Archivio | febbraio, 2010

526. Gashlycrumb Tinies 3.

26 Feb



O sta per OLIVE, trafitta da una lesina.

Benché fastidio Socrate ostentasse
Spettando ad una danza delle spade,
Rischio e gioco due ben distinte strade
Sempre non sono: e par così pensasse
Anche OLIVE (benché in vita maturasse
Nozioni filosofiche un po’ brade).
Delle due vie all’incontro questo accade:
Altro che gioja, & che risate grasse!
Più di gaudio e di giubilo non brilli,
Bambina avventurosa, a quel che pare;
Se odo risate, certo non gli strilli
Son tuoi, breve preludio al rantolare;
Ma, nel vederti fatta puntaspilli,
Di quelli che ti stavano a guardare.

P sta per PRUE, che rimase appiattito con gran fracasso.
PRUE, della perdizione e dell’inferno
Dietro quest’uscio sta la vera idea;
V’è chi l’alcool ottunde i sensi e bea,
Con l’azzardo ed i lazzi abuso alterno.
Tutto quel che vedresti, dall’esterno,
La toppa illuminasse quella rea
Turba che involge una flegetontea
Nebbia, o in vapori un bollicante averno.
Come nulla discernere da fuori
Si può, così non s’ode variazione
Tra tanto accavallarsi di fragori;
E quando quelle tre degne persone
Uscirono a chiarirsi, di fortori
Fu un vampo, e un bujo, poi, senza ragione.

Q sta per QUENTIN, che affondò in un acquitrino.
QUENTIN, ch’è mai la vita? Uno d’inciampi
Cammino, e di tranelli & pecche pieno;
È un infido, è un cedevole terreno
Che afferra il piede che orma in esso stampi;
E divorano le orme stesse i campi
Dall’uomo andati in oblivioso seno;
Perché altri segua, e spaja in un baleno,
Fuoco fatuo in palude, che arda & svampi.
Poco avendo vissuto, o nulla affatto,
Accolto appena in questo biosistema,
Non solo dove il tutto, putrefatto,
Si macera ti colse l’ora estrema;
Ma, si può dire, dalla vita astratto,
Cadesti della vita entro l’emblema.

R sta per RHODA, consumata dal fuoco.
RHODA, è di fuoco il Sole; il primo istante
Del Cosmo fu di fuoco; e anche l’impulso
Sinaptico non è dal fuoco avulso;
Dà a vive, e vita trae da morte piante;
Il fuoco sanità, cauterizzante,
Alle membra ridà, abscessu pulso;
Il fuoco salva il tempo, se l’insulso
Scritto divora; il fuoco è fecondante
La terra brulla; e, ardendo nelle stelle,
Rende la notte al viaggiatore priva
D’inghippo, e volge in fuga empio perduelle.
Che non avviva? Ed anche te, cattiva,
Che t’agiti ricinta di fiammelle,
Ve’ come ha fatto & più brillante, & viva!

525. Radio BlackOut.

25 Feb



https://i0.wp.com/radioblackout.org/files/2010/02/blo-adesivo-bn.jpg

Un po’ per tutta Torino si trovano affissi manifesti con la dicitura “spegni la censura, accendi BlackOut”, che denunciano come atto censorio da parte delle istituzioni, ed esplicitamente del sindaco Sergio Chiamparino, che è contro tutte le occupazioni, la decisione di non rinnovare il contratto che ha consentito alla radio anarchica di trasmettere per 4 anni dallo stabile di via Antonio Cecchi 21/A per soli 1300 euri l’anno. Entro il 31 03 BlackOut dovrebbe sgombrare.

Le realtà occupate di Torino sono diverse, e diversi sono gli sgomberi, le occupazioni e le rioccupazioni. La casa Fenix di c.so s. Maurizio è stata sgombrata con successo il 20 07 2005, murata e adibita dal Comune a punto informativo; ancóra il 28 11 2010 un gruppo di anarchici ha cercato di far risorgere la Fenix dalle ceneri occupando la palazzina dell’università in p.zza Arbarello; hanno dovuto sgombrare in poche ore, ed è stato un vero peccato, perché la costruzione è veramente magnifica. Il 25 03 2009 lo Squat[1] Velena di c.so Chieri è stato sgombrato, dopo che era stato occupato il 28 02, rioccupato il 17 04 seguente, risgombrato il 20 10 2009. Il 28 01 2010 è stata sgombrata la Boccia, v. Medici 121, che aveva già subìto sgomberi nel passato (era stata rioccupata il 23 02 2008, per esempio), e l’edificio è stato abbattuto l’01 02. Lo squat Lostile di c.so Vercelli è stato sgombrato il 06 12 2009, per cui l’11 12 ancóra c’era guerriglia per le strade, e il 29 01 2010 c’è stata la drammatica occupazione della sede del comitato elettorale per Merbredes Cesso da parte degli sloggiati; il 07 11 gli aderenti della FAI, Federazione Anarchici Italiani, hanno occupato l’ex-scuola infermieri di v. Zandonai, e sùbito dopo sono stati sgombrati.

I centri sociali storici di Torino sono passati in rassegna qui. El Paso Occupato ha una voce su wikipedia; è nato nel 1987. Il Barocchio è stato fondato nel 1992; al 1994 risale la nascita del Gabrio e al 1996 quella dell’Askatasuna. Uno dei più vivaci è l’anarchico Mezcal, sistemato dentro un padiglione dell’ex-manicomio di Collegno (sono stati miei vicini di casa per un sei mesi, tre anni fa), nato, mi pare, nel 2006.

Mercoledì 03 06 2009 l’anarchica Assemblea antirazzista di Torino, che è un’altra cosa dalla radio, è sciolta; non vuol dire che smette di esistere, ma semplicemente che (nel link è detto: non ha nessun tipo di gerarchia, nessun capo o referente o responsabile) detta Assemblea non è un’organizzazione formale, ma una nebulosa di persone che si riconoscono informalmente negli stessi valori e nello stesso impegno. Da allora l’Assemblea torinese, occasionalmente, si riunisce nello stabile di via Cecchi 21/A, dove ha sede Radio Blackout. L’Assemblea antirazzista è responsabile di parecchie iniziative in favore dei migranti nel corso degli ultimi anni.

23 02 2010. Radio Blackout è perquisita dalla Digos su ordine dei pm Andrea Padalino e Manuela Pedrotta (è solo uno dei 23 luoghi colpiti dallo stesso provvedimento) perché nello stesso stabile ha avuto luogo l’Assemblea antirazzista; per 6 ore non può trasmettere. Radio Blackout subisce il sequestro di computer (in numero di 3) e cellulari; nel corso di perquisizioni altrove effettuate sono stati sequestrati anche caschi da moto, mazzette d’acciajo, uova riempite con vernice nera.

Massimo Numa, noto per il suo atteggiamento ostile nei confronti di quelli che chiama anarco-insurrezionalisti, pubblica sulla Stampa questo articolo. Massimo Numa è anche uno di cui su indymedia si racconta che, sotto il falso nome di Mario Ghiso e senza presentare il tesserino di giornalista, il 16 11 2001 si mise in contatto con un’associazione assistenziale in favore dell’eutanasia, sostenendo di avere la mamma moribonda – dando il nome di una persona realmente esistente, la signora Vittoria Ghiso di Savona, peraltro, po’ra disgraziata, rivelatasi viva e vegeta –, denunciando sùbito dopo l’associazione alla polizia con accuse inconsistenti – che intanto costarono ad essa associazione una pesante perquisizione, in cui fu portato via praticamente tutto l’asportabile. Nel 2008 ha pubblicato, con Mario Portanova (già del Diario), Francesco La Licata suo collega alla Stampa e i due giornalisti del Corriere della Sera Guido Olimpio ed Elisabetta Rosaspina, il volumetto celebrativo Sbirri, dedicato agli agenti di Polizia.

È un giornalista soprattutto di cronaca, scrive male e in modo sensazionalistico; è filofascista. Può essere interessante scorrere la lista dei suoi articoli per la Stampa; è significativo che il primo articolo che appare – per rilevanza – sia dedicato a una martire “fascista”. Dei 33 articoli che ha scritto per la Stampa tra il primo dell’anno e il 18 02, ben 12 sono dedicati agli anarco-insurrezionalisti; peraltro, ed è molto interessante, devono essere rubricate a questa voce tutte le corrispondenze dalla Valle di Susa, perché le manifestazioni antiTAV secondo il Numa sono tutte d’ispirazione anarchica.

Nell’articolo sostiene che si ispirano al pensiero-azione di Alfredo Maria Bonanno, 72 anni, attualmente agli arresti in Grecia per rapina. Urza, per esempio, sostiene che non c’è nessun legame. Ma bisogna ringraziare Numa per la segnalazione perché sembra un personaggio tutto da conoscere. È l’autore de La gioia armata, 1977, libro che gli costò 18 mesi di carcere (l’incipit suona: Ma perché questi benedetti ragazzi sparano alle gambe di Montanelli? Non sarebbe stato meglio sparargli in bocca?…”, vedi il testo integrale qui), come si dice su wikipedia; su anarcopedia c’è un profilo più esaustivo e interessante.

Colpiti da provvedimenti sono in 7 (vedi anche qui):

3 sono gli arrestati:

  1. Fabio Milan, ing., 32 anni
  2. Andrea Ventrella, magazziniere, 36
  3. Luca Ghezzi, 30

3 sono agli arresti domiciliari (i particolari sulle altre condanne oltre agli arresti li trovo qui, in un articolo dedicato ad Andrea Ventrella, e sul Giornale):

  1. Maja Cecur, 33 anni, compagna di Luca Ghezzi,
  2. Paolo Milan, fratello di Fabio, 27, dottorando
  3. Marco Da Ros, pavese residente a Torino, sociologo, 36

1 è stato colpito da divieto di dimora: Massimo Aghemo, 41 anni, di Trofarello, residente a Torino.

Oltre a questi 21 sono gl’indagati, e altri anarchici della provincia di Torino (Carmagnola e Moncalieri), Trento (Rovereto), Cuneo (Vicoforte) e Mantova (Viadana), tra cui Simone Pettenati, 26 anni, ed Erica Giorgi.

Cumulativamente si è proceduto contro una serie di iniziative tipicamente anarcoinsurrezionaliste degli ultimi anni (2005-’10), tra cui notevoli:

giugno 2008. Irruzione al Museo Egizio;

dicembre 2008. Irruzione nel Consolato greco di Torino

marzo 2009. Irruzione nella lavanderia “La nuova” di Torino

marzo 2009. Irruzione al ristorante “Il cambio”

settembre 2009. Irruzione nella sede della Cgil

Il linkato articolo del Giornale, di Simona Lorenzetti, è notevole perché riporta in sunto parti di conversazioni telefoniche intercettate, tratte dall’ordinanza della Gip Emanuela Gai, nella quale si attribuiscono responsabilità precise degli anarchici nelle rivolte all’interno dei CPT, poi CIE (cioè Centro Permanenza Temporanea, poi, più brutalmente, Centro Identificazione ed Espulsione; a Torino è il cosiddetto lager di c.so Brunelleschi); ricorrono i nomi dell’allora detenuto Bikiki, dell’attualmente arrestato Andrea Ventrella e dell’attuale esule Massimo Aghemo:

A scandire questo connubio le intercettazioni telefoniche. In una conversazione del luglio 2009 Andrea Ventrella parla con un tale Bikiki che dice di avere dei numeri di telefono di alcuni extracomunitari arrestati a Sanremo che ora sono al Cie. Quindi Bikiki chiede a Ventrella se la legge sia passata, riferendosi al pacchetto sicurezza che aumenta il periodo di detenzione all’interno del Cie. Andrea Ventrella conferma e dice che entrerà in vigore entro due settimane e varrà anche per chi è già dentro. Bikiki gli chiede allora come mai la volta prima fosse stata bloccata e Ventrella risponde: «Perché l’altra volta dentro avete fatto talmente tanto casino, soprattutto a Milano, a Torino e a Bologna, che hanno avuto paura e l’hanno tolta; adesso bisogna ricominciare a fare casino e la taglieranno». In un’altra intercettazione vengono registrati Massimo Aghemo e un extracomunitario ospite del Cie. L’uomo dice ad Aghemo: «Abbiamo ricevuto le lettere, abbiamo messo tutti d’accordo, da domani sciopero, non mangia più nessuno… siamo 90 persone, adesso buttiamo i materassi fuori da dove dormiamo, buttiamo tutto fuori, vogliamo accendere un fuoco. C’è casino adesso». Aghemo risponde: «Buono, buono», quindi chiede se hanno già appiccato il fuoco e l’uomo risponde di sì.

L’accusa più pesante è quella di associazione per delinquere, ma i capi d’imputazione sono un’ottantina.

Negli articoli di Numa i nomi di Fabio Milan (il cui esordio sulla Stampa risale al 1995, per aver preso 10 in matematica, informatica e fisica al liceo Scientifico) e Andrea Ventrella ricorrono più di altri. Anche Ventrella esordisce sulla Stampa nel 1995, ma già per scontri tra polizia e anarchici, quando subisce la prima condanna: ha 20 anni. E nell’articolo ricorre anche il nome di Edoardo “Edo” Massari, che morirà inspiegabilmente suicida alle Vallette (28 03 1998) seguìto dopo pochi mesi (11 07) dalla compagna Maria Soledad Rosas ai domiciliari presso una comunità di Bene Vagienna: sono “Sole” e “Baleno”, rimasti da allora sempre nei ricordi degli anarchici torinesi. Nel 2002 Silvano Pelissero, arrestato con loro con le stesse accuse di ecoterrorismo e associazione sovversiva, processato, ebbe stralciata questa seconda accusa, che sarebbe caduta anche per gli altri due. Con l’accusa di associazione sovversiva si prevede l’isolamento; si è detto, all’epoca, che l’isolamento fosse la prima casa del doppio suicidio di Edo & Sole. Attualmente (Stampa di oggi 25 02 2010, riquadro di R[aphael] Zan[otti], un altro buono, dentro l’articolo dell’immancabile Massimo Numa) i tre arrestati, Milan, Ghezzi e Ventrella, sono in isolamento, e sono ritornati alle loro celle valendosi della facoltà di non rispondere. Il loro avvocato, Claudio Novaro, che ancóra non li ha sentiti, ha però chiesto che innanzitutto siano tolti dall’isolamento, che definisce

una condizione che mi stupisce, viene data di rado, e non in questi casi, di solito”.

La risposta del pm Padalino di fare regolare istanza è stata definita dal Novaro

una risposta che non promette nulla di buono”.

L’articolo del Numa si concentra però su Radio Blackout, e questa è una novità interessante. Essa è, secondo il Numa,

considerata dagli inquirenti uno dei centri direzionali del gruppo degli estremisti”.

Chiaramente i redattori della Radio, anarchici, hanno dato il rilievo che ritenevano alle varie iniziative degli anarchici. Tre cose hanno fatto saltare la mosca al naso degl’inquirenti:

  1. Il servizio ‘viaggiare informati’ anarchico, il “Cisti”, che funzionava grazie alla segnalazione tramite sms dei posti di blocco e di concentrazioni di poliziotti.
  2. Le dirette dai varî presidj. A questo proposito, nel maggio 2008 un “redattore di BlackOut” aveva annunciato che “in mattinata un poliziotto aveva sottoposto un immigrato a un pestaggio, poi lo aveva riempito di botte” [?] “e ammanettato” (nell’articolo la frase è tra virgolette). Secondo il Numa niente del genere era accaduto. (È un’ammissione implicita che tutte le altre eventuali segnalazioni di pestaggj e ammanettamenti sono da considerarsi vere?).
  3. L’attacco continuo contro la Croce Rossa”. L’08 09 2009 Ventrella, la Cecur, F. & P. Milan, Luca Abbà (del NoTAV valsusino) e Simone Pettinati (altrove Pettenati, v. supra; ferito negli scontri a Susa) hanno fatto irruzione nella sede della Croce Rossa di Torino: “Volevano costringere i militi” (anche qui il Numa cita) “a un’assemblea sulle atrocità del Cie”.

Di fatto il punto 2 e il punto 3 sono strettamente connessi. La rabbia anarchica contro la Croce Rossa deriva molto semplicemente dal fatto che è questa che si occupa di contenere i senzadocumento all’interno dei CIE. La questione del pestaggio che secondo il Numa e/o chi per esso non è mai avvenuto risale alla fine del maggio 2008, e riguarda il detenuto Said, che aveva tentato di fuggire dal cpt ed era stato riacciuffato. Il Numa si limita a dire che il pestaggio di Said non è mai avvenuto; e tace di quello che è successo qualche ora dopo, e cioè che il maghrebino Fathi Hassan Nejl, 38 anni, còlto da malore, dopo aver inutilmente cercato, direttamente e tramite compagni, di attirare tra le urla l’attenzione degli operatori, era morto – di qualcosa che dapprima fu identificato con una polmonite fulminante, e poi con un’overdose (quasi facesse differenza). Responsabile del centro è il col. Antonio Baldacci, che a caldo avrebbe dichiarato ai giornali che non aveva ritenuto di intervenire perché

sapete che tipo di persone sono. Non si sa neppure quale sia la loro vera identità”.

La Repubblica ha riportato altre dichiarazioni del colonnello, non così esplicite ma pesantemente ambigue:

Non ci sono state negligenze, non c’è stata alcuna mancanza. Gli ospiti sono clandestini abituati a dire bugie. Mentono sulla data di nascita, sulla nazionalità, sul nome. Per loro è facile non dire la verità. Non vedo allora perché si debba credere a delle storie sui mancati soccorsi. Quelli vogliono solo creare caos”.

Gli anarchici avevano messo a disposizione del pubblico, in rete e tramite manifestini attacchinati un po’ ovunque, l’indirizzo di casa del colonnello, il numero fisso e il cellulare con queste conseguenze.

Uno dei motivi degli arresti di questo 23 02 è stato il blitz durante il quale, il 21 03 2009, alcuni anarchici sommersero di merda il ristorante di lusso “del Cambio”, sito in p.zza Carignano, di fianco all’omonimo teatro, di faccia all’omonimo palazzo. Questa volta il Numa non fu il solo a imbrattare il suo angolo di Stampa sull’accaduto, ci pensò anche altri (come da link); vale la pena di essere citata, per la prosa particolarmente agghiacciante, l’ineffabile Monica Perosino (“Il sole e l’indolenza della prima domenica di primavera. Occhiali scuri, gelati, cani che corrono sui ritagli verdi del centro. Eppure, basta scavare pochi centimetri sotto l’ozio, per trovare tutt’altro…” – scavare pochi centimetri sotto l’ozio? Occhiali scuri e gelati che corrono, per giunta sui ritaglî verdi del centro?! E poi ci si stupisce che la gente lancia i boli di cacca) che ha raccolto qualche impressione post-traumatica.

L’articolo che il Numa dedica a Fabio Milan segnalato alla procura per danneggiamento identifica l’ingegnere come “leader carismatico dell’ala dura del piccolo gruppo anarchico”, che è una contraddizione in termini, trattandosi – appunto – di anarchici, per giunta se si tratta di un gruppo di anarchici che ha scelto la non-organizzazione pur di non avere capi (v. supra circa lo scioglimento); segue un livido curriculum del brillante professore supplente del Politecnico, comprese alcune pubblicazioni che recano la sua firma. Incredulità e invidia nera. Raccoglie, il Numa, anche una dichiarazione che sembra da morto:

La prof. Michela Meo, che fu la sua «advisor» al Poli, lo ricorda con un certo affetto: «Uno studente dalle grandi capacità, estremamente bravo e preparato. Un’ottima persona, con cui si parlava volentieri. Ma, fatto strano, l’abbiamo perso di vista. Da tempo non sappiamo più nulla di lui. Avevamo saputo dopo, un gossip, che frequentava gli anarchici».

In quell’occasione, il Numa cerca anche di ottenere una dichiarazione dal preside, che giustamente dice di non essere interessato alle idee politiche di F. Milan; dalla risposta si capisce che il Numa non ha chiesto un’opinione sulle eventuali responsabilità penali dello stesso, ma proprio sulle idee politiche – quasi un docente non fosse libero di avere le idee politiche che vuole; quasi che le gerarchie accademiche fossero tenute a saperne alcunché e, magari, ad agire di conseguenza. A F. Milan dovrebbe essere anche attribuita la responsabilità dell’organizzazione dei tornei di calcetto contro gli alpini a P.ta Pila, del lancio delle biglie gialle dentro il CIE con dentro messaggj di solidarietà, delle incursioni nella lavanderia di via Santhià che lava i panni del CIE, delle incursioni della cooperativa che avrebbe cominciato a lavare i panni del CIE dopo che la prefata lavanderia avrebbe smesso di farlo.

I 15 anarchici che nel febbrajo 2008 bloccano i bus diretti a Varese per una manifestazione nazionale della Lega sono definiti responsabili di un’azione criminale.

I due nomi, di Fabio Milan e Andrea Ventrella, sono identificati dal Numa come “guide” degli “estremisti” nell’articolo di jeri 24 02 di riepilogo degli ultimi fatti.

&cetera. Non ci sarebbe motivo di dare rilievo agli articoli del Numa se, scrivendo lo stesso sulla Stampa, non fosse il principale interfaccia tra anarco-insurrezionalisti e opinione pubblica, locale e nazionale.

Qui l’articolo dedicato alle scritte contro Luigi Calabresi sulle mura delle sedi della Stampa e del Partito Democratico, altra incriminazione per Fabio Milan, oltreché per il fratello Paolo. Il figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso (1972) da anarchici per vendicare la defenestrazione di Pinelli (1969), Mario Calabresi, autore di un volume apologetico nei confronti della figura del padre (Spingendo la notte un po’ più in là, Milano 2007), è l’attuale direttore della Stampa, e dunque anche di Massimo Numa. [Recentemente sul sito letterario Nazione Indiana qualcuno si scandalizzava per l’ospitalità data ai delirj fascisti del povero scemo di guerra Piero Buscaroli sulle pagine culturali dello stesso giornale (“Tuttolibri” 06 02 2010), uno dei diversi segni d’involuzione politica – e non solo – del giornale da qualche tempo in qua].

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[1] “Iuno era fuor di sé di essersi lasciata cogliere in trappola così scioccamnte e senza nessuna resistenza presagedo che ora passerebbe dei brutti momenti per il prossimo avvenire, fino a quando non riuscirebbe di fuggire. | Poiché il colono era uno dei cosiddetti squatter (vale a dire colono senza averne il diritto, che si stabiliscono in qualche contrada deserta e coltivano terra, che loro non appartiene) e che sono arcicontenti di procurarsi operai a buon mercato in un modo o nell’altro, lecito o illecito. | La negra gli veniva proprio a proposito…”. Ennio Foscari, La reietta. Grandioso romanzo storico, cap. CCCXXI, [1900 ca.], n.t., III vol., pp. 2310-2311. L’azione si svolge negli anni ’90 del XIX secolo negli USA.

524. Gashlycrumb Tinies 2.

23 Feb

G sta per GEORGE, soffocato sotto un tappeto.

È la curiosità, mi sembra un fatto,
Secondo i casi o un pregio, o un gran difetto,
Se riferita ad un erroneo oggetto
(Senza scordar ch’è lei che uccise il gatto).
Povero GEORGE, te che ignorando affatto
Quanto ha di meritevole in effetto
D’essere noto al mondo, in tanto stretto
Pertugio ad infilarti cos’ha tratto?
Se spazî aveva il mondo a spalancarti,
T’ha adesso angustia in ogni parte ingombra;
Se aveva il mondo varietà di parti,
Solo una parte ormai il tutto a te adombra;
Se aveva lumi il mondo a soddisfarti,
Hai i lumi chiesti, adesso, ma in quell’ombra.

H sta per HECTOR, catturato da un thug.

HECTOR, cui mancherà, a te io dico,
Tempo di farti eroe, di brandire armi,
Di dar memorie a carte & fregj a marmi,
E di morire in pro’ d’un fido amico,
Già delle aurore tue sul raggio aprico
Si stende l’ombra; a te non inni o carmi
Spetteranno: ché senza tuoi allarmi
Ti conosce, e t’ha scelto già il nemico.
Oh cólla bionda zazzerina inglese
Quanto contrasto con le braccia nere
Cól laccio in te fatidico protese!
Quanto increscioso ahité diggià cadere
Prima che le legittime pretese
Dell’India schiava in te ben chiare avere!

I sta per IDA, annegata nel lago.

Se l’Eterno ha pietà, non è cói bimbi;
Corrano pure contro i fati avari
I puritani ad umidi ripari,
E i cattolici vati a inventar limbi;
Non cristiana sapienza, cói suoi nimbi
Squallenti, ma cói suoi Narcisi amari
Paganità più antica, cói suoi chiari
Cieli lontani ormai dagli aurei cimbi:
Quella t’avrebbe instrutta chiaramente,
Povera IDA, che fin troppo amante
Dell’equorea gemella, e fatalmente,
Poggiavi sulla prua malferme piante;
Mancando specchî all’inesperta mente,
Mancò la vista all’occhio speculante.

J sta per JAMES, che bevve per sbaglio la lisciva.

JAMES, non sapevi che non cribra l’urto
La vendetta del cielo sul peccante?
E la tua colpa fu in tutto bastante
A suscitarne le ire; essendo un furto!
Tu che speravi, a proibite assurto
Altezze, d’ingannar l’occhio vegliante,
Scendevi in fatto ad atto ripugnante;
Né che hai ingannato te al conto decurto.
E chissà quante non irrepetito
Volte restò il materno avviso a che
Fossi d’aspetto proprio, e ben pulito;
Proprio quella bottiglia toccò a te,
Sozzo entro e fuori; e, non fossi punito,
A quest’ora sapresti anche il perché.

K sta per KATE, che fu colpita da un’ascia.

Inorridisca il mondo, e strambasciato
Chieda a dio la ragione del massacro;
Come cruento meritò lavacro
Nevoso il suolo, il filo ben temprato?
Chieda: Quel corpicino abbandonato
Perché giace in incognito ambulacro
Come un agnello a un morto nume sacro?
Che avrebbe in vita sua mai combinato?
Oh l’insensato mondo, quanto abusi
Della pazienza sua; & il seme d’Eva
Quanto risenti, mentre il cielo accusi!
Di’, invece: E KATE, colà che mai spingeva?
Dopo aver chissà che divieti elusi,
Fuor di casa, da sola, che faceva?

L sta per LEO, che inghiottì alcuni chiodi.

Non so, piccino mio, se mai chiamarti
Scapato ben punito, o far menzione
Tua in quanto di virtù vero LEOne,
In base a quello che riuscisti a farti.
La fortezza che tra gli eroi insinuarti
Può, maggior dell’età, di dimensione,
Val quella chiesta per l’insinuazione
Di chiodi in gola, ed in più fonde parti.
Nuovo di pietre, ferro, ed altro, a muzzo
Non è stipar tra i santi il proprio interno;
Come i fachiri. O come capra o struzzo,
Ed altri bruti, se pur ben discerno!
Insomma, io non so se al pasto aguzzo
Spetti più scherno; o il cielo; ossia l’inferno.

M sta per MAUD, che fu trascinata in alto mare.

Sfascj, urti, cozzi, sirti, avide stragi
Di corsari: io non so da cosa sfugge
La tua zattera, oh MAUD, mentre ti rugge
L’oceano intorno, gonfio di naufragj;
Ma la tua dai preteriti disagj,
Nembo che passa, e tutto non distrugge,
Talora –, idea vedo che innanzi fugge
A cogliere dei prossimi i presagj;
E a quell’idea levando ambe le mani
Cerchi inconscia o parare l’incombente,
O attirar sul tuo fato sguardi umani.
Ma come il mondo privò d’altra gente
Il gorgo, strapperà anche a te il domani,
Segno di resa non ti varrà a niente.

N sta per NEVILLE, che morì di noja esistenziale.

NEVILLE, il mondo è fuori: la natura,
La gente, le città, i saperi, il vero,
I frutti di fatìca e di pensiero,
I cieli e i mari, & ogni età futura.
Non tra il bujo covata in quattro mura
Gemma felicità, nel chiuso nero;
Tristezza ereditaria, atro mistero
Non fruttan verità, se non impura.
Lo sguardo tuo d’un deformato metro
Si dota; com’è ovvio, fino a quando
S’appunta avendo tramite quel vetro.
Fu dalla vita a te il secondo bando,
Morte, che tutto il tempo ti fu dietro,
Tutto il tempo sul còllo a te alitando.

523. Gashlycrumb Tinies.

18 Feb



Il postaggio di jersera fu un po’ fulmineo; non che non credessi necessario accompagnare l’operazione a qualche succinta indicazione, ma il tempo stringeva, e non ho avuto modo. Non avrei proceduto – o forse sì, ma non adesso – a dedicare un sonetto a ciascuna delle tavole macabre (1963) di Edward Gorey (1925-2000) se non mi fossi ritrovato nella dashboard insistenti link al blog di Antonella Pizzo, che ha appunto manifestato l’intenzione di fare qualcosa del genere, producendo il primo sonetto della serie. Da una parte il sonetto si presenta molto libero, e io non so giudicarlo; ma quello che mi rendeva un po’ perplesso era proprio l’uso del sonetto come epigrafe, in controcanto con l’immagine, parendomi un po’ lunghetto. Gorey, peraltro, ha pensato solamente a un verso per tavola. Dato che non sapevo come il sonetto e immagini potessero associarsi, mi sono voluto provare a mia volta.

Ringrazio alcor per la segnalazione dell’errore di battitura sfuggitomi nel titolo; mi sono sforzato anche di ridurre il formato delle immagini e del testo, in modo che tutto stia incolonnato; benché il risultato non mondi nespole, non credo sia possibile far meglio. Per una definizione migliore delle immagini, guardate qui.

A sta per AMY, che cadde dalle scale.
AMY, ch’è piccolina, posto male,
Parrebbe, il suo minuscolo piedino
Sul primo (e più fatidico) gradino,
Fa a capofitto, ahilei, tutte le scale.
Cade così chi il passo incipitale
Trascura; ché ha precipite destino
Chi ignora che, se più passi ha il cammino,
Tutto il cammino il primo passo vale.
La malferma innocenza rappresenta
La figuretta bianca, che risalta
Sopra il nero scaleo in cui s’avventa;
Così piccolo piede tale salta
Da grande altezza; così in basso spenta
Giace chi mai non diverrà più alta.
B sta per BASIL, assalito da orsi.
Non solamente, oh BASIL, la stanzetta
Donde ora sei lontano, sulle piume
Dei tuoi sonni l’amabile volume
Di qualche orsatto morbido ricetta;
D’eguale forma, ma di men ristretta
Dimensione, Natura ne sussume;
E alcuno che, al crepuscolo, orché il lume
Del dì declina, proprio qui t’aspetta!
Quanto le solitudini ignorate
Trascendono la casa che hai smarrito,
Queste forme così sono sformate.
Là a casa, in un libercolo sdrucito
C’era scritto che son sempre affamate.
Ma t’annojava, e non l’hai mai finito.
C sta per CLARA, che morì di consunzione.
Non solamente la brancuta Morte
Sfiorisce e sforma le fisionomie,
E tabi insinua e induce cachessie
In chi ha l’età d’attender tale sorte;
Talvolta per le vie più ignote e torte
Penetra in fresca fibra, e, bizzarrie
Di Natura, vi chiama malattie
Prima di sera a far le ombre già corte.
Se non ci credi, oh bimbo, guarda CLARA
Come la propria morte prefigura
Col teschio del suo volto; & quindi impara,
Se mai chiedi il perché della più dura
Sorte, che spesso agli innocenti è avara,
Che risposta non c’è; o non è sicura.
D sta per DESMOND, sbalzato da una slitta.
Preposto a passatempo, le ali ai venti
Ruba d’inverno il lubrico veicolo,
E fatto in ghiaccj un duplicato vicolo
Sempre s’apre cammini divertenti.
Ignora chi lo monta che i portenti
Suoi per metà si prestano al ridicolo;
Chi sempre va, non manca mai pericolo
Ch’o intralcj il passo, o che sventure avventi.
Sopra i geli invernali scivolando
La slitta sempre va, con lama doppia;
Ma avverta bene chi la sta montando
Che talora va troppo, e il troppo stroppia;
E che se anch’essa va, pure essa, andando,
Col passeggero non va sempre in coppia.
E sta per ERNEST, che fu strozzato da una pesca.
ERNEST, non mi pareva tanto il desco
Quanto mi pare, ad osservarlo, grande,
Condegnamente ricco di vivande
Al tuo appetito, ch’è gargantuesco;
Sicché a trovarne il gran perché non riesco;
Né alla fame, che i suoi dominj espande
Solitamente in case miserande,
Né a che brama può dar frutto di pesco.
Ma a più ragione, inquantoché mancato
È il fomite fattivo acché aggredito
Fosse con tanto spasmo sfondolato
Il frutto, quasi fosse il proibito,
Comunque ardendo d’esso, in gran peccato
Sei caduto; e perciò sei ben punito.
F sta per FANNY, prosciugata da una sanguisuga.
FANNY, che esponi tenera la fibra
All’acqueo specchio, sotto cui non sai
Quali apra fauci, o scopra zanne mai
Strana fauna, che lì repe, o si libra,
I pericoli tuoi pondera, & cribra,
Seppur goccia di sangue in te ancóra hai,
Che ossigeno pur rechi ai focolaj
Delle idee, e la condotta tua equilibra.
Riconosci in te stessa, che inseguendo
Ai caldi statereccj in ciò i ristori,
I calori vitali stai perdendo,
Il malcauto perché dei tuoi dolori;
E a proporzion dell’onta impallidendo,
Tra i caldi estuosi raggelando muori.

522. PP su Sillabarj di Parise.

9 Feb

http://www.youtube.com/watch?v=gJjaHvu96MM

Sbobinatura più d’altre auspicabile, forse, per lo stesso motivo per cui è stata difficile da fare; PP in questo caso è stato ripreso dalla platea con un telefonino, evidentemente, e l’audio è distante e non molto perspicuo. Sicché qualcosa, ma prevalentemente delle parole dell’intervistatrice, Silvia Bernardi, giornalista de “L’Arena” di Verona, mi è sfuggito. Peraltro sono impossibilitato, qui, ad ascoltare a tutto volume, e questo potrebbe aver avuto il suo peso: se qualcuno, comodamente connesso da casa, riesce ad afferrare meglio di me, buon per lui. L’intervista è interessante per il ricordo di Parise e di Pasolini, i “due professorini” che venivano dal Veneto; ma anche e soprattutto per il giudizio spiritosamente sprezzante dato al lavoro di Giovanni Pennacci, confezionatore di un libro-intervista che è poi l’ultima biografia, di pochissime, di PP, Siamo tutte delle gran bugiarde, Giulio Perrone editore, Roma 2009. Sicuramente PP meritava di più e di meglio; ovviamente datato, il miglior lavoro di qualche respiro dedicatogli rimane il libro di Rodolfo Di Giammarco, Gremese, Roma 1985. Come già per gli altri video, salvo il primo, ho la solita difficoltà a postare sul blog la finestrella di youtube, e quindi lascio il nudo indirizzo.

PP: Io ho conosciuto Goffredo Parise, era di Vicenza e che… aveva più di me… due o tre anni, sarebbe ora ottantacinquenne… L’ho conosciuto a Roma quando stavo in casa da Laura Betti con la quale si faceva una canzone televisiva, “La ballata del pover’uomo”, gnè gnè gnè. Era un romanzo a puntate – tredici puntate – e tredici volte si cantava quelle due o tre canzoncine, con la musica di Fiorenzo Carpi, e.. cambiavano le parole, e così..

Silvia Bernardi: E quindi lì ha conosciuto…

PP: E lì c’eran questi due professorini che venivano dal Veneto, Pasolini e Parise, che il giorno insegnavano nei licei cittadini e poi la sera tornavano nelle loro periferie, dove costava meno l’affitto di una stanza, e venivano a mangiare dalla Laura che faceva dei risotti bonissimi… e allora Parise non parlava mai. Però c’era un mistero nel suo silenzio. Lui a Roma – mentre l’altro scoprì questi ragazzi di vita, perché sai… lui era completo, Pasolini: amava quello che faceva. I film magari non sono belli come quelli di Lubisch o di Dreyer o di Kubrick, però si sente che son fatti con un lungo studio e un grande amore. Per fare qualcosa nella vita non si può fare così tanto per fare: ci vole un sentimento, insieme alla ricognizione mentale, ci vole anche un’adesione, un’adesione… affettiva. Io penso di sì – allora, invece, Parise scoprì la semplicità. Lui raccontava l’episodio di una bambina che ci aveva in mano un quadernetto che si apriva e c’era detto: L’erba è verde. E lui capì che quello era il segreto, di riscoprire di nuovo il racconto. E questi raccontini, che lui pubblicò sul “Corriere della sera”, si sperdevano un po’, perché sai, con le notizie che succedevano in quel momento, dal… ti dico, dal ’37 al ’57, ‘somma… ne successe di tutti i colori. Allora… quando lui ha riempito il volume, ha avuto i complimenti di Garboli, di Italo Calvino… tutte persone che avevano la penna in mano. Era… fisicamente bellino – certo Pasolini, con quella faccia segnata… non era bello, ma faceva venir duro, soprattutto alle donne, pazze, che s’innamoravano di lui col cervello, che dura di più…

Silvia Bernardi: Lei invece in scena da solo. Nel senso, fa tutto a meno di compagnie, di registi, di attori…

PP: No, non è vero, sempre dei collaboratori… be’, soprattutto le donne, io passo per misogino, invece ho avuto chi m’ha ajutato a scrivere, chi m’ha ajutato a fare i movimenti, e chi fa i vestiti e chi fa la musica, ‘somma…

Silvia Bernardi: C’è una squadra che lavora dietro, però poi alla fin fine…

PP: Eh, certo.

Silvia Bernardi: Sul palco…

PP: Sul palco eccomi qui, perché quegli altri so’ andati al cinema!

Silvia Bernardi: […] la passione per il travestimento, per…

PP: Mah, che vuoi, travestimento, sai, quando io ero un bambino erano tutti travestiti, io ci avevo… “balilla alpino”: avevo una corda che non si poteva disfare perché era finta, un salsicciotto di corda, un fucile che non sparava, tutto finto. Puoi fare la sfilata… sicché era come a carnevale oggi, era tutto così. Per fortuna siccome il mio babbo era carabiniere, non ci aveva la tessera fascista, e io non andavo mai alle sfilate, andavo al cinema. E io da bambino ho visto ancóra prima della seconda guerra mondiale tutti i film francesi, Katia regina senza corona, Danielle Tardieu in mutande, quel film francese ancóra un po’ osé prima che da noi… Clara Calamai che faceva i pirati di Sandokan, quelle robe lì, doveva stare nell’acqua con le onde sopra i capezzoli, perché il capezzolo non si poteva vedere. Eh, ma com’era bella, dio mio! Era la figlia del capostazione di Prato, e la mia mamma insegnava a Prato e allora io sono andato una volta con la mia mamma e c’eran quelle stazioncine che sui vasini di fiori scrivevan la data, sai, e c’era scritto 12 dicembre.. oggi è l’11?

Dal pubblico: E’ il dieci.

PP: Eh?

Dal pubblico: Il dieci. Oggi è il dieci.

PP: Dieci. Sì! E alzo gli occhî e sopra c’era l’appartamento del capostazione, e c’era lei, bella, viso da madonna, proprio come diceva Moravia quando intervistava le belle, dice: “Signorina, quanto ha di collo? Quanto ha di polsi?”. Perché è inutile fargli parlare – che gli chiedi a Claudia Cardinale, cosa ne pensa di Dante Alighieri? Meglio chiedergli le misure! E faceva come Policleto con le statue. Policleto è quello che ha scritto il… dice: le mani devono essere la metà della testa, la testa la quarta parte del torace: le misure della bellezza.

Silvia Bernardi: Non sono rimaste invariate nel tempo…

PP: No, tu non avresti… tu saresti bocciata! – La gente si ricorda il vero amore legandolo al motivo di una canzonetta, ecco perché io metto sempre le canzonette in mezzo la prosa. Con la loro sciatta letteratura, ricordano un periodo storico. Non c’è persona, per quanto modesta o poco… sentimentale che non ricordi un motivo… “Parlami d’amore Mariù…”. Dice: “Andavo con lei in quel bar, che ora non c’è più, a bere…” – ora non lo fanno più, il barolo chinato, eh, per dire. Anche l’uomo della strada meno preparato qualche motivetto l’ha sentito. E son quei motivi che ricordano un periodo storico, allora invece di fare la conferenza, che rompe i hoglioni, metto un motivetto, però cercando di mettere insieme delle canzoni che ricreino un quadro storico. Per esempio ora per la Spagna ho messo Cielito lindo che vuol dire “O mio bel cielo” – il cielo da cui sono cadute le bombe tedesche di Guernica: quindi, bello, ‘sto cielo, ma vengono anche giù le pillole, eh, per dire…

Silvia Bernardi: Lei non è solo a teatro ma è anche nelle librerie con la biografia Siamo tutte delle gran bugiarde

PP: Macché, un orrore, scritto da una povera checca periferica! Sono rimasto in… in, in Umbria, a Foligno, e viene questo qui, un quarantenne coi capelli già bianchi… Dico: ma che fai di lavoro?

Silvia Bernardi: Giovanni Pannacci, vero?

PP: Sì, sì.

Silvia Bernardi: Diciamolo…

PP: “Insegno italiano agli arabi” – quindi affamato… Sicché ho fatto un’intervista di du’ ore, e ci ha fatto il libro. Gli ho dato un po’ di fotografie e gli ho raccontato un po’ di cazzate, e via. Ma che vvoi? E lui, emozione!, quando sono entrato in un negozio e ho comprato le ciglia finte… sta a vedere!

Silvia Bernardi: Allora, nel libro ci sarà un errore, però c’è una bella frase, me la son segnata…

PP: Dimmi, dimmi…

Silvia Bernardi: … di Natalia Ginzburg, che dice di lei: “Tra i suoi volti nascosti c’è quello di un soave, beneducato genio del male: è un lupo in pelli di agnello, e nelle sue farse sono parodiati insieme gli agnelli e i lupi”. È una definizione […]…

PP: Carina! Lei era buona. Quando mi bruciò il teatro, venne… tutte le volte che veniva a teatro mi comprava dodici poltrone, e mi portava un cesto con panettoni, come regalo di natale: carina. Perché io le telefonai, nel ’47-’48, chiedendole il permesso di portare in scena Le piccole virtù. Lei aveva fatto un libriccino che mi commosse tanto, dice: ai nostri figlî s’insegna tutte le piccole virtù: il risparmio, la prudenza… No! Nessuno insegna mai l’amore, di buttarsi nella vita…

521. Ad Andrea Filippo Cunanan. Frammento.

4 Feb

Ho ritrovato, per puro caso, due quadernoni, rimasuglio – risalgono a due anni fa – di un articolato e inconcludente zibaldone, testimone di un periodo, o un’epoca, in cui scrivevo molto più volentieri – poi, appunto, le sparizioni continue mi hanno disamorato, il fatto di non poter conservare nemmeno modeste cartacce mi ha reso sempre più sfiduciato. Tutto ne ha risentito, mi sembra che ogni giorno che passa sia sempre più morto del precedente.

Si tratta di un quaderno a spirale di Harry Potter – l’avevo trovato in offerta da Vagnino, 1 euro, così si spiega la scelta – e un quadernone con un’immagine puerile in copertina, forse ispirata a qualche cartone animato (la mia ignoranza in materia non potrebbe essere più abissale), a quadrettoni da un centimetro, parte di un pacco da dieci che acquistai per 4 euri a Napoli or è parecchio tempo. Il quadernone di Harry Potter mi accompagnò in un giretto per l’Italia di tre inverni fa, mentre il quadernone è quasi intonso, e mi è servito, a quel che vedo, soprattutto da portafoglio, dato che vi ho inserito stracciafoglî di vario tipo e scritti in tempi diversi; ed è forse tutto quello che rimane di un certo saccone di plastica bianco che a Grugliasco (oh l’incubo) tenevo sotto la scrivania (un’asse e due cavalletti), e che un giorno sparì per finire chissà indove.

Tra le carte inserite ci sono alcuni foglî che avevo cominciato a pasticciare proprio a Grugliasco, una sera, in particolare la sera del 23 luglio 2007, mentre alcuni ragazzi facevano festa e casino in cortile. Dato che in casa c’era un televisore, avevo ripreso l’abitudine di guardare il telegiornale, e in giornata non potei mancare una commemorazione di Gianni Versace, che era stato ucciso lo stesso giorno dieci anni prima. Io non mi sono mai interessato di Versace – non conosco la moda -, e, ciò che più conta, la mia conoscenza del nome dello spree killer risaliva a prima dell’omicidio del sarto; la folle corsa di Cunanan era stata seguìta dai telegiornali prima che raggiungesse Versace e l’uccidesse; fino a quel momento le sue vittime, tre in tutto, erano stati omosessuali benestanti, nessuno in vista oltreoceano. Nei dieci anni che intercorrono tra gli omicidî e la commemorazione di Versace che intravidi in televisione le tesi, anche quelle innocentiste, si sono sprecate. Dato che sono state tutte relative ai moventi più immediati dei varî assassinî, e non hanno preso ovviamente in nessuna considerazione motivazioni esistenziali più estese – che però non sono stato, sono convinto, l’unico a percepire – non mi sogno nemmeno di prenderle in considerazione. Tutto, però, è rimasto in sospeso. Cunanan, nato nel 1969 da famiglia modestissima d’immigrati, dopo una carriera scolastica apparentemente promettente ma che non l’aveva portato da nessuna parte (biglietti, lettere, cartoline e testimonianze raccolte dai postumi biografi denotano vivacità ma anche lacune), aveva cominciato a frequentare locali gay per abbienti, dove si era prostituito, o meglio aveva cominciato a frequentare persone più o meno mature dalle quali si faceva mantenere; aveva però avuto nel corso del tempo relazioni più durevoli anche con coetanei, specialmente professionisti. Quando aveva diciannove anni, la madre, tale Shillacci (di evidenti origini meridionali italiane, alla faccia di certe trascrizioni anagrafiche) aveva scoperto tutto quello che c’era da sapere circa le sue tendenze e la sua condotta di vita; e AFC aveva reagito sbattendola contro il muro e lussandole una spalla. I rapporti con la famiglia si erano troncati lì. È certo che assumesse sostanze psicotrope, più che occasionalmente, meno che compulsivamente, e che negli ultimissimi anni avesse mostrato qualche preferenza per il sadomaso, o per estenuazione sensuale o perché il fisico, interessato da un inedito enbonpoint in via di trasformarsi in cicciuzza, non addicendosi più al moscardino mantenuto che era stato sembrava avviarlo naturalmente all’attività di master: regole di mercato. Quando morì, suicida, in una houseboat, o casetta galleggiante, a Miami, facendosi trovare cadavere dalla polizia, aveva trent’anni. La tesi, molto succintamente, era che fosse impazzito in séguito alla scoperta di essere affetto da HIV, ma in primis egli non ne aveva mai parlato, nessuno gliel’aveva mai diagnosticato, e dall’autopsia risultò HIVnegativo. Si era detto che avesse ucciso nel tentativo di raccogliere quanto più denaro fosse possibile, essendo avido e interessato, ma l’inventario dei suoi beni non comprendeva molto, a parte parecchî tubetti di idrocortisone (da wikipedia, non me lo ricordavo) e una quantità discreta di romanzi di C.S. Lewis, l’autore delle Cronache di Narnia. I furti che aveva commesso (specialmente auto) dopo gli omicidî erano ovviamente dettati dalla necessità di seminare la polizia.

Lungi da me l’idea di mettere il naso in questioni che non mi riguardano – il mio interesse per AFC era infatti dovuto alla percezione, sempre meno confusa, che la sua storia riguardasse anche me; non lo stesso per quanto riguarda le sue vittime –, né potrei mai forzarmi a dilungarmi sui particolari della fine di Versace, che per me è rimasto solo uno dei quattro ammazzati, meritevoli tutti e quattro della stessa umana pietà e considerazione; se qualche strascico mi è meglio noto dipende esclusivamente dalla sua fama. Ma un decennio dopo la sua scomparsa mi capitò tra mano una pubblicazione riguardante una persona vicina allo stilista, nella quale si esprimeva la convinzione che l’autore del delitto non fosse AFC (di cui peraltro non sono mai riuscito a capire esattamente se avesse o no conosciuto, in precedenza, Versace), definito “un bravo ragazzo”. Eppure pare che fosse stato riconosciuto, per quanto la conoscenza in tempo reale dei suoi precedenti delitti e il vano inseguimento di giornalisti e polizia potesse aver creato qualche psicosi e falso convincimento.

La sua tetra e irrisolta vicenda è stata puntualmente riflessa da tre pubblicazioni, che, grazie ad una spedizione via amazon stettero per qualche tempo in poter mio: si tratta di tre libri di cui uno solo ha le caratteristiche pulp dell’instant book, e ormai si sarà fatto rarissimo, non avendo alcun interesse storico nel suo riprodurre, tagliando & cucendo & inferendo, in maniera sudaticcia (di sleazy parlano infatti gli americani per questo genere di pubblicazioni) e sensazionalistica vicende su cui ancóra non s’era fatta piena luce. Altri due libri avevano altro interesse, benché alla prova dei fatti presentassero svantaggî del tutto assimilabili di eccessiva tempestività e ideologismo. Uno, Three Months Fever, era dell’omosessuale Gary Indiana, scrittore di discreta fama che ebbe ovviamente buon gioco a mostrare attraverso le vicende di Cunanan a che cosa portino la mancanza di determinazione e di cultura (riproduceva diverso materiale notistico di mano dell’assassino, rilevando spietatamente gli errori ortografici in inglese e francese, e persino la sua biblioteca, dimostrando l’occasionalità, spesso interessata, della sua raffazzonata cultura). L’altro, della giornalista Maureen Orth, Vulgar Favors, prendeva occasione dal vivo della cronaca; essendo suo lettore affezionato, Cunanan stesso l’aveva più volte contattata telefonicamente, cercando un contatto diretto; rimane il fatto che era Cunanan a conoscere gli scritti della Orth, e non la Orth a conoscere direttamente Cunanan, e nella sua trattazione, che ricordo molto prolissa, la Orth metteva particolare rilievo sulle dinamiche del mondo della prostituzione.

Questi tre libri e la rete, dal 1999, come già la televisione in quell’estate 1997 in cui i fatti si erano rapidamente consumati, costituiscono fonti di documentazione, a cui si possono aggiungere le notizie, comunque sempre le stesse, riportate da varî dizionarî specialistici su serial- e spree killer. Tutto materiale indispensabile, fatto salvo il contatto medianico, a lèggere una figura che è certamente importante considerare nel suo contesto, dato che la sola pressione negativa esercitata dal contesto può spiegare l’esplosione di una violenza omicida così ad ampio raggio; ma di cui, paradossalmente, ho trovato e trovo molto più interessante la figura ‘in sé’ che il contesto in cui si trovò ad agire e reagire. Sembra una prospettiva, messa in questi termini forse non del tutto corretti, completamente irrealistica; basti allora invitare a considerare quanta differenza intercorra tra una ricostruzione biografica che ricrei il personaggio attraverso le sue relazioni con l’ambiente e una (presunta) ricostruzione biografica che tenti di desumere il personaggio dalle dinamiche, del tutto astratte, che regolerebbero gli ambienti in cui è vissuto e con i quali è entrato in relazione. Ecco, ambo le due ‘serie’ ricostruzioni biografiche, dell’Indiana e della Orth, appartenevano alla seconda categoria.

Non che fosse tutta colpa loro, chiaramente. Anzi, la difficoltà oggettiva, in un’epoca che si avviava rapidamente all’onnina diffusione del telefono cellulare, al satellite come occhio di dio, al monitoraggio capillare delle nostre vite, e in cui era già possibile – non come dieci anni dopo, ma quasi – sapere praticamente tutto della vita di una persona, fino a coglierne, almeno dal lettore intelligente, la sostanza esistenziale più individuata, la vita di Cunanan pareva come essersi affossata, salvo talune emergenze, che però non spiegavano nulla. Non si tratta solo della naturale strategia reattiva, che distingue l’uomo contemporaneo dall’umanità naturale dei secoli precedenti l’invenzione della metropoli e del capitale, e può portarlo ad una neurotica o deliberata contraddittorietà di comportamenti, ma di un problema a monte, strutturale, che riguarda l’osservatore. Un mondo osservabile capillarmente è un mondo in cui solo le emergenze – posto ce ne siano ancóra di vere e proprie, in una società finalmente, brutalmente democratica – possono risaltare; ma è soprattutto un mondo in cui, tutto potendosi registrare, nulla lascia, in fondo, alcuna traccia.

Non che di Cunanan mancassero segnali teoricamente rilevanti: di lui gli ex-compagni di scuola dissero che era decisamente il compagno più difficile da dimenticare: esibizionista, insicuro, discontinuo nel rendimento, poco serio. Nulla che comunque rendesse conto della raccomandazione del professore di proseguire con gli studî al college; scrivendo, il professore, che era a real thinker, un insicuro e un rompicoglioni ma di qualche spessore e curiosità intellettuale, dunque; ma non di più, nel senso che questo thinker non lasciò nessuna traccia rilevante di quello che gli passava per la testa, e optò assai per tempo per frequentazioni superficiali nel migliore dei casi, consacrandosi ad una specie di culto del corpo che, in gradevole contrasto con la fisionomia pulita (spesso occhialuta), ne fece poi un’icona ossimorica. I rapporti con la famiglia erano per converso da escludersi completamente come fonte d’informazione: la madre Shilacci non solo non aveva accettato l’omosessualità del figlio, determinando una rottura con lui e chiudendosi a qualunque comprensione, ma, come incresciosamente rivelò l’incontro con i giornalisti nei pressi della casa in cui l’assassino aveva trascorso l’infanzia, pareva avere un rapporto limitato in genere cól mondo; e, stando a quello che traspariva del suo aspetto mentale (“I’m the actress, okay?”), sarebbe stato presumibilmente lo stesso qualunque figlio avesse avuto e in qualunque dei mondi possibili si fosse trovata a nascere. Quanto al padre filippino, peggio che andar di notte: aveva lasciato la famiglia troppo presto, i suoi ricordi riguardavano solo il figlio adolescente, come altar-boy e come quel portentoso tredicenne che lesse tutta un’enciclopedia, from cover to cover.

Difficilissimo, probabilmente, compulsare a questo scopo le amicizie e la clientela: non tanto per protezione della privatezza, quanto proprio per la natura, del tutto meccanica, delle relazioni che possono essere intercorse tra Andrea Filippo e tutti gli uomini con cui intrattenne relazioni sessuali. Rimanevano i quattro ammazzati; il più giovane dei quali, un architetto, aveva per la verità già una relazione stabile con altro uomo, pure professionista; definito dall’Indiana come hard-working e perbene, fu ammazzato proprio in un periodo in cui stava discutendo con il proprio compagno circa la possibilità di continuare a frequentare AFC, che gli era parso ravveduto sulle pregresse scelte sbagliate.

Eppure, alla vigilia di uno degli ammazzamenti, AFC e un ex avevano avuto una discussione tremenda, durante la quale AFC aveva chiaramente mostrato fino a che punto potesse perdere il controllo nell’ira. Fortunatamente si era trattato solo di una telefonata, della quale la ventura vittima aveva detto che la voce di AFC in quell’occasione era sonata come quella di una bestia braccata, o come quella di un essere la cui vita è seriamente minacciata. AFC era, presumibilmente da sempre, una polveriera che una piccola scintilla poteva far esplodere, seminando, come in effetto fu, morte e distruzione; ma non è questo che importa. Come non importa nemmeno molto il fatto che avesse una personalità repressa; la landmistress, la padrona delle houseboats dove AFC aveva fissato l’ultima dimora, ricordava quanto fosse sempre compìto & educato, e fosse tutto uno yes, madam, thank you, madam. Quello che maggiormente colpisce è che nell’ira era come un animale che lottasse per la propria sopravvivenza. Ed è questo contrasto con l’architetto, che aveva trasferito nel lavoro qualunque possibilità di realizzazione esistenziale – posto che sia la soluzione – ad essere in qualche illuminante: da una parte lo hard-worker in teoria ci si presenta come un omosessuale che ha provveduto a costruirsi un’esistenza il meno minacciata possibile; dall’altra AFC, inesorabilmente perduto in bassi commercî, non è forse proponibile come segnacolo vivente – finché visse, è chiaro – di quello che può minacciare l’equilibrio di un omosessuale se non si vota ad una vita di hard work? Naturalmente, lo hard-worker e il bagascio si frequentavano; ciò che vien facile attribuire ad una scarsa propensione da parte di entrambi ad accettare le proprie condizioni esistenziali, come condizioni ingrate e diverse da quelle di persone più fortunate – cioè eterosessuali: è pieno così di uomini che campano alle spalle di donne, magari non onorevoli, ma non così minacciate come può avvenire per un Cunanan: AFC poteva benissimo avere rimpianto per una vita regolare, per una posizione ed entrate sostanziose e sicure; l’architetto poteva avere rimpianto dell’abbandono alla corrente, della sfida al mondo, della fiducia nonostante tutto nei confronti del proprio simile. Sono tentazioni in cui chiunque può cadere, e cade in effetto purché ne abbia motivo; ma la posizione pericolosa di AFC, la sua compromissione, la mancanza di un calcolo, di una strategia di sopravvivenza rendono il suo rimpianto in qualche modo eroico; mentre è proprio la strategia messa in atto dall’architetto, il debito pagato alla società per la propria omosessualità, l’accettazione delle condizioni magari non direttamente avverse ma più faticose e in ombra, a rendere il rimpianto, per parte sua, borghese, con tutte le implicazioni possibili quanto a pelosità, ad ambiguità, a contorsioni anfibologiche, a – insomma – doppiezza sostanziale, data la capacità borghese di rimanere sempre in bilico tra ammirazione a denti stretti e disprezzo temperato di pietà. Anche quel rapporto, pare, era qualcosa a cui sopravvivere.

Non stupisce il fatto che gli omicidî di AFC non abbiano suscitato reazioni particolarmente risentite dall’altra sponda: i quattro morti fatti da AFC erano tutti omosessuali, pareva più che altro una questione interna. Quindi non stupisce nemmeno che le manifestazioni di più becero furore, prima e dopo la morte dello spree killer, siano venute da parte omosessuale. Facilissimo dire che AFC era un omosessuale che non aveva accettato, specialmente caduta la tesi dell’AIDS (ma non quella della perdita della freschezza giovanile – che mi pare anche un po’ una stronzata, non tutte le fotografie lo mostrano in forma ideale, ma AFC era piuttosto fresco anche da cadavere), la propria omosessualità, o le conseguenze della propria scelta estrema, che poi è la stessa cosa; ma non è la facilità di questa lettura che m’ha indotto a respingerla. Che AFC avesse qualcosa di diverso, portasse implicazioni non riconducibili a nulla di facile, è stato evidente a tutti. Di qui l’interesse riscosso da una parte e dall’altra dell’oceano ben prima che Versace cadesse sparato a Miami; anche se non tutti se lo sono spiegato razionalmente.

Non che AFC abbia lasciato traccia solo in me, stando ai bollettini che inseguirono AFC per una buona fetta di USA, alle reazioni di molti, a caldo e a freddo, in rete, e anche a quel telegiornale del 15 luglio 2007, in cui lo spazio dato alla morte dello stilista e all’assassino era praticamente lo stesso. Mi sono fissato mentalmente il 23 seguente come data in cui buttar giù poeticamente qualche noterella circa quello che di AFC ricordavo. Dieci anni prima, quando ancóra tutti i miei equilibrî familiari ed esistenziali erano intatti, l’intenzione era stata un’altra, e cioè quella di dedicarmi lungamente ad AFC, con un’opera, nientemeno, di qualche respiro. Le profondità che mi sembrava di scorgere nella sua figura, e soprattutto le implicazioni metafisiche della percezione di una profonda duplicità del fatto – l’antitesi, quale potevo percepirla allora, cioè confusamente –, tale per cui l’atto compiuto, ributtante e brutale, assumeva automaticamente una sua ragion d’essere profonda e vitale in un’altra dimensione, non affatto o meno percepibile, mi parve del tutto ispirante. Impossibile, chiaramente, persistere nell’interesse per la vicenda senza lasciare in giro qualche traccia di un mio evidente coinvolgimento morboso, sicché stetti abbottonato; e cominciai, ed è la cosa peggiore da fare, da un punto di vista strettamente pratico, a concepire quest’impegno [ma mica era il solo!] in prospettiva ovviamente futura. Mi limitai a raccogliere ritaglî di giornale, a buttar giù qualche considerazione scritta e a chiudere tutto in un cassetto. Non so nemmeno se mi rendessi conto che sia la mancanza di esperienza sia la mancanza di elaborazione mi avrebbero messo immediatamente alle corde; ma non essere in grado di affrontare un argomento non vuol dire non rendersi conto della sua rilevanza. E il come mai questo stralcio di vicenda, dolorosa e violenta, fosse in sé rilevante, mi era tutto sommato visibile già allora, benché non come adesso che non mi pare più il caso di tornarci sopra.

Due anni dopo gli equilibrî suddetti erano andati a farsi benedire, e vivevo in modo che solo esteriormente poteva sembrare senza soluzione di continuità rispetto a prima; eppure, tra altre questioni che continuavano a premermi, quando scopersi le possibilità della rete, riservai qualche spazio anche ad AFC; il progetto, piacevole perché delirante, una barocca sfida, di affrontarne poeticamente la figura si rivelava semplicemente fatale: la stessa natura profondamente antitetica, a tutti i livelli, delle problematiche che sollevava non poteva essere affrontata in prosa, nemmeno analiticamente – se fossi stato un saggista o un giornalista, chiaramente, avrei scelto quella strada, ma, appunto, non era la mia. Come già detto, via amazon mi feci spedire gli unici tre testi che lo riguardavano, e che naturalmente sarebbero rimasti gli unici e i soli, li lessi con l’intenzione di procedere – non conosco a tutt’oggi nessun altro metodo – allo spoglio dei nudi dati e al loro ordinamento crudamente cronologico, dopodiché avrei proceduto ad elaborare, prendendo la cosa da varie angolature, secondo che mi veniva fatto. Se non ne feci nulla non dipese affatto dal taglio a tratti ributtante ed antipatetico delle narrazioni, ma dalla loro oggettiva povertà d’informazione. Chiaramente non m’interessava affatto che le analisi sociosessuali dei trattanti non fossero all’altezza: la mia analisi era quella che premeva. Purché ci fosse qualcosa su cui lavorare: e non c’era quasi niente, se non le opinioni delle poche persone normali che l’avevano conosciuto: del suo recours à l’abîme non c’erano tracce di qualche spessore. La necessità di risolvere ogni questione su un piano simbolico è talmente prepotente, in poesia, che sicuramente mi sarebbe venuta ispirazione ad inventare, se solo avessi imparato a conoscere AFC sufficientemente, fino a farlo muovere e parlare davanti a me; ma altri progetti mi risultarono più immediatamente fattibili al momento; un’esperienza odiosa di servizio civile (2000) mi riavvicinò nuovamente a quei poveri tre libri, che mi confermarono nel primo interesse e che poi accantonai dopo una veloce rilettura. Fino al 2007, se l’idea è riaffiorata in me, è stato sempre nei momenti in cui m’occorreva penetrare lucidamente le modalità, più che le cause (arcinote; che altro c’è da sapere?), di una discrasia con l’ambiente; nel 2007, in quella casa di merda a Grugliasco, si determinò la concomitanza tra una discrasia a varî livelli da una parte e, dall’altra, il memento costituito dal necrologio al telegiornale; ma da almeno quattro anni i libri e le stampe e i ritaglî che mi sarebbero potuti servire, posto potessero ancóra, erano andati dispersi.

A quel punto potevo solo rendermi conto di quanto la vicenda essenziale di AFC fosse a sua volta invecchiata – fosse cioè comprensibile e dabile solo in quegli anni ’90, e dieci anni dopo fosse diventata altamente improbabile, fuori contesto. Mi resi conto che sarebbe dovuta essere una tappa della mia maturazione, o una delle scelte fondanti, e anche definitive. Se non m’ero deciso, allora, nonostante l’importanza simbolica di questa vicenda di cronaca, a portare a compimento nulla di mio in merito, è perché questa scelta non era stata fatta; scelta radicale che allora non mi sentii di fare, non per la scelta in sé, ma perché non volevo precludermi altre possibilità, evidentemente. O fors’anche perché il mondo stava cambiando più rapidamente di quanto io lucidamente registrassi, e conferendo importanza, al momento tutt’affatto meritata, a quella cosa, avrei corso il rischio di rimanerci legato, se non per sempre, per un tempo troppo lungo.

Dato che sono condannato a riallacciare le fila con tutti i progetti che abortisco, anche questo l’avrei affrontato per senso di dovere e insieme con senso di liberazione. Chiaramente un poema heroico a questo punto sarebbe stato del tutto fuori luogo: in primo luogo non ne avevo né il tempo né la lena – anzi, non avevo lena affatto, e stavo combattendo per qualcosa d’altro, che ai tempi del progetto di AFC non potevo nemmeno supporre. Essendo un progetto morto, potevo rappresentarlo, appunto, da morto. Un’ode funebre è quella che ne è uscita: per AFC e per quello che su AFC avrei voluto scrivere, o di AFC avrei voluto fare; e questo dovrebbe spiegare le campane (appunto) a morto delle anafore – ne manca una, peraltro, come si noterà, e ci sono buchi anche nelle strofe, che dovevano essere 49, divisibili in 7 gruppi di 7 in base alle iterazioni iniziali, secondo lo schema ABaBCDCEED. Non ci fu il tempo di celebrare nemmeno questa specie di funerale privato, perché la scoperta della scomparsa di un cumulo di miei scritti, per un dispetto o una disattenzione – ma credo più per un dispetto, perché nessuno in quel periodo aveva accesso alla stanza, che dividevo con un ragazzo valdostano molto brutto, e non c’era nessuno che venisse dall’esterno a fare le pulizie o cose del genere – mi rese proprio in quei giorni incapace di scrivere. Sembra l’impegno più semplice, e i suoi frutti sembrano i più facili da conservare – anche perché un’invenzione non dovrebbe interessare nessuno; e invece la strana vita in cui mi ritrovo a vivere comporta anche questa difficoltà, a tratti impossibilità.

La tentazione narrativa è rimasta percepibile nel componimento, che fu steso per la prima metà la sera del 23 luglio, e per l’altra metà – dico della parte superstite, ovvio – la mattina seguente, del 24. Non so che cosa avrei fatto, entro la fine della xlix strofa; ma mi tenni aperta la possibilità, fino ad un certo punto, di poter riutilizzare in un secondo momento le 49 stanze come proemiale di un più lungo lavoro, cioè di trattare l’ode come un’unità interna dell’auspicato poema; l’impossibilità contingente di arrivare fino in fondo a questa prima unità naturalmente fece svanire qualunque velleità circa la possibilità di prolungare indefinitamente. Ma l’idea dell’utilizzo della strofe, che bene o male è in sé lirica, come strofa di poema non era da buttare; perché se c’è un problema, a riguardo del verso narrativo, è proprio quello dell’unità strofica, che paradossalmente può essere, dipende da come la si gestisce, meno monotona quando è ridotta all’unità minima che quando è una strofa articolata – la quartina e l’ottava. Sennonché il distico presuppone appunto un trattamento estremamente vigoroso e brillante, che certe umbratilità del mio modo di impostarmi mentalmente il tema rendevano fuori registro – si può benissimo impostare un poema dedicato ad AFC come una giostra degli orrori, o una sequela d’immagini dalle paste acide, ovviamente, ma non era mia intenzione farne un piccolo monumento tardogotico, dato che preponderante, nella mia maniera di accostarmi al tema, era una quantità di riflessioni abbastanza sconsolate. L’ottava decisamente è troppo rigida, e impone una poesia fatta di cose, totalmente materica; e io volevo riservarmi spazio sufficiente al ragionamento, svincolandomi quandunque ne sentissi la necessità da istanze troppo pressantemente narrative, e materiche, e fattuali. La più flessuosa strofe di pindarica poteva avere una sua ragion d’essere, dunque, anche in un poema o un poemetto: automatico pensare a un tot di “canti” da 49 strofe, ognuna di 10 vv., ovvero ciascuno di 490 versi; 10 soli canti avrebbero voluto dire un poemetto di 4900 versi; un componimento di 49 canti, secondo una progressione del tutto aritmetica, non avrebbe portato a più che 24.010 versi, che è circa la dimensione dell’Innamorato o del Morgante, ed è un po’ più della metà di lunghe avventure poetiche come il Furioso o l’Adone. Il tutto, mi affretto a precisare, nel mio solito disinteresse circa l’esser letto o non esser letto – non è quello, certo il problema; ma con la preoccupazione, quella sì, che l’argomento fosse eviscerato come ritenevo dovesse. Quest’obbligo di realizzare un’esatta intenzione non avrebbe rappresentato una difficoltà accessoria, per quanto potesse rallentarmi nell’esecuzione del disegno; sì poté rappresentar ciò tutta quella serie di incidenti. Da ultimo, avendo interrotto la composizione, pensai almeno di copiare e salvare su dischetto il manoscritto; non portai a compimento nemmeno questo modesto progetto: sul vecchio Mac esisteva un file dal titolo AD ANDREA FILIPPO CUNANAN, ma era rimasto vuoto. Poi sparirono, in successione, e il manoscritto, e il Mac, rubatomi in biblioteca in un momento di distrazione.

Un problema che non mi sono posto è quello del mio tipo e grado di coinvolgimento con il personaggio di AFC. Riconoscere in un personaggio il portatore di una problematica, e in quel personaggio il portatore di massima risonanza, per così dire, non costituisce di per sé ispirazione poetica sufficiente: ci vuole un moto di simpatia, un senso di condivisione, per quanto combattuto e dolente, che nel suo caso non mi è mai mancato, sin dal primo momento che passarono per tv la sua fototessera, nel primo telegiornale da me visto che desse spazio alla sua vicenda. Semmai, frustrata rimase la mia intenzione di procedere in senso analitico su un materiale certo e ‘storico’, cioè cronachistico, rigoroso; avrei voluto avere tutto il necessario a disposizione, e poi tappare i buchi, come i vecchî romanzieri cinesi, complementando in base a quello che mi sembrava verosimile quello che nei resoconti mancava. Ma, ripeto, la pubblicistica in merito non m’ajutò affatto; e inventare sarebbe stato per converso inutile, dato che la mia intenzione era proprio quella d’indagare sulla realtà. Fu ingenuità, la mia, perché le problematiche non sono mai eviscerate per filo e per segno, e nemmeno per l’essenziale, finché si stanno producendo; l’unico che avrebbe potuto enucleare la questione, risalendo alle emergenze più significative della propria vita, poteva essere solo lo stesso AFC, o una persona a lui vicina dotata di straordinaria capacità di penetrazione. E la letteratura che lo riguarda, legata per giunta alla notizia ancor fresca, è stata, del tutto prevedibilmente, troppo modesta, superficiale e insulsa per permettere una simile ricostruzione, per quanto circospetta, scrimitosa e paziente. Si trattava, poi, di distanza culturale, esperienziale. Non nego alla mia capacità di penetrazione l’eventualità di un successo in questo senso nel caso in cui avessi avuto la possibilità, non del tutto a caldo ma nemmeno a troppa distanza dai fatti, di verificare di persona gli eventi attraverso le persone più o meno direttamente riguardate: ma non è ufficio mio, e sarebbe stato da una parte troppo pretendere e adoperarsi, dall’altra un uscire di tema: avrei potuto confezionare un ottimo resoconto, tanto più illuminante quanto più inconciliabile con qualunque poesia. I casi della vita, come in tante altre circostanze, hanno congiurato a non farmi pervenire a nessun esito definitivo; ma la possibilità materiale di arrivarci mi avrebbe dimostrato che era comunque impossibile.

AFC, in tutto questo, rimane un’apparizione improvvisa, una meteora impazzita, in grado di sollevare un rilevantissimo problema in modo plateale e in certo senso, in questi anni, perché no?, addirittura ‘superato’ – temo più per un deciso peggioramento delle circostanze che per un progresso effettivo. È stato, non l’unico e il solo, ma certo l’ultimo, a ben guardare, che abbia portato l’intollerabilità della sua condizione esistenziale all’attenzione del mondo tra schizzi di sangue, e la sua vicenda ha ancóra uno strascico amaro e realmente tragico; dove la condizione eroica coincide con la solitudine – ipo-, e non apo-geica –, garantita dalla condizione esistenziale e dalla mancanza totale di un retroterra e di validi punti d’appoggio, in compresenza d’un orgoglio satanico lasciato inutilmente al mondo perché lo calpestasse; dove il destino tragico è costituito dal pregiudizio, quel dover-credere-così-perché-le-cose-siano-così, ed è questo che ne fa l’unica efficace sopravvivenza della magia nera nella contemporaneità; dove il turbamento di uno status quo ante è garantito dalla tenacia con cui un ricordo, almeno nei casi più direttamente implicati, rifiuta di precipitare nell’oblio, mantenendosi anzi ben inciso in talune memorie.

Ma AFC, come figura, è fatto solo per sollevare il problema, nel suo brutale grado zero, non certo per risolverlo. E, no, non è un limite suo: io credo che solo una feroce lucidità, una spaventosa consapevolezza possano averlo condotto a compiere più volte il gesto estremo, e non una presunta incapacità di trovare “soluzioni” in altre direzioni (quali? Chi mai ha “risolto” il problema?). Volgendo le armi contro chi condivideva, apparentemente da posizioni più privilegiate, parte del suo modo di essere, non ha né dato prova di non-accettazione della propria sessualità, né ha inteso punire alcun ipotetico tradimento: ha ribadito, per l’ultima volta prima di cedere al peso del proprio, la presenza esclusiva del vuoto esistenziale ed essenziale in un numero casuale di omosessuali, a lui noti o ignoti, imponendo nel modo più esecrabile possibile, e quindi il meno ignorabile, la questione tabù della nostra infernale dipendenza – di tutti, nessuno escluso – dal gioco delle opportunità – come porta che può aprirsi una volta, poche volte, mai –, dall’opinione corrente, dalla scelta altrui. Il tempo stesso gioca a vantaggio del pregiudizio, selezionando una dorsale sempre più sottile di tipologie sempre più compatte, e rassegnate, di outsider sempre più solo nominali: tutti gli altri, eccettuati i pochissimi che uccidono (beh, per fortuna), scivolano, semplicemente, fuori dalla vita, diventando invisibili in molti e non necessariamente incruenti modi. Rimane sempre la possibilità, per lo hard-worker, di ovviare a quel vuoto con un compagno mite e stempiato, e con l’intossicamento aziendale; ma ho detto ovviare a, non colmare. AFC è stato l’ultimo a diventare un mostro come conseguenza esclusiva di una condizione sessuale, e – per conseguenza profondamente non voluta – esistenziale. Per quanto ripugnante sia il crimine, una volta commesso è data solo una cosa più ripugnante ancóra: vanificarne la scandalosa portata, l’orrore, sciogliendone il significato in una diagnosi di sociopatia, di follia omicida, di compulsività paranoide – rendendolo, per giunta, di nuovo e di nuovo possibile, solo che il solenoide dei probabili torni nuovamente, come farà sempre, prima o dopo, a incurvare in giù o ad innalzare la propria linea, mutevole e sempre uguale a sé stessa.

È un caso-limite, e ha tutti i – chiedo scusa per il bisticcio – limiti del caso-limite: da una parte non può assurgere a regola di nulla, dall’altra però è universalmente significativo perché rappresenta l’esasperazione di qualcosa che riguarda tutti.

Tutto questo più per concludere un discorso molto tempo fa iniziato, in anni che sembrano distanti ère geologiche da GayPride varî, e dibattiti su pacs e dico, ma non affatto perché questi abbiano segnato un mutamento positivo nel costume, ma, al contrario, perché rappresentano tanti piccoli spostamenti dell’attenzione dal problema fondamentale, che è un problema disperato: l’unico cambiamento dirimente per gli omosessuali non essendo affidato a loro, alla loro capacità di elaborare modelli di comportamento, di fare scelte di vita funzionali o di mutare il proprio atteggiamento nei confronti della comunità di cui sono a varî titoli parte, ma alla piena accettazione da parte del contesto: una circostanza dalla quale siamo lontanissimi, non nel senso che essa paja indefinitamente lontana nel futuro, ma nel senso che, assai peggio, appare totalmente fuori contesto, al punto da non parere nemmeno auspicabile da parte di molti omosessuali, che condividono con il contesto la sensazione, diffusa a tutti i livelli nei nostri anni, di giochi ormai conclusi, di conquiste ormai sostanzialmente conseguite – tanto da lasciarci liberi anche di optare, a volontà, per una leggera, superficiale involuzione. È un’umanità, in genere, ormai del tutto stanziale, propensa alla costruzione di reti private di rapporti interpersonali e intesa in genere alla comunicazione di segnali di rassicurazione: preventivamente, cioè, vôlta ad eliminare il problema dal proprio campo visivo più che, veramente, dai proprî orizzonti, o ad abbracciare nelle proprie prospettive solo modelli e schemi limitati e funzionali alle esigenze più elementari e immediate. Normale sistole di una tendenza, durata anche fin troppo, all’adozione se non all’elaborazione di schemi di ampia portata, è una tendenza che tuttavia lascia tutto quanto non è stato risolto in precedenza allo stato di magma incontrollato. Il timore preventivo che un’attenzione troppo pronunciata a certi meccanismi sia foriera di conseguenze violente o incresciose, quasi che esse non fossero nei fatti, ma in chi li investiga – anche se alla presa di coscienza dovrebbero sempre o quasi sempre conseguire azioni – trasformano certe questioni, che si credevano solamente vecchie, in roba da preistoria; senza che da allora si sia fatto un passo in avanti.

Ma anche per chi scrive tutto questo, al meriggio pieno, abbacinante in cui si è consumato il suo crimine privato, è subentrato da anni il crepuscolo dell’assuefazione, quella penombra che sola è in grado di far distinguere con chiarezza gli oggetti: ma è chiaro che è il meriggio l’ora giusta, non il momento che precede di poco il declino del giorno.

Quanto ho scritto in merito è troppo lungo e articolato per poter essere considerato un semplice ‘cappello’ a quello che segue; che non merita assolutamente, peraltro, troppo approfondite precisazioni e inquadramenti, giacché si tratta di cosa modestissima. Gli è che mi correva l’obbligo di mettere in chiaro, più per me – mi dispiace! – che per chi passa di qui le ragioni, non per le quali un simile argomento m’è parso poetabile – poteva essere solamente un capriccio, se è solo per quello –, sibbene i motivi per cui mi ha accompagnato per tanti anni senza peranco portare ad alcun risultato sensibile.

Se non quel mazzetto di versi, brutti, va da sé – quali versi miei non sono brutti? – che seguono. Mi sembra infatti doveroso, per quanto sia totalmente inutile, far presente che essi non sono affatto all’altezza di quello che avevo in mente; ma riflettono i precedenti e altri ragionamenti, e poi sono frutto di un fortuito ritrovamento, a cui volendo potrei anche riferire alcunché di fatale. Dopo aver tutto e regolarmente perduto, mi parrebbe ὕβρις allo stato puro risbatter via quello che contro ogni speranza ho ritrovato. Per me è come salvare quel mazzetto di foglî superstiti, innanzitutto; che decifrerei, trascriverei, salverei anche se avessero contenuto tutt’altro, e di rilevanza ancor minore. Trattandosi di questo, a maggior ragione decifro e trascrivo e posto; senza ovviamente correggere le asimmetrie o smussare le asperità o integrarlo in alcun modo: dato che il destino ha voluto, questa è la forma in cui questa cosa deve fatalmente comparire, sia che qualcuno (e ne dubito; ma non importa, affatto) sia interessato, sia che no. Inoltre mi sarebbe impossibile, ormai, metterci le mani in qualunque modo.

Ad Andrea Filippo Cunanan.

(31 agosto 1969-23 luglio 1997)

1. Sì; è questa sera: scorsa mezzanotte,
Mentre il frastuono – dura da due ore,
Tre ore –, e ininterrotte
Le vibrazioni dell’unz-unz, l’ardore
Falso, o alcolico, di motti e di risa,
E vaga e onnipresente la funesta
Ombra dell’impotenza quasi uccisa
Han surretizia volontà autoimposta
(Che poco può, ma molto sangue costa)
Già vessata dal re dei mal di testa,


2. È questa sera, in cui al patimento
Della felicità greve, infelice,
Anche il caduto vento
S’aggiunge, e l’afa aspra tormentatrice;
In cui l’aere, che ha il piede incatenato,
Fa sì che al foglio riempia ogni vivagno
Variando il carme sempre riniziato,
Nell’amarezza mia, cupo ristagno,
Che alle basi corrode il tralicciato
Tenue dell’equilibrio risicato;


3. È questa sera, in cui torbida vena
Aprendo in faccia al mondo, il mio disdoro
A due pagliuzze d’oro
Prese nel mezzo alla melmosa piena,
Premendo in cuore l’astio ed il sospetto,
Non ascoltando il disinganno atroce,
Di scongiurare timido commetto;
E sciolgo incerta & arrochita voce;
E ancóra grazie, se infiochiti i canti
Scordan la scaturigine nei pianti;


4. È questa sera in cui, stizze volanti,
Anche i mordaci insetti noje aggiungono
Mentre a frotte mi pungono,
Attratti dai grafemi sfarfallanti
Sullo schermo racceso spesso, e spento,
Giusta le intermittenze della musa,
O quando a toglier virgole, o un accento
A porre, o intorno a un giro che non s’usa
Più da quasi un millennio a interrogarmi
Non sto; è questa: potrei mai sbagliarmi?


5. È questa sera, in cui steso stremato
Sul letto, intendo funebri rintocchi,
Né oso girar gli occhî,
Benché dai ritmi l’aere saturato
Sia dalle ingrate solfe popolari;
E dimentico infine del fracasso
Di sedie smosse e rudi conversari,
Mi sento il cuore, benché già di sasso,
Opprimere di pena. E poi m’appari,
Ombra a cui domandare altro non vieta
Che inanità, ben tutta ombra segreta.


6. Questa è la sera; in cui tutto mi dice
Che non soltanto questa che trascino,
Ma, dato il mio destino,
Ogni esistenza avrei tratta infelice:
Che non saperi, genio no, non forma
Proporzionata, non pietà, non forza,
Non facoltà d’imprimere fond’orma,
Non quanto non inscrive questa scorza
Fragile, e nata pronta per la morte,
Nulla avrebbe mutato la mia sorte.


[7a.] <…>


7b. Eri l’eroe di certa sconciatura
Di mio poema heroico – altra protesa
Sul mondo ombra inattesa –,
Mi parve ineditissima fattura:
Sfondo di palme verdi e mura bianche,
E auto di lusso e lùbriche avventure
E inconfessati abissi d’idee stanche,
Speculative incòndite torture:
E avevi in volto sufficiente vuoto
Da animarlo a pro mio, secondo il noto.


8. Eri l’eroe della mia miniserie
Preferita in tivvù – all’ora dei pasti
Io puntualmente i tasti
Premevo del comando, e le miserie
Familiari inseguivo, e la tua forse
Pazza madre, e fallito il padre, e ontosi
Ricordi dei compagni, e le risorse
Superiori alla media, e (i teste ombrosi
Concordavano in ciò), a quel che pare,
Su cui dev’essere obbligo contare.


9. Eri l’eroe i cui promettenti giorni
Striò d’accidie con ombrie di lutto
La Vanità del Tutto,
Non estranei può darsi i primi scorni;
Il tuo tesauro letto integralmente,
I filosofi amati, tutto, invano
Compulso e meditato ingenuamente,
Prima di dar risposte, di tra mano
Ti sfuggì, salvo un foglio o due negli anni,
Pirausta in forgia dei tuoi disinganni.


10. Eri l’eroe che in sé l’émpito enorme
Sentendo, in sé lo volse, e in vesti chiare
Cól servire l’altare,
Le brame occultò oscure, e non difforme
Dai dettami del prete, al suo sacrario
Approfittò per chieder qualche lume
All’ente superiore immaginario;
Di vino zuccherino tutto fiume
Vide scorrere, e le ostie sbriciolate
Duemila salme avrebbero colmate;


11. Eri l’eroe che appese alla fredd’ara
Ogni perché, e risposta attese; e il cielo
Con silenzio di gelo
Gli rispose; e gli fu del pari avara
Di lumi l’evangelica finzione:
(Sferiche perfezioni, alme e feconde
Non sanno di pietà, o consolazione;
E a notte alta, splendide e profonde
Le azzurrità dei cosmi a te rapito
Richiamo ripetevano, & invito).


12. Eri l’eroe, tu, che intuì nel cuore,
Innocente e spietato, delle cose
Le forze poderose
Mosse ed avvinte dal comune amore;
Che non sanno precetti, che a comandi
Non sottostanno, che hanno insciente e forte
Crescita senza téma, e fatte grandi
Son tutte vita, e muojono ogni morte,
Vampa che pure spenta il Tutto alluma,
E inconsumabilmente si consuma.


13. Eri l’eroe che ad ingrandire accinto
L’anima incontenibile e felice
Dall’invida pendice
Fu assorto nei suoi crolli, e al masso avvinto,
Ennesimo Prometeo preventivo
Senza saper perché, tra pianto e sdegno,
Semimorto captivo ossia malvivo
Mai diede corpo al flammeo disegno;
Negli occhî degli altri uomini, ahinoi, sono
Vita, speranza, slancio ed abbandono.


14. E i tuoi occhî che in trono in biondo viso
Eran capaci dei più intensi lampi,
Gli occhî che i campi
Scorrevano del fondo paradiso
Quasi ogni notte aperto a noi nei cieli,
Gli occhî aperti alla vista e alla visione
Volgesti in occhî altrui, specchî di geli,
Plumbei veli, maestri d’oppressione,
E, come già tropp’altri, avvinto al masso,
Li fissasti solo alti, o troppo in basso.


15. E i tuoi occhî gentili, affascinati
Per natura dal guizzo delle cose
Tènere e luminose,
E ad un tratto stornati e allontanati
Dal convincersi che, no, tra le belle
Cose prive di peso ed innocenti
Non c’è posto per te, e persino a quelle
Sarà insegnato a emettere lamenti
Quando d’avvicinarti farai prove,
Come fece Marpessa in grembo a Giove;


16. E i tuoi occhî severi, fatti all’uopo
Per sceverare il buono dal malvagio
E veglie di disagio
Destare all’atto reo, al meschino scopo,
Come abbassasti quando ti s’apprese
Che tra famiglia; circoli; commercî;
Istituzioni; popoli; e (sei) chiese,
Come i relitti umani, e dei più lercî!,
A malapena a due, tre appartenessi;
Purché gl’infimi posti vi tenessi.


17. E i tuoi occhî perversi, balenanti
Delle più smisurate cupidigie,
Le reprimende ligie
S’avevano di poi sempre davanti
Dei benpensanti a cui di snaturato
Nulla si vieta, e a cui ogni misura
Ridotta è al velo dell’impalesato,
E ai flati di famiglia, e di natura
(Le stesse, alle stessissime animacce,
Da stiparci empietà fruste bisacce!).


18. E i tuoi occhî pudichi, vergognosi
Di spettacoli osceni, ahimè oltraggiati
Dai nervi prolassati
Di preti obesi, e vecchî biascicosi!
Oh sconsolato Andrea, cui tenerezze
Deve l’aurora della vita amara,
Quanto anzitempo, largo di schifezze,
Ai suoi orrori il mondo ti prepara!
Quanto anzitempo spenti gli entusiasmi
Dal contatto obbrobrioso coi marasmi!


19. E i tuoi occhî curiosi, fatti apposta
Per cercare il perché di tutto, o quasi,
Ripiegati sui casi
Tuoi inestricabilmente – ah quanto costa
Neoplatonico more, quando unito
A basso ceto e povertà paterna!
Sicché lo sguardo edace impoverito
Sia di quanto ci dà vicenda eterna
Di bello e brutto immensurato il mondo!
Occhî acuti abbassati in cieco fondo!


20. E i tuoi occhî ridenti senza téma,
Senza passar dal necessario pianto,
Disillusi frattanto,
Perduta la felicità suprema
Di fissarsi sul Tutto ingenuamente
Con sardonico rictus le querele
Intime censurando ostile e ardente
Presero il lampo che idolo crudele,
Fissa sulle ostie, sicché il balenio
Pari negli occhî ebbe & l’offranda, e il dio.


21. Eri bello, di quell’essere bello
Ch’è fatto per brillare un’ora sola;
Come cosa che vola,
Come cosa che intorno a qualche avello
Fiorisce o aleggia, a consolare invano
Quella che avrà sua propria sepoltura,
Come cosa che l’incontrare è strano,
Sfuggita per un caso alla testura
Scrimitosa per solito del vaglio
Ch’arduo è travada mai per qualche sbaglio.


22. Eri bello, ma fragile, parvenza
Tenue di scolorito paravento
Sotto il falso ardimento
Di via via meno nitida evidenza;
Ché quanti più rodeva il Tempo gli anni,
Tanto più consumava un freddo fuoco
Dall’interno gl’inconfessati inganni,
Tanta meno allegria avvivava il gioco;
Fu morire avvedersi che alcun’arte
T’avrebbe schiuso asili in qualche parte.


23. Eri bello, ma l’inveduta soma
Dei popoli scaduti, o antico morso,
Ti gravava sul dorso;
Dalle periferie tu del genoma
Giunto; & in seno a libertà ineguale
Denunciava il tuo ceto ereditario
La stessa obliqua tua grazia orientale;
Estrazione e livello censitario,
Tutto era chiaro nei tuoi tratti infidi,
Subalterno retaggio d’altri lidi.


24. Eri bello; e le fumide promesse
D’un avvenire in aule polverose
In mezzo a carte annose
Null’avevano in sé che t’attraesse;
Spontaneo amore attratto aveva invano
La precoce attenzione all’erto vanto
Di slancio alzate dall’ingegno umano;
Altro non c’era che gettarlo a un canto,
Reso necessità: venne in sospetto,
Dovendo mendicar vita e rispetto.


25. Eri bello: a che pro al tempo commessa
Una felicità d’ora negata?
Investire a che pro, se è già passata
Virtualmente la vita a te concessa?
Perché amare, se, eterna ombra alle terga
Traendo, ti rammenti quel motivo
Per cui solo odio dentro un cuore alberga?
Perché vivere, quando non è vivo
Se non ciò che avversione mai non priva
Di dignità, & di libertà nativa?


26. Eri bello, e il sorriso era uno squarcio
Nel volto a te, come squarciare suole
Nembo aggrondato il Sole;
Avevi il cuore tutto secco, o marcio.
E l’anima insensibile al tormento
Che si voleva infliggere nel mondo,
Escogitò sottrarsi al patimento
Cól rifugiarsi in irraggiunto fondo;
Così per vendicare inulti torti,
Nel tornare, si mascherano i morti.


27. Eri bello, e lo sguardo ardimentoso
Del primo pelo e quello acre impudico
Proprio del vizio antico
Già si perdeva in te, non speranzoso
D’altro che di sollievi ai patimenti
Del possessore dei medesimi occhî:
Oh non represse spasimi violenti,
Oh non guaì gemendoti ai ginocchî
E gioventù e canizie? Ed il tuo cuore
Non tacque forse al tuo parlar d’amore?


28. D’odio feroce esulcerato il petto,
Lo stomaco ed i lombi, glubescente
La puerizia fiorente
E la vecchiaja, ai sordidi costretto
commercî tutti, nei torbidi istanti
In cui rovescia al giudice interiore
Gli scranni impulso ardente negli amanti,
E nel lago degl’incubi il rossore
Affogando risveglia il non confesso,
Sempre in non-te mutasti, oh dio, te stesso!


29. D’odio feroce inebriato allora
In impeti, in sussulti la primeva
Rabbia si traduceva
Che il senno annebbia, e il volto discolora;
Infojato vampiro, ai tuoi diletti
Chiamando le agonie delle tue prede,
Tra laccî i membri torturati e stretti,
Di pene eletti capricciosa sede,
Infine tu il padrone, infine forte,
Dispensavi la vita, in uno, & morte.


30. D’odio feroce, mai lenito, in notti
Allucinate intossicato, sfatto,
Tabescente ritratto
Di Ganimede, tossici corrotti
Altrui mescendo in coppa, sterminata
Serie d’estenuatezze concependo
Sempre nuove, una folla strambasciata
D’ostie all’oscuro dio frante adducento,
Ridevi; e a te, tra te, con muto suono
Dicevi: Ma te no; non ti perdóno.


31. D’odio feroce armato, non potendo
Dar sfogo ad esso sopra tutto un mondo,
Nell’abisso profondo
Del tuo inferno ogni grido reprimendo,
Quella parte di mondo a te concessa,
Di piaghe avida carne a te immolata,
Le anime schiave – e la tua carne stessa,
Aperta l’una, l’altra deflorata,
Tutta avocavi in tuo potere; e il vanto
Per sempre in te seccò l’urne del pianto.


32. D’odio feroce cinto inutilmente
Eri, dunque; ché un mondo in leggi & arti
Doveva ammaestrarti,
E le ardue strade schiuderti arduamente
Del merito, e assegnare alle conquiste
Le faticose roveri; ma spinto
Tra oscure case e vie, tutte non viste,
Per quanto atroci, e di latebre cinto,
Luminoso benché, le imprese e te
Rimanevate occulti; e ha il suo perché.


33. D’odio feroce spinto, al vero agone
Per sempre ignoto, invano audacemente
Cotest’empia missione
Perseguivi cól corpo e cólla mente:
Era tutto perduto: e la distanza
Dalle luci tranquille delle case
Industri, e una generica ignoranza,
Altro che questo, oh Andrea, non ti rimase;
Se non pena più forte, e l’accresciuto
Odio di decadente prostituto.


34. D’odio feroce vittima senziente,
Da pervertito impulso travestito,
Dall’orrido infinito
Della tua colpa verso te il veemente
Spirito distraendo, ancor più a fondo
Puntando disperando, estrema sfida
Plausibile per te (scarto del mondo),
Riscatto inverso & émpito suicida,
Chiedesti all’imo d’ogni odioso errore
Oblio alla mente, e fredda morte al cuore.


35. Tacque il mondo insensato; eguale terra
Arida e senza verde lo coperse;
Un ramo non s’aderse
Contro di soli immoti ustoria guerra;
Non diede frutto più l’avaro fianco
Dei colli brulli e delle piane aduste;
Non registrò mai più il porfido stanco
Nelle città deserte storie auguste;
Quanto di bello o grande aveva il mondo
La terra s’ingojò nel morto fondo.


36. Tacque il mondo insensato; avaro cielo,
Immoto al pianto, ingiusto o giusto, dardi
Non scrimitosi e tardi
Lanciava sopra lui, e il tenue velo
Delle atmosfere gli levò, lasciando
Che in cielo nero rifulgente enorme
La Morte l’esurisse, sgretolando
Quanto era vita in esso, e del deforme
Globo d’impurità l’empietà avita
Bruciando via cól bene, & cólla vita.


37. Tacque il mondo insensato; e il germe umano,
Memoria idealistica e fallace,
Svelò il fondo inferace
Di rozzo meccanismo opaco e vano;
Tolti d’usi, di razze, lingue, nomi
I veli mendicati, sopra il dorso
Del mondo stirpe identica d’automi
Seguiva, assorta in sé, l’usato corso;
Non uomo urlava alle latebre fonde
Dei cosmi: Ehi! Non c’è un dio che mi risponde?


38. Tacque il mondo insensato, e al nudo sguardo
T’apparve il nulla donde è materiato
Per natura il peccato;
Ovviamente, apparì troppo in ritardo.
Di squallida menzogna finalmente
Rivelando il suo vero fondo, innanzi,
Onore, Pietà, Amore nudamente
Carogne avesti, e puzzolenti avanzi.
Era vuota la Terra, e il disinganno
Mostrò più atroce il tuo inutile affanno.


39. Tacque il mondo insensato, e se una voce
Si levò, parlò a te, e parlò beffarda;
Dicendoti: Oh lì guarda
Lui che fu verso sé tanto feroce!
Che voleva fuggire, e via non corse,
Tanto che la sua lunga titubanza
Come il più greve fallo gli rimorse!
E adesso, oh Andrea, che tempo non avanza?
E adesso che farai? Guàrdati intorno
Al lume osceno, ormai, del vero giorno.


40. Tacque il mondo insensato, e il grido crebbe
Di mille voci ignote a te, d’accusa:
Anima però illusa,
Il Mondo ti sedusse, e per sé t’ebbe!
Questo è il Mondo, non vedi?, l’insensato
Globo dall’austo dorso senza vita,
Il Mondo inutilmente vagheggiato,
Felicità impossibile e proibita;
Solo odiandolo o amandolo il pensiero
Lo forma; eppure, e sempre, ah! non è vero.


41. Tacque il mondo insensato, ed un sussurro
T’accarezzò pietoso: Era struggente,
Di’, il cielo risplendente
Di mondi e soli d’oro in campo azzurro?
Di’, ti ricordi quanto prometteva
L’alba dei tuoi primi anni, e di rugiade
La primavera i campi, a te!, spargeva,
Soffondeva di luce, a te!, le strade?
Mai tutto ciò tra i cosmi vagì in culla;
Io fui; ma, fuor di me, c’è solo il Nulla.


42. Era il Tempo; era il Tempo, che un istante
Solo, e per te, per tanto immenso errore,
In mezzo al muto orrore
Voce assunse, e parlò. Le ore rimpiante,
Le ore annojate, le ore torturate,
L’effimero tesoro dissipato
Manda simili voci disperate
Quando il presente è vinto dal passato.
Torna al Nulla la Terra; e che conforto
Chiederai ora, Andrea, che il Tempo è morto?


43. Era il tempo, la prima volta in vita,
D’assecondare il moto irresistibile
Del Tempo irreversibile,
Repente sulla Terra annichilita.
Tiranno incomportabile e severo,
Indifferente al fasto tributario,
Ma a cui si piega ogn’irto nonvolere;
Potere a cui piegarsi è necessario,
Perché il suo trono da infinita altezza
Se crolla sempre, mai perciò si spezza.


44. Era il tempo di chiederne ad Astrea,
Regina decaduta, e avvinta al trono
Non proprio, ma di Crono,
Giudice sempre della gente rea;
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520. Il barocco letterario nei paesi slavi.

2 Feb

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Una pagina (1679) di Simeone Polockij



Il Barocco letterario nei paesi slavi, Giovanna Brogi Bercoff cur., La Nuova Italia Scientifica, Roma ott. 1996. Pp. 315.

Utile ad un discorso generale sul Barocco, e dunque non solo incentrato sull’Europa occidentale, centrale e meridionale, questo volume raccoglie 9 saggî di studiosi, italiani e stranieri, sulle letterature barocche della Dalmazia e Croazia (Francesco Saverio Perillo), Slovenia (Sergio Bonazza), Boemia e Moravia (Alena Wildová), Slovacchia (Eduard Petrů), Polonia (Luigi Marinelli), Rutenia (vale a dire Bielorussia e Ucraina, Oxana Pachlovska), Russia (Giovanna Brogi Bercoff), Serbia (Věnceslava Bechyňová), Bulgaria (Krassimir Stantchev).

In linea generale il panorama che offre questa carrellata, sui cui limiti si pronuncia chiaramente la curatrice e russista Brogi Bercoff – essenzialmente è una veste d’Arlecchino, il libro non è unitario e ogni studioso ha proceduto come meglio riteneva, pur garantendo un minimo lavoro di squadra –, colpisce il lettore slavisticamente analfabeta come me per l’unità granitica di fondo; nonostante per tutti questi paesi il Seicento, e anche il secolo seguente, sia stato un periodo importante nell’autodeterminazione, anche linguistica, ma soprattutto nazionale delle singole entità nazionali.

Tutte queste nazioni hanno avuto un riconoscibile Barocco, salvo forse la Bulgaria; la più tardiva è stata la Russia, dominata, dalla metà del ‘600 in poi, soprattutto dalla figura di Simeon Polockij, che significativamente è ruteno di nascita, e dal 1664, come via via altri intellettuali ruteni, si ritrova cooptato dalla corona della Moscovia a concorrere alla costruzione di una cultura propriamente russa. Ma, seguendo un prevedibile percorso, simile a un passaggio di consegne che dall’Occidente europeo porta, si dice, persino dentro l’impero Turco, la Rutenia è a sua volta debitrice della Polonia, che ha avuto decisamente la fioritura barocca più spettacolare e originale – oltre che la più ricca di opere, per quanto può trasparire dalle descrizioni offerte nell’ottimo saggio dedicato a questo paese, dall’intensa e ambiziosa progettualità, del tutto in grado di aggiungere, da una parte, un’individuata declinazione territoriale allo spettro, già amplissimo, del manierismo-barocco europeo, e dall’altra di dare contributi interessantissimi, con le sue personalità, all’opulenta retorica della temperie.

D’àmbito, per esempio, boemo, e tutto “locale”, il curioso testo di cui si dà breve conto a p. 106:

“Fra gli scritti di carattere storico locale si distinguono le Paměti kutnohorské [Le memorie di Kutná Hora, 1675] del gesuita Jan Kořínek, […]. Strutturato in capitoli separati, i cui titoli richiamano simbolicamente i nomi dei pozzi di questa città mineraria, è questo uno dei testi più interessanti e originali della narrativa barocca ceca. Gli episodi del passato, le leggende e i fatti raccolti nell’ambiente locale sono resi con uno stile vivace e un lessico assai ricco, che spazia dal livello letterario a quello popolare e specialistico; a beneficio dei lettori, Kořínek aggiunge poi un glossario dei termini dello slang dei minatori”.

In cui tuttavia si riconosce un chiaro programma, che secondo questa poetica ha sempre laboriose implicazioni catalogiche e sistematizzatrici, di poetizzazione del mondo: il discrimine tra presunto ‘saggismo’ erudito e poesia è labilissimo, e infatti questo è un testo narrativo.

Lo stesso vale per due opere ancor più spiccatamente barocche come i due relativi capolavori di Polockij, il Rimologio e l’Orto polianteo, enciclopedie o dizionarj simbolico-analogici utili all’introduzione di un nuovo universo di significati nella cultura russa della sua epoca (p. 238), e altre opere di varj paesi, il cui grado di ambiziosità e di faticosità compilatoria in larga misura non sono apparentemente inferiori a quanto di più appariscente e voluminoso andava facendosi in Europa; segno anche di una tempestività della letteratura specialmente italiana, e specialmente meridionale, nel fornire al mondo modelli utili all’ordinamento della cultura, all’ampliamento degli spazj speculatìvi, alla generazione fisica di poesia, al ripensamento delle tradizioni letterarie, sia quella condivisa, umanisticamente intesa, sia quelle locali.

Va da sé che le zone, letterariamente descritte per prime, viciniori all’Italia, come la Dalmazia, la Croazia e la Slovenia (la Serbia, non per caso lasciata in fondo, prima dell’esposizione del “problema bulgaro”, rimane non affatto esclusa da questo movimento, ma ha una sua specificità), sono le prime a subire il forte impatto del manierismo e del barocco italiano, nelle due figure-chiave di Torquato Tasso e Giovan Battista Marino. Ragusa è lo spartiacque tra la cultura italiana, attraverso Venezia che è città votata al culto del Marino e insieme la patria del romanzo e insieme la prima industria culturale del Paese attraverso le sue stamperie; sono legate a questa città le figure innanzitutto di Ivan Gundulić, alias Giovanni Gondola, che, sulla scorta del Marulo (Marulić), primo ‘500, contribuiva all’epica locale, secondo moduli tassiani, e poi quella, fondamentale per tutto il mondo slavo, e portatrice di un messaggio panslavo a cui tutte queste terre saranno sensibili per molto tempo, di Mauro Orbini, pure raguseo, che stampò a Pesaro, 1601, il suo fondamentale Il regno degli Slavi. Tendenze centrifughe e centripete riguarderanno l’intera Sarmazia per parecchio tempo a venire – riguardano anche il nostro tempo, se è per quello – e significativamente il Seicento coincide anche con il momento della massima espansione, avvertibile in tutto l’Est dalla metà del secolo, della Russia, con la sua funzione di agente coesivo generale. Che poi questa funzione panslavista sia al giorno d’oggi abbondantemente rientrata si nota specialmente, e pesantemente, nel saggio dedicato all’Ucraina/Bielorussia, che appare meno equilibrato di altri nel rilevare sia l’indipendenza della Rutenia (della Rus’) dalla Russia, la sua più antica e superiore cultura, e il debito che la Moscovia sorgente contrasse all’origine con personalità bielorusse e ucraine. Anche perché tutta la produzione originaria della Rutenia appare di fatto scarsamente attraente, rimanendo legata alla Chiesa, esattamente come avviene per la Russia in un primo momento, e se è vero che è ad un ruteno – il citato Polockij – che spetta l’aver dato alla Russia un primo stile letterario moderno, esso si è espresso in Russia mentre la Rutenia andava rapidamente perdendo forza e prestigio in campo culturale – segno che in Rutenia difficilmente avrebbe potuto aprirsi, come fece, pure piuttosto lentamente e gradatamente, alla modernità.

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Giovanni Andrea Morsztyn

I casi più speciosi rimangono, appunto, quelli delle regioni orientali più prossimi all’Italia, che stampano in Italia, a Venezia e altrove, sia in italiano sia in lingue slave (e c’è persino un raguseo italianizzato, molto importante per la fioritura veneto-barocca del romanzo, Gio. Fr. Biondi, col suo Coralbo ben noto ai lettori di cose secentesche; personaggio di cui qui non si parla, perché appartiene tutto alla letteratura italiana); e quello della Polonia. La Polonia, quel paese che dalla metà del ‘500 ca. alla metà del ‘700 ca. amava dire di sé che il proprio governo si basava sul non-governo – circostanza che poteva, a seconda, esser presentata come un vantaggio o uno svantaggio – ed era dominata da una piccola e media nobiltà terriera che sostanzialmente curava gli affari proprî senza preoccupazione di quasi nient’altro, a partire dalle Diete, ha, a differenza di tutti gli altri paesi descritti, più fasi del Barocco, esattamente come l’Italia, o la Germania, circostanza che stupisce perché esso, nella sua declinazione più propriamente marinista (sopravvivono 17.000 anonimi versi della traduzione, “Adon”, del capolavoro mariniano), giunse assai presto nel paese, vi si diffuse, continuando la tendenza marcatissimamente tassesca della fine del ‘500, veicolata da traduzioni assai tempestive, ed ebbe una fioritura ricchissima, paragonabile ai maggiori centri barocchi occidentali data la copia di nomi e di titoli prodotti, oltre alla fecondità veramente smisurata di tutti i principali autori; e stupisce ancor più se si considera il fatto che essa maniera barocca, come avviene nella provincia dell’impero marinista, e non solo, alla fine del XVII secolo non s’interrompe affatto, ma prosegue, per quanto sia un tessuto connettivo che progressivamente si sfilaccia e perde omogeneità, per tutto il secolo seguente, toccando persino il primo quarto dell’Ottocento. Chiaramente, il marinismo propriamente inteso perdura fino alla fine del veramente barocco, per entrare in crisi avvertibile entro il primo quarto del XVIII secolo; questo, pur non implicando una fine del Barocco polacco o slavo, come s’è detto, impone alcuni nomi su altri: la prima fase del Barocco è tassista-marinista, ed è dominata dalla figura di Kochanowski, che è autore dell’altro testo di massima diffusione panslava, e che sarà poi introdotto anche da Polocki, di nuovo rimaneggiato, in Russia, e cioè la liberissima traduzione della Liberata, che si diffonde in tutta la Sarmazia col titolo di Goffred a partire dal 1618; consacrati al marinismo sono Lubomirski e i quattro fratelli Morsztyn, che accompagnano una buona parte del secolo con i loro componimenti, e anche le loro imitazioni – marinisticamente anche loro leggevano “col rampino”, o “ronciglio” che dir si voglia -; mentre la seconda parte del secolo è dominata da Kochowski (definito “un Kochanowski senza una sillaba” – per dire che ad essere un nuovo Kochanowski gli mancava solo quella) e da Wacław Potocki, ricordato su qualche lessico anche nostrale soprattutto perché antenato del ben più famoso Jan, l’autore del Manoscritto trovato a Saragozza.

Il Seicento polacco è definito il “secolo dei manoscritti”, dagli studiosi, proprio perché si stampava piuttosto poco: e pochissimo stampò Potocki, il quale è simbolo della decadenza della fase eroica del Barocco; a parte una sua Argenida, 1697, ispirata al capolavoro (relativo, ma ebbe un’influenza incalcolabile su tutte le letterature d’Europa; in Italia la sua latina Argenis fu tradotta dal dott. Francesco Pona, veronese) del Barclajo, Potocki, sociniano e caduto politicamente ai margini della sua epoca, scrisse una quantità incredibile di romanzi in versi e componimenti poetici, interessanti quest’ultimi perché costituiscono, in due enormi sillogi, di 1800 (Giardino di frasche, 1691 ca.) e 2100 (Moralia) componimenti, una specie di diario emblematico-spirituale, con funzione poetica affine, per fare un esempio non so quanto presente ma italiano, ai quaderni di madrigali con cui Giovan Battista Strozzi il Vecchio accompagnò saturninamente l’amarezza inguaribile dei suoi ultimi anni, la sua coscienza del fallimento e il senso di colpa per la propria mancanza di fede. Anche se sospetto che Potocki avesse più spirito revanscista che sensi di colpa, in questo assomigliando, sia pure smussatene le punte più salienti, a una specie di tardo Aubigné, che amava parlare di sé come le bouc au dézert – e ad un cane che abbaja ad una folla d’ubriachi Potocki si paragonò in uno dei suoi amari componimenti, e altrove comparò le sue opere ad uno scacciapensieri o ad una mosca ronzante nei deserti d’Ircania. È riferito al sarmatismo, ma la scelta dell’Argenide, le intitolazioni e l’emblematismo ne fanno un autore sicuramente da ascriversi alla più aggiornata corrente del Barocco europeo.

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Giovanni Amos Comenio in un francobollo celebrativo

La figura tuttavia più nota in occidente, anche a quelli che di letteratura sanno poco o nulla, non è né dalmata o serbo-croata, né polacca; è boema, ed è quella di Jan Amos Komensky, vale a dire il magister Europae Comenio, al quale dobbiamo l’impostazione pedagogica per stratificazioni successive, per cui in ogni ordine di scuole ricominciamo a studiare con crescente profondità sempre le stesse cose. E di cui ovviamente in Occidente, in Italia non parliamone, sono note essenzialmente le opere pedagogiche; ma Comenio fu un caso-limite, e uno scrittore versatilissimo. Uomo da affrontare lunghissime e ciclopiche imprese culturali, a causa dei rivolgimenti dell’età sua passò fuori dalla madrepatria quasi tutta l’esistenza, e subì per due volte nella vita la distruzione totale dei proprî archivj, con una perdita incalcolabile, oltreché d’anni di sua vita, per la cultura del continente (e dovette anche rinunciare, in un’epoca di vocabolarj quasi sempre limitati e difettosi, al sogno di un grande vocabolario boemo); ma lasciò anche un Testamento, che è una delle cose più alte del secolo (ne esiste un frammento in italiano, anche), e un Labirinto, romanzo allegorico-morale di cui qui si parla gran bene. Disse di essere stato costretto a scrivere latino più di quanto volesse, ma sicuramente il contatto con varie nazioni del nordEuropa soprattutto e l’uso della lingua comune dell’epoca, di contro alla scarsa diffusione del boemo, gli permisero di riferirsi ad uno sfondo culturale che all’epoca rappresentava, ed era – se si eccettua l’estremo oriente, che era tutt’altro mondo – l’universo della cultura all’epoca.

Insomma, il Barocco, specialmente nella sua declinazione marinista, cade come una bomba nel confuso e fervido mondo sarmatico, in cui la cultura si identifica con la Bibbia e i suoi diffusori s’identificano con il clero; impregnata di cultura religiosa rimane la Sarmazia, specialmente a mano a mano che ci si sposta ad Est, molto a lungo (in tutto il XVII secolo nella Moscovia furono stampati solamente 500 libri, e tutti questi, salvo 14 testi di mero servizio – codici di leggi, un volume di tabelline aritmetiche, &c. – erano d’argomento religioso). È nel corso del secolo, tuttavia, che molti scrittori, spessissimo di estrazione clericale, ovviamente, scoprono, imparano a dominare e impiegano via via sempre più intensamente tutto lo strumentario barocco, l’antonomasia, l’iperbato, soprattutto l’antitesi, e si cimentano nella poesis artificiosa, più o meno figurata, con bisticcj, allitterazioni, acrostici (l’ultima fase dell’attività dello stesso Polockij è riguardata dalla scoperta del carme figurato, di cui egli stesso, coi suoi seguaci, dà molti pregevoli esempj). Il Barocco convive, chiaramente, con l’epopea cosacca in Rutenia, come con tutto quello che di ascrivibile al sarmatismo esiste nel mondo slavo, di rado o mai associandovisi, com’è ovvio, in sintesi deliberate. Ma ripulisce le corti, ingentilisce le maniere, trasforma le sensibilità, allena il pensiero – in Moscovia, per un curioso accidente, il Seicento è il secolo in cui arrivano sia il sillogismo, peranco ignoto a quelle genti, e sia l’antitesi, che del sillogismo dovrebbe essere il sostituto moderno; e prepara, anche attraverso la produzione poetica meno digeribile di sempre, cioè quella encomiastico-panegiristica, la creazione di una coscienza nazionale grazie alla mitizzazione degli autocratori, come la zarina Sofia, paragonata ad Elisabetta la Grande e a Semiramide. E c’è da aggiungere che i 600 libri che costituivano, secondo un catalogo stabilito dagli studiosi russi, la biblioteca tipica dell’intellettuale russo del XVII secolo comprendeva, oltre a molti testi religiosi, tutto i capitale umanistico, specialmente latino, della tradizione, il fiore della produzione barocca occidentale, ma nessuna delle opere filosofico-scientifiche che si andavano producendo da Cartesio e Galileo in poi, benché queste avessero un’importanza fondamentale anche nella formazione dei letterati occidentali.

Esattamente come in Occidente, il Barocco è individuato tradizionalmente come stile tipicamente cattolico, in specie gesuitico: ma anche in Oriente la situazione religiosa è talmente confusa, e talmente frequenti sono le conversioni per ragioni di convenienza, da rendere difficilmente sostenibile l’equivalenza; specialmente nel teatro, in genere, mi sembra, il genere più tardo ad attecchire, sono frequenti le imitazioni tanto del teatro gesuitico quanto dal teatro della seconda scuola slesiana, con Gryphius ovviamente in testa: e le due scuole slesiane annoverano praticamente solo esponenti protestanti. Allo stesso modo, come s’è visto, una delle figure più in vista del Barocco polacco, Potocki, era sociniano, e così via. Il Barocco si manifesta in tal modo, molto semplicemente, come la prima globalizzazione letteraria; sennonché una seconda non c’è stata, nel senso che non c’è mai stata una simile unità, non solo europea, nella poesia, nella letteratura; e lo stabilimento delle scuole nazionali, e la perdita definitiva del latino come lingua condivisa insieme della scienza e della cultura, ma anche del teatro, gesuitico, è cosa di cui a tutt’oggi si sentono fortemente le conseguenze. Quanto al teatro latino, che i gesuiti intendevano in chiave educativa in due sensi, cioè prima di tutto per quanto riguarda i piccoli attori, e poi per quanto riguarda il pubblico, c’è un paradosso interessantissimo, che è alla base di certa retorica attoriale gestuale; illuminante – perché, è del tutto scontato, non riguarda certo solo quello che succedeva in Boemia e Moravia – quanto Alena Wildová dice a proposito del teatro gesuitico in latino, mostrando come non necessariamente il pubblico capisse il latino declamato durante le recite:

Come altrove in Europa, la Boemia e la Moravia ebbero il loro teatro scolastico in latino: nei collegi dei Gesuiti le rappresentazioni costituivano un obbligo, stabilito per tutto l’ordine della Ratio studiorum (1591 e 1599). […] Come altrove, esso aveva poi precise finalità pratiche: insegnare agli allievi come comportarsi nell’alta società, mettere sotto gli occhi dei ricchi protettori l’eccellenza raggiunta nel corso dell’anno dai figli. Gli allievi aristocratici dovevano infatti saper parlare bene e senza timidezza, possedere un discreto latino, muoversi con signorilità e grazia (non mancavano lezioni di ballo e di scherma), essere dotati di buona memoria, dovevano insomma saper recitare un giorno con successo sul palcoscenico della vita. La stesura dei testi faceva parte dei doveri dei professori di retorica dei collegi; ricordiamo Karel Kolčava, cui si devono numerose opere rappresentate anche fuori dei confini della Boemia. Gli argomenti del teatro scolastico riguardavano le vite dei santi e dei martiri, episodi biblici e dell’antichità; spesso si ricorreva ad allegorie e personificazioni, portando sulla scena le virtù e i vizi, figure storiche e mitologiche, la Patria, la Giustizia. Mentre le declamazioni a cadenza settimanale e mensile erano a carattere interno e facevano parte del processo di apprendimento (come già avveniva nel periodo umanistico), i fastosi spettacoli di fine anno attiravano un vasto pubblico, composto sia da nobili che da borghesi e, soprattutto nelle città minori, dagli appartenenti alla borghesia minuta. A beneficio di chi non conosceva il latino venivano stampate delle sinossi informative in ceco, ma la comprensione dell’azione era mediata soprattutto dal tipo di gestualità, esageratamente espressiva, e coadiuvata dalla musica. Data la fitta rete di collegi retti da Gesuiti e da altri ordini religiosi che organizzavano recite pubbliche, la conoscenza dei temi e dei procedimenti usati nel teatro scolastico era diffusa e ha lasciato il suo segno anche nel teatro popolare” (pp. 112-113; corsivo mio).

Chiaramente, questo riguarda la tradizione teatrale di qualunque paese riorganizzato educativamente dai Gesuiti, compresa l’Italia. Questa gestualità esagerata, questa specie di diglossia, che si affida all’espressione linguistica non necessariamente perveniente e insieme alla segnaletica presuntamente sovralinguistica – e pertanto codificabile anche in modo rigido, è poi alla base anche di quello che chiamiamo “antica italiana”, dove la tradizione artistica, emancipata dalle sue origini religioso-educative, ha persino codificato – non a caso ho parlato di segnaletica – la semiotica del gesto, fino a trasformarlo in qualcosa d’intermedio tra il linguaggio del corpo, una coreografia e un vero e proprio linguaggio autonomo. Non solo il latino compreso e parlato e scritto ha reso possibile la comunicazione reciproca tra i virtuosi di un continente, ma anche nella sua incomprensibilità ha favorito una ricerca retorico-espressiva eccezionale e fecondissima di conseguenze, rilevabili praticamente da sùbito in studj accessori di grande importanza, come per esempio il linguaggio dei sordomuti elaborato assai per tempo da Giovanni Battista della Porta, ma anche l’Arte de’ cenni di Baldassare Bonifaccio, e che grazie all’osculazione continua tra teatro e teatro del mondo porterà ad opere curiose come La mimica degli antichi investigata nel gestire napolitano, un’opera compulsatissima, e Il teatro all’antica italiana di Tofano & Tinterri: e non si tratta affatto di interesse generale per il linguaggio del corpo, ma di attenzione, doverosa, a quel tipo di gestualità, codificato o codificabile, rigoroso e ritualizzato; nella sua comprensibilità sovralinguistica, da ultimo, ha avuto due conseguenze rilevanti nella figura del mimo, che prima del Novecento non ha molta fortuna, e anche nel cinema muto, ajutato o no da didascalie, ma retto soprattutto su quella gestualità esagerata, ma soprattutto perfettamente calibrata su una manualistica specifica, e licenziata da un’accademia – il prototipo della diva cinematografica è non per nulla Sarah Bernhardt, la più grande proprio perché la più “tecnica” e artificiosa delle grandi attrici teatrali ottocentesche.

Per quanto riguarda la letteratura polacca, l’estensore ha ritenuto opportuno dar conto anche di figure estreme, come per esempio quella dell’ecclesiastico Baka, i cui componimenti sulla vanità del mondo, ridotti a mero suono, risultarono molto interessanti per i poeti del Novecento; e Baka vive fin dentro l’Ottocento. Esplicita è poi l’ascrizione degli scrittori fondamentali del ‘900 polacco, Gombrowicz in testa, a un lungo filone barocco. Qualcosa di simile, ma dovuto soprattutto al relativo ritardo storico, è avvenuto in Russia, ma la Bercoff non ha pensato di riferire alcunché – se non che è, appunto, ascrivibile al Barocco – di Deržavin, il generale cantore dell’imperatrice Caterina e lirico pensoso, dei cui componimenti Puškin disse che erano più piombo che oro; indicato come espressione estremistica del Barocco russo, visse alla fine del Settecento, ma dovrebbe corrispondere a quello che Góngora fu per la Spagna, La Ceppède per la Francia, e Giacomo Lubrano per l’Italia. Nemmeno il Fiore del verso russo ne ospita esempj, e devo dire di esserne molto incuriosito (ma per la letteratura russa è facile immaginare che il discorso, nel ‘700-‘800, si faccia incomparabilmente più articolato, ricco e complesso che per la Polonia, rendendo improponibile alcuna filiazione così esplicitamente – e soprattutto così esclusivamente – diretta da una stagione che fu più che altro di assorbimento di modelli foranei).

Il volume, nel complesso, riporta pochi esempj antologici, che quasi tutti gli studiosi si sono divertiti a rendere ritmicamente, invitando implicitamente ad un parallelo col mood più nostrano; benché le traduzioni siano di conseguenza molto traditrici, sono sufficienti per denunciare l’alto livello virtuosistico raggiunto da taluni (si segnala per l’alto sentire il metafisico polacco, della scuola cosiddetta “di Czarnolas”, Sęp Szarzyńsky).