una bruttezza indescrivibile, e di cui è inutile parlare.

Il resto del programma prevedeva due pezzi di Wieniawski, altro autore da Straniera, e uno di Saint-Saens (di cui, è vero, ho postato una cosa graziosa proprio qui sotto; ma lo stato di grazia è per sé una rarità, e quel vecchio professore non è molto al disopra dei varj Sarasate &c.); però ce ne siamo andati prima, perché G. aveva fame, e io comunque ne avevo abbastanza.

Anche l’orecchio vuole la sua parte.

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