527. Io & il cristo.

4 Mar

https://i0.wp.com/lungarinialessandro.blog.espresso.repubblica.it/counselingweb/images/2008/07/19/fantozzi3.jpgDevo aver cominciato le medie intorno al 1985, se i miei calcoli non vanno errati; alle elementari, che avevo frequentato per i primi quattro anni in una specie di falansterio vicino ad un posto dove andavano a morire tutti i tossici, e per il quinto in un istituto diciamo serio, con una maestra unica, ero già stato esente dall’ora di religione, cosa che per qualche motivo attirava l’antipatia di alcuni compagni. Approdato alle medie, che rimane la scuola più vicina a casa che abbia mai frequentato, per qualche motivo che o non ho mai saputo o non ricordo più – fosse la prassi o dimenticanza di qualcuno, va a sapere — dovetti provvedere di persona a dichiarare a chi di dovere che non intendevo essere presente in classe durante l’ora di religione. Non sapendo bene a chi rivolgermi, interloquii molto volenterosamente con il primo insegnante che mi venne a tiro, una donna enorme, in età (classe 1920, credo di ricordare), che si chiamava Adelaide Locatelli Fin, e che era all’ultim’anno d’insegnamento. Avrei dovuto rivolgermi all’insegnante di religione – se l’avessi visto l’avrei certamente riconosciuto, si sarebbe rivelato essere un prete con il collarino di celluloide pochi giorni dopo, quando lo vidi entrare nella scuola accolto da un gruppetto di scolari del terzo anno che gli mostravano il medio ridacchiando – solo che non c’era. La cosa si sarebbe risolta in maniera del tutto pacifica, ma come mi avvicinai a questo donnone austero, immerso in una nube odorosa di borotalco, dicendole con aria preoccupata che non sapevo a chi dire che non volevo partecipare all’ora di religione, mi guardò in un modo che mi parve strano, e certamente non gradevole, e mi chiese, bruscamente – e anche piuttosto in contrasto con la sua apparenza contegnosa – “E allora?”. Al che non seppi che altro fare, se non ripetere la domanda un pajo di volte, facendo a capire che non avesse afferrato la domanda; ma la tattica non risultò vincente, perché i due sguardi che accolsero le ulteriori sollecitazioni di lumi in merito non erano per niente più affabili dei due precedenti. Dovette dirmi spicciativamente che dovevo rivolgermi al prete, per questa cosa, e me ne tornai al posto, con addosso una preoccupazione terrificante di dover partecipare alle lezioni di religione per forza.

L’ultimo anno delle elementari, cedendo a modo mio alle continue richieste sospettose dei compagni su che cos’avessi io di tanto diverso e migliore da loro che dovessi ogni settimana saltare un’ora di rottura di cazzo senza prendermi tutte le volte una sospensione, avevo deciso di presenziare a detta ora di rottura di cazzo – però intervenivo, anche, e a quel punto, dopo un numero incredibilmente esiguo di rotture di cazzo, cambiai di statuto, e da esentato passai ad interdetto dall’ora di religione. Ma l’insegnante era un prete gentile, che aveva a sua volta cercato (porco fottuto) di cooptarmi, invitandomi a restare, la prima volta che aveva visto il mio nome sul registro, e raccontando davanti alla scolaresca – un discorso che ho capìto solo dopo qualche anno – che cinque anni prima, prendendo in carico le pecorelle, aveva loro insegnato a salutarlo dicendo shalom, “e pensa che quando entravo in classe mi sembravano tutti bambini ebrei, perché mi dicevano shalom… perché il cristianesimo è amore, e il cristianesimo nasce dall’ebraismo come un figlio dalla madre, e abbiamo tutti un unico dio”. Anche lui si sarebbe pentito del suo ecumenismo – comunque fosse doveva aver rinunciato già da prima del mio avvento a far giocare i piscioni ai piccoli circoncisi, perché non ho mai sentito loro pronunciare shalom più che hotcha o sayonara. Dopo di me avrebbero smesso comunque.

Circa la mia partecipazione all’ora di religione, qualcosa dovette pervenire alle orecchie di mia madre, suppongo tramite la maestra Fernanda (che era insegnante unica, non so se fosse brava ma assomigliava a Mario Scaccia, aveva il papà monarchico ed era all’antica, perché, se irritata, mollava schiaffoni da levare il pelo), che non capiva se fossi esentato oppure no, e chiedeva suppongo una linea più coerente – il prete doveva essere al limite. Quando mia madre mi parlò, per dirmi che non per nulla m’aveva fatto esentare, le raccontai la vicenda dei piccoli falsi ebrei, e credo che il suo sguardo mi avrebbe parlato volumi – se solo avessi saputo lèggere: non ritenne utile, però, spiegarmi esattamente che cosa intendesse il prete, e nel prosieguo feci a meno di partecipare all’ora di religione. Comunque sia, i conforti della fede non mi mancarono mai, perché tutte le mattine all’inizio della prima ora la maestra si metteva davanti alla cattedra, si faceva il segno della croce con tutti i bambini e recitava innanzitutto il padre nostro, poi anche l’avemaria a sostegno o del padre che aveva l’influenza, o del cugino che era partito di notte e aveva imboccato l’autostrada, o di qualche altro parente in pericolo imminente o presunto. Oltre ad imparare a farmi il segno della croce – nel quadriennio precedente avevo fatto con quel famoso gesto scaramantico la stessa cosa che avevo fatto quando avevo imparato ad allacciarmi le scarpe: avevo riprodotto il gesto a specchio (giustamente se ti guardo mentre mi dài l’esempio, vedo la destra e la sinistra invertite – ma la mia era pura pigrizia, già allora; oltreché inversione costituzionale), e mettevo il figlio a destra invece che a sinistra, facendo ridere tutti – appresi il padrenostro, l’avemaria e, col tempo, persino il gloria e l’angelus. Dato che mi annojavo, e mi sentivo anche uno stronzo a stare seduto e zitto mentre gli altri snocciolavano quella gnàgnera così suggestiva, appena capii il trucco cominciai a fare come gli altri.

La dottoressa Locatelli Fin e la maestra Fernanda avevano in comune il simbolo sacro, appeso giusto sopra le loro teste, consistente nel classico cristo di plastica giallastra – anche in quel caso non afferrai prima di qualche annetto che la tinta, che tirava effettivamente al vomito, serviva a suggerire (per quanto possibile allo stato dell’arte del crocifissiere e fornitore ufficiale) una specie di color carne – su legno chiaro. Solo che mentre la maestra Fernanda era effettivamente – schiaffoni a parte, facevano d’un male, vecchia stronzonaccia – piuttosto affabile, e non tendente, in fondo, a prese di posizione, la Locatelli Fin manifestò da sùbito una spiccata antipatia nei miei confronti, dapprima manifestantesi con sguardi di gran riprovazione, poi con voti decisamente bassi, infine con un’esplosione di rabbia incontrollata quando, cadutomi di mano un quaderno mentre mi dipancavo, mi scappò un – credevo – innocente oh madonna. La professoressa, che verso la fine dell’anno espresse davanti a tutti tristezza per dover lasciare la classe, avendo tendenza ad affezionarsi, ed era una grande cultrice del Pascoli, e scriveva delicati libri per l’infanzia, deflagrò: qualcosa che a me parve il disgraziato incontro di una tonnellata di materiale infiammabile con un cerino acceso fece quasi saltar via la cattedra, deversandomi contro un Tu quello lo lascj stare!!! che mi rimase nelle orecchie per diverso tempo. “Non me la sono presa con lui” spiegai, molto ragionevolmente. “ho detto Oh madonna, non Oh cristo”. “Ma è la stessa cosa” m’avvertì debolmente qualcuno dei compagni – perché in effetti il cristianesimo è quella religione per cui tendono a fondersi un po’ tutti, tra parenti (salvo distinguersi, per altri aspetti, e soprattutto a seconda che venga comodo). Una seconda bordata coperse le precisazioni teologiche del pio compagno, o della pia compagna, invocando, vai a ricordare, la dovuta deferenza a tutte le persone sacre, nella madonna, nel cristo, e in chi per essi, tutto riassunto nell’urlo belluino: La madonna è SUA MADRE!!! “Tanto”, risposi, ormai inferocito, ma sempre molto pacato, “quella non esiste”. Il mormorio soffocato, l’improvviso pallore sparso in volto ai miei compagni, e l’espressione indefinibile stampata sul grifo dell’insegnante, mi fecero capire, senza conoscere la storia, che tra la metà degli anni Ottanta del secolo scorso e i tempi di Pietro Rosini – roghi a parte, ma mai dire mai, c’è stato anche di peggio – era come se non fosse passato nemmeno un minuto. Naturalmente mi presi una nota sul registro.

Nel corso dell’anno l’insegnante ebbe modo di venire incontro anche alla mia salvatichezza, e si mostrò poi più generosa; vittima, anche lei, di un modo di pensare che antepone i simboli alle persone, anche quando sono in via di formazione, ebbe modo di tornare sull’argomento con maggior dolcezza, dedicando alla classe uno dei suoi racconti. In esso c’entravo anch’io; e la professoressa coglieva l’occasione per esprimere la sua pacata riprovazione per il mio incontro troppo precoce con Dostoevskij e per raffigurarmi mentre una presenza incorporea m’accarezzava la testa, soffiandomi all’orecchio “Ne sei sicuro?” dopo una robusta affermazione di ateismo da parte mia.

Naturalmente a nessuno venne mai in mente di rimuovere un crocifisso che effettivamente rappresentava le tendenze religiose della stragrande maggioranza, anche se nessuno mi parve mai particolarmente credente – non quanto la professoressa di italiano, almeno, anche se ricordo che una volta, durante una gita a Venezia (naturalmente) fui oggetto di una lunghissima confidenza dell’insegnante di quella che allora si chiamava educazione tecnica, che durante la lunga malattia, e soprattutto dopo la morte, del padre aveva perso la fede, e mi diceva come avesse preso l’abitudine di pregare dio chiedendogliela indietro, la fede, inginocchiata sul duro pavimento con le braccia incrociate tenute sotto (un male della madonna, presumo), finché era stata esaudita –, e per tutti e tre gli anni fui periodicamente raggiunto da notizie, fornitemi molto interessatamente da qualche compagno, delle lezioni di religione del prete, che, mi pare, assomigliava un po’ a Giacomo Babini, per quel che mi ricordo, e in esse se la prendeva ferocemente soprattutto con chi non credeva, e con i rispettivi genitori, attribuendo tendenze malsane e atti criminosi a chi non era pronto a un salutare tuffo nell’acquasantiera ad ogni momento del giorno e della notte. Per una metà delle lezioni; per l’altra metà si scambiava insulti, anche pesanti, con ragazzi che frastornavano i suoi predicozzi con chiacchiericcio e sonori porcodii. La professoressa fu sostituita da un’insegnante, che credo si chiamasse Giordano, sembrava una vecchia fotografia lasciata sul tavolo di un tinello, era semianalfabeta e ricordo che un giorno spiegò tra le omeriche risate della classe come gli ebrei avessero “solo metà della Bibbia”, perché gi mancavano gli Evangeli.

Per tutto il corso della mia massacrante carriera scolastica non mi capitò mai un prete insegnante di religione che non cercasse di cooptare gli esonerati. Già alle medie avevo due compagne con cui facevo l’ora sostitutiva (che fu prevalentemente con due insegnanti di lettere, una vecchissima, l’altra più giovane, molto simpatiche ma con cui si blaterava di niente; ma anche con un’insegnante di musica, non la nostra, con cui si ascoltarono dischi, tra cui anche la Norma con la Suliotis, ricordo che contestò gli acuti un po’ tirati), una mormone, e l’altra, sospettavo, la figlia di una coppia di fricchettoni che ci tenevano evidentemente a ribadire la propria indipendenza di giudizio.

Alle superiori, grazie al relativo innalzamento culturale, i non facenti religione, che non subivano la pena di alcun’ora sostitutiva, erano di più; ma anche per evoluzione dei tempi; ma anche perché alcuni, fattisi più grandicelli, erano lasciati più liberi di scegliere. Insegnante di religione era un uomo brizzolato, mite e piuttosto espansivo, che si chiamava don Ottolini, curiosamente (non so se ho mai saputo il nome), aveva 32 anni e ne dimostrava una sessantina. Mentre gli esonerati ripassavano lezioni o si perdevano in letture amene in una bellissima “Sala bullettini”, proprio così, con la “u” (dove feci il mio primo incontro con un sacco di testi interessanti, vecchie poesie, lunarj del primo Ottocento, almanacchi altamente folcloristici in cui si trovavano ricette curiose come quella di far inghiottire a un’ignara donna 36 uova di formìca in modo da farle tirare 18 cureggie, opere di varia erudizione su cose come la comparsa dell’aggettivo onduleggiante nella letteratura italiana, antiche pubblicazioni di fisica, botanica e medicina [che andarono ad arricchire private collezioni, ricordo, si sfiorò un piccolo scandalo], e anche con capolavori irrinunciabili come La villana di Lamporecchio, peraltro, mica cazzi o “fa sei sei la uacca ch’io sia il toro”), i non esonerati intavolavano – da quanto appurai durante qualche lezione a cui erano invitati anche i noncattolici, per via di qualche projezione – discussioni mai finite col prete circa la propria mancanza di fede in una vita aldillana, nella verginità della madonna e tutte le altre fesserie in cui, in effetti, non crede (intendendo propriamente un credere che sia un credere) nessuno.

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Per tutto questo periodo non ho mai inteso che qualcuno chiedesse la rimozione del crocifisso dalle aule. Sicuramente a qualcuno sarebbe piaciuto, ma il fatto è che non c’erano abbastanza noncristiani, noncattolici perché potesse fatalmente svilupparsi un movimento d’opinione in questo senso; esistevano molti noncredenti, o agnostici, che però identificavano, per la maggior parte, la propria assenza di fede come un problema, più o meno risolvibile, e non come una posizione filosofica. Quelli, in numero minore, che non avevano nessun problema con la propria mancanza di fede, e magari l’avevano ereditata, mi erano altrettanto estranei, perché di norma erano impostati in senso pragmatico, erano cinici – era in questo che agiva il retaggio cristiano – e quindi conformisti, e non avrebbero fatto scelte che implicassero rischio d’impopolarità.

Ma se c’erano tentazioni in questo senso, se se ne discuteva (pochissimo), se si vedeva questa eventualità come da mettere in conto per il futuro, impossibile a dirsi quanto prossimo, era perché si percepiva una tendenza sempre più marcata alla laicità, stante l’assioma che la fede religiosa si perde a mano a mano che ci s’incivilisce, e che questa sempre più diffusa, tranquilla, mancanza di fede avrebbe portato necessariamente ad una revisione dei simboli e della liceità del loro sciorinamento in luoghi pubblici. Questo corso delle cose, ed è bene rilevarlo, ha subìto una deformazione notevole, durante gli anni a venire; e questo per il fatto che in Italia sempre più massiccia s’è fatta la presenza di stranieri che, impossibilitati ad inserirsi senza troppi traumi in un tessuto sociale affetto da una perenne crisi d’identità per le note ragioni storiche (alle quali la chiesa è tutt’altro che estranea), hanno mostrato una crescente tendenza ad arroccarsi – magari partendo da posizioni agnostiche, o tiepide, o ateistiche – nella religione in funzione autoprotettiva. Per cui frequente è il dibattito, ormai, sui simboli religiosi tra persone di diverse, verrebbe da dire di opposte, religioni, mentre quasi al lumicino è ridotto il dibattito tra noncredenti e credenti; il ponte di congiunzione tra i due dibattiti, che sono di natura molto diversa, è stato certamente il dibattito tra ‘laicità’ e ‘religione’, che era un ammorbidimento dello scontro tra fede e assenza di fede e dunque un’introduzione al dibattito tra fedi diverse – che può essere morbido ma porta quasi sempre a scontri almeno verbalmente violenti, e non risolvibili. I casi più eclatanti di richieste di rimozione sono infatti venuti da musulmani, la minoranza religiosa più attestata in Italia, tra cui si segnalano quelle del polemico Adel Smith (2003) dopo il ricovero della madre in una clinica le cui mura erano in effetti adorne del simbolo in oggetto; oltre alle veementi richieste di levare il crocifisso dalle aule scolastiche (2005).

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Questo è il contesto. Nel quale spicca piuttosto drammaticamente il caso di una signora, cittadina italiana di origine finlandese, membro della Unione degli atei ed agnostici razionalisti, Soile Tuulikki Lautsi sposata Albertin, la quale si è rivolta inutilmente dal 2002 alla magistratura italiana per la rimozione dei crocifissi dalle mura delle aule dell’istituto “Vittorino da Feltre” di Abano Terme di Padova, frequentato dai 2 figlî, Dataico e Sami, all’epoca 11 e 13 anni, per poi rivolgersi, il 27 07 2006, alla Corte europea per i diritti umani.

Che il 03 11 2009 le ha dato ragione. In questi termini: «La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”». La battaglia di Soile Lautsi è stata dura, proprio perché dall’invadenza cattolica non ha difeso un’altra confessione religiosa, ma valori “laici”, cioè civili.

La meritoria ostinazione della signora è dimostrata dal numero di ricorsi presentati:

  • 2001-02. I due figlî di Soile Lautsi, Dataico (11 anni) e Sami (13), frequentano l’”Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre” di Abano Terme di Padova. Soile Lautsi, notando che tutte le aule hanno un crocifisso, solleva nella riunione di classe del 22 04 2002 la questione, appellandosi alla sentenza di Cassazione n. 4273 del 01 03 2000 che stabilisce che i crocifissi appesi nelle aule scolastiche siano rimossi quando queste siano adibite a seggj di votazione per le elezioni politiche.
  • Il 27 05 2002 la direzione della scuola, nella persona del preside Saverio Cardin, risponde che i crocifissi rimarranno lì dove sono stati messi.
  • Il 23 07 2002 Soile Lautsi si rivolge per la prima volta al tribunale, cioè al Tribunale amministrativo della regione Veneto. Appellandosi agli artt. 3 e 19 della Costituzione italiana e all’art. 9 della Convenzione, adduce la violazione del principio di laicità, denunciando anche una violazione del principio d’imparzialità dell’amministrazione pubblica (art. 97 della Cost.) a causa del rifiuto della direzione a rimuovere i simboli religiosi dalle aule.
  • Il 03 10 2002 il ministero della Pubblica istruzione, in quanto ha emanato la direttiva n. 2666 firmata dalla ministra Letizia Moratti, che raccomanda ai direttori delle scuole di esporre il crocifisso, si costituisce parte nella procedura sostenendo che la direttiva si basa sull’art. 115 del Regio decreto n. 965 del 30 04 1924 (“Ogni scuola deve avere la bandiera nazionale, ogni aula il crocifisso e il ritratto del re”) e sull’art. 119 del Regio decreto n. 1297 del 26 04 1928 (che inventaria il crocifisso tra “le attrezzature e materiali necessarj alle aule delle scuole”), che sono entrambe disposizioni che precedono nel tempo la Costituzione italiana (entrata infatti in vigore il 01 01 1948) e gli accordi tra la chiesa e lo Stato italiano, o Concordato, o Patti canonici lateranensi che dir si voglia, sottoscritti da Pietro Gasparri card. segretario di Stato e Benito Mussolini l’11 02 1929).
  • Il 14 01 2004 il Tribunale amministrativo del Veneto decide che, tenuto conto del principio di laicità (artt. 2, 3, 7, 8, 9, 19 e 20 della Costituzione) che c’è motivo di ritenere che la prescrizione di esporre i crocifissi nelle aule possa essere giudicata incostituzionale, e pertanto investe nella questione, appunto, la Corte costituzionale. Soile Lautsi si costituisce parte civile dinanzi alla Corte costituzionale. Durante il processo, il Governo italiano dichiara che la presenza del crocifisso nelle classi è “un fatto naturale”, essendo non solo un simbolo religioso (?) ma anche quello “della Chiesa cattolica” (?), che è la sola Chiesa nominata nella Costituzione (art. 7); sostiene occorra dedurne che il crocifisso sia indirettamente un simbolo dello Stato italiano.
  • Del 15 12 2004 è l’ordinanza n. 389 in cui la Corte costituzionale si definisce incompetente, dato che le disposizioni discusse nella controversia non sono leggi dello Stato, ma regolamenti che non hanno forza di legge. La procedura passa nuovamente davanti a un tribunale amministrativo.
  • Il 17 03 2005, infine, il Tribunale amministrativo respinge il ricorso di Soile Lautsi, con la spiegazione che il crocifisso è il simbolo e della storia e della cultura italiana, e quindi dell’identità italiana, oltreché dei principî di uguaglianza, di libertà e di tolleranza come anche della laicità dello Stato.
  • Il 13 02 2006 il Consiglio di Stato respinge il ricorso quindi tentato da Soile Lautsi di fronte ad esso con la spiegazione che il crocifisso è diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresenta i valori della vita civile. Tra le voci che esprimono consenso si leva chiara quella di Massimo Cacciari: “Gesù era un maestro di laicità. Chi ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così… La grande tentazione demoniaca è quella del potere terreno. Gesù è la figura che nel modo più esplicito ha manifestato la libertà dell´anima spirituale di ciascuno. Se invece del crocifisso ci fosse appeso un cartellone con l´immagine di tutti i papi, da Pietro in poi, capirei la protesta. Anch´io sarei molto contrario e vorrei venisse tolto. Ma il crocifisso no. Non mi dà nessun fastidio… Non capisco quale fastidio possa dare il crocifisso alla comunità ebraica. Gesù era ebreo. Ebreo-palestinese. Alla comunità ebraica dovrebbero dare fastidio i cristiani. Sono stati loro a perseguitarli. Gesù non li avrebbe mai perseguitati. Mai e poi mai”.

È a questo punto che Soile Lautsi decide di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

  • Il 27 07 2006 Soile Lautsi investe la Corte in virtù dell’art. 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“La ricorrente adduceva che l’esposizione del crocefisso nell’aula della scuola pubblica frequentata dai suoi bambini era un’ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e di religione e con il diritto a un’istruzione e a un insegnamento conformi alle sue convinzioni religiose e filosofiche”).
  • Il 01 07 2008 la Corte decide di comunicare la richiesta al Governo. Basandosi sulle disposizioni dell’art. 29 § 3 della Convenzione decide che saranno esaminati ammissibilità e fondamento del procedimento.
  • Il 13 10 2009 la Corte europea dei diritti dell’uomo delibera in camera di consiglio.
  • Il 03 11 2009 sentenzia a favore di Soile Lautsi, stabilendo che c’è stata violazione dell’art. 2 del prot. n. 1 esaminato coll’art. 9 della Convenzione, e condanna lo stato italiano a versare entro 3 mesi dal giorno in cui la sentenza sarà definitiva, in base all’art. 44 § 2 della Convenzione, euri 5000 (cinquemila) per danni morali, “più ogni importo che può essere dovuto a titolo d’imposta”, &c. &c.

Era previsto che la sentenza fosse discussa, come passo successivo, al Parlamento europeo il 17 12 2009, ma il capogruppo dei socialisti europei, il tedesco Martin Schulze, facendo presente che il problema è solo italiano, e che dev’essere dimostrata l’opportunità di discuterlo nel maggior consesso, ha fatto fermare e rimandare ad altra data la discussione.

Nel frattempo è arrivato il ricorso che lo Stato italiano ha presentato contro la sentenza della Corte europea e che il 03 11 2009 Mariastella Gelmini aveva annunciato; il 02 03 2010, come annunciato da Frattini, si dava annuncio che la Grande camera, l’unico organismo in grado di impugnare le sentenze di detta Corte, aveva accolto il ricorso dello Stato italiano. Il caso si riapre.

In attesa della sentenza della Grande camera, ecco alcune opinioni in merito:

card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana: “Un atto di buon senso da tutti auspicato perchè rispetta quello che è la tradizione viva del nostro Paese” che “riconosce un dato storico oggettivo secondo cui alla radice della cultura e della storia europea c’è il Vangelo che è riassunto in Gesù”.

Rossana Boldi, presidente della Commissione Politiche dell’UE del Senato, Lega Nord: “Sempre troppo tardiva, ma comunque positiva, la nuova sentenza ha reso ragione alla grande mobilitazione soprattutto della Lega Nord per affermare il diritto di mantenere esposto il Crocifisso nei luoghi pubblici a testimonianza non solo di fede religiosa ma di valori umani universali”.

Rocco Buttiglione, presidente dell’UDC: “Siamo vivamente compiaciuti che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia accolto la richiesta dell’Italia di rinviare alla Grande camera la discussione sul ricorso italiano contro quell’assurda sentenza che vietava l’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane. Siamo convinti che quest’organo di giudizio sia più serio e attendibile e meno esposto a colpi di mano da parte di chi vuole attentare alla sovranità degli Stati, all’identità culturale dell’Italia e dell’Europa, e ai diritti di libertà dei cittadini. Credo che per questo motivo tutti gli italiani e gli europei si debbano rallegrare se verrà sconfitta quella che non è una richiesta di libertà ma il tentativo di imporre un divieto, l’affermazione di un diritto di prevaricazione: la maggioranza non ha più il diritto di fruire dello spazio pubblico esponendo in esso i propri simboli religiosi e culturali”.

Mario Cutrufo, vicesindaco di Roma: “Con questa decisione la corte Europea dà  finalmente un segnale di rispetto delle radici giudaico cristiane che sono alla base della nostra storia e della nostra cultura. a presenza del crocefisso nelle aule scolastiche non è in alcun modo abbinabile al concetto di intolleranza, semmai è il contrario, visto che veicola valori di bontà e pace che sono alla base del rispetto e del dialogo interreligioso

Enrico Farinone, parlamentare PD, vicepresidente della Commissione Affari Europei: “Un pronunciamento positivo che tiene conto della sensibilità di una parte consistente degli europei. Non è negando il nostro passato che possiamo guardare al futuro di questo continente”.

Gianfranco Fini, presidente della Camera, si dice “lieto”, ma dice di “non aver mai avuto dubbi sull’accoglimento del ricorso”, poiché “la laicità delle istituzioni non può certo significare l’espulsione a forza di simboli universali come il crocefisso”

Franco Frattini, ministro degli Esteri: “È con soddisfazione che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l’Italia aveva presentato alla Corte”.

Maurizio Gasparri, senatore del Pdl dice che la sentenza con cui la Corte ha accolto il ricorso dello Stato italiano “riafferma il diritto alla nostra libertà di espressione oltre che al nostro credo”; questa pronuncia “ha certificato la validità delle ragioni che sostenevano il ricorso presentato dall’Italia per impedire che nelle aule delle nostre scuole non fosse più esposto il crocifisso, simbolo della nostra identità religiosa e culturale… Ci auguriamo che questo giudizio sia integralmente recepito dalla Grande Camera alla quale spetta il pronunciamento definitivo”.

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione: “La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione”.

Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei Deputati: “Non posso che essere soddisfatto per l’accoglimento del ricorso presentato dal governo alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per impedire che, nelle nostre aule scolastiche, non venga più esposto il crocifisso. Si tratta di un passo in avanti importante e significativo che, riconosce la validità delle tesi esposte ma, soprattutto, dimostra che non si può mettere in discussione un simbolo che è la base dell’identità culturale del nostro Paese e dell’intera Europa”.

Mario Mauro, capogruppo Pdl a Bruxelles, parla di un “primo importantissimo passo” cui spera possa seguire “il ribaltamento della sentenza”.

mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interreligioso: “A me pare che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perché la laicità non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”.

mons. Domenico Pompili, portavoce della Conferenza Episcopale Italiana: “L’accoglienza del ricorso presentato dal Governo italiano è un segnale interessante che dimostra come attorno al crocifisso si sia creato un consenso ben più ampio di quello che si sarebbe immaginato. Ciò conferma l’inadeguatezza delle posizioni pregiudiziali che talvolta strumentalizzano segni e simboli religiosi che hanno a che fare inevitabilmente con le radici culturali dell’Europa e con la fede di milioni di persone che in questi simboli si riconoscono”.

Andrea Ronchi, ministro per gli Affari comunitarj: “Ora si tratta di aspettare una decisione che speriamo sia positiva nel merito”.

Antonio Rusconi, senatore PD, capogruppo in Commissione istruzione: “L’accoglimento del ricorso dell’Italia sul crocifisso da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ripristina anzitutto un dato di rispetto della tradizione culturale e religiosa del nostro Paese e dell’Europa occidentale. Oltretutto è un simbolo di fratellanza universale e di amore verso tutte le persone e non può quindi ritenersi offensivo verso chi liberamente segue altre religioni”.

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