Archivio | aprile, 2010

539. Le pas d’armes du Roi Jean.

30 Apr

Di Victor Hugo (1802-1883), da Odes et Ballades (1822-1827), fantasia medievale. Musicata (1852) da Camille Saint-Saens (1835-1921), che ne fece una versione per piano e baritono e una per orchestra. L’esecuzione che ho trovato su youtube è graziosa, ma la scelgo solo in mancanza di quella con Fernando Corena (1916-1984), che non è ancòra stata caricata, a quel che sembra, da nessuno, e che preferisco a qualunque altra.

Il testo che segue reca in neretto le parti musicate.

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Ça, qu’on selle,
Écuyer,
Mon fidèle
Destrier.
Mon cœur ploie
Sous la joie,
Quand je broie
L’étrier.Par saint Gille,
Viens-nous-en,
Mon agile
Alezan ;
Viens, écoute,
Par la route,

Voir la joute
Du roi Jean.

Qu’un gros carme
Chartrier
Ait pour arme
L’encrier ;
Qu’une fille
Sous la grille,

S’égosille
À prier ;

Nous qui sommes,
De par Dieu,
Gentilshommes
De haut lieu,
Il faut faire
Bruit sur terre,

Et la guerre
N’est qu’un jeu.

Ma vieille âme
Enrageait,
Car ma lame,
Que rongeait
Cette rouille
Qui la souille,
En quenouille
Se changeait.

Cette ville
Aux longs cris,
Qui profile
Son front gris,
Des toits frêles,
Cent tourelles,
Clochers grêles,

C’est Paris !

Quelle foule,
Par mon sceau !
Qui s’écoule
En ruisseau,
Et se rue,
Incongrue,
Par la rue
Saint-Marceau.

Notre-Dame !
Que c’est beau !
Sur mon âme
De corbeau,
Voudrais être
Clerc ou prêtre
Pour y mettre
Mon tombeau !

Les quadrilles,
Les chansons
Mêlent filles
Et garçons.
Quelles fêtes !
Que de têtes
Sur les faîtes
Des maisons !

Un maroufle,
Mis à neuf,
Joue et souffle
Comme un bœuf
Une marche
De Luzarche
Sur chaque arche
Du Pont-Neuf.

Le vieux Louvre ! –
Large et lourd,
Il ne s’ouvre
Qu’au grand jour,
Emprisonne
La couronne,
Et bourdonne
Dans sa tour.

Los aux dames !
Au roi los !
Vois les flammes
Du champ-clos,
Où la foule
Qui s’écroule,

Hurle et roule
À grands flots !

Sans attendre,
Çà, piquons !
L’œil bien tendre,
Attaquons
De nos selles
Les donzelles,
Roses, belles,

Aux balcons.

Saulx-Tavane,
Le ribaud,
Se pavane,
Et Chabot
Qui ferraille,
Bossu, raille
Mons Fontraille
Le pied-bot.

Là-bas, Serge
Qui fit vœu
D’aller vierge
Au saint lieu ;
Là, Lothaire,
Duc sans terre ;
Sauveterre,
Diable et dieu.

Le vidame
De Conflans
Suit sa dame
À pas lents,
Et plus d’une
S’importune
De la brune
Aux bras blancs.

Là-haut brille,
Sur ce mur,
Yseult, fille
Au front pur ;
Là-bas, seules,
Force aïeules
Portant gueules

Sur azur.

Dans la lice,
Vois encor
Berthe, Alice,
Léonor,
Dame Irène,
Ta marraine,
Et la reine
Toute en or.

Dame Irène
Parle ainsi :
«Quoi ! la reine
Triste ici ! »
Son Altesse
Dit : « Comtesse,
J’ai tristesse
Et souci. »

On commence.
Le beffroi !
Coups de lance,
Cris d’effroi !
On se forge,
On s’égorge

Par saint George !
Par le Roi !

La cohue,
Flot de fer,
Frappe, hue,
Remplit l’air,
Et, profonde,
Tourne et gronde,
Comme une onde
Sur la mer !

Dans la plaine
Un éclair
Se promène
Vaste et clair ;
Quels mélanges !
Sang et franges !
Plaisirs d’anges !
Bruit d’enfer !

Sus, ma bête,
De façon
Que je fête
Ce grison !
Je te baille
Pour ripaille
Plus de paille,
Plus de son

Qu’un gros frère,
Gai, friand,
Ne peut faire,
Mendiant
Par les places
Où tu passes,
De grimaces
En priant !

Dans l’orage,
Lis courbé,
Un beau page
Est tombé.
Il se pâme,
Il rend l’âme ;

Il réclame
Un abbé.

La fanfare
Aux sons d’or,
Qui t’effare,
Sonne encor
Pour sa chute ;
Triste lutte
De la flûte
Et du cor !

Moines, vierges,
Porteront
De grands cierges
Sur son front ;
Et, dans l’ombre
Du lieu sombre,
Deux yeux d’ombre
Pleureront.

Car madame
Isabeau
Suit son âme
Au tombeau.
Que d’alarmes !
Que de larmes ! …
Un pas d’armes,
C’est très beau !

Ça, mon frère,
Viens, rentrons
Dans notre aire
De barons ;
Va plus vite,
Car au gîte
Qui t’invite,
Trouverons,

Toi, l’avoine
Du matin,
Moi, le moine
Augustin,
Ce saint homme,
Suivant Rome,
Qui m’assomme
De latin,

Et rédige
En romain
Tout prodige
De ma main,
Qu’à ma charge
Il émarge
Sur un large
Parchemin.

Un vrai sire
Châtelain
Laisse écrire
Le vilain ;
Sa main digne,
Quand il signe,
Égratigne
Le vélin.

538. Gashlycrumb Tinies 5.

30 Apr



V sta per VICTOR, stritolato da un treno.
VICTOR, la vita è attesa; nel suo nascere
L’uomo, anche a strida altrui chiami attenzione,
Bagnetti, vezzi, e cambj di pattone
Deve attendere, e chi lo venga a pascere.
Non meglio a chi sort’ha d’inveterascere
Riserva il prossimo, e ogni istituzione:
Sempre od un boja, o un capo, od un padrone
Pressar non puoi se non a farlo irascere.
Avresti atteso, in ore laboriose,
Il tuo dovere onninamente assolto,
Tra contrattempi e angustie burrascose;
Infine avresti invano, ormai prosciolto,
Pregustato ore quiete e luminose;
Per essere, in quell’attimo, travolto.

537. Gashlycrumb Tinies 4.

30 Apr



S sta per SUSAN, uccisa dalle convulsioni.
Cara, cos’hai? Dimmi che cos’accusa
La tenue complessione; inarchi il dorso:
Epilessia? Isteria? Chiedi soccorso?
Hai tremiti? Sudori? Gola occlusa?
Scaracchiando rispondi alla rinfusa;
Non sguindolar così! O ti metto il morso.
Vuoi la boule? Acqua? O di cognacche un sorso?
Un secchio di lisciva? E parla, scusa!
Tolti afta, crup, tibbì non è evidente
(Tinta bluastra, bave, macchie al derma)
Segno di qualche tossico in te agente.
Laringospasmo? Una crosta rafferma?
Se non stai ferma non capirò niente.
Sta’ ferma un po’, ti dico! Ferma! Ferma.

T sta per TITUS, che volò via in pezzetti.
TITVS, che mai sperasti, in quello, allora
Che lo schiudesti, non a te inviato
Piego, ci stesse, ben involtolato?
Soldi? Segreti? Un altro gioco ancóra?
Non men perverso inverso di Pandora,
Tu un sigillo contr’ordine hai violato;
Però in persona & sùbito hai pagato,
Scampò quell’antichissima signora.
Meglio così; ché lei ha maledetto
D’indi in avanti ogni generazione;
Mentre con te il peccato ond’eri infetto
Si volatilizzò nell’esplosione.
Spetta alla tua memoria intatto affetto,
E al tuo sasso una nobile iscrizione.

U sta per UNA, che scivolò dentro uno scarico.
Forse il capino lurido ora aspetta
L’angelica carezza, una menzione
Commossa, una teodia, un’assunzione
In cielo, e chissà che altro. Ah: poveretta!
Lasciare questa valle maledetta
Per quel buco non è, cara, espiazione:
Ma è passare dal cesso allo sciacquone,
Sicché alcun premio, oh trist’a te, ti spetta.
L’esser nostro con non molto più indugio,
Sappilo, e le consimili materie,
Scoleran per consimile pertugio;
Avrà noi tutti non men fonda inferie,
Tutti i piaceri un fetido stambugio,
E un collettore tutte le miserie.

536. Ratings.

27 Apr

Ho appena inserito i ratings, ossia la possibilità di votare i singoli post, che ovviamente sono liberi, a differenza dei commenti che di tanto in tanto sono moralmente obbligato a cancellare, tagliare e pesantemente manipolare (una delle mie attività preferite).

Non per altro, ma ho appena scoperto questa simpatica funzione, che non so se tutti troveranno fruibile – io per esempio non voto mai -, e poi le stelline mi piaceno, quindi, dopo aver fatto giusto per vedere che cosa succedeva, decido di lasciarceli.

535. Città tentacolare.

24 Apr

In quanto piena di tentazioni, come dice la parola stessa; ma anche città-octopomorfide, che con i suoi prolungamenti e le sue avide ventose fruga e palpa in cerca di bottino, e prende cose. Stanotte pioveva, com’è costume di questa specie di piccola Londra meridionalsfigata, e io non avevo sonno, per quanto il tempo, inteso come weather, paresse conciliare, e anche il tempo inteso come time fosse quello giusto per mettersi giù. Ma non mi andava, sicché mi sono seduto sui gradini del Lux, a destra dando le spalle a via Roma. A sinistra, sempre dando le spalle a via Roma, era sdrajato, letteralmente sopra la sua chitarra, il signor V., colto evidentemente dal sonno come si può essere colti dalla scarica di un fulmine, o da un proditorio colpo di mazza ferrata, in posizione piuttosto strana, completamente spapellata  – ma non morto, perché infatti respirava assai pesantemente – e letteralmente sdrajato sulla fida chitarra, nella nota custodia di tela nera, tanto che c’era da chiedersi come facesse a non scivolare giù. Ho compilato due o tre righe del diario, di cui avevo saltato qualche giorno, ho tradotto un pochino dell’Illusion comique, e poi ho ripreso in mano il Capitale, che devo restituire e che quindi farei bene a finire il prima possibile.

Tra l’Illusion e il Capitale s’è inserito un trio di persone molto barbonesche di complessione, e molto ubriache, che si sono sedute in mezzo, tra il signor V. sdrajato sulla sua chitarra e me che scrivevo quei due versi pensando Ah questi rompipalle. Il primo a prender posto, mentre gli altri bighellonavano barcollando nello spazio antistante, è stato un giovane – gli altri due erano invece sulla cinquantina – devastato dal singhiozzo ed evidentemente tentato di vomitare. Poi si sono uniti anche gli altri due, che si sono poi scambiati con mani temulente sigarette ed effusioni da ciucca sentimentale.

Nonostante mi bruciassero i piedi, ho richiuso il Capitale e con l’aria di aver già deciso in questo senso da tempo immemorabile ho svacantato. Un po’ zoppicando mi sono allontanato prendendo la destra. Un parlottio alle mie spalle mi doveva avvertire che qualcosa si stava preparando. Per raggiungere lo sbocco su via Viotti ci ho messo due minuti buoni, dopodiché mi sono voltato, e ho visto lasciare la grande nicchia del cinema tre figure, piuttosto vispe di andatura, tanto che in sulle prime non le ho collegate alle tre appena viste, una delle quali, la più piccola, recava in spalla una chitarra chiusa in una custodia nera; si sono allontanate, ad una velocità che me le avrebbe sottratte alla vista, coi piedi in quelle condizioni sfido io, anche se avessi pensato di rincorrerle. E’ seguìta la figuretta caracollante del signor V., che ha lanciato un tutto sommato debole “Ahò!”, e si è mosso nella stessa direzione. Li ho seguìti, come potevo, fino in piazza san Carlo, e non saprò mai che direzione hanno preso perché, nel tempo di uscire dalla galleria, si erano tutti e quattro, ladri e derubato, sottratti alla vista, o infilando via Maria Vittoria o addirittura attraversando in diagonale la piazza.

Quando il giovane, il più basso dei tre, si era lasciato cadere sui gradini accanto a me, avevo improvvisamente mollato un sonoro starnuto. “Salute“, mi aveva detto piano, con accento magrebino, cioè vocali gutturali e t arretrata, guardando nella mia direzione, o quella del mio minuscolo zaino. Fortunatamente pieno solo di carta, e vuoto di qualunque cosa d’interesse. “Grazie”, gli avevo risposto; e avevo persino pensato: “Beh, gentile“.

534. Insalutato ospite.

23 Apr

Avevo letto, o meglio intravisto, la notizia sul city di un pajo di giorni fa; in rete trovo questo articoletto, molto più particolareggiato perché proviene dal sito di un giornale locale. E’ una notizia di banalità assoluta, ma mi ha colpito per avermi ricordato molto da presso il baluardo polemico della povera prossemica, che è poi anche il motivo per cui il blog della stessa, giudicato evidentemente libelous, è stato d’ufficio chiuso. Quando la stessa persona con cui prossemica ce l’aveva tanto mi ronzava intorno, e prima di infilarsi in casa mia per 20 giorni (che mi sono parsi mesi, ricordo tentai anche di sbatterlo fuori tre volte, senza riuscirci), risedeva in un albergo del centro città, dove, sosteneva, stava senza pagare, fingendo di non avere ancòra la carta di credito abilitata, o di dover ricevere denaro dalla ditta. Bello è che non gli ho mai creduto, e sono sempre stato convintissimo che ci fosse qualche deficiente a foraggiarlo, pagandogli il conto, o che conoscesse i padroni dell’albergo, o qualunque altra cosa, ma non che avesse trovato modo di non pagare, per giunta lasciando sempre giù, regolarmente il documento. Ho anche chiesto ad una persona che in albergo praticamente c’è nata, ha detto che non è possibile, e men che meno è possibile riuscirci per anni consecutivi, come sosteneva essere invece riuscito a fare l’amico Fritz. E invece, guarda che cosa ti scopro.

533. Guardate che bella.

22 Apr

E’ una Francis Dubreuil (qualunque cosa significhi).

Francis Dubreuil da urzaphotos.

532. Specimen.

21 Apr

Da un espositorino della Libreria di Abele ho raccolto lo specimen del nuovo libro di un Emiliano Poddi, Alboràn, Instar Edizioni, dal 5 maggio nelle librerie. Vi si parla di un nonno ingegnoso, che non fa soffocare i pesci, fa i presepj dentro i lampadarj, scrosta le conchiglie dall’arenaria e fa le interviste registrate al nipote Luca. Mi basta e m’avanza perché mi stia sulle palle. In fondo è riportata parte del catalogo della Instar Edizioni. La collana FuoriClasse comprende anche Les Italiens di Enrico Pandiani, che ha la copertina identica a La vita gratis di Gabriele Venditti, Mondadori. Moni Ovadia ha stampato per Einaudi un libro dal titolo Il conto dell’ultima cena, che è identico a quello del più ambizioso romanzo della serie di Lazzaro Santandrea, di Andrea G. Pinketts, Mondadori.

531. Me & le istituzioni.

15 Apr

Ci vuole, una volta ogni tanto, qualcosa che faccia sentire la presenza delle istituzioni. Devo dire che non tutte le notti riesco a dormire, o almeno non sodo & fondo come vorrei; infatti da qualche tempo in qua mi risulta difficile penetrare in quel tal portone di via Barbaroux dove lascio il sacco a pelo, essendo che il portone è quasi sempre chiuso, ormai anche durante le ore diurne, spesso, e comunque nelle primissime ore della serata, non esiste citofono, e le persone col cui tacito consenso deposito e prelevo il sacco non sarebbero, il più delle volte, nemmeno lì a rispondermi, o aprire. Detto portone è sempre stato aperto almeno fino a mezzanotte, consentendo ai tossici di farsi, ai passanti di buttare immondezza varia e pacchetti di sigherette vuoti e agli sbevazzoni di vuotare la vescica. Tutto, si devono esser detti gl’inquilini; ma il sacco a pelo NO. Conoscono a memoria quel sacco a pelo anche i camerieri del vicino ristorante argentino, da cui ogni tanto mi è stato possibile farmi aprire – ma adesso non più.

Jersera il portone era chiuso alle 21.00, all’1.30 e alle 3.20 (hai visto mai che qualcuno rincasasse eccezionalmente tardi). Non è servito nemmeno il robusto calcione della notte precedente, stavolta il portone era fissato. In sul far delle ore piccole mi ero messo, per la verità, l’anima in pace: mi ero messo in panchina a finire L’uomo dal braccio d’oro, che mi sembra una lettura assolutamente adeguata alla situazione, ma alle 3.00 ero stracotto, e avrei dormito volentieri.

Ho cercato di recuperare il cartone che nascondo nella paratia in gall. s. Federico, dove c’era mezza paretina rotta: la mattina, svegliandomi, lo incastro sempre nell’impalcatura retrostante, e lì lo ritrovo tutte le sere, quando vado a dormire.

Come mi trovo davanti al gabbiotto di cartongesso, però, vedo sùbito che c’è qualcosa che non va: la paretina adesso è tutta staccata, rotta e riappoggiata alla bell’e meglio, e la parte superiore è stata rimessa al contrario. Credo di scorgere il mio cartone scivolato piuttosto verso il fondo, ciò che mi costringerebbe a rimuovere la parte rotta e a frugare all’interno; ciò che faccio, ma un tanfo animale terrificante, seguìto a breve da alcuni gioviali latrati – cani di media taglia, suppongo – mi rendono automaticamente edotto che lì dentro ad occhio e croce due cani con altrettanti rispettivi padroni si sono sistemati sul piano di metallo che fa base all’impalcatura. Richiudo con uno scorato echeccazzo, e mi do a cercare un altro cartone.

A quell’ora in via Micca, dove accanto e a sporgere da dentro i cassonetti si trovano sempre grossi cartoni, i munnezzari erano purtroppo già passati: sono riuscito solo a rimediare uno scatolo in via Viotti, che ho fatto fuori dopo averlo liberato dal pattume.

E mi sono messo, poiché è un punto riparato e io non ero coperto e spirava una bisa abbastanza fresca, nell’intercapedine a sinistra del Lux. Saranno state le 3.30, 3.40, a quel punto, e non avrei comunque dormito molto, perché la posizione è scomoda, e il vento freddo arrivava in parte anche fin lì, appena appena ostacolato dalla parete di marmo. Mi hanno svegliato i vocii delle pulitrici, tra cui ce n’è una (moldava? rumena? ucraina?) di cui sento la voce squillante, mi pare, da sempre, e che però ho visto in faccia solo qualche giorno fa per la prima volta, quando mi ero alzato prima del solito. Non faccio in tempo a mettermi seduto e ad accendermi la prima sigaretta della giornata che sento l’inconfondibile chiamata di una radio della Polizia, quel cicalino così allarmante, e mi ritrovo in effetti davanti, preceduti da un cadenzato pesante rumor di passi, due agenti; di cui uno, sulla sinistra, di mezz’età e con la faccia da stronzo, e l’altro, sulla destra, sempre con la faccia da stronzo, ma più giovane.

Dei due stronzi ha parlato solo il primo; ha detto, sùbito:

– Documenti.

Io, che non avevo sentito, mi sono alzato accennando docilmente di sì con la testa, credendo che intendessero solamente farmi alzare. Sicché il poliziotto ha ribadito:

– Cellài un documento?

– Sì, – ho detto, frugandomi nella tasca dietro.

La seconda domanda, ad un orecchio disattento come il mio, sarebbe potuta parere cortese, e forse così voleva sonare; ma la terza frase che mi ha rivolto era proprio sgarbata, si vedeva che voleva che capissi che mo erano cazzi mia; e mi ha detto:

– E alza ‘sto cappuccio, che ti voglio vedere in faccia!

Il cappuccio era stato calato sulla mia zucca tutta notte, a causa del fatto che, in specie nelle prime ore del mattino, in specie sulla pelata, fa un freddo del porco. Mi sono alzato il cappuccio, e ho provato infatti un freddo del porco – un po’ d’ipotermia è dovuta anche allo scarso sonno, sicuramente; stanotte avrei dormito volentieri.

La quarta frase è stata:

– Prendi la tua roba e va ad aspettare là – e mi ha indicato lo sbocco della galleria su via Roma, – dove c’è la volante.

Mi sono messo ad aspettare lì, tutto tremebondo e rinciulito; nel frattempo è passata una gentile munnezzara, a cui ho consegnato il cartone (avrebbe preso volentieri anche lo zaino e il sacchetto con i libri, ma l’ho facilmente dissuasa) affinché lo buttasse. Dopodiché sono arrivati i poliziotti, insieme ad una specie di custode che vedo sempre lì, seguìti da due ragazzi con un cane a testa, e un uomo di mezz’età con un cane a sua volta. Il custode s’è rivolto esclusivamente a me, col dito puntato nella mia direzione già da metà galleria:

– Tu – ha detto, – è vero che dormi sempre lì?

Veramente dormire nell’intercapedine del Lux è una cosa che di norma cerco di evitare, sapendo che c’è andirivieni, ed è proprietà privata, e anzi sono rimasto leggermente piccato.

– Mah – ho detto, – veramente, proprio lì…

– Massì, – ha precisato, – qui in galleria. E’ vero che ci dormi?

– Sì, sì – ho detto.

– Ecco: ti ho mai detto niente, ti ho mai fatto osservazione, ti ho mai rotto i coglioni?

– Ma, no.

– Ecco: perché tu dormi, la mattina ti alzi, lasci tutto come l’hai trovato. Loro due, invece, si sono infilati dentro l’impalcatura a dormire, è anche allarmata, è scocciante, poi io al mio datore di lavoro che cosa gli dico? A me dispiace, perché adesso per colpa loro ci vanno di mezzo tutti.

Volevo dirgli che non si preoccupasse per me, che nonostante l’evidente intenzione di liberarsi precipuamente del sottoscritto – gli altri erano le prime volte che si vedevano) – prendevo la cosa come un diversivo e nulla più, ma non ne ho avuto modo, perché ha ripreso a parlare a raffica, ed è stata l’unica questione che ha voluto dibattere direttamente con i ragazzi e i poliziotti, relativa alla paretina distrutta.

Continuava ad insistere, VOI avete rotto la paretina di cartongesso, per penetrare dove c’è l’impalcatura. I ragazzi protestavano: Mannò, era già rotta. Infatti, non l’hanno rotta loro. L’ho rotta io, parecchj mesi fa, quando mettevo il sacco (prima che me lo ciulassero) dove adesso metto il cartone; una volta mi capitò che il sacco mi scivolasse giù, invece d’incastrarsi nel tralicciato, e ho dovuto scalare la paretina per recuperarlo. All’andata andò tutto benissimo; al ritorno, purtroppo, la paretina cedette, con me sopra.

Lo stronzo più vecchio, tuttavia, è stato più cortese con gli altri che con me; non mi ha nemmeno chiamato, quando si è trattato di rendere il documento dopo aver preso gli estremi, me lo ha piantato in mano; e quando, postergati cani, ragazzi, custode e stronzi, mi sono voltato per verificare se mi stesse guardando malissimo, come sospettavo, ho potuto notare che mi teneva addosso gli occhietti a fessura; ciò che ha contribuito al notevole frisson di questa nuova avventura. E’ la prima volta in vita mia che sono verbalizzato perché dormo in giro. 

Recandomi a prendere un caffè all’automatico di via s. Francesco d’Assisi, ho tirato poi in lungo per via Barbaroux, dove ho trovato quel tal portone, finalmente, aperto. Già che erano le 7.45, e qualcuno in casa c’era, ho pensato bene di suonare per salire a recuperare il computer. L’avrei anche fatto, cioè, se solo il campanello non fosse stato svelto completamente – solo di quell’interno lì, quello a me utile, e non altri.

La cosa mi ha così stranito, o impensierito, che mi sono dimenticato in pieno di recuperare il sacco. Speriamo, stasera, di riuscire a recuperarlo. Calcj, pugni, richieste d’ajuto, urla, e che so io, in un modo o nell’altro ce la farò.

[Questo incontro ravvicinato con le istituzioni m’ha fatto ripensare alla mia situazione complessiva con esse. Specialmente data la locale involuzione destrorsa m’è venuta come una punta di voglia di chiedere il sussidio, rifare il giro delle agenzie interinali, andare a far code al collocamento, e, in special modo, tornare a rompere la gloria in qualche dormitorio; ma, devo dire, m’è passata quasi sùbito].

530. Ah, che liberazione.

13 Apr

Sono finalmente, benché imperfettamente, libero da NazioneIndiana. Dopo che ero intervenuto sotto questa mediocrità, e tutti gli amichetti dell’autore del post, il poeta [con licenza parlando] bergamasco Tiziano Scrotus, mi avevano aggredito, cominciando una sarabanda di cancellature e ripostature dei miei commenti, avevo esatto dai disonesti amministratori, tra cui l’imbecille Gianni Biondillo, di fare una cosa che da tempo desideravo, cioè che il poco materiale mio presente tra i post del club del vorrei-volere-ma-non-riesco-proprio fosse cancellato.

Da quando – per un’idea, al solito malaugurata, di qualcuno le cui buone intenzioni sono inesorabilmente finite a lastricare numerosi vicoli, diverse vie, almeno cinque arterie importanti e persino qualche piazza dell’inferno – quelle mie cose sono state messe lì sopra ho provato tutti gli svantaggj del “dover essere parte”, senz’alcun vantaggio a controbilanciare, nemmeno quello della visibilità, dato che un pubblico di semicolti, semiletterati &/aut semianalfabetizzati non ha mai fatto per me; come peraltro hanno dimostrato gli esiti immediati, ossia le reazioni, quasi sempre negative su basi contenutistiche e pregiudiziali, e finanche un tantino razziste. Nulla di cui preoccuparsi, conosco i miei polli, e li conosco bene, ma di qui a “far parte” ce ne corre, e parecchio. Non m’importa di essere letto molto, m’importa di essere letto bene – ho avuto la prima cosa, e la seconda mi è stata negata, in nome delle scorie di  pissi-pissi leccate sù da ogni più fetente cantone, dove prospera la betonica, irrorata dal piscio dei cani.

Ma anche questa semplice operazione non è stata affatto automatica, e, sì, tengo a precisare anche questo: in primis (e qui torna utile il link alla cache messo dallo sconosciuto tra i commenti al post precedente questo) miei commenti, tra cui uno molto lungo rivolto a un interlocutore civile, “Il fu GiusCo”, sono stati di fatto cancellati da sotto il postaccio del poetastro Sfranctus, per tornare ripetutamente al posto loro ed essere nuovamente rimossi, in un andirivieni, evidentemente spiegabile con il dissidio che c’è tra gli administrator, che ha tanto del patetico quanto del grottesco; dopodiché – si vada a lèggere – mi sono preso pure del “paranoico” dall’idiota Biondillo inquantoché nessuno avrebbe “cancellato niente”.

Mi sono dovuto rivolgere privatamente all’unico amministratore con cui abbia avuto contatto – solo virtuale – anche fuori NI, Domenico Pinto; il soddisfacimento della mia richiesta risale, nonostante la questione sia vecchia di una settimana, a pochi minuti fa, cause dirimenti essendone:

1. Il mio non essere compos mei; aspettiamo, ha detto Pinto, che tu sia più calmo. E se fossi stato tranquillissimo, tutto il tempo? [Il Biondillo, a cui avevo chiesto la stessa cosa precedentemente e in pubblico, mi ha ordinato, prima, di “sciacquarmi la bocca”, dopodiché “se ne riparla” – risposta ancòra più enigmatica].

2. Il suo non poter cancellare i post senza autorizzazione, essendo “in condominio” – ma mi risulta difficilissimo credere che il gagà Forlani e l’idiota Biondillo tengano particolarmente alla mia presenza su NI. Ammenoché non fosse per ripicca, ovviamente.

3. Il suo non poter cancellare i commenti, perché si sballa tutta la successione logica. Ah. E quello che è successo sotto le povèsie di Tiziano Scrotus, quello è logico? Con “Il fu GiusCo” che risponde a un mio inesistente intervento, e l’idiota Biondillo che mi dà del paranoico rinfacciandomi un’accusa che non si legge?

Spero che ogni traccia di miei commenti sparisca definitivamente da quella sentina di demenza, il prima possibile – e non aggiungo “anche se so che non sarò accontentato nemmeno stavolta”, per scaramanzia.

Il sottomondo letterario italiano, rappresentato credo alla perfezione da Nazione Indiana, è formato da impiegati e insegnanti falliti, groviglio agghiacciante di tutto quanto di miserabile può derivare dalla mancanza di un lavoro reputato onorevole e, paradossalmente, da quanto può combinare ad un essere già umano la più torva intossicazione aziendale, e i cui valori precipui sono mafiosi: omertà (sulla reciproca mediocrità, ignoranza, incapacità, mancanza di che dire, & arroge quel che vuoi), & rispetto (nel brutto senso del termine: ‘io sono arrivato prima di te, ergo posso sputarti in testa’, e, naturalmente, ‘non puoi sputarmi in faccia perché sono uno stronzo, inquantoché sarò sì stronzo, ma sono anche arrivato prima di te’, &c.).

Non mette conto dire che liberazione sia.