528. r*

27 Mar

Rieccomi.

Si tratta di qualcosa che risale a qualche giorno fa.

Ho passato qualche annetto durante il quale, a cadenze regolari, mi si ripresentava sempre il solito problema insoluto: come, effettivamente, ricordare r*? Avevo avuto una casa polverosa, zeppa di ricordi la gran parte dei quali troppo vetusti per appartenermi completamente, e tuttavia utili alla ricostruzione materiale e documentaria di una storia; tutto quello che vi era contenuto è andato disperso, e con ogni probabilità distrutto. Ovviamente il ricordo di r* ce l’ho io, ma non avevo con me una pezza d’appoggio, uno straccio di documento che dimostrasse, anche solo, che fosse mai esistita. Non esiste più da anni uno sparuto drappello di carte, con racconti, poesie, un romanzo interamente biffato, ma leggibile, vittima di una peraltro comprensibile damnatio memoriae da parte di quello che non ho più lo stomaco di chiamare mio padre, di quello che non ho più l’ardire di chiamare mio fratello – sono ormai anni. I parassiti continuano la loro opera fino alla completa demolizione: è la loro funzione, non si deve pensare che sia odio contro la vita.

Non esistono più numerose foto degli anni Cinquanta della Nuova Zelanda e di varj posti d’Europa e d’Italia; non esistono più lettere, diarj. L’8 marzo dell’anno scorso (sono rimasto in attesa della data, in un certo senso, chiedendomi se avesse senso fare un salto all’Ospedale maggiore per recuperare quelle carte, che dopo dieci anni per legge devono essere distrutte, a far posto agli altri incartamenti, che impinguano i registri dei sepolcri, e degl’inferi) sono scomparse, salvo ritardi nel disbrigo, persino le cartelle cliniche che hanno registrato le modalità seguìte dal suo corpo per liberarsi dal peso insopportabile dell’universo.

In più, non esistono nemmeno più le mie carte, con quello che ho registrato giorno dopo giorno, e che riguardava, per la sua parte, anche lei; e naturalmente c’è qualcuno tra i lettori di questo blog disposto a giurare e spergiurare che l’ho voluto io, che è stata mia volontà; anche se naturalmente è il contrario della verità, ma ormai ci ho fatto il callo; e, naturalmente, non sono minimamente interessato all’opinione che ci si è fatti di me. Non m’interessa l’opinione, punto.

Poi, giorni fa, sono stato ospite di una persona – squilibrata: le mie compagnie, date le mie condizioni, non possono essere disopra da un certo livello – con cui naturalmente i rapporti si sono deteriorati molto rapidamente. Ero, più precisamente, ospite dell’ospite della casa in cui ho trascorso tre giorni; e anche questa è una situazione tipica, è in effetti più facile che io trovi persone disponibili a condividere, per motivi normalmente inerenti i rapporti, contorti e putrefatti, con la persona che occupa legittimamente la casa, il proprio spazio concesso nella casa altrui che persone disposte a condividere spazj interamente proprj. Mi limito ad osservare un fatto, perché non è una circostanza che si sia ripetuta di frequente, anche perché non ho mai fatto nulla per incoraggiare le ospitate altrui – non che presuma che sarebbe servito a qualcosa, incoraggiare. Non ho nulla di appeal basico da offrire al 55% dell’umanità, già in partenza; quando fossi disposto ad offrire, me ne mancherebbero i numeri. Dati i motivi per cui il 55% è escluso, i miei rapporti col 45% mancante vengono di conseguenza. Non è mai cambiato nulla, sotto questo profilo, per nessuno, nemmeno per me. E bello è che mi andrebbe anche bene, dato che la solitudine per me è destino: ma mi càpita, ogni tanto, di persuadermi di aver bisogno di soldi, o di un piccolo genere di conforto, e questo implica rapporti, superficiali benché, con persone con cui, in definitiva, non posso stabilire rapporti in alcun caso fecondi: nella migliore delle ipotesi litigo, nella peggiore, pur essendoci, è come se non ci fossi – mi chiedo: chi è questo?, e: che ci faccio, qui?, e sento di star sbagliando tutto, ogni volta più imperdonabilmente, come se nell’anticamera nel frattempo si sentiss a cadenze regolari lo spicinio dei mondi lasciati cadere in terra da Faust. Quel ch’è peggio, mi rimangono sempre, violenti, i risentimenti, l’avversione tenace.

Ma quella casa conteneva ben due copie due del dizionario inglese-italiano del Passerini-Tosi, utili alle traduzioni che ogni tanto la persona squilibrata che mi ha ospitato per quei pochissimi giorni riesce a fare: una tutta sfondolata dall’uso, e con i credits ormai dispersi chissà in dove, senza frontespizio, senza sovraccoperta. E un’altra, che i due inquilini mi hanno portato appositamente per verificare un nome che, comunque, non conoscono e non può dir loro nulla, completa di tutto, anche dei credits.

Ecco, io mi trovavo in quella casa appiè della collina per un banale lavoretto redazionale, consistente nel mettere insieme un libro dai ricordi di un vecchiettino che si chiedeva se fosse il caso d’inserire anche un ricordo della propria figlia, morta di tumore tanti anni prima; il suo dubbio, e forse il suo cruccio, era dovuto al fatto che la figlia non avesse mai pubblicato nulla – non era còmpito suo, faceva l’insegnante, e nemmeno di materie umanistiche; ma secondo quest’uomo anzianissimo, che aveva pubblicato alcuni volumi di poesie e corrispondenze per un giornale, se uno non lascia carta stampata a proprio nome non ha importanza, o è come se, alla lunga, smettesse di esistere. Ciò che presuppone che la carta stampata sia automaticamente letta, probabilmente, o che i libri non compulsati non subiscano, come effettivamente subiscono, più degli altri l’azione corrosiva del tempo, fino all’annichilimento.

E quando gli dissi che secondo me proprio per quello era il caso di lasciarcela – comunque fosse, il libro sarebbe stato quasi completamente inutile anche senza il ricordo della figlia -, non pensavo assolutamente a r*, nemmeno col retrobottega del subconscio – ne avrei avuto qualche segno, un atto mancato, il riaffiorare di un tic, che ne so, una risata del tutto inopinata e vagamente isterica nel cuore della notte -, e mi ha tantopiù colpito il rivedermi di fronte a questo volumone – che ovviamente ha valore ed è compulsato ed è ristampato in misura direttamente proporzionale alla mancanza di qualunque elemento autobiografico che riconduca alle persone che l’hanno compilato – che effettivamente ha sopra il nome di r*: ciò che non impedisce che quel nome, com’è sacrosanto e ineluttabile, sia perfettamente ignoto alla quasi totalità delle persone – chi tiene a mente il nome del caporedattore di un dizionario, che poi, a parte un dizionario tessile Elsevier, rimane  una specie di hapax onomastico nella repubblica delle scienze & delle lettere? – e che nessunissima eternità sia stata garantita al portatore dello stesso. Dovrebbero seguire filatesse sul paradosso della notorietà, ma svilupperebbero in modi pesanti e artificiosi tutte lo stesso concetto, e cioè che vivere per sempre non è possibile, ma è possibile sussistere perennemente, e ovviamente le cose che sussistono devono già essere morte per non decadere; e che si è memorabili per un numero tanto più alto di persone quanto più si è già nella loro testa, ossia quantopiù si aderisce ad un archetipo – c’è poi chi riesce ad inventarlo, ma quello è il genio, una-due volte al secolo, libero di esprimersi in qualche arte esibizionistica. Tutto il resto, inevitabilmente, muore, continuamente e in varie forme. Non solo: ma anche nella morte ci sono gastrule e blastule, prima della compiuta trasformazione in nulla c’è, in un allucinato crescendo di gradienti, una serie di deformazioni inopinate, imprevedibili, frutto di frasi lasciate cadere a caso, di opinioni tendenziose, di lunghe persecuzioni segrete, le ramificazioni più estreme ed esangui di lunghissime vegetazioni velenose.

Il motivo per cui il nome di r* emerge e si reimmerge nella storia dell’editoria italiana in modo così fulmineo dipende non dalle sue doti di lessicografa, ingenti ma anche sommerse, salvo per questa collaborazione, ma per un’attività di traduttrice, bravissima e versatile, i cui frutti brillanti sono serviti alla confezione di bilancj per ditte minori, bollettini medici oggi obsoletissimi, progetti minuziosi d’ingegneri morti ormai da decennj,  e a loro volta dimenticati, contratti, atti di tribunale, corrispondenza aziendale, e una serie di cose di cui, nonostante abbiano ricevuto cure minuziose a pochi metri dalla mia scrivania, non saprei nemmeno nominare, nonché descrivere. Non esiste nulla di più deperibile della scienza e della tecnica, e r*, che non aveva nessuna intenzione di passare alla posterità in alcun modo, ma sapeva che sarebbe tranquillamente svanita come fanno tutte le cose, non ha mai avuto un segno di ripensamento: una piccola eternità, una posterità, in uno scritto, una plaquette, un libro, un figlio. Le sue stesse carte, che rendevano per la più parte conto di un tempo precedente alla mia nascita, erano ricordi da lei dimenticati – e per questo salvi dal cestino – e da me ricordati. Appendevo in quel modo ad una lei per me mai stata presente il ricordo di una presenza improduttiva di frutti perenni.

I libri cadono in polvere, i figlj dimenticano, invecchiano e muojono. Dopo tutta la successione delle generazioni, quanto dovrebbe ricordare ognuno di noi? E chi ricorderà i suoi ricordi? r* leggeva un libro per sera, ma non era andata oltre qualche tentativo di traduzione letteraria – erano tutte cose congeniali, e la sua versione era indefettibile, ma capì immediatamente che la letteratura è nojosa, è ossessiva e ripete sempre le stesse cose, in forme che disperatamente tentano di differenziarsi da tutto quello che è stato detto prima – o quella piccola parte di tutto, quella si suppone che conta, che l’autore è riuscito a conoscere prima di mettersi a scrivere – e di rinnovare interesse per cose morte e ritrite; e quasi mai ci riesce. La traduzione tecnica è ovviamente meno prestigiosa, il tuo nome non sarà conservato su nessun catalogo, non sarà pronto a balzare all’occhio di qualunque lettore in alcuna libreria, sarai, insomma, dimenticato, tu, le tue fatìche, le tue notti insonni, la tua prigionia a tavolino, i tuoi saperi; ma proprio perché il materiale è pressoché infinito, e soprattutto il pensiero umano in merito continuamente necessitoso di aggiustamenti, di correzioni, richiede una formazione perenne, incessante. Se uno è versatile, e si mette nelle condizioni di tradurre da più lingue, o di spaziare in varj àmbiti, può farne una straordinaria avventura intellettuale. Di cui, naturalmente, nessuno saprà mai nulla: né sarebbe concepibile il farlo perché tutto quello che il pensiero ha trattato come materia viva nel frattempo è andato via via cadendo in obsolescenza, ossidandosi e sfaldandosi, per trovare forme migliori, per dar posto a verità completamente diverse, a tecniche totalmente rivoluzionarie.

Qualche sera dopo sono andato ad una cena dell'”Asilo”, lo squat. Rispetto alla volta precedente, l’unica altra che ci sono andato, oltre al guacamole che ho fatto fuori quasi interamente io, la carta prometteva bene ma manteneva una cosa abbastanza triste; passi il primo (un riso con un tandoori che sembrava reduce da qualche retro di trattoria), che non sembra esser mai il forte di quelle cene, il secondo era miserando, con un francobollo di farinata e poco altro, pressoché insapore. Ma la volta precedente ero arrivato un poco in ritardo, ci fu modo solo di mangiare e andarsene (di secondo c’era un seitan particolarmente significativo); stavolta ero arrivato prestìno, e ho avuto modo di guardarmi intorno. In prossimità delle cucine era sistemato un banco di libri, con una serie abbastanza spettacolare di testi sull’anarchismo, ovviamente senza filtri ideologici, da Stirner a Bakunin, e molti altri vecchj barbogj sulle cui opere non farò mai in tempo a formarmi, ma che, proprio per questo, compresivi anche gli sconosciuti e gli ospiti delle più remote e polverulente scansie della libraria, dànno come una specie di nostalgia, un senso di promessa mancata – l’idea del tempo, che ovviamente non c’è mai stato, della reversibilità, delle possibilità ancòra aperte.

Bouquinando in qua e in là non ti scopro due volumetti della presunta casa editrice “Vulcano”, del compianto Luigi Brignoli? Qui in rete le immagini non le trovo, anche se ci sono gli estremi, come, suppongo, di qualunque altra pubblicazione; r* vi era ben rappresentata, perché si trattava di due biografie, una di Sante Pollastri, quello de “Il bandito e il campione”, e l’altra, più interessante, su Francisco Ferrer y Guardia, con l’epigrafe dettata da Giovanni Pascoli in esergo. Dato che ero già un po’ bevuto ho pensato ad alta voce, ricordando il tempo in cui sul fondo di un mobile dell’anticamera giacevano i bollettini, tradotti uno per uno da r* in inglese e in italiano, dell’Escuela Moderna, una quarantina in tutto, non ricordo più precisamente. L’anarchico addetto ai libri mi ha detto: “Se ne hai pacchi, porta, porta”, e io gli ho dovuto spiegare che non ho più un cazzo, di niente, da una vita. Ha cominciato anche a spiegarmi un po’ chi fosse Luigi Brignoli, che era un industriale – ho detto che ricordavo bene chi fosse. E ricordo r* alle prese con quei faldoni di documenti, che riassestava, con intercalati alcuni foglj in grafia incerta, che davano i concetti a cui r* dava forma. Che tutto uscisse con la firma del Brignoli le stava benissimo – r* non si è mai laureata, troppo da lavorare, sin dalla fine delle magistrali, ma scrisse la tesi di laurea per una decina di persone amiche (che poi ovviamente ce l’hanno avuta con lei, ancòra a distanza di anni; quando morì mi piombarono tutte addosso, ricordo l’atmosfera tossica, le telefonate teoricamente nostalgiche e cariche di uno strano veleno, il senso di ombre lunghe projettate da un tempo lunghissimo dietro le mie spalle fino a metà del cammino per me ancòra da fare, gli squilli del telefono a notte fonda per risentire – come mi confessarono dopo mesi – la sua voce registrata nella segreteria telefonica [quasi inudibile, da ultimo, per cui penso che fosse un tentativo non pienamente ammesso di contribuire, nuovamente, a una cancellazione]), incoraggiandole a concludere -, le dava invece molto fastidio che lo stesso, ostinatamente, facesse comparire in fondo alla prefazione “con la collaborazione di”, e il suo nome. Primo, non era quello che onestamente si potesse chiamare collaborazione. Secondo, non le piaceva, non voleva avere il proprio nome spiattellato su qualche libro. Naturalmente è una delle sue eredità, che in maniera distorta rispetto a qualunque progetto originario è arrivata sino a me. Invidio, anche la sua capacità di venire a patti con lo scrittore dilettante, con il dilettante sgrammaticato, imponendo revisioni veloci, esatte, rapide, dando consiglj per una paginazione intelligente, levando il superfluo. Lei doveva rifiutare i compensi, perché non le sembrava giusto farsi pagare lavori di cui risultava (in teoria) difficile scindere il mio dal tuo; a me, invece, non è riuscito di farmi mai pagare da qualche scrittore cane e ignorante, per quanto a fondo m’impegnassi, maledetto me.

chiamato del Signor Buccicco‏
Da: geowrit@etabeta.it
Inviato: domenica 14 marzo 2010 18.49.22
A: melchiorregioja@hotmail.com

George

Domenica sera 19.00

Gentile Davide,

Stasera abbiamo appena avuto una chiamata a casa dal Signor Buccicco.

Mi ha chiesto di invitarti a telefonargli presto – (o stasera, o domani) – non so perché.

In ogni caso, stavo per scrivere per chiederti scusa per la mia rabbia l’altra sera, che certamente non hai meritato per niente.

Voglio chiederti in particolare di non prendere le mie critiche personalmente, ma come un risultato del vino, e della mia stanchezza.

Inoltre abbiamo già scoperto che  diventa sempre difficile ospitare amici a casa nostra per più di 24 ore.

Nonostante l’aspetto grande della casa, non c’é molto spazio da dividere,  e confesso anche che divento sempre un pò agitato quando qualcun altro usa il mio computer.

Perciò é stato difficile offriti l’ospitalità a casa  come abbiamo voluto; –  a causa semplicemente del fatto che abbiamo bisogno fisicamente del ” nostro spazio”.

Se puoi perdonare il mio brutto comportamento,  mi dispiacerebbe molto che tu non possa aiutarmi a completare il lavoro. 

So che hai lavorato benissimo – più di 20 pagine pronte in solamente 7 ore.  Già ti devo 56 euro, e se vuoi finire il lavoro allo stesso prezzo di 8 euro all’ora,

puoi venire qui ogni mattina e lavoriamo nel seminterrato dove c’é tanto spazio, apprendo i termosifoni là.

O posso fotocopiare le pagine e dartele alla biblioteca.

Per favore, Davide, dopo aver telefonato al Sig. Buccicco, fammi sapere cosa vuoi fare.

con i miei saluti e un rinnovo di scusa.

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