519. Il problema heroico.

1 Feb

 Berlusconeide. Poema cavalleresco

Prima di riprendere, appena possibile, il discorso su Salinger, do breve conto di un dilemma (appunto heroico) che mi s’è affacciato alla mente jeri, mentre, girellando per gli espositori della Mondadori, cercavo qualche titolo che mi suscitasse, non dico simpatia, ma almeno curiosità. Mi succede quasi sempre, che qualche titolo attiri la mia attenzione, ma anche di domenica non è sempre domenica; e questa domenica nello specifico non mi ha portato nessuno spunto interessante. Ho solo visto un volume, che dato il titolo poteva essere preso tranquillamente per una delle molte pubblicazioni, più o meno informative, più o meno satiriche, dedicate all’attuale presidente del Consiglio. Non che m’interessi lèggere altro di Berlusconi: trovo che se ne scriva troppo, e, dati i risultati, non abbastanza incisivamente, o quantomeno convincentemente. Non credo che scriverci sù sia la cosa giusta da fare, almeno non più.

Questo ha attirato la mia attenzione – si fa per dire – perché non si trovava nell’espositore dei saggj, ma in quello della narrativa, ciò che poteva indurre a prendere il titolo (la desinenza epica è ritrita, e da mo: e c’è anche un sito con l’identico nome) praticamente alla lettera – anche se speravo che così non fosse; e cioè che la sottotitolazione di poema cavalieresco non fosse semplice metafora ma ascrizione al corrispondente genere; ciò che, associato alla voluminosità del testo (che si è rivelato essere di 535 pp., a una rapida occhiata), era da solo causa sufficiente alla perplessità.

Si tratta effettivamente di un poema, epico o para-tale, scritto da un torinese sulla settantina, di cui leggo sul risvolto che è spesso ospite sul blog di Marco Travaglio; che dal Laganà curatore (cioè autore delle note, pure in versi, e dell’ìndice analitico) è stato incoraggiato a raccogliere gli svariati suoi componimenti dedicati al personaggio e ad inquadrarli in una narrazione unitaria.

All’inquadramento storico-retorico ha pensato invece il prefatore Filippo Ceccarelli. Il quale ha indicato con compiacimento la scelta illustre dell’endecasillabo piuttosto che dell’ottonario – anche se il signor Cornaglia o non ama o non domina l’ottava, e preferisce la quartina ABAB – e ha fatto una serie di nomi afferenti al poema heroicomico del ‘600, esemplificato attraverso la figura dell’inutilissimo Lalli (la Moscheide) e del Tassoni, ovviamente, de La secchia rapita; non mancando nemmeno di far riferimento alla vena comica del Marino (con riferimento implicito, si suppone, alla Murtoleide). Sono riferimenti che non capisco molto bene: i poemi del Lalli non sono satirici, ma comici – la satira è tutt’altra cosa -, il Tassoni se fa satira fa satira di costume, e per giunta in chiave storica, e comunque lo spazio grande del poema esclude, con tutte le sue inevitabili spinte centrifughe e le necessarie diversioni, la satira ad personam, che spinta oltre un certo numero di versi diventa o piatta compilazione o inconsapevole confessione d’amore. Da ultimo, il Marino se la prese con un pari grado: nel caso della satira archilochea, a cui il Marino si rifà, ma con grandi garbo e grazia, si ha un equivalente del duello all’arma bianca, mentre con la satira politica si ha una specie di rivolta, o almeno di vivace manifestazione contro.

Il signor Cornaglia cita, per conto suo, Giovenale come padre in spirito, unico nome tra quelli della tradizione che compaja tra i primi versi. Giovenale implica, automaticamente, tre cose: 1. satira contro i morti, non perché i vivi comportino un rischio (fu esiliato lo stesso), ma perché la sua è una satira che seppellisce, i suoi componimenti sono patchwork di epitafj, è la fama postuma che preme a Giovenale, non le malefatte che si vanno compiendo sotto i suoi occhj; 2. satira dal basso, voce dell’impotenza risentita, del rancore implacabile, dell’odio freddo e incrollabile; 3. impegno stilistico e retorico vorticoso, ricchezza massima possibile d’immagini, incisione, durezza e anche oscenità, se occorre, nelle espressioni, massimo del significato nel minimo giro di frase: acredine, rabbia che sfocia in riso velenoso, mancanza totale di rispetto per posizione sociale, titolo, carica.

Tutte caratteristiche che il signor Cornaglia NON possiede, e al massimo grado. Ma, appunto, a me, che non sono accademico, non interessa affatto star qui a disquisire circa gli statuti della satira, che per definizione – se può avere una definizione – non ha nessuno statuto, ma semmai una funzione, un fine che giustifica, dettando, i mezzi; né dar lezioni indirette di satira, posto che mai possano esserne date, e nemmeno valutare l’opera dal punto di vista della funzione che posso prevedere abbia nei prossimi giorni, mesi, o anni. Nemmeno la funzione, in questo caso, m’interessa – anche se, sia ben chiaro, mi pare del tutto scontato che questa patafiacca di alcune migliaja di versi – non particolarmente notevoli, piacevoli o arguti – non produrrà nessun effetto. A questo proposito, basti considerare l’accenno del prefato prefatore Ceccarelli circa il fatto che il poema a Berlusconi sicuramente non piacerà affatto, benché, dice, da esso non esca affatto distrutto.

E come ne esce, allora? Si suppone, dato che questo poema non è un peana, che ne esca garbatamente preso per i fondelli. Non bastava una quartina, a questo scopo (che magari perveniva prima, e meglio)? Tomasi di Lampedusa, a proposito del Lutrin di Boelò, che conta un qualche mille versi, disse a giusta ragione che in più di sei versi il satirista prende in giro solo sé stesso. Aveva ragione. Un poema di qualcosa-mila versi, anche un poema infinitamente più cattivo, aggressivo, crudele della slombata cosa del sig. Cornaglia, dedicato a un personaggio ignobile e meschino, fa pensare solamente a uno stercorario particolarmente stakanovista che si sia impuntato a raccogliere i sesquipedali stronzi di quell’elefante e solo di quello: un facchino di Pindo, un Sisifo autocondannatosi, e ad una pena nemmeno ridicola – far ridere la gente è funzione di cui andare fierissimi -, ma totalmente vuota di senso.

Confesso di essere arrivato al 1948 – il signor Cornaglia segue la vita del presidente del Consiglio dall’anno di nascita, 1936, all’ipotetico 2013 in cui diverrà, stante la profezia, presidente della Repubblica. A parte il fatto che la nomina a presidente della Repubblica, stante l’attuale legislazione, non sarebbe affatto un gradino superiore rispetto alla carica che Berlusconi già ricopre, e dunque il Cornaglia, invece di fiondarsi nel futuro,  avrebbe fatto molto meglio a fermarsi anche ben prima dei nostri giorni, è proprio la lunghezza a perplettermi, e a farmi chiedere se sia possibile, specialmente in assenza di quel wit sbarazzino necessario al satirista, imporsi tours de force di lettura simili – esclusi la coscienziosità del recensore, o il puntiglio del lettore arrabbiato – in assenza totale di poesia. Non è illecito, credo, aspettarsene, dato che si tratta di versi; già impegnativa è la lettura di qualunque narrazione in versi quasi interamente risolta in poesia, ma una narrazione in versi scritta solo per la soddisfazione di inanellare endecasillabi è insostenibile. E, comunque, nessuno ci ripaga del tempo perduto.

Non capisco l’andamento delle cose editoriali, ultimamente. Effetto inevitabile, e benefico, di una troppo facile invenzion tedesca diventata ancòra più facile, al punto che ognuno, oggi, può praticamente far da editore a sé stesso, doveva essere la scomparsa dei libri totalmente inutili, del vuoto in forma di foglj imbrattati. E invece non è così.

Questo per dire che non vorrei, sono sincero, che qualcuno si ponesse il problema dell’effetto indesiderato di certe scritture, della loro impreveduta pericolosità: quella, per essere espliciti, d’aver intessuto un inno laddove si voleva scagliare una maledizione, o di aver incensato chi si voleva riprendere. Casi del genere secondo me non si dànno. Anche se il signor Cornaglia è innamorato – e un po’ dev’essere, per forza – del presidente del Consiglio, non necessariamente leggendo il suo poema cadremo a nostra volta folgorati; quanto a Berlusconi, nemmeno lo leggerà, ovviamente, e farà benissimo – gli innamorati verbosi, si scopre alla fine, sono innamorati solo delle proprie parole. E così il cerchio si chiude: un cerchio di parole inutili.

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