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506. Craxi.

18 Gen

Dopo aver assistito ai tre quarti inferiori della miniserie dedicata allo scandalo della Banca Romana, che ovviamente è stata deludente (che strana idea quel numero di varietà con l’attrice ungherese Ovart che fa insieme l’uomo e la donna, uno spettacolo alla Marlene Dietrich all’Opera di Roma, e nel 1893!), con dialoghi e gestualità non in stile – ma esiste una possibilità di narrazione storica che non sia schiacciamento sul presente, adesso? (eccettuando décors e costumi, che infatti erano accuratissimi) – ho visto un congruo pezzo dello Speciale TG1 riguardante un altro grande corrotto nominalmente di sinistra – ma si può considerare il suo PSI un partito di sinistra? -, vale a dire Benedetto Craxi, 10 anni dopo.

Il servizio è cominciato con l’intervento della figlia Stefania, che, col condimento di  molte lacrime, ammanniva una specie di visita guidata alla residenza che il padre s’era fatto fare nella sua famigerata Hammamet. Non mancavano interventi e immagini di famiglj commossi e grati, e la visione delle strade coll’illuminazione, e chilometri di muri di cinta bianchi, secondo un modello balneare tra il mediorientale e il californiano. Tutto in un perfetto stile neofeudalesco, tanto da far ripensare a quanto di retrospettivo doveva esserci, effettivamente, nella personale concezione politica di Craxi, romanticamente intento a scrivere a un tavolo di legno seduto in una capannuccia di pescatori, in vista del mare, roba da Napoleone a Sant’Elena. Da una parte è inevitabile e sacrosanto che una figlia pianga il padre, dall’altra non si può fare a meno di pensare come il 75% delle cose che Stefania Craxi aveva da proporre fossero di natura strettamente materiale; la casa, le strade fatte costruire in luogo delle mulattiere che ci stavano prima, i cani del deserto e i cinghiali sloggiati dall’immensa proprietà – cose che naturalmente sono costate una quantità ingente di denaro, che era poi quello sottratto indebitamente, che Craxi non rese allo stato non del tutto degnamente servito (come minimo). E non c’era solo la questione del finanziamento illecito, ma c’era anche qualcosa che si chiama concussione, e qualcos’altro che si chiama ricettazione. Martelli, presente in studio, ha detto che Craxi riteneva insufficiente l’abbuono del finanziamento illecito, anche se fosse stato esteso agli anni 1989-’94, perché c’erano di mezzo anche questi reati; ma come pretendere l’abbuono della concussione e della ricettazione?

Come non pensare a quei milioni di persone in tutto il mondo che subiscono perdite dolorosissime e non hanno la possibilità nemmeno di piangerli, non dico ancòra dieci anni dopo (se io piangessi alla stessa maniera mia madre, poniamo, a distanza di dieci anni mi prenderebbero per malcresciuto, o mentecatto), ma anche in sul momento? Esattamente come il villone di Hammamet, anche questo privilegio, che ha sempre una matrice economica – che a sua volta poggia sull’illecito – è rimasto intatto.  

Non si può non essere ovvj, trattandosi di un caso così assolutamente chiaro. C’è quasi da capire Miriam Mafai, sempre più fragile e compiacente, ormai, credo, invitata in programmi di controversia solo perché così cedevole, così nonnina, così preoccupata che qualcuno che ha la metà dei suoi anni s’inalberi e le faccia venire un colpo: ma di là dalle paure dovute all’età, dico, è dura di per sé ripetere, per l’ennesima volta, dopo dieci anni di diatribe, no, Craxi fu solo un ladro e, no, non come quei fricchettoni o ex tali che con un piccolo colpo di mano ogni tanto sottraggono un piccolo bene di lusso in un grande magazzino – e non hanno potere, costoro, né fanno la voce grossa da un palco, e se attraversassero il deserto per restituire 5 cents come Abramo Lincoln quando ancòra aveva l’emporio non cambierebbero nulla né del livello morale circostante né degli equilibrj economici generali -, ma in grande grandissimo stile, e fu un ipocrita, e scappò per non rispondere della malefatta, e chiamò una smentita alle calunnie le accuse lanciate agli altri.

Un po’ c’è da capirla, insomma, ma chi non parla in televisione non è costretto per forza a dire qualcosa che appaja più intelligente di quello che chiunque direbbe: io ripeto volentieri che Craxi ciulò soldi e scappò senza rendere né soldi né conto. Dicendo, esplicitamente, di non poter reggere l’assalto e della magistratura e dei media. E mi chiedo perché non “potesse” – fu anche un debole, chiaramente, questa si chiama viltà -, dal momento che succede anche ad altri, che sono innocenti. Ha riconosciuto che ad uomini molto migliori di lui è successo di peggio, come ha riportato la figlia;  dato che era consapevole di non aver subìto il peggio che possa darsi, per quale motivo non fare quest’ultimo sforzo? Per tenersi i soldi, suppongo, e concludere i suoi giorni in villeggiatura, in una cornice privilegiata che, parrà incredibile ma è così, molti non sarebbero stati in grado di godere, sapendo com’era stata pagata.

Capisco la Mafai, umanamente, ma mi fa effetto comunque sentirla dire, rispondendo alla provocazione “esule o latitante” della giornalista, che tecnicamente egli era un latitante, ma adesso, a distanza di anni… Che cosa c’entra la distanza di anni? I fatti sono lì.

Riservarsi sempre di riabilitare chi era stato infangato, come l’idea in sé del revisionismo senz’alcun colore specifico, sono cose assolutamente positive; dipende però sempre da chi si riabilita, da che cosa si rivede. In un caso come quello di Craxi la riabilitazione, che poi dovrebbe essere un ringraziamento postumo di Berlusconi, che rimane il più grave crimine dell’ “esule”, dovrebbe avvenire in condizioni del tutto particolari: cioè dovrebbe essere una riabilitazione a prescindere da quello che è stato, da quello che ha fatto. Una riabilitazione avviene sulla base di quello che un uomo ha fatto concretamente; postumamente gli si riconosce che quello che gli è stato attribuito non è vero, e si ristabilisce una verità di fatto; si fa atto di contrizione, e, detersane la reputazione dalle ultronee macchie, lo si consegna netto ed emendato alla storia. Nel suo caso, invece, quello che ha fatto non ha nessuna importanza, o ha un’importanza relativa, o comunque non è incompatibile con tutto quello che identifichiamo con l’onestà, la rettitudine, e tutto quello che merita di essere ricordato di un uomo dopo tanti anni. Si trattasse di mera disinvoltura, nessuno si opporrebbe alla riabilitazione, perché se dopo 10 anni un latitante diventa un esule, dopo 20 potrebbe tornare latitante grazie ad ulteriori revisioni, o secondo il capriccio del momento. Mentre qui si tratta di decidere a freddo, e in spregio di qualunque verità, di costruire una figura che non è mai esistita, e consegnare quella ad una memoria collettiva che, tra l’altro, non trattiene nemmeno tanti altri nomi e tante altre vicende biografiche che dovrebbe custodire gelosamente. Forse basterebbe pensare, molto meno schieratamente, a quello che è storia e merita essere considerato tale; non si tarderebbe a rendersi conto che Craxi è stato un politico sicuramente consegnato al passato, ma che la storia, se non relativamente al suo contesto e al suo caso, non l’ha proprio fatta.

Questo prescindendo dal fatto che la raffinata operazione politica affidata alla programmazione di RaiUno di jersera (ad uso di un pubblico di ultrasessantenni, oramai, ma la televisione fatìca a rinunciare alle proprie ambizioni, anche adesso che si sono rivelate irrealistiche) serviva a projettare un binomio sinistra=corruzione che può avere tanti diversi usi a seconda che venga comodo.