Archivio | gennaio, 2010

518. Holden.

30 Gen

Ho riletto, jersera, il Giovane Holden, per ri-farmene un’idea. Da una rapida ricognizione in rete, ma anche tra i commenti che sono stati lasciati quissopra, stando a parecchj consterebbe un pajo di cose:

1. Salinger difficilmente avrebbe avuto lo stesso successo se non avesse fatto vita così ritirata, rendendolo uno dei personaggj meno intervistabili della storia del secolo scorso, e di questo pezzo di secolo attuale;

2. Il giovane Holden, o The Catcher in the Rye che dirsi voglia, non è affatto il suo capolavoro, essendo più risolti in sé stessi i racconti.

Io stesso ho forse contribuito alla confusione, definendo lo Holden come il lavoro suo più perfetto – non ho spiegato che tale mi sembra proprio perché il più irrisolto, ossia il più aderente a quella irrisolta realtà a cui fa riferimento. Le figure più spiccate delle opere di minor respiro sono sicuramente più “perfette” di quella di Holden; ma quella di Holden è meno spiccata perché la volontà dell’autore nel suo caso era quella di ritrarre una personalità adolescente, di qua dalla formazione definitiva.

E’ perfetto, quel romanzo, e lo ribadisco fresco di lettura, proprio – insomma – perché è irrisolto.

Holden Caulfield è uno strano (perché tutti gli adolescenti sono strani) misto di goffaggine e sfacciataggine, sempre nel quadro di una personalità ovviamente umbratile, tendente all’introversione. Boccia, alla scuola Pencey, in quasi tutte le materie, salvo inglese; ha un colloquio con il professore di storia, Spencer, un uomo molto anziano a cui durante le lezioni cade continuamente il gesso, che dev’essere raccolto per lui da qualche studente che si dipanca appositamente, e glielo porge. Holden rimane soprattutto colpito, fastidiosamente, dal petto nudo e incavato del professore in vestaglia, e prova pena per lui quando cerca di buttare prima una rivista e poi il tema di storia di Holden, appena riletto, sopra il letto troppo duro su cui Holden è stato fatto accomodare. Si assiste ad una lettura integrale del tema di storia di Holden; si parla di Egizj, su cui Holden è marchianamente impreparato. Di più, il tema è concluso da una simpatica letterina nella quale Holden rassicura il professore, dicendogli di non farsi troppi sensi di colpa se lo boccerà, contribuendo a farlo espellere dalla scuola. Il professore si sente ugualmente in colpa: Holden è riconosciuto come un ragazzo intelligente e beneducato, ma troppo orso e confuso. Verso il finale, poco prima di rivedere in segreto la sorellina Phoebe, Holden stesso coopta due bambinetti riluttanti, e li porta a fare una specie di visita guidata, ovviamente molto sui generis data la sua preparazione in materia, ad un museo, dove sono custodite mummie egizie: dà loro qualche ragguaglio, abbastanza sguarnito e scorretto, circa il metodo di conservazione dei cadaveri, dopodiché i due sgattajolano via, lasciandolo solo.

Quando lascia Pencey, Holden prende il treno, di notte, che lo porterà dalla Pennsylvania allo stato di New York, dove poi si muoverà in tassì. Solitamente ama viaggiare di notte, dice che gli riesce possibile lèggere anche certi raccontini pulp da rivista (ne compra normalmente quattro, di riviste, più un panino dall’uomo che passa per i vagoni con la carrettella), ma quella notte, al pensiero di quello che succederà a casa, non riesce a rilassarsi o a lèggere, né altro. Anche a questo punto si nota una coincidenza tipicamente romanzesca – nel romanzo di formazione la coincidenza ha una funzione fondamentale di contrappeso, serve a stabilire un legame e un paragone con una situazione precedente, facendo risaltare il fatto evolutivo; ma qui non succede niente del genere -, e cioè l’ingresso di una bella signora sulla quarantina, che lascia il bagaglio in mezzo al corridojo (come fanno tutte le donne di un certo tipo, nota Holden) e si siede vicino a lui nonostante lo scompartimento sia vuoto; la signora riconosce lo stemma di Pencey sui bagaglj di Holden sistemati nella rete, e gli chiede se venga da lì. Holden risponde affermativamente, e la signora si rivela essere la madre di uno dei compagni più odiosi di Holden, uno che ama percuotere i compagni con l’asciugamano bagnato, che fa anche parecchio male. Dice di conoscere il compagno – dà intanto il nome del bidello, “Rudolph Schmidt”, e non il proprio – e ne tesse le lodi più sperticate. Quando la signora, felicissima di avere un figlio così dotato e benvoluto, scende, gli dice che venga a trovarli al mare, l’estate prossima. Cosa che Holden non si sognerà nemmeno di fare.

Sempre all’inizio, un suo brillante compagno di stanza, per cui tuttavia prova lo stesso fastidio fisico che prova per altri compagni – specialmente perché gli sembra sporco, nonostante l’apparente cura dell’aspetto – dice di uscire con Sally, una ragazza che nel romanzo non compare mai ma a cui Holden pensa continuamente. Al ritorno del compagno, Holden, ingelosito, lo provoca, finché è malmenato. Ha il cuore più tumefatto della faccia, ma guardandosi allo specchio le ecchimosi e il labbro spaccato prova un po’ di compiacimento per l’aria vissuta che gli dànno quei segni. A New York, riparato in una stamberga che non conosce – è una camera a ore; la scelta è stata obbligata perché sbadatamente ha dato al tassista l’indirizzo di casa, e non quello di un albergo noto, sicché ha dovuto piegare per quello che trovava in una zona facilmente raggiungibile dalla zona in cui abitano i suoi -, un po’ eccitato da quello che vede attraverso le finestre di altre due camere (un uomo che si mette biancheria intima da donna; una coppia che si sputa acqua o alcool addosso), acconsente alla proposta dell’omino del lift che gli propone una prostituta. Patteggiano 5 dollari per un quarto d’ora. Ma quando Sunny arriva, Holden vuole solo parlare. Trascorrono un quarto d’ora, alla fine del quale la prostituta pretende 10 dollari anziché 5; Holden si rifiuta di sganciare di più, anche quando la prostituta torna con l’omino del lift che vuole riscuotere a tutt’i costi. Finché la prostituta non si serve personalmente – di 5 dollari, non di più, perché non sono ladri, dice – dalla tasca della giacca di Holden, e l’omino lo picchia. Ma stavolta Holden, nonostante il carattere un po’ più avventuroso della faccenda, non si compiace affatto dei lividi; si piega in due e piange.

Holden doveva arrivare a casa un mercoledì per le vacanze di natale; torna il sabato prima, e fino alla data prevista ha a disposizione qualche giorno e qualche notte per assistere allo spettacolo della vita, rimuginare, e temporeggiare. Soprattutto per pensare a cose tipicamente adolescenziali: dove vanno a finire le anatre di Central Park quando lo stagno ghiaccia – completamente ubriaco, va anche nottetempo a verificare, e le anatre effettivamente non ci sono, e lui rischia di finire nello stagno mezzo ghiacciato e mezzo no – è l’esempio arcinoto del suo (?) peculiare delirio adolescenziale. Ma c’è anche il dialogo con le due suore, che gli fanno simpatia benché sia agnostico – la sua famiglia, a differenza di quella di Salinger che era ebreo, come denota il cognome Caulfield, è di origine irlandese, per cui spesso ha che fare con interlocutori che dànno per scontato che sia cattolico. Di fatto è ateo. Una delle due suore insegna inglese; parlando di letteratura, Holden si sente in dovere di dire che ci sono parti di Romeo e Giulietta che non gli piacciono; questo per venire incontro alla suora, che, essendo una suora, dev’essere necessariamente allergica agli scambj amorevoli tra i due amanti. La suora, per cui invece Romeo è il dramma shakespeariano preferito, non capisce molto bene perché Holden non ne senta la poesia. Incontra un ex-compagno di classe, per il quale non nutre poi questa gran passione, noto al tempo per la sua vasta esperienza in casistica sessuale. Ed è proprio questo l’argomento su cui lo provoca, irritandolo e affrettando senza volere il momento del congedo. Tra dialoghi in cui domina l’incomprensione reciproca, riflessioni al limite dell’ossessivo (il pianista nero Ernie che lo intimidisce, perché s’inchina con compiacimento forzato agli applausi del pubblico e ha l’aria di voler parlare solo con “pezzi grossi”; tutta la riflessione sul cinema, con una pagina e mezzo di descrizione di un film del quale le cose che più lo infastidiscono sono proprio la sdolcinatezza, il lieto fine, e le coincidenze artefatte, per cui tutto deve tornare), indecisioni, trascorre quest’esperienza di Holden, che in fase liminare già s’era rifiutato di partire dall’inizio secondo gli schemi dell’autobiografia in buona & dovuta forma (dall'”infanzia schifa” dell’infelicissima traduzione di Adriana Motti).

L’impressione di compattezza che se ne detrae non si deve affatto al nudo ‘contenuto’, ossia da una rispondenza a distanza di fatti: laddove si determinano coincidenze, esse non portano da nessuna parte, come spessissimo nella vita; laddove c’è un incontro, esso non prepara nessun evento immediatamente seguente, per quanto possa risultare memorabile (per Holden come per il lettore). Il giovane Holden non sembra, nonché un romanzo di formazione, nemmeno un romanzo in senso tradizionale; le contraddizioni sono segnali prevalenti sulle continuità, sulle conferme; i conti non tornano mai. Uscito nel 1951, destò qualche reazione indispettita per via della schiettezza di certe espressioni vernacole, tra cui anche numerosi “fuck”, che ovviamente si traducono con “cazzo”, in italiano – ma rimangono “c…” nella versione della Motti, 1961 -; e anche qui c’è una contraddizione testuale / extratestuale, perché la gran parte dei “fuck” Holden li vede scritti sui muri, un po’ dovunque, verso la fine del libro, ed è il primo ad esserne infastidito. Quasi che il personaggio si mettesse d’accordo coi censori prima ancòra che questi si mettano all’opera per tentare di oscurarlo. L’unico momento in cui Holden riceve segnali compiutamente rassicuranti è in casa del professor Antolini, un uomo generoso e coraggioso, che ha avuto come insegnante, e che ricorda in una specie di gloria d’eroismo, perché aveva preso sulle proprie braccia il corpo di un povero ragazzo, violentato da un gruppo di compagni per vendetta, e buttatosi dalla finestra. Antolini gli fa un lungo discorsetto, che sembra ancor più serio proprio inquantoché l’oratore è quasi completamente sbronzo, nel quale gli dice in sintesi, e glielo scrive anche su un foglietto, che il vero eroe non è chi sa morire per un ideale, ma chi sa vivere umilmente per esso. Finito il fervorino, che fa capire a Holden qual è il suo destino – quello dello studioso, perché ha curiosità – e che intelligenza e sensibilità devono unirsi a cultura e disciplina, lo mette a dormire su un divano. Poco più tardi Holden si sveglia di colpo: Antolini inginocchiato vicino al divano, “ammirato” della sua bellezza (poiché Holden, un metro e ottantanove, con i suoi milioni di capelli grigj, è molto bello, come dice anche un’ex di suo fratello B.D., scrittore, che adesso lavora a Hollywood), gli sta accarezzando la testa. Tutto si rompe, nuovamente, e Holden scappa, perdendo l’unico rifugio apparentemente certo.

Il fulcro del romanzo non è lo spostamento del nostro eroe dalla condizione essenzial-esistenziale A alla condizione B, come avviene nel romanzo di formazione, come, in maniera estremamente intelligente ma del tutto tradizionale, aveva fatto Twain con due opere spesso indicate come antesignane di Holden, Tom Sawyer e Huckleberry Finn: né gl’interessa mostrare in Holden un ragazzo particolarmente sventurato, come avviene in Dickens, dal destino segnato e dall’ascesa faticosa ed eroica. Né ha alcunché in comune con il patinato, sia romanzesco sia cinematografico ma comunque in specie influenzato dal visivo, alla West Side Story o, chessò, I ragazzi della 56a strada (che è tratto dal romanzo di una donna, peraltro, e si sente): Holden non ha nulla dell’eroe, o dell’antieroe. E’ semplicemente un adolescente, colto nel momento esatto in cui nessuno, come càpita in qualunque vita adolescente, sa che piega prenderanno le cose; nel momento, in più, della massima dispersione, quando cioè il diretto interessato non ha e non vuole avere le idee chiare. Coglie, Salinger, in maniera secondo me assolutamente unica – per questo il romanzo, che comunque no ha determinazioni storiche esteriori troppo individuate; c’è chi l’ha trovato anche “invecchiato”, ma si può dire tutto e il contrario di tutto, a proposito di un romanzo del genere -, nel senso che nessun altro c’è riuscito, il momento della massima sospensione, della massima esitazione, della massima dispersione. Nessun altro romanziere dell’adolescenza, nessuno di cui io sappia alcunché, è riuscito a resistere alla tentazione di fare del protagonista un adulto in miniatura, o peggio. Il merito di Salinger è stato proprio quello di cogliere, dell’adolescenza, esattamente la cifra dell’indecisione, il limbo, la sospensione, la dispersione, l’umbratilità, anche nell’inseguire i riposti, tortuosissimi pensieri di Holden – il pensiero adolescente è un pensiero che urge una sensibilità, anche fisica, esacerbata, dunque è sempre delirante -, e nell’immergerlo in una sequenza di avvenimenti a cui nulla consegue, proprio per l’incapacità del protagonista, che si affaccia per la prima volta alla vita intesa come solitudine esistenziale, a determinare eventi.

Un’ultima cosa: Andrea Cipolla faceva notare che Holden gli pareva smorfioso. Devo dire di trovarmi perfettamente d’accordo: ma temo che sia un problema dovuto alla traduzione: ho già ricordato l'”infanzia schifa”, si possono aggiungere anche l’insopportabile “e compagnia bella” (unitamente a movenze similari, tutte impiegate per il molto più opaco, e accettabile, americanissimo “, … and all” (“, … e tutto”). E’ stato un problema rilevante per i traduttori italiani, fino, credo almeno al 1970 riuscire a tradurre testi di registro colloquiale-triviale con una lingua che non sapesse di campagna o non ricorresse alle dubbie risorse del dialetto – che è, nuovamente, un riprecipitare nel rurale. Se è per quello, non è solo un problema di versioni dall’americano o dall’inglese, anche Sanguineti traducendo il Satyricon (ma quella Roma era l’America di allora) ricorse ad una lingua che sapeva molto di stalla. Altro romanzo, molto più di nicchia ma anch’esso resistente al tempo, come il mio dilettissimo Auntie Mame, di Patrick Dennis, del 1955, è stato ritradotto, in particolare da Codignola, per Adelphi, ed è un po’ l’anti-Holden, da questo punto di vista: nonostante la proposta baricchiana, nessuno mai ha pensato di ritradurre il capolavoro di Salinger, mentre La zia Mame, che nel 1960 aveva avuto una stupenda versione per cura di Henry Furst, è stato adesso ritradotto (con una Bubbole che parla, effettivamente, una specie di italianazzo vagamente dialettizzante). Furst (coadiuvato dalla Orsola Nemi) però aveva che fare con un testo in cui lo slang si mescolava a molte altre terminologie più o meno rigorose, e tutte impastate all’insegna di un gremito flamboyant – che nessuno lo definisca camp, è come definire camp Paolo Poli o la Callas (a questo punto è camp anche la Gioconda) -, coltissimo e brillante, che il traduttore ebbe ottimo gioco a tradurre con un italiano opulento, illustre, rilevato e mescidato, tutto sul pedale del forte. Benché non si addica quasi per niente allo Holden, sarebbe sempre stato molto meglio di quello che la Motti ha messo, peraltro abbastanza svogliatamente, insieme. Insomma, leggiamocelo in originale, o aspettiamo pazienti la nuova, necessaria versione (laddove Adelphi benissimo avrebbe fatto a ristampare il capolavoro di Dennis nella vecchia versione, compresa di note a piè di pagina – una settantina!, e contribuiscono al fascino del libro, perché v’impiantano felicemente un’ajuola barocca, che si addice benissimo a una Mame italiana -, e a non affidare ad altri alcuna nuova versione). Solo a quel punto si potrà decidere se e quanto sia smorfioso, o lezioso, il vero stile – o un suo valido succedaneo – di questo grande libro.

517. Salinger.

29 Gen

Risale a pochi giorni fa la notizia, per me inquietante, che Jack Frusciante è uscito dal gruppo [per chi non sapesse – perché si ha anche diritto di non sapere – capolavoro relativo e giovanile di Enrico Brizzi], è il miglior romanzo generazionale mai scritto. Risale invece a jersera la notizia, per me altrettanto inquietante, che Salinger è morto; e Salinger è noto per aver scritto un romanzo generazionale che è noto come il più importante tra tutti i romanzi generazionali mai scritti, e io sono di quei polloi che pensano proprio questo.

Salinger e il suo libro sono due paradossi: è paradossale per uno scrittore così secretive aver scritto un romanzo finito in mano a tutti, ma proprio a tutti, ispiratore per adolescenti che non avrebbero mai scritto una virgola, scrittori in età, assassini e scuole di scrittura creativa: un romanzo notissimo, un fatto pubblico. Ed è paradossale che un romanzo generazionale, per definizione con un hic et nunc tutto suo, abbia attraversato più generazioni oltre a quella a cui si riferiva strettamente – per finire col rivelarsi semplicemente un capolavoro che, dunque, solo fenotipicamente può definirsi generazionale (in qualche modo Salinger doveva averlo previsto: il giovane Holden aveva milioni di capelli grigj). Qualcosa di assoluto deve per forza aver attinto. Ha scritto, oltre al Catcher in the Rye, anche altre cose, tutte atmosfericamente similari ma meno perfette: Franny e Zooey, per esempio, erano più grandi e meno innocenti e troppo sofisticati rispetto al giovane Holden; e, quando la smania di segretezza dell’autore investì anche parte della sua scrittura, e mi riferisco a Hapworth 16, 1924, il personaggio intorno a cui ruotava la narrazione (Seymour, settenne, che scrive una lunga lettera da un campo estivo) pare un filino mostruoso, per intelligenza acume sensibilità, e in odore di salingerismo – ossia dà il sospetto che l’idioma dell’autore fosse diventato ormai maniera, o almeno tendesse a diventare tale.

Suppongo che Salinger difendesse il suo privato e il suo diritto a scrivere esclusivamente “per sé stesso” – che è un ossimoro, e dunque un’espressione da prendere con le molle – perché la coscienza di star scrivendo per un pubblico ben preciso, quale si era ormai manifestato attraverso le vendite del suo libro più importante, l’avrebbe inesorabilmente spinto giù per la china del formalismo. Salinger ebbe una coscienza delle forme come nessun altro scrittore della sua generazione, scommetto, specialmente nella sua famiglia letteraria, quella degli eredi del realismo americano: è rarissimo, quasi impossibile, trovare altri scrittori, del suo paese e no, della sua espressione linguistica e no, e della sua temperie, che nel giro non dico di una pagina, ma di una frase, magari casualmente incontrata su un’antologia, senza necessariamente denunciare a chiare lettere la mano dell’autore, riverberi quello splendore di bronzo alessandrino, quella bellezza così oggettiva, così armoniosa, così compiuta. Uno scrittore capace di quella perfezione vive di equilibrj delicatissimi, e deve necessariamente stare attento a come mette mano a qualunque sua opera, e al contesto in cui agisce; e dunque, anche, a chi lo sta guardando mentre scrive.

Si scrive per comunicare, e Salinger non ha fatto eccezione, ne sono del tutto convinto. Se, da un certo momento in poi, si è rifiutato di farlo, e nei due sensi [sia personalmente, rifiutandosi anche di comparire in fotografia (famoso questo scatto rubato quassopra), sia in stampa] è stato proprio a salvaguardia di una perfezione.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

515. Varie.

26 Gen

Ho cominciato da pochissimo a frequentare il Cottolengo, familiarmente Cutu, per via che ogni tanto, almeno, dovrò pur lavarmi. E dato che dànno la possibilità di cambiarsi i vestiti e di lavarsi, e dato che da altre parti sarebbe possibile o solo lavarsi o solo avere i vestiti, non mi è parsa una cattiva idea ricorrere alla gloriosa istituzione per i miei sporchi fini.

Sennonché li capisco sempre meno. Quattro settimane fa ho scoperto per puro caso che si poteva fare la doccia il mercoledì mattina, e ne ho fruito. Tre settimane fa ho scoperto che la doccia si poteva fare anche il giovedì, e ne ho fruito. Due settimane fa ho scoperto che il mercoledì non si può fare la doccia, è solo per gli stranieri, e avevano già fatto entrare due persone e fratel Claudio aveva già avuto tre crisi isteriche (?) sicché era il caso di tornare il pomeriggio, munito di biglietto datomi dal fratello di turno; ma attenzione: perché il mercoledì la doccia è solo per gli stranieri, per gl’italiani è il martedì e il giovedì.

Chiaro: sicché sono tornato nel pomeriggio, ho fatto una doccia, e il volontario maghrebino che m’ha servito — ci sono molti volontarj maghrebini che affiancano i varj fratelli cottolenghini nel servizio, corre voce (anzi: corrono molte voci, e belle insistenti) che siano cooptati in base ai bucchini che fanno ai fratelli, come criterio unico — ha insistito affinché prendessi due capi di ogni articolo, due mutande, due magliette, due camicie, che poi non sapevo dove cacchio mettere e sono rimasto carico come un animale da basto — ma almeno ero pulito. ù

Poi, questa settimana, che poi è oggi, puntualmente alle 9.00 (ho persino corso un po’) mi sono presentato al portone del Cutu per fare la doccia — è o no martedì? Ma ho trovato fratel Naldo, che alla mia domanda se fosse possibile fare la doccia ha detto Oggi credo di no, e comunque è andato a chiedere a fratel Stefano, che aveva un’aria molto scocciata, come — credo — sempre (l’avrò visto tre volte in vita mia, ma anche a distanza di anni ha sempre la stessa aria molto scocciata), e gli ha risposto controvoglia che la doccia si fa il mercoledì e il giovedì.

Che mi stiano prendendo per il culo? O vogliono un bucchino (dubito; sono convinto che prediligono un tipo più ruspante)? Tengo le dita incrociate per domani, per un domani con doccia, e senza bucchino.

***

Ho visto conoscenti, giorni fa, una lei e un lui. La lei mi ha detto se sapevo qualcosa della nuova iniziativa di cui un gruppo di volontarj era stato incaricato dal Comune. Mi ha spiegato che tre sue amiche, che non sono Operatrici sociosanitarie ma hanno seguìto un corso per mero interesse personale, le avevano detto che i volontarj sarebbero venuti a giorni per farsi un giro tra i barboni svaccati nelle varie parti della città, con lo scopo di tentarne un censimento e migliorare il servizio. Le ho chiesto: “E’ a questa cosa che ti riferisci?”, e ho prodotto una busta, arancione, contenente un foglio su cui è stampato:

Buon giorno,
alcuni volontari di Torino stanno cercando di capire meglio le esigenze
dei cittadini senza dimora.
Servirebbe anche il Suo aiuto per migliorare i servizi della Nostra città.
Domani sera (19 gennaio) per le vie della città, questi volontari
cercheranno di raccogliere anche la Sua testimonianza. Tutte le
informazioni saranno riservate.
Per ringraziarLa della mezz’oretta che passeremo insieme le offriamo
un buono che Lei può spendere dove preferisce tra supermercati,
ristoranti, bar e negozi.
NON BUTTI VIA QUESTA BUSTA FINO A DOMANI SERA.
CI VEDIAMO IN QUESTA VIA, DOMANI 19 GENNAIO, VERSO LE ORE
20.00.
A domani, il Suo aiuto è fondamentale!

Mi era stato lasciato durante la notte scorsa, quella tra il 18 e il 19, accanto al giaciglio, insieme ad un’arancia sistemata dentro un platoncino di cartone, un piccolo yogurt da bere, una merendina Kinder, un panino (secco) in una bustina di plastica trasparente, e una dozzina d’ovetti di cioccolata pure in bustina trasparente, pinzata alla busta. (Che avevo aperto più che altro nella speranza di trovarci dei soldi, speranza legittima, dato che la colazione lasciava tanto a desiderare). L’ho mostrata a questa lei, che ha detto doversi trattare per forza di qualcosa del genere, se non della stessissima cosa. Lei era dubbiosa circa la bontà dell’operazione; lui era sicurissimo che fosse un’invadenza e un modo per estendere e rafforzare il controllo. Io, che non imparerò mai, ho solamente detto che ci sono molti vecchietti andati di testa che probabilmente potrebbero essere assistiti molto meglio, come per esempio il narcolettico, quel vecchietto che in mezza giornata va da p.zza s. Carlo a p.zza Carlo Felice, dove stende la mano e si addormenta, così, a mano tesa, ché tanto chi vuole sa dove lasciare la moneta; e ho detto anche che un censimento sarebbe grosso modo necessario, perché è dal 14 marzo 2000, quando fu la fondazione Zancan che se ne incaricò, che non s’è più fatta la conta generale dei barboni; e questo è sicuramente indispensabile ad approntare un servizio. Per quanto gli enti locali ormai da decennj stanzjno sempre meno soldi, e sa di controsenso che non ci sia posto per tutti nei dormitorj, e poi si vadano a cercare gli straccioni col rampino collo scopo di “migliorare il servizio”.

Poi, per la verità, poco dopo le 20.00 io mi trovavo proprio nel posto in cui i volontarj m’avevano trovato, ma stavo passando per andare, con la coppia prefata, in un locale di S. Salvario; e li abbiamo visti, i volontarj, tutti con giacche arancioni fluorescenti — facevano pandàn col colore della busta — e molti colla spilla della Croce rossa, andare e venire. A me il buono faceva gola, ma, intimorito dalla mezzoretta di intervista prospettata, e troppo infreddolito per volermi trattenere all’aperto, ho preferito andare con loro a bere un cognac e a mangiare un piatto di patate al forno, peraltro molli e bisunte. Proseguendo lungo i portici di destra di p.zza s. Carlo, ho visto due gruppetti di tre-quattro volontarj arancione che conversavano con l’uno e con l’altro degli abitanti fissi della piazza. Che dormono sulle panchine, perché Torino è una delle poche città che vantano panchine al coperto, sotto i portici — le quali, ovviamente, sono occupate quasi tutte dai barboni durante le ore notturne fino alle prime ore del mattino.

Trascorsa la serata, dopo la mezzanotte sono tornato col sacco alla mia postazione, e ho dormito tranquillo. Non c’era ombra di passanti — il martedì notte non è come il sabato –, né di volontarj in divisa.

Ho trascorso la sera del 20 insieme con un amico, che accompagno a casa verso le 22.00, e al quale tengo compagnia fino alle 24.30, dopodiché esco, prendo l’autobus, e torno nella solita zona. Stavolta, recandomi da lui, ero un po’ preoccupato, perché solitamente nascondo il sacco in certe paratie che hanno messo in galleria s. Federico, che coprono le impalcature — ci sono lavori in corso, ristrutturazione; ho sempre fatto in modo che il sacco s’incastrasse tra i tubi, in cima, in modo che, al momento debito, bastasse allungare la mano per recuperarlo. Un’altra volta, non conoscendo ancòra quell’opzione, avevo buttato dentro il sacco, ed era stato molto complicato recuperarlo anche perché ero reduce da un brutto colpo della strega. Poi, però, avevo scoperto che quella che sembrava un’asse ben inchiodata fungeva in realtà da porticina, che si poteva tranquillamente aprire, bastava aprirla come un’anta e i chiodi si sfilavano senza problemi dalle loro sedi; poi si richiudeva, facendo una leggera pressione, e tutto tornava come prima. (Finché non avevano notato – lì è comunque pieno di videosorveglianza – quest’andirivieni, e avevano trovato modo di chiudere ermeticamente la porticina con due manici di scopa e quattro buchi attraverso cui far passare dei piccoli fascj di fil di ferro, assicurati da una parte alla porticina, e dall’altra all’impalcatura all’interno. Donde il mio espediente di incastrare il sacco tra i tubi in alto, l’unica alternativa al trascinarsi esso sacco tutta sera dietro).

Beh, la sera del 20 avevo per l’appunto un piccolo problema da risolvere: giunto all’1.00 e rotte in galleria, mi sono ricordato che qualche ora prima, mettendo il sacco al posto solito, m’era sfuggito di mano, ed era caduto con un gran tonfo su un ripiano sottostante. L’unica cosa che, qualche ora più tardi, potevo fare era appunto scalare la paretina di compensato – che è sempre un bel po’ più alta di me, e io non ho gran forza di braccia, per quanto sotto altri profili abbia invero un fisico della madonna -, calarmi, o lasciarmi cadere, all’interno; recuperare il sacco; buttarlo oltre la paretina; e seguirlo (magari un po’ meno alla bersagliera, ma si fa quel che si può). Mi sono issato, con sforzo che comprenderà chi mi conosce di fisico, mi sono lasciato cadere all’interno (un casino), ho recuperato il sacco e l’ho buttato fuori; fin qui tutto bene. E’ stato quando ho fatto per uscire che la paretina, evidentemente già provata dal mio peso all’andata, ha ceduto, spaccandosi a metà. Non ricordo più dove mi sono appigliato, ma l’atterraggio è stato morbido: ero pieno di polvere, credo, di gesso o quel che di similare con cui hanno tinteggiato le paratie per renderle più gradevoli all’occhio, ma indiscutibilmente intero e inescalfito.

Il bello è venuto dopo, quando ho pensato bene, per una volta tanto, di andare in p.zza s. Carlo a dormire – era parecchio che non ci andavo, il freddo era intenso, ma se la relativa maggior esposizione alla bisa della piazza era uno svantaggio, vi s’opponeva il vantaggio di trascorrere le ore notturne sollevato da terra. Sicché ho attraversato la galleria, e sono andato in piazza. Non m’è occorso altro, dato che gli occhj sono i nostri postiglioni, che guardare davanti a me, oltre il passaggio pedonale, per vedere il deserto. Non c’era S, non c’era C, non c’era nemmeno S1, che di tanto in tanto si fa vedere, né X che mi saluta dicendo “Ciao, papà” (è sulla cinquantina, ad occhio e croce; le fregnacce che dice). C’era, è vero, il vecchietto che dorme sempre davanti alla s. Paolo; ma questo si doveva esclusivamente al fatto che la s. Paolo c’era ancòra, completa d’ingresso e di zerbinone.

Quello che mancava erano le panchine. Le avevano portate via tutte, e fino ad oggi non ce le hanno rimesse.

***

Quest’anno il fisico — che è della madonna, come ho detto, per alcuni versi (basta saperlo prendere) — non m’ha sorriso. Da ottobre ho fatto due influenze di fila, con quella terrificante infezione batterica che m’ha fatto pensare a una tbc (era solo broncopolmonite, che gioja); ho avuto un colpo di frusta che m’ha mandato in giro una settimana come il gobbo di Notre-Dame; ho avuto una specie d’indigestione che m’ha fatto recere (quella è stata divertente: perché mi sono svegliato alle 4.10 in punto, ora a cui non mi sveglio mai, con la netta sensazione che avrei vomitato; mi sono liberato dal sacco – due cerniere – giusto in tempo per dar di stomaco deversando tutto il liquame apiè della panchina: sennonché il secondo conato è stato così entusiastico e sorprendente che sono caduto nel vomito sottostante, con tutto il sacco), e forse era un’influenza intestinale o qualcosa del genere, perché poi ho avuto giorni e giorni di raffreddore e tosse; jeri mattina mi sono svegliato con i piedi congelati.

514. PP al Teatro della Pergola.

26 Gen



ENTE TEATRALE ITALIANO PERGOLA STAGIONE TEATRALE ’06-’07

Intervistatore: Tra i molti modi di raccontare la realtà il giornalismo è sicuramente uno dei più pungenti, e molto più pungente è il giornalismo fatto dalle donne. Paolo Poli ne sceglie sei, sei giornaliste del Novecento, sei penne nobili che gli servono anche per raccontare, non solo con la parola, ma anche con la musica e le canzoni, la storia dell’evoluzione dell’Italia.

[♫ “Gira rigira biondina / l’amore la vita godere ci fa…”]

[♫ “Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor…”]

Intervistatore: Perché le giornaliste, perché proprio le giornaliste?

PP: Il perché non si domanda agli artisti, gli artisti raccontano il come, il perché si chiede al filosofo. Oggi uno che sa fare appena la sua firma invece che farlo giornalista, lo fanno… eh come si dice? – opinionista televisivo, o che. Io ho sempre molto amato la letteratura delle donne, quelle poche donne che potevano emergere dalla, così, la fanghiglia della scrittura. Le giornaliste sono state molto brillanti e tempiste. Ma anche le romanziere; ma anche le poetesse. Io ne ho conosciute molte perché ormai battono gli ottant’anni, sicché, eh, posso raccontare. Ma… di tutte quelle signore delle quali racconto la letteratura, la prima, la più gradita, è quella che non ho conosciuto perché è degli anni Venti, e io non c’ero ancóra: Mura, era il suo nome di battaglia. A volte un po’ strafalciona, lei scriveva: ma non importa, lei sapeva che nell’Europa girava la notizia che c’erano le Fanciulle in fiore di Proust, e sùbito nel ’19 ha scritto un romanzo sulle lesbiche – allora lì ho detratto sùbito un mio monologo, perché se c’è una ragazza cogli ormoni giusti per far la lesbica, son proprio io!

[“Signora Celeste! Signora Celeste! ”]

[“Strappandomi lentamente di sulle spalle la seta rossa…]

[♫ “Scusi, avrebbe un salatino”]

Intervistatore: Sei brillanti giornaliste del Novecento di Paolo Poli sarà alla Pergola fino al 4 febbrajo. La prossima settimana un cambiamento di programma: per difficoltà tecniche lo spettacolo Gallina vecchia con Marina Malfatti non avrà luogo, sarà spostato alla fine della stagione, nel mese di aprile. Ma il teatro della Pergola non si ferma: il 6, il 7 febbrajo, spazio a In sua movenza è fermo: le visite guidate, accompagnate anche dal contributo di attori, ai luoghi storici e nascosti del teatro della Pergola. Tutti i dettaglj sul sito: www.pergola.firenze.it.


[Prossimo spettacolo
6-7 febbraio
In sua movenza è fermo
con la Compagnia
delle Seggiole]

513. Il riccio.

23 Gen

https://i2.wp.com/images.movieplayer.it/2009/12/04/locandina-italiana-del-film-il-riccio-140769.jpg

Ultimamente, se mi fossi tenuto da parte i soldini per andare al cinema – ma non mi viene mai in mente –, sarei andato a vedere Brüno e Bastardi senza gloria.

Invece mi è toccato Il riccio, jersera (ero a carico, così si spiega), pellicola di due anni fa tratta dal romanzo L’eleganza del riccio, di una scrittrice francese dal nome inglese (Muriel Barbery) e marocchina di nascita (Casablanca), che nel 2006 fece un gran successo.

Non l’ho letto; ma il film è puro bozzettismo francese, per cui è in genere piacevole — e bellissimi i disegni attribuiti alla bambina, tra cui un delizioso pop-up che rappresenta la concierge in mezzo ai suoi libri, anche se quello che m’è rimasto più impresso è un velo di disprezzo verso piante e animali: le piante che sono le migliori amiche della mamma della ragazzina, Paloma – che ho trovato da uccidere –, e poi un pesce rosso avvelenato (e ripescato dal cesso, ma magari era un altro) e un gatto e un carlino scostàti in malo modo.

E poi un sospetto: che la concierge Renée (il riccio del titolo, irto di aculei fuori ma dentro esile e aggraziato) sia fatta morire perché non era concepibile che potesse continuare la relazione col ricco e raffinato giapponese Kakuro, nonostante le affinità elettive.

512. PP a Napoli.

22 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=VZM7djQFNgE

PAOLO POLI

IL MUSEO DI NAPOLI,

L’ARTE CLASSICA,

LIBERAMENTE

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

22 FEBBRAIO 2009

Presentatrice: … Intelligente, elegante, eloquente, sorridente, irridente…

PP: [E sembrano i cinque apostoli, dài!]

Presentatrice: …scoppiettante…

[stacco]

PP: Non so, trovate interessante che vi racconti le depilazioni…

Presentatrice: No, ma c’interessa la tua storia.

PP: Eh.

Presentatrice: Vogliamo sapere come hai debuttato. Come perché perchì…

PP: E non c’è mai la prima volta, quelle sono tutte storie inventate. Dice, suora, ero vergine, ero pura… inciampai… in un… come si chiama quello che ci ha le palle… caddi riversa

e la gonna mi si aprì come un ventaglio… sentii un alito caldo… e mi ritrovai incinta, non so come.

[risate]

Quelle son quelle storie lì, che si raccontano alla suora.

[applausi]

Presentatrice: Per fortuna è inarrestabile, per fortuna è inarginabile. Allora, no, io volevo sapere, le tue scelte Per esempio, ti travesti. Questo spettacolo tratto dai Sillabarj di Parise…

PP: Sai, ho avuto tanti guaj con le primedonne,

Presentatrice: Eh.

PP: … nervose… e una volta una m’è entrata anche nel letto, voleva essere galvanizzata, ma non era la mia specialità. E la tenni abbracciata così, e la struccai, perché eravamo tutti tinti dal teatro, coll’olio d’oliva. Quindi eravamo pronti per friggere

[risate]

più che per fare il sesso, a me il sesso m’ha sempre interessato meno… e ho provato solo l’amicizia, come sentimento, e… E poi il matrimonio – nojosi, adesso, i matrimonj dei frocj, o dei preti, son gli unici che si sposano, vero?

[risate]

Eh, sì, e allora… buffè controbuffè, per carità… e le… e i bicchieri di baccarà… eh? No, macché.

Presentatrice: Però non mi hai risposto perché ti travesti e ti piace tanto, e sei bellissima vestita da donna…

PP: Mannò, chissenefrega, non è che sono come Platinette, che essendo un mostro s’è accomodata curiosa, così. No, non m’importa, a me. Io ero effeminato, ero una bellezza fragile…