540. Per la venuta a Torino di Joseph Ratzinger il 2 maggio 2010. ottave.

3 Mag

Il Cartone bagnato

Sfogo di malinconie
per la venuta in Torino
del prof. 
Giuseppe Razzingher,
pontefice massimo della chiesa cattolica
col nome di Benedetto,
il sestodecimo di questo nome,
nell’antevigilia di essa visita,
durante la notte fra 30. aprile e I. maggio
M.M.X.;
poiché non poteva dormire
a causa dell’infracidamento di tutti i cartoni.
 
 
 
 

Cherem.

 
 

I.

Poiché dopodomani il tuo porcino
Grugno verrà tra calche & pompe vane
A ostendersi anzi il peggio di Torino,
Tra proscinesi d’ostri e di sottane
In pro al vicario – cioè te!! – divino,
Causa la gromma delle usanze insane
Che incrosta l’uso, e, solo perché appari,
Lega vie, piazze ingombra, & svuota erarj,

 

II.

Cade dai rumorosi scolatoj
Dei pulitori più acqua che mai pianto
Madre tribuisse ai lercj vizj tuoi,
Più purezza recando al viario manto
Di quanta occorrerebbe a tutti voi
Quand’anche foste cento volte tanto,
Fino a frollare, e stingere i colori
A quel che può permearsi, & abbia pori,

 

III.

Tra cui il ricorso usato a cui costrette
Son l’esaustioni estreme a minim’ore,
Le figlie delle fronde, a farto elette
A restituir lacerti di vigore;
Chi m’adacqua le edicole? e cassette
In giaciglj mi sfonda, a mio dolore,
Se non è la solerzia dei famiglj
Della comunità, tuoi in fede figlj?

 

IV.

Tu che propugni in livide concioni
Gli assetti eterni, e le cui leggi rotte
Piangi, antifrastizzando confessioni
(Poiché il prete lo sa, che piange, & fotte),
Tra le batiste manco n’hai visione,
Di come fai uccidere la notte,
Nei servi al ben comune – ed è fatale,
Forse -; e più ch’altro a me, ch’è il vero male.

 

V.

Sterco d’altrui bagordi, ove non giunge
Il getto, che ad usura altrove allaga,
M’inebria ogni cantone, e a coccj punge
D’una sete che a nausee il cionco appaga,
Preludio alla città che si compunge;
E quest’ombra spedata, e che pur vaga,
A che cristo s’appella – e già non crede –
Se il succedaneo stesso suo la lede?

 

VI.

E’ quasi come lame luminose
M’aprissero voragini i lampioni
Nelle fosse degli occhj imbrobitose;
Salme irrequiete tra putrefazioni,
Ho una Valacchia in sepolcri di uose
Sciaguattanti nel limo; e ormai carponi
Dovrò commettere ai ginocchj in mota
Sollievo all’una e all’altra rotta piota;

 

VII.

Con membra e mente ancor più temulente
Per astemia ebrietà che il sonno asseta
Di tutta la marmaglia adolescente
Ch’apre convito in piazza, o senza meta
Fa sbronza Stoa il portico dormiente,
Chi nuovo Assuero m’imputa e decreta?
Chi due notti cercò lena agli avelli
Per poi millennj due franger corbelli?

 

VIII.

S’è scandalo ogni pecca e sampietrino,
S’è soldato del cristo anche il selciato,
E, Giasone bagnato, l’acquitrino
Da empia Bellona, o pia, m’è fecondato,
Più incerto fatto a me ch’a lui il cammino
Cui il mare un dì fu macadamizzato,
Se a me povero cristo sei nemico,
Te, il cristo in te, e il tuo dio in lui maledìco.

 

IX.

Sii maledetto, testi angeli e santi;
Bando, sconsacrazione, dannazione,
Benedetto mai più, d’ora in avanti!
Con d’altro nume che il tuo ispirazione,
Tutti noi nephilim di ciò approvanti,
Del Sacro libro con consolazione,
E ghematrici, hittiti, & bustrofedici
Va-a-fare-in-cul milleseicentrotredici.

 

X.

Come lui che allungar l’ore serene
Su Gerico rischiò quasi in eterno,
Chi, giusta il capo lucido che tiene,
V’avrebbe ritrovato un vero inferno,
Fiche Elisee, & corna di Cirene
Ti squadra, al bianco no, ma al nudo inverno
Del capo, a imperversarvi i Sirii brulli,
E i sassi di non integri fanciulli.

 

XI.

Sii maledetto il giorno, & sii la notte
Maledetto; sii maledetto quando
Riposi, e quando Aurora l’ombre ha rotte;
Sii maledetto quando stai entrando;
Sii maledetto s’esci: ininterrotte
Maledizioni in te vada scagliando
Un dio senza perdòno. Finché spira
Quel dio colga costui con la sua ira!

 

XII.

Non muti mai i decreti a tuo riguardo
D’un’ombra mai, d’un’anima, d’un pelo;
Non spunti la saetta, il telo, il dardo,
Non perda punta mai e il dardo, e il telo;
Boja dei sonni miei, vecchio infingardo,
Si cancelli il tuo nome sotto il cielo:
Ti s’estirpi al tuo ceppo (se pur riesco
Mai a dimenticar che sei tedesco).

 

XIII.

Ogni bagno aromatico apra un golfo
Tempestoso esondando a tuo disdoro
Tutte le volte che in Castel Gandolfo
Darai mano alle tue maniglie d’oro
Per mandar via sentor di bimbi & zolfo,
Misto al seme che hai sparso, e al pianto loro;
E,  s’un’onda da estinguer tutt’i roghi,
eSSeSSe affluisca in Tebro, & ivi affoghi.

 

XIV.

Ogniquavolta siedi, alla bisogna
Di premiti sfogar, donde sia oppresso,
Una pressione, a grande tua vergogna,
Di atmosfere per tot s’immetta (oh fesso)
In culo a te a sparar tutta la fogna
Sù per l’angusto scarico del cesso:
A te ci starà tutta, in tutti i modi;
E, accoltala che l’hai, in quel punto esplodi.

 

XV.

Ti scoperchjn diluvj il Vaticano;
Di gravidanze isteriche le acque
Ti si rompan continue; in un pantano
(Come quel che a quell’anima non spiacque)
Tenta abbordar l’asciutto sempre invano.
Di batraci e di nutrie a lui, che nacque
A infrollarmi le notti, ormai rimanga
Solo uditorio; & pulpito la fanga!

 

XVI.

Quando Morfeo t’aggraverà poi il ciglio,
Soprattutto, servito sii tu all’uopo;
S’arrancando hai da giunger nel motriglio
A un sacco marcio, il bello venga dopo:
Qualunque sia quel fetido giaciglio
In cui l’odiosa sagoma di topo
In piume, gomma o lattice si stampi,
Possa pisciarti addosso finché campi.

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: