518. Holden.

30 Gen

Ho riletto, jersera, il Giovane Holden, per ri-farmene un’idea. Da una rapida ricognizione in rete, ma anche tra i commenti che sono stati lasciati quissopra, stando a parecchj consterebbe un pajo di cose:

1. Salinger difficilmente avrebbe avuto lo stesso successo se non avesse fatto vita così ritirata, rendendolo uno dei personaggj meno intervistabili della storia del secolo scorso, e di questo pezzo di secolo attuale;

2. Il giovane Holden, o The Catcher in the Rye che dirsi voglia, non è affatto il suo capolavoro, essendo più risolti in sé stessi i racconti.

Io stesso ho forse contribuito alla confusione, definendo lo Holden come il lavoro suo più perfetto – non ho spiegato che tale mi sembra proprio perché il più irrisolto, ossia il più aderente a quella irrisolta realtà a cui fa riferimento. Le figure più spiccate delle opere di minor respiro sono sicuramente più “perfette” di quella di Holden; ma quella di Holden è meno spiccata perché la volontà dell’autore nel suo caso era quella di ritrarre una personalità adolescente, di qua dalla formazione definitiva.

E’ perfetto, quel romanzo, e lo ribadisco fresco di lettura, proprio – insomma – perché è irrisolto.

Holden Caulfield è uno strano (perché tutti gli adolescenti sono strani) misto di goffaggine e sfacciataggine, sempre nel quadro di una personalità ovviamente umbratile, tendente all’introversione. Boccia, alla scuola Pencey, in quasi tutte le materie, salvo inglese; ha un colloquio con il professore di storia, Spencer, un uomo molto anziano a cui durante le lezioni cade continuamente il gesso, che dev’essere raccolto per lui da qualche studente che si dipanca appositamente, e glielo porge. Holden rimane soprattutto colpito, fastidiosamente, dal petto nudo e incavato del professore in vestaglia, e prova pena per lui quando cerca di buttare prima una rivista e poi il tema di storia di Holden, appena riletto, sopra il letto troppo duro su cui Holden è stato fatto accomodare. Si assiste ad una lettura integrale del tema di storia di Holden; si parla di Egizj, su cui Holden è marchianamente impreparato. Di più, il tema è concluso da una simpatica letterina nella quale Holden rassicura il professore, dicendogli di non farsi troppi sensi di colpa se lo boccerà, contribuendo a farlo espellere dalla scuola. Il professore si sente ugualmente in colpa: Holden è riconosciuto come un ragazzo intelligente e beneducato, ma troppo orso e confuso. Verso il finale, poco prima di rivedere in segreto la sorellina Phoebe, Holden stesso coopta due bambinetti riluttanti, e li porta a fare una specie di visita guidata, ovviamente molto sui generis data la sua preparazione in materia, ad un museo, dove sono custodite mummie egizie: dà loro qualche ragguaglio, abbastanza sguarnito e scorretto, circa il metodo di conservazione dei cadaveri, dopodiché i due sgattajolano via, lasciandolo solo.

Quando lascia Pencey, Holden prende il treno, di notte, che lo porterà dalla Pennsylvania allo stato di New York, dove poi si muoverà in tassì. Solitamente ama viaggiare di notte, dice che gli riesce possibile lèggere anche certi raccontini pulp da rivista (ne compra normalmente quattro, di riviste, più un panino dall’uomo che passa per i vagoni con la carrettella), ma quella notte, al pensiero di quello che succederà a casa, non riesce a rilassarsi o a lèggere, né altro. Anche a questo punto si nota una coincidenza tipicamente romanzesca – nel romanzo di formazione la coincidenza ha una funzione fondamentale di contrappeso, serve a stabilire un legame e un paragone con una situazione precedente, facendo risaltare il fatto evolutivo; ma qui non succede niente del genere -, e cioè l’ingresso di una bella signora sulla quarantina, che lascia il bagaglio in mezzo al corridojo (come fanno tutte le donne di un certo tipo, nota Holden) e si siede vicino a lui nonostante lo scompartimento sia vuoto; la signora riconosce lo stemma di Pencey sui bagaglj di Holden sistemati nella rete, e gli chiede se venga da lì. Holden risponde affermativamente, e la signora si rivela essere la madre di uno dei compagni più odiosi di Holden, uno che ama percuotere i compagni con l’asciugamano bagnato, che fa anche parecchio male. Dice di conoscere il compagno – dà intanto il nome del bidello, “Rudolph Schmidt”, e non il proprio – e ne tesse le lodi più sperticate. Quando la signora, felicissima di avere un figlio così dotato e benvoluto, scende, gli dice che venga a trovarli al mare, l’estate prossima. Cosa che Holden non si sognerà nemmeno di fare.

Sempre all’inizio, un suo brillante compagno di stanza, per cui tuttavia prova lo stesso fastidio fisico che prova per altri compagni – specialmente perché gli sembra sporco, nonostante l’apparente cura dell’aspetto – dice di uscire con Sally, una ragazza che nel romanzo non compare mai ma a cui Holden pensa continuamente. Al ritorno del compagno, Holden, ingelosito, lo provoca, finché è malmenato. Ha il cuore più tumefatto della faccia, ma guardandosi allo specchio le ecchimosi e il labbro spaccato prova un po’ di compiacimento per l’aria vissuta che gli dànno quei segni. A New York, riparato in una stamberga che non conosce – è una camera a ore; la scelta è stata obbligata perché sbadatamente ha dato al tassista l’indirizzo di casa, e non quello di un albergo noto, sicché ha dovuto piegare per quello che trovava in una zona facilmente raggiungibile dalla zona in cui abitano i suoi -, un po’ eccitato da quello che vede attraverso le finestre di altre due camere (un uomo che si mette biancheria intima da donna; una coppia che si sputa acqua o alcool addosso), acconsente alla proposta dell’omino del lift che gli propone una prostituta. Patteggiano 5 dollari per un quarto d’ora. Ma quando Sunny arriva, Holden vuole solo parlare. Trascorrono un quarto d’ora, alla fine del quale la prostituta pretende 10 dollari anziché 5; Holden si rifiuta di sganciare di più, anche quando la prostituta torna con l’omino del lift che vuole riscuotere a tutt’i costi. Finché la prostituta non si serve personalmente – di 5 dollari, non di più, perché non sono ladri, dice – dalla tasca della giacca di Holden, e l’omino lo picchia. Ma stavolta Holden, nonostante il carattere un po’ più avventuroso della faccenda, non si compiace affatto dei lividi; si piega in due e piange.

Holden doveva arrivare a casa un mercoledì per le vacanze di natale; torna il sabato prima, e fino alla data prevista ha a disposizione qualche giorno e qualche notte per assistere allo spettacolo della vita, rimuginare, e temporeggiare. Soprattutto per pensare a cose tipicamente adolescenziali: dove vanno a finire le anatre di Central Park quando lo stagno ghiaccia – completamente ubriaco, va anche nottetempo a verificare, e le anatre effettivamente non ci sono, e lui rischia di finire nello stagno mezzo ghiacciato e mezzo no – è l’esempio arcinoto del suo (?) peculiare delirio adolescenziale. Ma c’è anche il dialogo con le due suore, che gli fanno simpatia benché sia agnostico – la sua famiglia, a differenza di quella di Salinger che era ebreo, come denota il cognome Caulfield, è di origine irlandese, per cui spesso ha che fare con interlocutori che dànno per scontato che sia cattolico. Di fatto è ateo. Una delle due suore insegna inglese; parlando di letteratura, Holden si sente in dovere di dire che ci sono parti di Romeo e Giulietta che non gli piacciono; questo per venire incontro alla suora, che, essendo una suora, dev’essere necessariamente allergica agli scambj amorevoli tra i due amanti. La suora, per cui invece Romeo è il dramma shakespeariano preferito, non capisce molto bene perché Holden non ne senta la poesia. Incontra un ex-compagno di classe, per il quale non nutre poi questa gran passione, noto al tempo per la sua vasta esperienza in casistica sessuale. Ed è proprio questo l’argomento su cui lo provoca, irritandolo e affrettando senza volere il momento del congedo. Tra dialoghi in cui domina l’incomprensione reciproca, riflessioni al limite dell’ossessivo (il pianista nero Ernie che lo intimidisce, perché s’inchina con compiacimento forzato agli applausi del pubblico e ha l’aria di voler parlare solo con “pezzi grossi”; tutta la riflessione sul cinema, con una pagina e mezzo di descrizione di un film del quale le cose che più lo infastidiscono sono proprio la sdolcinatezza, il lieto fine, e le coincidenze artefatte, per cui tutto deve tornare), indecisioni, trascorre quest’esperienza di Holden, che in fase liminare già s’era rifiutato di partire dall’inizio secondo gli schemi dell’autobiografia in buona & dovuta forma (dall'”infanzia schifa” dell’infelicissima traduzione di Adriana Motti).

L’impressione di compattezza che se ne detrae non si deve affatto al nudo ‘contenuto’, ossia da una rispondenza a distanza di fatti: laddove si determinano coincidenze, esse non portano da nessuna parte, come spessissimo nella vita; laddove c’è un incontro, esso non prepara nessun evento immediatamente seguente, per quanto possa risultare memorabile (per Holden come per il lettore). Il giovane Holden non sembra, nonché un romanzo di formazione, nemmeno un romanzo in senso tradizionale; le contraddizioni sono segnali prevalenti sulle continuità, sulle conferme; i conti non tornano mai. Uscito nel 1951, destò qualche reazione indispettita per via della schiettezza di certe espressioni vernacole, tra cui anche numerosi “fuck”, che ovviamente si traducono con “cazzo”, in italiano – ma rimangono “c…” nella versione della Motti, 1961 -; e anche qui c’è una contraddizione testuale / extratestuale, perché la gran parte dei “fuck” Holden li vede scritti sui muri, un po’ dovunque, verso la fine del libro, ed è il primo ad esserne infastidito. Quasi che il personaggio si mettesse d’accordo coi censori prima ancòra che questi si mettano all’opera per tentare di oscurarlo. L’unico momento in cui Holden riceve segnali compiutamente rassicuranti è in casa del professor Antolini, un uomo generoso e coraggioso, che ha avuto come insegnante, e che ricorda in una specie di gloria d’eroismo, perché aveva preso sulle proprie braccia il corpo di un povero ragazzo, violentato da un gruppo di compagni per vendetta, e buttatosi dalla finestra. Antolini gli fa un lungo discorsetto, che sembra ancor più serio proprio inquantoché l’oratore è quasi completamente sbronzo, nel quale gli dice in sintesi, e glielo scrive anche su un foglietto, che il vero eroe non è chi sa morire per un ideale, ma chi sa vivere umilmente per esso. Finito il fervorino, che fa capire a Holden qual è il suo destino – quello dello studioso, perché ha curiosità – e che intelligenza e sensibilità devono unirsi a cultura e disciplina, lo mette a dormire su un divano. Poco più tardi Holden si sveglia di colpo: Antolini inginocchiato vicino al divano, “ammirato” della sua bellezza (poiché Holden, un metro e ottantanove, con i suoi milioni di capelli grigj, è molto bello, come dice anche un’ex di suo fratello B.D., scrittore, che adesso lavora a Hollywood), gli sta accarezzando la testa. Tutto si rompe, nuovamente, e Holden scappa, perdendo l’unico rifugio apparentemente certo.

Il fulcro del romanzo non è lo spostamento del nostro eroe dalla condizione essenzial-esistenziale A alla condizione B, come avviene nel romanzo di formazione, come, in maniera estremamente intelligente ma del tutto tradizionale, aveva fatto Twain con due opere spesso indicate come antesignane di Holden, Tom Sawyer e Huckleberry Finn: né gl’interessa mostrare in Holden un ragazzo particolarmente sventurato, come avviene in Dickens, dal destino segnato e dall’ascesa faticosa ed eroica. Né ha alcunché in comune con il patinato, sia romanzesco sia cinematografico ma comunque in specie influenzato dal visivo, alla West Side Story o, chessò, I ragazzi della 56a strada (che è tratto dal romanzo di una donna, peraltro, e si sente): Holden non ha nulla dell’eroe, o dell’antieroe. E’ semplicemente un adolescente, colto nel momento esatto in cui nessuno, come càpita in qualunque vita adolescente, sa che piega prenderanno le cose; nel momento, in più, della massima dispersione, quando cioè il diretto interessato non ha e non vuole avere le idee chiare. Coglie, Salinger, in maniera secondo me assolutamente unica – per questo il romanzo, che comunque no ha determinazioni storiche esteriori troppo individuate; c’è chi l’ha trovato anche “invecchiato”, ma si può dire tutto e il contrario di tutto, a proposito di un romanzo del genere -, nel senso che nessun altro c’è riuscito, il momento della massima sospensione, della massima esitazione, della massima dispersione. Nessun altro romanziere dell’adolescenza, nessuno di cui io sappia alcunché, è riuscito a resistere alla tentazione di fare del protagonista un adulto in miniatura, o peggio. Il merito di Salinger è stato proprio quello di cogliere, dell’adolescenza, esattamente la cifra dell’indecisione, il limbo, la sospensione, la dispersione, l’umbratilità, anche nell’inseguire i riposti, tortuosissimi pensieri di Holden – il pensiero adolescente è un pensiero che urge una sensibilità, anche fisica, esacerbata, dunque è sempre delirante -, e nell’immergerlo in una sequenza di avvenimenti a cui nulla consegue, proprio per l’incapacità del protagonista, che si affaccia per la prima volta alla vita intesa come solitudine esistenziale, a determinare eventi.

Un’ultima cosa: Andrea Cipolla faceva notare che Holden gli pareva smorfioso. Devo dire di trovarmi perfettamente d’accordo: ma temo che sia un problema dovuto alla traduzione: ho già ricordato l'”infanzia schifa”, si possono aggiungere anche l’insopportabile “e compagnia bella” (unitamente a movenze similari, tutte impiegate per il molto più opaco, e accettabile, americanissimo “, … and all” (“, … e tutto”). E’ stato un problema rilevante per i traduttori italiani, fino, credo almeno al 1970 riuscire a tradurre testi di registro colloquiale-triviale con una lingua che non sapesse di campagna o non ricorresse alle dubbie risorse del dialetto – che è, nuovamente, un riprecipitare nel rurale. Se è per quello, non è solo un problema di versioni dall’americano o dall’inglese, anche Sanguineti traducendo il Satyricon (ma quella Roma era l’America di allora) ricorse ad una lingua che sapeva molto di stalla. Altro romanzo, molto più di nicchia ma anch’esso resistente al tempo, come il mio dilettissimo Auntie Mame, di Patrick Dennis, del 1955, è stato ritradotto, in particolare da Codignola, per Adelphi, ed è un po’ l’anti-Holden, da questo punto di vista: nonostante la proposta baricchiana, nessuno mai ha pensato di ritradurre il capolavoro di Salinger, mentre La zia Mame, che nel 1960 aveva avuto una stupenda versione per cura di Henry Furst, è stato adesso ritradotto (con una Bubbole che parla, effettivamente, una specie di italianazzo vagamente dialettizzante). Furst (coadiuvato dalla Orsola Nemi) però aveva che fare con un testo in cui lo slang si mescolava a molte altre terminologie più o meno rigorose, e tutte impastate all’insegna di un gremito flamboyant – che nessuno lo definisca camp, è come definire camp Paolo Poli o la Callas (a questo punto è camp anche la Gioconda) -, coltissimo e brillante, che il traduttore ebbe ottimo gioco a tradurre con un italiano opulento, illustre, rilevato e mescidato, tutto sul pedale del forte. Benché non si addica quasi per niente allo Holden, sarebbe sempre stato molto meglio di quello che la Motti ha messo, peraltro abbastanza svogliatamente, insieme. Insomma, leggiamocelo in originale, o aspettiamo pazienti la nuova, necessaria versione (laddove Adelphi benissimo avrebbe fatto a ristampare il capolavoro di Dennis nella vecchia versione, compresa di note a piè di pagina – una settantina!, e contribuiscono al fascino del libro, perché v’impiantano felicemente un’ajuola barocca, che si addice benissimo a una Mame italiana -, e a non affidare ad altri alcuna nuova versione). Solo a quel punto si potrà decidere se e quanto sia smorfioso, o lezioso, il vero stile – o un suo valido succedaneo – di questo grande libro.

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