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515. Varie.

26 Gen

Ho cominciato da pochissimo a frequentare il Cottolengo, familiarmente Cutu, per via che ogni tanto, almeno, dovrò pur lavarmi. E dato che dànno la possibilità di cambiarsi i vestiti e di lavarsi, e dato che da altre parti sarebbe possibile o solo lavarsi o solo avere i vestiti, non mi è parsa una cattiva idea ricorrere alla gloriosa istituzione per i miei sporchi fini.

Sennonché li capisco sempre meno. Quattro settimane fa ho scoperto per puro caso che si poteva fare la doccia il mercoledì mattina, e ne ho fruito. Tre settimane fa ho scoperto che la doccia si poteva fare anche il giovedì, e ne ho fruito. Due settimane fa ho scoperto che il mercoledì non si può fare la doccia, è solo per gli stranieri, e avevano già fatto entrare due persone e fratel Claudio aveva già avuto tre crisi isteriche (?) sicché era il caso di tornare il pomeriggio, munito di biglietto datomi dal fratello di turno; ma attenzione: perché il mercoledì la doccia è solo per gli stranieri, per gl’italiani è il martedì e il giovedì.

Chiaro: sicché sono tornato nel pomeriggio, ho fatto una doccia, e il volontario maghrebino che m’ha servito — ci sono molti volontarj maghrebini che affiancano i varj fratelli cottolenghini nel servizio, corre voce (anzi: corrono molte voci, e belle insistenti) che siano cooptati in base ai bucchini che fanno ai fratelli, come criterio unico — ha insistito affinché prendessi due capi di ogni articolo, due mutande, due magliette, due camicie, che poi non sapevo dove cacchio mettere e sono rimasto carico come un animale da basto — ma almeno ero pulito. ù

Poi, questa settimana, che poi è oggi, puntualmente alle 9.00 (ho persino corso un po’) mi sono presentato al portone del Cutu per fare la doccia — è o no martedì? Ma ho trovato fratel Naldo, che alla mia domanda se fosse possibile fare la doccia ha detto Oggi credo di no, e comunque è andato a chiedere a fratel Stefano, che aveva un’aria molto scocciata, come — credo — sempre (l’avrò visto tre volte in vita mia, ma anche a distanza di anni ha sempre la stessa aria molto scocciata), e gli ha risposto controvoglia che la doccia si fa il mercoledì e il giovedì.

Che mi stiano prendendo per il culo? O vogliono un bucchino (dubito; sono convinto che prediligono un tipo più ruspante)? Tengo le dita incrociate per domani, per un domani con doccia, e senza bucchino.

***

Ho visto conoscenti, giorni fa, una lei e un lui. La lei mi ha detto se sapevo qualcosa della nuova iniziativa di cui un gruppo di volontarj era stato incaricato dal Comune. Mi ha spiegato che tre sue amiche, che non sono Operatrici sociosanitarie ma hanno seguìto un corso per mero interesse personale, le avevano detto che i volontarj sarebbero venuti a giorni per farsi un giro tra i barboni svaccati nelle varie parti della città, con lo scopo di tentarne un censimento e migliorare il servizio. Le ho chiesto: “E’ a questa cosa che ti riferisci?”, e ho prodotto una busta, arancione, contenente un foglio su cui è stampato:

Buon giorno,
alcuni volontari di Torino stanno cercando di capire meglio le esigenze
dei cittadini senza dimora.
Servirebbe anche il Suo aiuto per migliorare i servizi della Nostra città.
Domani sera (19 gennaio) per le vie della città, questi volontari
cercheranno di raccogliere anche la Sua testimonianza. Tutte le
informazioni saranno riservate.
Per ringraziarLa della mezz’oretta che passeremo insieme le offriamo
un buono che Lei può spendere dove preferisce tra supermercati,
ristoranti, bar e negozi.
NON BUTTI VIA QUESTA BUSTA FINO A DOMANI SERA.
CI VEDIAMO IN QUESTA VIA, DOMANI 19 GENNAIO, VERSO LE ORE
20.00.
A domani, il Suo aiuto è fondamentale!

Mi era stato lasciato durante la notte scorsa, quella tra il 18 e il 19, accanto al giaciglio, insieme ad un’arancia sistemata dentro un platoncino di cartone, un piccolo yogurt da bere, una merendina Kinder, un panino (secco) in una bustina di plastica trasparente, e una dozzina d’ovetti di cioccolata pure in bustina trasparente, pinzata alla busta. (Che avevo aperto più che altro nella speranza di trovarci dei soldi, speranza legittima, dato che la colazione lasciava tanto a desiderare). L’ho mostrata a questa lei, che ha detto doversi trattare per forza di qualcosa del genere, se non della stessissima cosa. Lei era dubbiosa circa la bontà dell’operazione; lui era sicurissimo che fosse un’invadenza e un modo per estendere e rafforzare il controllo. Io, che non imparerò mai, ho solamente detto che ci sono molti vecchietti andati di testa che probabilmente potrebbero essere assistiti molto meglio, come per esempio il narcolettico, quel vecchietto che in mezza giornata va da p.zza s. Carlo a p.zza Carlo Felice, dove stende la mano e si addormenta, così, a mano tesa, ché tanto chi vuole sa dove lasciare la moneta; e ho detto anche che un censimento sarebbe grosso modo necessario, perché è dal 14 marzo 2000, quando fu la fondazione Zancan che se ne incaricò, che non s’è più fatta la conta generale dei barboni; e questo è sicuramente indispensabile ad approntare un servizio. Per quanto gli enti locali ormai da decennj stanzjno sempre meno soldi, e sa di controsenso che non ci sia posto per tutti nei dormitorj, e poi si vadano a cercare gli straccioni col rampino collo scopo di “migliorare il servizio”.

Poi, per la verità, poco dopo le 20.00 io mi trovavo proprio nel posto in cui i volontarj m’avevano trovato, ma stavo passando per andare, con la coppia prefata, in un locale di S. Salvario; e li abbiamo visti, i volontarj, tutti con giacche arancioni fluorescenti — facevano pandàn col colore della busta — e molti colla spilla della Croce rossa, andare e venire. A me il buono faceva gola, ma, intimorito dalla mezzoretta di intervista prospettata, e troppo infreddolito per volermi trattenere all’aperto, ho preferito andare con loro a bere un cognac e a mangiare un piatto di patate al forno, peraltro molli e bisunte. Proseguendo lungo i portici di destra di p.zza s. Carlo, ho visto due gruppetti di tre-quattro volontarj arancione che conversavano con l’uno e con l’altro degli abitanti fissi della piazza. Che dormono sulle panchine, perché Torino è una delle poche città che vantano panchine al coperto, sotto i portici — le quali, ovviamente, sono occupate quasi tutte dai barboni durante le ore notturne fino alle prime ore del mattino.

Trascorsa la serata, dopo la mezzanotte sono tornato col sacco alla mia postazione, e ho dormito tranquillo. Non c’era ombra di passanti — il martedì notte non è come il sabato –, né di volontarj in divisa.

Ho trascorso la sera del 20 insieme con un amico, che accompagno a casa verso le 22.00, e al quale tengo compagnia fino alle 24.30, dopodiché esco, prendo l’autobus, e torno nella solita zona. Stavolta, recandomi da lui, ero un po’ preoccupato, perché solitamente nascondo il sacco in certe paratie che hanno messo in galleria s. Federico, che coprono le impalcature — ci sono lavori in corso, ristrutturazione; ho sempre fatto in modo che il sacco s’incastrasse tra i tubi, in cima, in modo che, al momento debito, bastasse allungare la mano per recuperarlo. Un’altra volta, non conoscendo ancòra quell’opzione, avevo buttato dentro il sacco, ed era stato molto complicato recuperarlo anche perché ero reduce da un brutto colpo della strega. Poi, però, avevo scoperto che quella che sembrava un’asse ben inchiodata fungeva in realtà da porticina, che si poteva tranquillamente aprire, bastava aprirla come un’anta e i chiodi si sfilavano senza problemi dalle loro sedi; poi si richiudeva, facendo una leggera pressione, e tutto tornava come prima. (Finché non avevano notato – lì è comunque pieno di videosorveglianza – quest’andirivieni, e avevano trovato modo di chiudere ermeticamente la porticina con due manici di scopa e quattro buchi attraverso cui far passare dei piccoli fascj di fil di ferro, assicurati da una parte alla porticina, e dall’altra all’impalcatura all’interno. Donde il mio espediente di incastrare il sacco tra i tubi in alto, l’unica alternativa al trascinarsi esso sacco tutta sera dietro).

Beh, la sera del 20 avevo per l’appunto un piccolo problema da risolvere: giunto all’1.00 e rotte in galleria, mi sono ricordato che qualche ora prima, mettendo il sacco al posto solito, m’era sfuggito di mano, ed era caduto con un gran tonfo su un ripiano sottostante. L’unica cosa che, qualche ora più tardi, potevo fare era appunto scalare la paretina di compensato – che è sempre un bel po’ più alta di me, e io non ho gran forza di braccia, per quanto sotto altri profili abbia invero un fisico della madonna -, calarmi, o lasciarmi cadere, all’interno; recuperare il sacco; buttarlo oltre la paretina; e seguirlo (magari un po’ meno alla bersagliera, ma si fa quel che si può). Mi sono issato, con sforzo che comprenderà chi mi conosce di fisico, mi sono lasciato cadere all’interno (un casino), ho recuperato il sacco e l’ho buttato fuori; fin qui tutto bene. E’ stato quando ho fatto per uscire che la paretina, evidentemente già provata dal mio peso all’andata, ha ceduto, spaccandosi a metà. Non ricordo più dove mi sono appigliato, ma l’atterraggio è stato morbido: ero pieno di polvere, credo, di gesso o quel che di similare con cui hanno tinteggiato le paratie per renderle più gradevoli all’occhio, ma indiscutibilmente intero e inescalfito.

Il bello è venuto dopo, quando ho pensato bene, per una volta tanto, di andare in p.zza s. Carlo a dormire – era parecchio che non ci andavo, il freddo era intenso, ma se la relativa maggior esposizione alla bisa della piazza era uno svantaggio, vi s’opponeva il vantaggio di trascorrere le ore notturne sollevato da terra. Sicché ho attraversato la galleria, e sono andato in piazza. Non m’è occorso altro, dato che gli occhj sono i nostri postiglioni, che guardare davanti a me, oltre il passaggio pedonale, per vedere il deserto. Non c’era S, non c’era C, non c’era nemmeno S1, che di tanto in tanto si fa vedere, né X che mi saluta dicendo “Ciao, papà” (è sulla cinquantina, ad occhio e croce; le fregnacce che dice). C’era, è vero, il vecchietto che dorme sempre davanti alla s. Paolo; ma questo si doveva esclusivamente al fatto che la s. Paolo c’era ancòra, completa d’ingresso e di zerbinone.

Quello che mancava erano le panchine. Le avevano portate via tutte, e fino ad oggi non ce le hanno rimesse.

***

Quest’anno il fisico — che è della madonna, come ho detto, per alcuni versi (basta saperlo prendere) — non m’ha sorriso. Da ottobre ho fatto due influenze di fila, con quella terrificante infezione batterica che m’ha fatto pensare a una tbc (era solo broncopolmonite, che gioja); ho avuto un colpo di frusta che m’ha mandato in giro una settimana come il gobbo di Notre-Dame; ho avuto una specie d’indigestione che m’ha fatto recere (quella è stata divertente: perché mi sono svegliato alle 4.10 in punto, ora a cui non mi sveglio mai, con la netta sensazione che avrei vomitato; mi sono liberato dal sacco – due cerniere – giusto in tempo per dar di stomaco deversando tutto il liquame apiè della panchina: sennonché il secondo conato è stato così entusiastico e sorprendente che sono caduto nel vomito sottostante, con tutto il sacco), e forse era un’influenza intestinale o qualcosa del genere, perché poi ho avuto giorni e giorni di raffreddore e tosse; jeri mattina mi sono svegliato con i piedi congelati.

514. PP al Teatro della Pergola.

26 Gen



ENTE TEATRALE ITALIANO PERGOLA STAGIONE TEATRALE ’06-’07

Intervistatore: Tra i molti modi di raccontare la realtà il giornalismo è sicuramente uno dei più pungenti, e molto più pungente è il giornalismo fatto dalle donne. Paolo Poli ne sceglie sei, sei giornaliste del Novecento, sei penne nobili che gli servono anche per raccontare, non solo con la parola, ma anche con la musica e le canzoni, la storia dell’evoluzione dell’Italia.

[♫ “Gira rigira biondina / l’amore la vita godere ci fa…”]

[♫ “Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor…”]

Intervistatore: Perché le giornaliste, perché proprio le giornaliste?

PP: Il perché non si domanda agli artisti, gli artisti raccontano il come, il perché si chiede al filosofo. Oggi uno che sa fare appena la sua firma invece che farlo giornalista, lo fanno… eh come si dice? – opinionista televisivo, o che. Io ho sempre molto amato la letteratura delle donne, quelle poche donne che potevano emergere dalla, così, la fanghiglia della scrittura. Le giornaliste sono state molto brillanti e tempiste. Ma anche le romanziere; ma anche le poetesse. Io ne ho conosciute molte perché ormai battono gli ottant’anni, sicché, eh, posso raccontare. Ma… di tutte quelle signore delle quali racconto la letteratura, la prima, la più gradita, è quella che non ho conosciuto perché è degli anni Venti, e io non c’ero ancóra: Mura, era il suo nome di battaglia. A volte un po’ strafalciona, lei scriveva: ma non importa, lei sapeva che nell’Europa girava la notizia che c’erano le Fanciulle in fiore di Proust, e sùbito nel ’19 ha scritto un romanzo sulle lesbiche – allora lì ho detratto sùbito un mio monologo, perché se c’è una ragazza cogli ormoni giusti per far la lesbica, son proprio io!

[“Signora Celeste! Signora Celeste! ”]

[“Strappandomi lentamente di sulle spalle la seta rossa…]

[♫ “Scusi, avrebbe un salatino”]

Intervistatore: Sei brillanti giornaliste del Novecento di Paolo Poli sarà alla Pergola fino al 4 febbrajo. La prossima settimana un cambiamento di programma: per difficoltà tecniche lo spettacolo Gallina vecchia con Marina Malfatti non avrà luogo, sarà spostato alla fine della stagione, nel mese di aprile. Ma il teatro della Pergola non si ferma: il 6, il 7 febbrajo, spazio a In sua movenza è fermo: le visite guidate, accompagnate anche dal contributo di attori, ai luoghi storici e nascosti del teatro della Pergola. Tutti i dettaglj sul sito: www.pergola.firenze.it.


[Prossimo spettacolo
6-7 febbraio
In sua movenza è fermo
con la Compagnia
delle Seggiole]