Archivio | marzo, 2010

529. Strano tipo di deficiente.

30 Mar

Prendo quest'immagine da marcotravaglio; da essa si nota come la straordinaria rassomiglianza tra Jean-Claude e il più pirla dei presidenti di regione non sia stata rilevata solo dal sottoscritto.

L’altrojeri d’andare a votare mi uscì di mente, mentre jeri non m’entrò nemmeno. Poi, jersera, ho accompagnato il solito amico a casa, piuttosto sul presto, e nonostante il proponimento di staccare presto, ché doveva dormire, mi sono trattenuto più a lungo del previsto per seguire i risultati elettorali. E, nonostante in teoria non me ne dovrebbe fregare niente, è andata a finire che mi sono trattenuto fino alle 2.20, perché ci premevano – a lui che aveva votato e a me che non avevo votato – i risultati del Piemonte. Anche se, a ben pensarci, non so che differenza possano fare – non dico per lui, dico per me.

Manco a farlo apposta, i risultati del Piemonte sono arrivati praticamente per ultimi – per sapere qualcosa di utile su chi aveva vinto – dato che tra il presidente uscente e lo sfidante c’era pochissimo margine, e pochissimo è rimasto fino all’ultimo.

E’ una cosa incredibile la quantità di banalità e di frasi ad effetto che sono in grado di strapparmi le trasmissioni di politica. Come niente mi ritrovo a dire Un tempo il popolo poteva trovarsi a sostenere un politico terrificante, vedi Mussolini; poi c’è stata una specie di ex-aequo tra l’atrocità del politico e la sordidezza del popolo (Andreotti, Craxi); al momento attuale fanno spavento solo gli elettori. E anche: I partiti di destra non sono partiti né movimenti, perché non servono a fare politica, ma a distruggerla, a vantaggio di una plebe, soprattutto quella arricchita, che ha bisogno di capidiminchia per continuare a fare i suoi verri comodi senza papà che ti guarda e ti dica si fa e non si fa. &c. Tutte cazzate, ovviamente, come quelle barzellette che si sentono raccontare nei sogni, che nel mondo dei sogni fanno ridere, e in quello della veglia sono totalmente insensate.

Ma qualunque trasmissione televisiva per me è piuttosto istruttiva: sono parecchj anni che non ne vedo regolarmente, e se non posso esattamente dire che tramite il televisore dell’amico posso tenermi a giorno delle novità – effettivamente sono ancòra tutti lì, come venti-trent’anni fa -, posso almeno farmi un’idea di quello che sono diventati nel frattempo.

Abbiamo visto un pezzo della trasmissione di Fede, che era ovviamente di rara inutilità, poi Porta a Porta, indi Mannoni sul 3.

Impressioni sparse (chiedo venia per le ingenuità):

1. Ombretta Colli mostra il suo essere destrorsa con i capelli violetto e le labbra a gommone. Ma le è rimasta una certa patina pensosa, evidentemente mutuata dalla retorica mimica delle fricchettone anni Settanta. L’effetto è francamente lacerante.

2. Bossi è veramente rincoglionito. Mi spiego: Dal momento che è ancòra dov’era tre o quattro lustri fa, supponevo che l’ictus lo avesse colpito, magari invalidandolo, ma lasciandogli integri quei quattro o cinque nidi di mosche che custodiva nella scatola cranica. E invece no, non solo ha la bocca storta da una parte, i movimenti inceppati, la dizione impastata (si sbavava addosso anche prima), ma anche i concetti faticano tanto a formarsi quanto a giungere all’espressione. Il fatto che l’abbiano conservato in quel posto è la dimostrazione della mera funzione di figurante che ha sempre avuto.

3. Straordinaria Rosi Bindi nel dare addosso a quel sordido leccaculo. L’amico mi ha fatto notare la rispondenza fonica “Bindi / Bondi”, e di ciò lo ringrazio – come Tom e Jerry, un po’. E splendida l’uscita di quel politico seduto accanto alla Bindi, che ha suonato: “Ecco, e adesso torna a cuccia a palazzo Grazioli”, che è la tana di Berlusconi nella città eterna. Motivo per cui Bondi si è anche alzato, agitatissimo, come se volesse lanciarsi addosso al malcauto, ma si vedeva che non ci ha le ppalle, e ha del tutto inutilmente chiesto se il tutto era stato registrato – certo che è stato registrato, coglione, è una trasmissione televisiva.

4. Ho trovato fastidioso il piddino con gli occhj a palla, che si è mostrato troppo ottimista circa il fatto che la Bresso avrebbe vinto (che abbia portato jetta?) e che il PD fosse il primo partito italiano. S’è dovuto rimangiare tutto un pajo d’ore più tardi, non è stato un piacere.

5. Grillo, col suo movimento delle 5 stelle, avanza; e hanno espresso preoccupazione (anche Ombretta Colli, molto col tono di quella che ci ha ragione) contestando le modalità di espressione, sintetizzo, di Grillo, e la sua politica urlata. Penoso Fede che ha ostentato di non sapere nemmeno chi fosse – perché fanno i nobiluomini, che sono ladri di cavalli e mignotte?

6. Grillo (e 2) potrebbe aver qua e là rubato voti al Centrosinistra, è vero; ma è assolutamente falso per il Piemonte (dov’era rappresentato da un Davide Bono), perché è stato votatissimo specialmente in ValSusa, più del 33%, perché ha cavalcato molto il noTAV. La Bresso stessa ha detto, appena è apparsa, che c’è stato un drenaggio di voti da parte dei grillini, segno che ci crede, suppongo; e invece non è così, perché in ValSusa la odiano in quanto filoTAV, e non l’avrebbero mai votata. La Lega avrebbe forse potuto avvantaggiarsi di parte di quei voti – sarebbe stato più plausibile per la Lega, sono convinto, nella sua schifosa, attaccaticcia territorialità avrebbe potuto cavalcare anche questa causa.

7. La Lega è un partito essenzialmente antitaliano, vale a dire che è espressione conscia di una mancanza totale di senso civile (“Io ho fatto i soldi, io me li tengo”), ma, inconsciamente, ed è ovvio che questa sia la cosa che più conta, è espressione di una clamorosa alienazione di una fetta di piccola-media borghesia industriale, che poi può essere favolosamente ricca ma sempre cerebroadesoaterra rimane. Il fatto che sia così cresciuta, nonostante l’inettitudine paurosa dei sindaci leghisti (ah, Montecchio Vicentino), nonostante l’improponibilità dei suoi candidati, nonostante il fatto che Bossi sia rincoglionito tutto, fa capire come la gente voti per non essere intralciata dalla politica, non per essere ben governata. I prossimi anni saranno sempre più interessanti. 

La cosa che ovviamente, e l’ho detto, premeva più di sapere era come fosse andata a finire in Piemonte. Dove ha vinto, non stravincendo, Roberto Cota, quello strano figuro, contro Mercedes Bresso. Mercedes Bresso è l’unica presidente uscente e trombata che si sia commossa, e che abbia rilasciato affermazioni risentite, tra cui l’anticipo che avrebbe chiesto un nuovo conteggio delle schede, per via del voto disgiunto, che potrebbe &c. – ma me ne fregasse qualcosa. Ha detto, e questo preme di più, e l’ha detto prima di dire che vuole che le schede siano ricontrollate, che ha vinto – dunque sapeva, al momento, di aver perso – una politica urlata, contro il buon governo. E ha anche pianto un po’ – ma non come la coattona Polverini, che è pure simpatica, ammazza, con la mamma fuori campo e nessuno osi mai più contrastare la volontà po-po-la-re! -, ed è trasparsa molta amarezza, una rabbia fredda.

Dico che a perdere contro Roberto Cota chiunque se la sarebbe presa, ovviamente. Ma anche se la Bresso ce l’avesse fatta – cosa che mi auguravo, perché in verità nulla dovrebbe cambiare, ma non si sa mai che cosa possano combinare quei pezzi [e sono disposto a dimenticare anche le panchine sparite da piazza s. Carlo] – ce l’avrebbe fatta per pochi voti, e nulla avrebbe tolto che Cota ne aveva presi veramente troppi. Il quale Cota ha poi strafatto, prendendo oltre il 60% a Cuneo, per esempio, città medaglia d’oro della Resistenza, e attestandosi nettamente il primo in tutto il Piemonte, eccettuata la civile Torino.

Cota è un personaggio strano: ha 41 anni e una laurea, ma un’età mentale di molto inferiore. Non è affatto un oratore brillante – non nel senso che sia pieno di contenuti e niente forma: è perennemente in difficoltà, nei dibattiti alza una vocetta stridula, che sembra quella dello sfigato della classe di nuovo beccato senz’aver fatto il còmpito. Ha pianto anche lui, ma dall’incredulità, ha promesso di fare il bagno in una fontana; viene da Novara, dove la Lega è da sempre forte, e per lui questa è una conquista (da Novara a Torino, prego notare). Ha un sacco di idee da realizzare, maledetto a lui – naturalmente non sono le sue, ma del movimento del rincoglionito.

Quando la Bresso ha fatto presente la sua intenzione di ricorrere, ha reagito come sempre: istericamente. “La Bresso non cambia mai”, ha strillacchiato, affranto, e ha rilanciato, copiando, che sono LORO, semmai, ad aver subìto  un furto di voti – il tutto tra strani strizzamenti di faccia, scoprendo i dentoni in una specie di sorriso da canide, strabuzzando gli occhj, richiamando all’ordine con lunghi guaiti da vecchia zia. Era incredulo della vittoria, povero novarese, ma è basta una moderata rimostranza della Bresso per far saltare fuori tutto il suo furor regni da intossicato aziendale – ed è uno che soffre tremendamente lo stress, è uno spettacolo pauroso, e forse è questo che fa tenerezza -, il suo noi noi noi, io io io.

Se questi sono uomini di paglia, ed è ovvio che sia così, la camorra che ci sta dietro, che li vota e li rende appetibili anche a quella parte di elettorato (cioè di umanità) che vive di speranza e di voria ma non poso, dev’essere ben compatta. E questo (ma c’è bisogno di dirlo?) già rende meno divertente anche una macchietta come Cota.

528. r*

27 Mar

Rieccomi.

Si tratta di qualcosa che risale a qualche giorno fa.

Ho passato qualche annetto durante il quale, a cadenze regolari, mi si ripresentava sempre il solito problema insoluto: come, effettivamente, ricordare r*? Avevo avuto una casa polverosa, zeppa di ricordi la gran parte dei quali troppo vetusti per appartenermi completamente, e tuttavia utili alla ricostruzione materiale e documentaria di una storia; tutto quello che vi era contenuto è andato disperso, e con ogni probabilità distrutto. Ovviamente il ricordo di r* ce l’ho io, ma non avevo con me una pezza d’appoggio, uno straccio di documento che dimostrasse, anche solo, che fosse mai esistita. Non esiste più da anni uno sparuto drappello di carte, con racconti, poesie, un romanzo interamente biffato, ma leggibile, vittima di una peraltro comprensibile damnatio memoriae da parte di quello che non ho più lo stomaco di chiamare mio padre, di quello che non ho più l’ardire di chiamare mio fratello – sono ormai anni. I parassiti continuano la loro opera fino alla completa demolizione: è la loro funzione, non si deve pensare che sia odio contro la vita.

Non esistono più numerose foto degli anni Cinquanta della Nuova Zelanda e di varj posti d’Europa e d’Italia; non esistono più lettere, diarj. L’8 marzo dell’anno scorso (sono rimasto in attesa della data, in un certo senso, chiedendomi se avesse senso fare un salto all’Ospedale maggiore per recuperare quelle carte, che dopo dieci anni per legge devono essere distrutte, a far posto agli altri incartamenti, che impinguano i registri dei sepolcri, e degl’inferi) sono scomparse, salvo ritardi nel disbrigo, persino le cartelle cliniche che hanno registrato le modalità seguìte dal suo corpo per liberarsi dal peso insopportabile dell’universo.

In più, non esistono nemmeno più le mie carte, con quello che ho registrato giorno dopo giorno, e che riguardava, per la sua parte, anche lei; e naturalmente c’è qualcuno tra i lettori di questo blog disposto a giurare e spergiurare che l’ho voluto io, che è stata mia volontà; anche se naturalmente è il contrario della verità, ma ormai ci ho fatto il callo; e, naturalmente, non sono minimamente interessato all’opinione che ci si è fatti di me. Non m’interessa l’opinione, punto.

Poi, giorni fa, sono stato ospite di una persona – squilibrata: le mie compagnie, date le mie condizioni, non possono essere disopra da un certo livello – con cui naturalmente i rapporti si sono deteriorati molto rapidamente. Ero, più precisamente, ospite dell’ospite della casa in cui ho trascorso tre giorni; e anche questa è una situazione tipica, è in effetti più facile che io trovi persone disponibili a condividere, per motivi normalmente inerenti i rapporti, contorti e putrefatti, con la persona che occupa legittimamente la casa, il proprio spazio concesso nella casa altrui che persone disposte a condividere spazj interamente proprj. Mi limito ad osservare un fatto, perché non è una circostanza che si sia ripetuta di frequente, anche perché non ho mai fatto nulla per incoraggiare le ospitate altrui – non che presuma che sarebbe servito a qualcosa, incoraggiare. Non ho nulla di appeal basico da offrire al 55% dell’umanità, già in partenza; quando fossi disposto ad offrire, me ne mancherebbero i numeri. Dati i motivi per cui il 55% è escluso, i miei rapporti col 45% mancante vengono di conseguenza. Non è mai cambiato nulla, sotto questo profilo, per nessuno, nemmeno per me. E bello è che mi andrebbe anche bene, dato che la solitudine per me è destino: ma mi càpita, ogni tanto, di persuadermi di aver bisogno di soldi, o di un piccolo genere di conforto, e questo implica rapporti, superficiali benché, con persone con cui, in definitiva, non posso stabilire rapporti in alcun caso fecondi: nella migliore delle ipotesi litigo, nella peggiore, pur essendoci, è come se non ci fossi – mi chiedo: chi è questo?, e: che ci faccio, qui?, e sento di star sbagliando tutto, ogni volta più imperdonabilmente, come se nell’anticamera nel frattempo si sentiss a cadenze regolari lo spicinio dei mondi lasciati cadere in terra da Faust. Quel ch’è peggio, mi rimangono sempre, violenti, i risentimenti, l’avversione tenace.

Ma quella casa conteneva ben due copie due del dizionario inglese-italiano del Passerini-Tosi, utili alle traduzioni che ogni tanto la persona squilibrata che mi ha ospitato per quei pochissimi giorni riesce a fare: una tutta sfondolata dall’uso, e con i credits ormai dispersi chissà in dove, senza frontespizio, senza sovraccoperta. E un’altra, che i due inquilini mi hanno portato appositamente per verificare un nome che, comunque, non conoscono e non può dir loro nulla, completa di tutto, anche dei credits.

Ecco, io mi trovavo in quella casa appiè della collina per un banale lavoretto redazionale, consistente nel mettere insieme un libro dai ricordi di un vecchiettino che si chiedeva se fosse il caso d’inserire anche un ricordo della propria figlia, morta di tumore tanti anni prima; il suo dubbio, e forse il suo cruccio, era dovuto al fatto che la figlia non avesse mai pubblicato nulla – non era còmpito suo, faceva l’insegnante, e nemmeno di materie umanistiche; ma secondo quest’uomo anzianissimo, che aveva pubblicato alcuni volumi di poesie e corrispondenze per un giornale, se uno non lascia carta stampata a proprio nome non ha importanza, o è come se, alla lunga, smettesse di esistere. Ciò che presuppone che la carta stampata sia automaticamente letta, probabilmente, o che i libri non compulsati non subiscano, come effettivamente subiscono, più degli altri l’azione corrosiva del tempo, fino all’annichilimento.

E quando gli dissi che secondo me proprio per quello era il caso di lasciarcela – comunque fosse, il libro sarebbe stato quasi completamente inutile anche senza il ricordo della figlia -, non pensavo assolutamente a r*, nemmeno col retrobottega del subconscio – ne avrei avuto qualche segno, un atto mancato, il riaffiorare di un tic, che ne so, una risata del tutto inopinata e vagamente isterica nel cuore della notte -, e mi ha tantopiù colpito il rivedermi di fronte a questo volumone – che ovviamente ha valore ed è compulsato ed è ristampato in misura direttamente proporzionale alla mancanza di qualunque elemento autobiografico che riconduca alle persone che l’hanno compilato – che effettivamente ha sopra il nome di r*: ciò che non impedisce che quel nome, com’è sacrosanto e ineluttabile, sia perfettamente ignoto alla quasi totalità delle persone – chi tiene a mente il nome del caporedattore di un dizionario, che poi, a parte un dizionario tessile Elsevier, rimane  una specie di hapax onomastico nella repubblica delle scienze & delle lettere? – e che nessunissima eternità sia stata garantita al portatore dello stesso. Dovrebbero seguire filatesse sul paradosso della notorietà, ma svilupperebbero in modi pesanti e artificiosi tutte lo stesso concetto, e cioè che vivere per sempre non è possibile, ma è possibile sussistere perennemente, e ovviamente le cose che sussistono devono già essere morte per non decadere; e che si è memorabili per un numero tanto più alto di persone quanto più si è già nella loro testa, ossia quantopiù si aderisce ad un archetipo – c’è poi chi riesce ad inventarlo, ma quello è il genio, una-due volte al secolo, libero di esprimersi in qualche arte esibizionistica. Tutto il resto, inevitabilmente, muore, continuamente e in varie forme. Non solo: ma anche nella morte ci sono gastrule e blastule, prima della compiuta trasformazione in nulla c’è, in un allucinato crescendo di gradienti, una serie di deformazioni inopinate, imprevedibili, frutto di frasi lasciate cadere a caso, di opinioni tendenziose, di lunghe persecuzioni segrete, le ramificazioni più estreme ed esangui di lunghissime vegetazioni velenose.

Il motivo per cui il nome di r* emerge e si reimmerge nella storia dell’editoria italiana in modo così fulmineo dipende non dalle sue doti di lessicografa, ingenti ma anche sommerse, salvo per questa collaborazione, ma per un’attività di traduttrice, bravissima e versatile, i cui frutti brillanti sono serviti alla confezione di bilancj per ditte minori, bollettini medici oggi obsoletissimi, progetti minuziosi d’ingegneri morti ormai da decennj,  e a loro volta dimenticati, contratti, atti di tribunale, corrispondenza aziendale, e una serie di cose di cui, nonostante abbiano ricevuto cure minuziose a pochi metri dalla mia scrivania, non saprei nemmeno nominare, nonché descrivere. Non esiste nulla di più deperibile della scienza e della tecnica, e r*, che non aveva nessuna intenzione di passare alla posterità in alcun modo, ma sapeva che sarebbe tranquillamente svanita come fanno tutte le cose, non ha mai avuto un segno di ripensamento: una piccola eternità, una posterità, in uno scritto, una plaquette, un libro, un figlio. Le sue stesse carte, che rendevano per la più parte conto di un tempo precedente alla mia nascita, erano ricordi da lei dimenticati – e per questo salvi dal cestino – e da me ricordati. Appendevo in quel modo ad una lei per me mai stata presente il ricordo di una presenza improduttiva di frutti perenni.

I libri cadono in polvere, i figlj dimenticano, invecchiano e muojono. Dopo tutta la successione delle generazioni, quanto dovrebbe ricordare ognuno di noi? E chi ricorderà i suoi ricordi? r* leggeva un libro per sera, ma non era andata oltre qualche tentativo di traduzione letteraria – erano tutte cose congeniali, e la sua versione era indefettibile, ma capì immediatamente che la letteratura è nojosa, è ossessiva e ripete sempre le stesse cose, in forme che disperatamente tentano di differenziarsi da tutto quello che è stato detto prima – o quella piccola parte di tutto, quella si suppone che conta, che l’autore è riuscito a conoscere prima di mettersi a scrivere – e di rinnovare interesse per cose morte e ritrite; e quasi mai ci riesce. La traduzione tecnica è ovviamente meno prestigiosa, il tuo nome non sarà conservato su nessun catalogo, non sarà pronto a balzare all’occhio di qualunque lettore in alcuna libreria, sarai, insomma, dimenticato, tu, le tue fatìche, le tue notti insonni, la tua prigionia a tavolino, i tuoi saperi; ma proprio perché il materiale è pressoché infinito, e soprattutto il pensiero umano in merito continuamente necessitoso di aggiustamenti, di correzioni, richiede una formazione perenne, incessante. Se uno è versatile, e si mette nelle condizioni di tradurre da più lingue, o di spaziare in varj àmbiti, può farne una straordinaria avventura intellettuale. Di cui, naturalmente, nessuno saprà mai nulla: né sarebbe concepibile il farlo perché tutto quello che il pensiero ha trattato come materia viva nel frattempo è andato via via cadendo in obsolescenza, ossidandosi e sfaldandosi, per trovare forme migliori, per dar posto a verità completamente diverse, a tecniche totalmente rivoluzionarie.

Qualche sera dopo sono andato ad una cena dell'”Asilo”, lo squat. Rispetto alla volta precedente, l’unica altra che ci sono andato, oltre al guacamole che ho fatto fuori quasi interamente io, la carta prometteva bene ma manteneva una cosa abbastanza triste; passi il primo (un riso con un tandoori che sembrava reduce da qualche retro di trattoria), che non sembra esser mai il forte di quelle cene, il secondo era miserando, con un francobollo di farinata e poco altro, pressoché insapore. Ma la volta precedente ero arrivato un poco in ritardo, ci fu modo solo di mangiare e andarsene (di secondo c’era un seitan particolarmente significativo); stavolta ero arrivato prestìno, e ho avuto modo di guardarmi intorno. In prossimità delle cucine era sistemato un banco di libri, con una serie abbastanza spettacolare di testi sull’anarchismo, ovviamente senza filtri ideologici, da Stirner a Bakunin, e molti altri vecchj barbogj sulle cui opere non farò mai in tempo a formarmi, ma che, proprio per questo, compresivi anche gli sconosciuti e gli ospiti delle più remote e polverulente scansie della libraria, dànno come una specie di nostalgia, un senso di promessa mancata – l’idea del tempo, che ovviamente non c’è mai stato, della reversibilità, delle possibilità ancòra aperte.

Bouquinando in qua e in là non ti scopro due volumetti della presunta casa editrice “Vulcano”, del compianto Luigi Brignoli? Qui in rete le immagini non le trovo, anche se ci sono gli estremi, come, suppongo, di qualunque altra pubblicazione; r* vi era ben rappresentata, perché si trattava di due biografie, una di Sante Pollastri, quello de “Il bandito e il campione”, e l’altra, più interessante, su Francisco Ferrer y Guardia, con l’epigrafe dettata da Giovanni Pascoli in esergo. Dato che ero già un po’ bevuto ho pensato ad alta voce, ricordando il tempo in cui sul fondo di un mobile dell’anticamera giacevano i bollettini, tradotti uno per uno da r* in inglese e in italiano, dell’Escuela Moderna, una quarantina in tutto, non ricordo più precisamente. L’anarchico addetto ai libri mi ha detto: “Se ne hai pacchi, porta, porta”, e io gli ho dovuto spiegare che non ho più un cazzo, di niente, da una vita. Ha cominciato anche a spiegarmi un po’ chi fosse Luigi Brignoli, che era un industriale – ho detto che ricordavo bene chi fosse. E ricordo r* alle prese con quei faldoni di documenti, che riassestava, con intercalati alcuni foglj in grafia incerta, che davano i concetti a cui r* dava forma. Che tutto uscisse con la firma del Brignoli le stava benissimo – r* non si è mai laureata, troppo da lavorare, sin dalla fine delle magistrali, ma scrisse la tesi di laurea per una decina di persone amiche (che poi ovviamente ce l’hanno avuta con lei, ancòra a distanza di anni; quando morì mi piombarono tutte addosso, ricordo l’atmosfera tossica, le telefonate teoricamente nostalgiche e cariche di uno strano veleno, il senso di ombre lunghe projettate da un tempo lunghissimo dietro le mie spalle fino a metà del cammino per me ancòra da fare, gli squilli del telefono a notte fonda per risentire – come mi confessarono dopo mesi – la sua voce registrata nella segreteria telefonica [quasi inudibile, da ultimo, per cui penso che fosse un tentativo non pienamente ammesso di contribuire, nuovamente, a una cancellazione]), incoraggiandole a concludere -, le dava invece molto fastidio che lo stesso, ostinatamente, facesse comparire in fondo alla prefazione “con la collaborazione di”, e il suo nome. Primo, non era quello che onestamente si potesse chiamare collaborazione. Secondo, non le piaceva, non voleva avere il proprio nome spiattellato su qualche libro. Naturalmente è una delle sue eredità, che in maniera distorta rispetto a qualunque progetto originario è arrivata sino a me. Invidio, anche la sua capacità di venire a patti con lo scrittore dilettante, con il dilettante sgrammaticato, imponendo revisioni veloci, esatte, rapide, dando consiglj per una paginazione intelligente, levando il superfluo. Lei doveva rifiutare i compensi, perché non le sembrava giusto farsi pagare lavori di cui risultava (in teoria) difficile scindere il mio dal tuo; a me, invece, non è riuscito di farmi mai pagare da qualche scrittore cane e ignorante, per quanto a fondo m’impegnassi, maledetto me.

chiamato del Signor Buccicco‏
Da: geowrit@etabeta.it
Inviato: domenica 14 marzo 2010 18.49.22
A: melchiorregioja@hotmail.com

George

Domenica sera 19.00

Gentile Davide,

Stasera abbiamo appena avuto una chiamata a casa dal Signor Buccicco.

Mi ha chiesto di invitarti a telefonargli presto – (o stasera, o domani) – non so perché.

In ogni caso, stavo per scrivere per chiederti scusa per la mia rabbia l’altra sera, che certamente non hai meritato per niente.

Voglio chiederti in particolare di non prendere le mie critiche personalmente, ma come un risultato del vino, e della mia stanchezza.

Inoltre abbiamo già scoperto che  diventa sempre difficile ospitare amici a casa nostra per più di 24 ore.

Nonostante l’aspetto grande della casa, non c’é molto spazio da dividere,  e confesso anche che divento sempre un pò agitato quando qualcun altro usa il mio computer.

Perciò é stato difficile offriti l’ospitalità a casa  come abbiamo voluto; –  a causa semplicemente del fatto che abbiamo bisogno fisicamente del ” nostro spazio”.

Se puoi perdonare il mio brutto comportamento,  mi dispiacerebbe molto che tu non possa aiutarmi a completare il lavoro. 

So che hai lavorato benissimo – più di 20 pagine pronte in solamente 7 ore.  Già ti devo 56 euro, e se vuoi finire il lavoro allo stesso prezzo di 8 euro all’ora,

puoi venire qui ogni mattina e lavoriamo nel seminterrato dove c’é tanto spazio, apprendo i termosifoni là.

O posso fotocopiare le pagine e dartele alla biblioteca.

Per favore, Davide, dopo aver telefonato al Sig. Buccicco, fammi sapere cosa vuoi fare.

con i miei saluti e un rinnovo di scusa.

527. Io & il cristo.

4 Mar

https://i1.wp.com/lungarinialessandro.blog.espresso.repubblica.it/counselingweb/images/2008/07/19/fantozzi3.jpgDevo aver cominciato le medie intorno al 1985, se i miei calcoli non vanno errati; alle elementari, che avevo frequentato per i primi quattro anni in una specie di falansterio vicino ad un posto dove andavano a morire tutti i tossici, e per il quinto in un istituto diciamo serio, con una maestra unica, ero già stato esente dall’ora di religione, cosa che per qualche motivo attirava l’antipatia di alcuni compagni. Approdato alle medie, che rimane la scuola più vicina a casa che abbia mai frequentato, per qualche motivo che o non ho mai saputo o non ricordo più – fosse la prassi o dimenticanza di qualcuno, va a sapere — dovetti provvedere di persona a dichiarare a chi di dovere che non intendevo essere presente in classe durante l’ora di religione. Non sapendo bene a chi rivolgermi, interloquii molto volenterosamente con il primo insegnante che mi venne a tiro, una donna enorme, in età (classe 1920, credo di ricordare), che si chiamava Adelaide Locatelli Fin, e che era all’ultim’anno d’insegnamento. Avrei dovuto rivolgermi all’insegnante di religione – se l’avessi visto l’avrei certamente riconosciuto, si sarebbe rivelato essere un prete con il collarino di celluloide pochi giorni dopo, quando lo vidi entrare nella scuola accolto da un gruppetto di scolari del terzo anno che gli mostravano il medio ridacchiando – solo che non c’era. La cosa si sarebbe risolta in maniera del tutto pacifica, ma come mi avvicinai a questo donnone austero, immerso in una nube odorosa di borotalco, dicendole con aria preoccupata che non sapevo a chi dire che non volevo partecipare all’ora di religione, mi guardò in un modo che mi parve strano, e certamente non gradevole, e mi chiese, bruscamente – e anche piuttosto in contrasto con la sua apparenza contegnosa – “E allora?”. Al che non seppi che altro fare, se non ripetere la domanda un pajo di volte, facendo a capire che non avesse afferrato la domanda; ma la tattica non risultò vincente, perché i due sguardi che accolsero le ulteriori sollecitazioni di lumi in merito non erano per niente più affabili dei due precedenti. Dovette dirmi spicciativamente che dovevo rivolgermi al prete, per questa cosa, e me ne tornai al posto, con addosso una preoccupazione terrificante di dover partecipare alle lezioni di religione per forza.

L’ultimo anno delle elementari, cedendo a modo mio alle continue richieste sospettose dei compagni su che cos’avessi io di tanto diverso e migliore da loro che dovessi ogni settimana saltare un’ora di rottura di cazzo senza prendermi tutte le volte una sospensione, avevo deciso di presenziare a detta ora di rottura di cazzo – però intervenivo, anche, e a quel punto, dopo un numero incredibilmente esiguo di rotture di cazzo, cambiai di statuto, e da esentato passai ad interdetto dall’ora di religione. Ma l’insegnante era un prete gentile, che aveva a sua volta cercato (porco fottuto) di cooptarmi, invitandomi a restare, la prima volta che aveva visto il mio nome sul registro, e raccontando davanti alla scolaresca – un discorso che ho capìto solo dopo qualche anno – che cinque anni prima, prendendo in carico le pecorelle, aveva loro insegnato a salutarlo dicendo shalom, “e pensa che quando entravo in classe mi sembravano tutti bambini ebrei, perché mi dicevano shalom… perché il cristianesimo è amore, e il cristianesimo nasce dall’ebraismo come un figlio dalla madre, e abbiamo tutti un unico dio”. Anche lui si sarebbe pentito del suo ecumenismo – comunque fosse doveva aver rinunciato già da prima del mio avvento a far giocare i piscioni ai piccoli circoncisi, perché non ho mai sentito loro pronunciare shalom più che hotcha o sayonara. Dopo di me avrebbero smesso comunque.

Circa la mia partecipazione all’ora di religione, qualcosa dovette pervenire alle orecchie di mia madre, suppongo tramite la maestra Fernanda (che era insegnante unica, non so se fosse brava ma assomigliava a Mario Scaccia, aveva il papà monarchico ed era all’antica, perché, se irritata, mollava schiaffoni da levare il pelo), che non capiva se fossi esentato oppure no, e chiedeva suppongo una linea più coerente – il prete doveva essere al limite. Quando mia madre mi parlò, per dirmi che non per nulla m’aveva fatto esentare, le raccontai la vicenda dei piccoli falsi ebrei, e credo che il suo sguardo mi avrebbe parlato volumi – se solo avessi saputo lèggere: non ritenne utile, però, spiegarmi esattamente che cosa intendesse il prete, e nel prosieguo feci a meno di partecipare all’ora di religione. Comunque sia, i conforti della fede non mi mancarono mai, perché tutte le mattine all’inizio della prima ora la maestra si metteva davanti alla cattedra, si faceva il segno della croce con tutti i bambini e recitava innanzitutto il padre nostro, poi anche l’avemaria a sostegno o del padre che aveva l’influenza, o del cugino che era partito di notte e aveva imboccato l’autostrada, o di qualche altro parente in pericolo imminente o presunto. Oltre ad imparare a farmi il segno della croce – nel quadriennio precedente avevo fatto con quel famoso gesto scaramantico la stessa cosa che avevo fatto quando avevo imparato ad allacciarmi le scarpe: avevo riprodotto il gesto a specchio (giustamente se ti guardo mentre mi dài l’esempio, vedo la destra e la sinistra invertite – ma la mia era pura pigrizia, già allora; oltreché inversione costituzionale), e mettevo il figlio a destra invece che a sinistra, facendo ridere tutti – appresi il padrenostro, l’avemaria e, col tempo, persino il gloria e l’angelus. Dato che mi annojavo, e mi sentivo anche uno stronzo a stare seduto e zitto mentre gli altri snocciolavano quella gnàgnera così suggestiva, appena capii il trucco cominciai a fare come gli altri.

La dottoressa Locatelli Fin e la maestra Fernanda avevano in comune il simbolo sacro, appeso giusto sopra le loro teste, consistente nel classico cristo di plastica giallastra – anche in quel caso non afferrai prima di qualche annetto che la tinta, che tirava effettivamente al vomito, serviva a suggerire (per quanto possibile allo stato dell’arte del crocifissiere e fornitore ufficiale) una specie di color carne – su legno chiaro. Solo che mentre la maestra Fernanda era effettivamente – schiaffoni a parte, facevano d’un male, vecchia stronzonaccia – piuttosto affabile, e non tendente, in fondo, a prese di posizione, la Locatelli Fin manifestò da sùbito una spiccata antipatia nei miei confronti, dapprima manifestantesi con sguardi di gran riprovazione, poi con voti decisamente bassi, infine con un’esplosione di rabbia incontrollata quando, cadutomi di mano un quaderno mentre mi dipancavo, mi scappò un – credevo – innocente oh madonna. La professoressa, che verso la fine dell’anno espresse davanti a tutti tristezza per dover lasciare la classe, avendo tendenza ad affezionarsi, ed era una grande cultrice del Pascoli, e scriveva delicati libri per l’infanzia, deflagrò: qualcosa che a me parve il disgraziato incontro di una tonnellata di materiale infiammabile con un cerino acceso fece quasi saltar via la cattedra, deversandomi contro un Tu quello lo lascj stare!!! che mi rimase nelle orecchie per diverso tempo. “Non me la sono presa con lui” spiegai, molto ragionevolmente. “ho detto Oh madonna, non Oh cristo”. “Ma è la stessa cosa” m’avvertì debolmente qualcuno dei compagni – perché in effetti il cristianesimo è quella religione per cui tendono a fondersi un po’ tutti, tra parenti (salvo distinguersi, per altri aspetti, e soprattutto a seconda che venga comodo). Una seconda bordata coperse le precisazioni teologiche del pio compagno, o della pia compagna, invocando, vai a ricordare, la dovuta deferenza a tutte le persone sacre, nella madonna, nel cristo, e in chi per essi, tutto riassunto nell’urlo belluino: La madonna è SUA MADRE!!! “Tanto”, risposi, ormai inferocito, ma sempre molto pacato, “quella non esiste”. Il mormorio soffocato, l’improvviso pallore sparso in volto ai miei compagni, e l’espressione indefinibile stampata sul grifo dell’insegnante, mi fecero capire, senza conoscere la storia, che tra la metà degli anni Ottanta del secolo scorso e i tempi di Pietro Rosini – roghi a parte, ma mai dire mai, c’è stato anche di peggio – era come se non fosse passato nemmeno un minuto. Naturalmente mi presi una nota sul registro.

Nel corso dell’anno l’insegnante ebbe modo di venire incontro anche alla mia salvatichezza, e si mostrò poi più generosa; vittima, anche lei, di un modo di pensare che antepone i simboli alle persone, anche quando sono in via di formazione, ebbe modo di tornare sull’argomento con maggior dolcezza, dedicando alla classe uno dei suoi racconti. In esso c’entravo anch’io; e la professoressa coglieva l’occasione per esprimere la sua pacata riprovazione per il mio incontro troppo precoce con Dostoevskij e per raffigurarmi mentre una presenza incorporea m’accarezzava la testa, soffiandomi all’orecchio “Ne sei sicuro?” dopo una robusta affermazione di ateismo da parte mia.

Naturalmente a nessuno venne mai in mente di rimuovere un crocifisso che effettivamente rappresentava le tendenze religiose della stragrande maggioranza, anche se nessuno mi parve mai particolarmente credente – non quanto la professoressa di italiano, almeno, anche se ricordo che una volta, durante una gita a Venezia (naturalmente) fui oggetto di una lunghissima confidenza dell’insegnante di quella che allora si chiamava educazione tecnica, che durante la lunga malattia, e soprattutto dopo la morte, del padre aveva perso la fede, e mi diceva come avesse preso l’abitudine di pregare dio chiedendogliela indietro, la fede, inginocchiata sul duro pavimento con le braccia incrociate tenute sotto (un male della madonna, presumo), finché era stata esaudita –, e per tutti e tre gli anni fui periodicamente raggiunto da notizie, fornitemi molto interessatamente da qualche compagno, delle lezioni di religione del prete, che, mi pare, assomigliava un po’ a Giacomo Babini, per quel che mi ricordo, e in esse se la prendeva ferocemente soprattutto con chi non credeva, e con i rispettivi genitori, attribuendo tendenze malsane e atti criminosi a chi non era pronto a un salutare tuffo nell’acquasantiera ad ogni momento del giorno e della notte. Per una metà delle lezioni; per l’altra metà si scambiava insulti, anche pesanti, con ragazzi che frastornavano i suoi predicozzi con chiacchiericcio e sonori porcodii. La professoressa fu sostituita da un’insegnante, che credo si chiamasse Giordano, sembrava una vecchia fotografia lasciata sul tavolo di un tinello, era semianalfabeta e ricordo che un giorno spiegò tra le omeriche risate della classe come gli ebrei avessero “solo metà della Bibbia”, perché gi mancavano gli Evangeli.

Per tutto il corso della mia massacrante carriera scolastica non mi capitò mai un prete insegnante di religione che non cercasse di cooptare gli esonerati. Già alle medie avevo due compagne con cui facevo l’ora sostitutiva (che fu prevalentemente con due insegnanti di lettere, una vecchissima, l’altra più giovane, molto simpatiche ma con cui si blaterava di niente; ma anche con un’insegnante di musica, non la nostra, con cui si ascoltarono dischi, tra cui anche la Norma con la Suliotis, ricordo che contestò gli acuti un po’ tirati), una mormone, e l’altra, sospettavo, la figlia di una coppia di fricchettoni che ci tenevano evidentemente a ribadire la propria indipendenza di giudizio.

Alle superiori, grazie al relativo innalzamento culturale, i non facenti religione, che non subivano la pena di alcun’ora sostitutiva, erano di più; ma anche per evoluzione dei tempi; ma anche perché alcuni, fattisi più grandicelli, erano lasciati più liberi di scegliere. Insegnante di religione era un uomo brizzolato, mite e piuttosto espansivo, che si chiamava don Ottolini, curiosamente (non so se ho mai saputo il nome), aveva 32 anni e ne dimostrava una sessantina. Mentre gli esonerati ripassavano lezioni o si perdevano in letture amene in una bellissima “Sala bullettini”, proprio così, con la “u” (dove feci il mio primo incontro con un sacco di testi interessanti, vecchie poesie, lunarj del primo Ottocento, almanacchi altamente folcloristici in cui si trovavano ricette curiose come quella di far inghiottire a un’ignara donna 36 uova di formìca in modo da farle tirare 18 cureggie, opere di varia erudizione su cose come la comparsa dell’aggettivo onduleggiante nella letteratura italiana, antiche pubblicazioni di fisica, botanica e medicina [che andarono ad arricchire private collezioni, ricordo, si sfiorò un piccolo scandalo], e anche con capolavori irrinunciabili come La villana di Lamporecchio, peraltro, mica cazzi o “fa sei sei la uacca ch’io sia il toro”), i non esonerati intavolavano – da quanto appurai durante qualche lezione a cui erano invitati anche i noncattolici, per via di qualche projezione – discussioni mai finite col prete circa la propria mancanza di fede in una vita aldillana, nella verginità della madonna e tutte le altre fesserie in cui, in effetti, non crede (intendendo propriamente un credere che sia un credere) nessuno.

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Per tutto questo periodo non ho mai inteso che qualcuno chiedesse la rimozione del crocifisso dalle aule. Sicuramente a qualcuno sarebbe piaciuto, ma il fatto è che non c’erano abbastanza noncristiani, noncattolici perché potesse fatalmente svilupparsi un movimento d’opinione in questo senso; esistevano molti noncredenti, o agnostici, che però identificavano, per la maggior parte, la propria assenza di fede come un problema, più o meno risolvibile, e non come una posizione filosofica. Quelli, in numero minore, che non avevano nessun problema con la propria mancanza di fede, e magari l’avevano ereditata, mi erano altrettanto estranei, perché di norma erano impostati in senso pragmatico, erano cinici – era in questo che agiva il retaggio cristiano – e quindi conformisti, e non avrebbero fatto scelte che implicassero rischio d’impopolarità.

Ma se c’erano tentazioni in questo senso, se se ne discuteva (pochissimo), se si vedeva questa eventualità come da mettere in conto per il futuro, impossibile a dirsi quanto prossimo, era perché si percepiva una tendenza sempre più marcata alla laicità, stante l’assioma che la fede religiosa si perde a mano a mano che ci s’incivilisce, e che questa sempre più diffusa, tranquilla, mancanza di fede avrebbe portato necessariamente ad una revisione dei simboli e della liceità del loro sciorinamento in luoghi pubblici. Questo corso delle cose, ed è bene rilevarlo, ha subìto una deformazione notevole, durante gli anni a venire; e questo per il fatto che in Italia sempre più massiccia s’è fatta la presenza di stranieri che, impossibilitati ad inserirsi senza troppi traumi in un tessuto sociale affetto da una perenne crisi d’identità per le note ragioni storiche (alle quali la chiesa è tutt’altro che estranea), hanno mostrato una crescente tendenza ad arroccarsi – magari partendo da posizioni agnostiche, o tiepide, o ateistiche – nella religione in funzione autoprotettiva. Per cui frequente è il dibattito, ormai, sui simboli religiosi tra persone di diverse, verrebbe da dire di opposte, religioni, mentre quasi al lumicino è ridotto il dibattito tra noncredenti e credenti; il ponte di congiunzione tra i due dibattiti, che sono di natura molto diversa, è stato certamente il dibattito tra ‘laicità’ e ‘religione’, che era un ammorbidimento dello scontro tra fede e assenza di fede e dunque un’introduzione al dibattito tra fedi diverse – che può essere morbido ma porta quasi sempre a scontri almeno verbalmente violenti, e non risolvibili. I casi più eclatanti di richieste di rimozione sono infatti venuti da musulmani, la minoranza religiosa più attestata in Italia, tra cui si segnalano quelle del polemico Adel Smith (2003) dopo il ricovero della madre in una clinica le cui mura erano in effetti adorne del simbolo in oggetto; oltre alle veementi richieste di levare il crocifisso dalle aule scolastiche (2005).

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Questo è il contesto. Nel quale spicca piuttosto drammaticamente il caso di una signora, cittadina italiana di origine finlandese, membro della Unione degli atei ed agnostici razionalisti, Soile Tuulikki Lautsi sposata Albertin, la quale si è rivolta inutilmente dal 2002 alla magistratura italiana per la rimozione dei crocifissi dalle mura delle aule dell’istituto “Vittorino da Feltre” di Abano Terme di Padova, frequentato dai 2 figlî, Dataico e Sami, all’epoca 11 e 13 anni, per poi rivolgersi, il 27 07 2006, alla Corte europea per i diritti umani.

Che il 03 11 2009 le ha dato ragione. In questi termini: «La presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche costituisce “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”». La battaglia di Soile Lautsi è stata dura, proprio perché dall’invadenza cattolica non ha difeso un’altra confessione religiosa, ma valori “laici”, cioè civili.

La meritoria ostinazione della signora è dimostrata dal numero di ricorsi presentati:

  • 2001-02. I due figlî di Soile Lautsi, Dataico (11 anni) e Sami (13), frequentano l’”Istituto comprensivo statale Vittorino da Feltre” di Abano Terme di Padova. Soile Lautsi, notando che tutte le aule hanno un crocifisso, solleva nella riunione di classe del 22 04 2002 la questione, appellandosi alla sentenza di Cassazione n. 4273 del 01 03 2000 che stabilisce che i crocifissi appesi nelle aule scolastiche siano rimossi quando queste siano adibite a seggj di votazione per le elezioni politiche.
  • Il 27 05 2002 la direzione della scuola, nella persona del preside Saverio Cardin, risponde che i crocifissi rimarranno lì dove sono stati messi.
  • Il 23 07 2002 Soile Lautsi si rivolge per la prima volta al tribunale, cioè al Tribunale amministrativo della regione Veneto. Appellandosi agli artt. 3 e 19 della Costituzione italiana e all’art. 9 della Convenzione, adduce la violazione del principio di laicità, denunciando anche una violazione del principio d’imparzialità dell’amministrazione pubblica (art. 97 della Cost.) a causa del rifiuto della direzione a rimuovere i simboli religiosi dalle aule.
  • Il 03 10 2002 il ministero della Pubblica istruzione, in quanto ha emanato la direttiva n. 2666 firmata dalla ministra Letizia Moratti, che raccomanda ai direttori delle scuole di esporre il crocifisso, si costituisce parte nella procedura sostenendo che la direttiva si basa sull’art. 115 del Regio decreto n. 965 del 30 04 1924 (“Ogni scuola deve avere la bandiera nazionale, ogni aula il crocifisso e il ritratto del re”) e sull’art. 119 del Regio decreto n. 1297 del 26 04 1928 (che inventaria il crocifisso tra “le attrezzature e materiali necessarj alle aule delle scuole”), che sono entrambe disposizioni che precedono nel tempo la Costituzione italiana (entrata infatti in vigore il 01 01 1948) e gli accordi tra la chiesa e lo Stato italiano, o Concordato, o Patti canonici lateranensi che dir si voglia, sottoscritti da Pietro Gasparri card. segretario di Stato e Benito Mussolini l’11 02 1929).
  • Il 14 01 2004 il Tribunale amministrativo del Veneto decide che, tenuto conto del principio di laicità (artt. 2, 3, 7, 8, 9, 19 e 20 della Costituzione) che c’è motivo di ritenere che la prescrizione di esporre i crocifissi nelle aule possa essere giudicata incostituzionale, e pertanto investe nella questione, appunto, la Corte costituzionale. Soile Lautsi si costituisce parte civile dinanzi alla Corte costituzionale. Durante il processo, il Governo italiano dichiara che la presenza del crocifisso nelle classi è “un fatto naturale”, essendo non solo un simbolo religioso (?) ma anche quello “della Chiesa cattolica” (?), che è la sola Chiesa nominata nella Costituzione (art. 7); sostiene occorra dedurne che il crocifisso sia indirettamente un simbolo dello Stato italiano.
  • Del 15 12 2004 è l’ordinanza n. 389 in cui la Corte costituzionale si definisce incompetente, dato che le disposizioni discusse nella controversia non sono leggi dello Stato, ma regolamenti che non hanno forza di legge. La procedura passa nuovamente davanti a un tribunale amministrativo.
  • Il 17 03 2005, infine, il Tribunale amministrativo respinge il ricorso di Soile Lautsi, con la spiegazione che il crocifisso è il simbolo e della storia e della cultura italiana, e quindi dell’identità italiana, oltreché dei principî di uguaglianza, di libertà e di tolleranza come anche della laicità dello Stato.
  • Il 13 02 2006 il Consiglio di Stato respinge il ricorso quindi tentato da Soile Lautsi di fronte ad esso con la spiegazione che il crocifisso è diventato uno dei valori laici della Costituzione italiana e rappresenta i valori della vita civile. Tra le voci che esprimono consenso si leva chiara quella di Massimo Cacciari: “Gesù era un maestro di laicità. Chi ha detto che il suo regno non è di questo mondo? Più laico di così… La grande tentazione demoniaca è quella del potere terreno. Gesù è la figura che nel modo più esplicito ha manifestato la libertà dell´anima spirituale di ciascuno. Se invece del crocifisso ci fosse appeso un cartellone con l´immagine di tutti i papi, da Pietro in poi, capirei la protesta. Anch´io sarei molto contrario e vorrei venisse tolto. Ma il crocifisso no. Non mi dà nessun fastidio… Non capisco quale fastidio possa dare il crocifisso alla comunità ebraica. Gesù era ebreo. Ebreo-palestinese. Alla comunità ebraica dovrebbero dare fastidio i cristiani. Sono stati loro a perseguitarli. Gesù non li avrebbe mai perseguitati. Mai e poi mai”.

È a questo punto che Soile Lautsi decide di rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

  • Il 27 07 2006 Soile Lautsi investe la Corte in virtù dell’art. 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (“La ricorrente adduceva che l’esposizione del crocefisso nell’aula della scuola pubblica frequentata dai suoi bambini era un’ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e di religione e con il diritto a un’istruzione e a un insegnamento conformi alle sue convinzioni religiose e filosofiche”).
  • Il 01 07 2008 la Corte decide di comunicare la richiesta al Governo. Basandosi sulle disposizioni dell’art. 29 § 3 della Convenzione decide che saranno esaminati ammissibilità e fondamento del procedimento.
  • Il 13 10 2009 la Corte europea dei diritti dell’uomo delibera in camera di consiglio.
  • Il 03 11 2009 sentenzia a favore di Soile Lautsi, stabilendo che c’è stata violazione dell’art. 2 del prot. n. 1 esaminato coll’art. 9 della Convenzione, e condanna lo stato italiano a versare entro 3 mesi dal giorno in cui la sentenza sarà definitiva, in base all’art. 44 § 2 della Convenzione, euri 5000 (cinquemila) per danni morali, “più ogni importo che può essere dovuto a titolo d’imposta”, &c. &c.

Era previsto che la sentenza fosse discussa, come passo successivo, al Parlamento europeo il 17 12 2009, ma il capogruppo dei socialisti europei, il tedesco Martin Schulze, facendo presente che il problema è solo italiano, e che dev’essere dimostrata l’opportunità di discuterlo nel maggior consesso, ha fatto fermare e rimandare ad altra data la discussione.

Nel frattempo è arrivato il ricorso che lo Stato italiano ha presentato contro la sentenza della Corte europea e che il 03 11 2009 Mariastella Gelmini aveva annunciato; il 02 03 2010, come annunciato da Frattini, si dava annuncio che la Grande camera, l’unico organismo in grado di impugnare le sentenze di detta Corte, aveva accolto il ricorso dello Stato italiano. Il caso si riapre.

In attesa della sentenza della Grande camera, ecco alcune opinioni in merito:

card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana: “Un atto di buon senso da tutti auspicato perchè rispetta quello che è la tradizione viva del nostro Paese” che “riconosce un dato storico oggettivo secondo cui alla radice della cultura e della storia europea c’è il Vangelo che è riassunto in Gesù”.

Rossana Boldi, presidente della Commissione Politiche dell’UE del Senato, Lega Nord: “Sempre troppo tardiva, ma comunque positiva, la nuova sentenza ha reso ragione alla grande mobilitazione soprattutto della Lega Nord per affermare il diritto di mantenere esposto il Crocifisso nei luoghi pubblici a testimonianza non solo di fede religiosa ma di valori umani universali”.

Rocco Buttiglione, presidente dell’UDC: “Siamo vivamente compiaciuti che la Corte europea dei diritti dell’uomo abbia accolto la richiesta dell’Italia di rinviare alla Grande camera la discussione sul ricorso italiano contro quell’assurda sentenza che vietava l’esposizione del Crocifisso nelle scuole italiane. Siamo convinti che quest’organo di giudizio sia più serio e attendibile e meno esposto a colpi di mano da parte di chi vuole attentare alla sovranità degli Stati, all’identità culturale dell’Italia e dell’Europa, e ai diritti di libertà dei cittadini. Credo che per questo motivo tutti gli italiani e gli europei si debbano rallegrare se verrà sconfitta quella che non è una richiesta di libertà ma il tentativo di imporre un divieto, l’affermazione di un diritto di prevaricazione: la maggioranza non ha più il diritto di fruire dello spazio pubblico esponendo in esso i propri simboli religiosi e culturali”.

Mario Cutrufo, vicesindaco di Roma: “Con questa decisione la corte Europea dà  finalmente un segnale di rispetto delle radici giudaico cristiane che sono alla base della nostra storia e della nostra cultura. a presenza del crocefisso nelle aule scolastiche non è in alcun modo abbinabile al concetto di intolleranza, semmai è il contrario, visto che veicola valori di bontà e pace che sono alla base del rispetto e del dialogo interreligioso

Enrico Farinone, parlamentare PD, vicepresidente della Commissione Affari Europei: “Un pronunciamento positivo che tiene conto della sensibilità di una parte consistente degli europei. Non è negando il nostro passato che possiamo guardare al futuro di questo continente”.

Gianfranco Fini, presidente della Camera, si dice “lieto”, ma dice di “non aver mai avuto dubbi sull’accoglimento del ricorso”, poiché “la laicità delle istituzioni non può certo significare l’espulsione a forza di simboli universali come il crocefisso”

Franco Frattini, ministro degli Esteri: “È con soddisfazione che constato che sono stati accolti i numerosi e articolati motivi di appello che l’Italia aveva presentato alla Corte”.

Maurizio Gasparri, senatore del Pdl dice che la sentenza con cui la Corte ha accolto il ricorso dello Stato italiano “riafferma il diritto alla nostra libertà di espressione oltre che al nostro credo”; questa pronuncia “ha certificato la validità delle ragioni che sostenevano il ricorso presentato dall’Italia per impedire che nelle aule delle nostre scuole non fosse più esposto il crocifisso, simbolo della nostra identità religiosa e culturale… Ci auguriamo che questo giudizio sia integralmente recepito dalla Grande Camera alla quale spetta il pronunciamento definitivo”.

Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione: “La presenza del crocifisso in classe non significa adesione al cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione”.

Maurizio Lupi, vicepresidente Pdl della Camera dei Deputati: “Non posso che essere soddisfatto per l’accoglimento del ricorso presentato dal governo alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo per impedire che, nelle nostre aule scolastiche, non venga più esposto il crocifisso. Si tratta di un passo in avanti importante e significativo che, riconosce la validità delle tesi esposte ma, soprattutto, dimostra che non si può mettere in discussione un simbolo che è la base dell’identità culturale del nostro Paese e dell’intera Europa”.

Mario Mauro, capogruppo Pdl a Bruxelles, parla di un “primo importantissimo passo” cui spera possa seguire “il ribaltamento della sentenza”.

mons. Vincenzo Paglia, responsabile della commissione Cei per il dialogo interreligioso: “A me pare che parta da un presupposto di una debolezza umanistica oltre che religiosa del tutto evidente: perché la laicità non è l’assenza di simboli religiosi ma la capacità di accoglierli e di sostenerli di fronte al vuoto etico e morale che spesso noi vediamo anche nei nostri ragazzi”.

mons. Domenico Pompili, portavoce della Conferenza Episcopale Italiana: “L’accoglienza del ricorso presentato dal Governo italiano è un segnale interessante che dimostra come attorno al crocifisso si sia creato un consenso ben più ampio di quello che si sarebbe immaginato. Ciò conferma l’inadeguatezza delle posizioni pregiudiziali che talvolta strumentalizzano segni e simboli religiosi che hanno a che fare inevitabilmente con le radici culturali dell’Europa e con la fede di milioni di persone che in questi simboli si riconoscono”.

Andrea Ronchi, ministro per gli Affari comunitarj: “Ora si tratta di aspettare una decisione che speriamo sia positiva nel merito”.

Antonio Rusconi, senatore PD, capogruppo in Commissione istruzione: “L’accoglimento del ricorso dell’Italia sul crocifisso da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ripristina anzitutto un dato di rispetto della tradizione culturale e religiosa del nostro Paese e dell’Europa occidentale. Oltretutto è un simbolo di fratellanza universale e di amore verso tutte le persone e non può quindi ritenersi offensivo verso chi liberamente segue altre religioni”.