508. PP. Breve intervista radiofonica.

21 Gen

Sempre da youtube, è un estratto d’intervista radiofonica, caricato abbastanza disastrosamente. Non è molto significativo; il video è tratto da un’altra intervista, ed è di cinque minuti più lungo dell’intervista, sicché gli ultimi cinque minuti sono muti. Mancano alcune domande; non si capisce chi sia la “brava persona” a cui si riferisce PP, manca la domanda iniziale (anche se si desume in questo caso dalla risposta, &c.). Per completezza posto comunque anche questo.

http://www.youtube.com/watch?v=PJ9Y64bgYyI

Sabatosera online. L’informazione utile.

Intervista a Paolo Poli.

[…]

PP: Perché, perché bisogna lavorare: nessuno chiede all’idraulico, dice, ma perché lei accomoda i rubinetti? Perché è il suo mestiere. Il mio mestiere è quello di intrattenere il publico. Anche se ho valicato l’età sinodale dei sessanta, quando uno si mette a riposo eccomi che ancóra invece son qui che imperverso perché… ho una brutta pensione e devo lavorare per vivere, e anche perché adoro questo mestiere. L’ho fatto volentieri; non non per ripiego come molti attori del cinema, dice, tace il grande cinema, ci butteremo alla televisione, ci butteremo al teatro, come fossero delle attività… sotto… valutate. Invece no, il teatro è la prima, è la cosa diretta fra te e me, fra la nonna e il nipotino. Quando c’erano ancóra le nonne: ora ci sono delle veline un po’ invecchiate che le ritiran tutte, ma invece noi avevamo delle nonne bruttissime che raccontavano delle fiabe che non finivano mai: meravigliose. Anche perché c’era una grande tradizione… orale che adesso manca un po’. E poi c’erano i libri, che noi si agognavano, io avevo un bruttissimo libro francese, Less Miserabless, “La paoupè de Cosetteh”, e poi ho studiato il francese grazie a questo brutto libro che c’era in casa, perché i miei erano poveri, non ci avevo la biblioteca del nonno, così, perché i nonni erano coltivatori diretti, e però… ho adorato questo libro. E poi ho adorato un libro pornografico che mi avevano prestato: Storia di allegri costumi romani. Tutto di trombate nella suburra sai… oooh uuuh aaah… eh, e io ero costretto dalla scrittura a immaginare, e ero un bambino, avevo sette-otto anni, non capivo che cosa succedeva molto bene, però gli dissi alla mia mamma: “Mamma, questo libro è meraviglioso, un libro porcellone, non capisco nulla ma lo voglio leggere tutto fino in fondo”. “Sì”, disse la mia mamma che era montessoriana, sapeva che il bene e il male sono aggrovigliati, “sì, poi restituiscilo a chi te l’ha dato perché non mi pare un libro da bambini”. “No, mamma, è da grandissimi, ha, ha, ha!”. E così sono rimasto legato alla letteratura, perché è quella ci dà la profondità del vivere: l’esperienza diretta non può mai bastare. Io credo che Flaubert non provò il dolore del parto, né i dolori dell’arsenico, eppure era giusto e vero quando disse: Sono io la signora Bovary.

[domanda inudibile]

Era una brava persona, io venni qui e feci in questo locale uno spettacolo che si chiamava Apocalisse con mia sorella Lucia, e c’eran delle robe strane… “No, no va bene”, mi disse, “non si preoccupi che ai matti piace tutto!”. Infatti piacque molto.

Intervistatore. Non piacque a qualcuno, perché mi hanno raccontato che…

PP: Sì, eh?

Intervistatore: …. che c’è stata una scena che… qualche personaggio vicino alla diocesi… per fortuna…

PP: Ma sai, ci sono sempre!

[vuoto]

Anche odiernamente sono stato a Bologna e ho ricevuto una letterina di una signora: “Ah che bello spettacolo! Ho apprezzato molto la sua ricostruzione delle canzoni di Sanremo…” – lungi da me di inneggiare a Sanremo, però lei lo vedeva così, poverina – “però quel finale con i sacerdoti che ballano, che diventano vescovi… perché ce l’ha tanto con la chiesa?” Ecco. “Le auguro di fare anche molti spettacoli nel futuro ma lascj stare i sacerdoti”. Ecco. Scherza coi fanti e lascia stare i santi – proverbj popolari… Comunque sono delle minoranze, perché… in generale il pubblico apprezza la – come si dice – la professionalità. E così se sono sopravvissuto fino a questa tarda età – l’anno prossimo avrò ottant’anni –, eh, insomma, vuol dire che, meno male, il suo lavoro l’ha fatto.

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