Archivio | gennaio, 2010

518. Holden.

30 Gen

Ho riletto, jersera, il Giovane Holden, per ri-farmene un’idea. Da una rapida ricognizione in rete, ma anche tra i commenti che sono stati lasciati quissopra, stando a parecchj consterebbe un pajo di cose:

1. Salinger difficilmente avrebbe avuto lo stesso successo se non avesse fatto vita così ritirata, rendendolo uno dei personaggj meno intervistabili della storia del secolo scorso, e di questo pezzo di secolo attuale;

2. Il giovane Holden, o The Catcher in the Rye che dirsi voglia, non è affatto il suo capolavoro, essendo più risolti in sé stessi i racconti.

Io stesso ho forse contribuito alla confusione, definendo lo Holden come il lavoro suo più perfetto – non ho spiegato che tale mi sembra proprio perché il più irrisolto, ossia il più aderente a quella irrisolta realtà a cui fa riferimento. Le figure più spiccate delle opere di minor respiro sono sicuramente più “perfette” di quella di Holden; ma quella di Holden è meno spiccata perché la volontà dell’autore nel suo caso era quella di ritrarre una personalità adolescente, di qua dalla formazione definitiva.

E’ perfetto, quel romanzo, e lo ribadisco fresco di lettura, proprio – insomma – perché è irrisolto.

Holden Caulfield è uno strano (perché tutti gli adolescenti sono strani) misto di goffaggine e sfacciataggine, sempre nel quadro di una personalità ovviamente umbratile, tendente all’introversione. Boccia, alla scuola Pencey, in quasi tutte le materie, salvo inglese; ha un colloquio con il professore di storia, Spencer, un uomo molto anziano a cui durante le lezioni cade continuamente il gesso, che dev’essere raccolto per lui da qualche studente che si dipanca appositamente, e glielo porge. Holden rimane soprattutto colpito, fastidiosamente, dal petto nudo e incavato del professore in vestaglia, e prova pena per lui quando cerca di buttare prima una rivista e poi il tema di storia di Holden, appena riletto, sopra il letto troppo duro su cui Holden è stato fatto accomodare. Si assiste ad una lettura integrale del tema di storia di Holden; si parla di Egizj, su cui Holden è marchianamente impreparato. Di più, il tema è concluso da una simpatica letterina nella quale Holden rassicura il professore, dicendogli di non farsi troppi sensi di colpa se lo boccerà, contribuendo a farlo espellere dalla scuola. Il professore si sente ugualmente in colpa: Holden è riconosciuto come un ragazzo intelligente e beneducato, ma troppo orso e confuso. Verso il finale, poco prima di rivedere in segreto la sorellina Phoebe, Holden stesso coopta due bambinetti riluttanti, e li porta a fare una specie di visita guidata, ovviamente molto sui generis data la sua preparazione in materia, ad un museo, dove sono custodite mummie egizie: dà loro qualche ragguaglio, abbastanza sguarnito e scorretto, circa il metodo di conservazione dei cadaveri, dopodiché i due sgattajolano via, lasciandolo solo.

Quando lascia Pencey, Holden prende il treno, di notte, che lo porterà dalla Pennsylvania allo stato di New York, dove poi si muoverà in tassì. Solitamente ama viaggiare di notte, dice che gli riesce possibile lèggere anche certi raccontini pulp da rivista (ne compra normalmente quattro, di riviste, più un panino dall’uomo che passa per i vagoni con la carrettella), ma quella notte, al pensiero di quello che succederà a casa, non riesce a rilassarsi o a lèggere, né altro. Anche a questo punto si nota una coincidenza tipicamente romanzesca – nel romanzo di formazione la coincidenza ha una funzione fondamentale di contrappeso, serve a stabilire un legame e un paragone con una situazione precedente, facendo risaltare il fatto evolutivo; ma qui non succede niente del genere -, e cioè l’ingresso di una bella signora sulla quarantina, che lascia il bagaglio in mezzo al corridojo (come fanno tutte le donne di un certo tipo, nota Holden) e si siede vicino a lui nonostante lo scompartimento sia vuoto; la signora riconosce lo stemma di Pencey sui bagaglj di Holden sistemati nella rete, e gli chiede se venga da lì. Holden risponde affermativamente, e la signora si rivela essere la madre di uno dei compagni più odiosi di Holden, uno che ama percuotere i compagni con l’asciugamano bagnato, che fa anche parecchio male. Dice di conoscere il compagno – dà intanto il nome del bidello, “Rudolph Schmidt”, e non il proprio – e ne tesse le lodi più sperticate. Quando la signora, felicissima di avere un figlio così dotato e benvoluto, scende, gli dice che venga a trovarli al mare, l’estate prossima. Cosa che Holden non si sognerà nemmeno di fare.

Sempre all’inizio, un suo brillante compagno di stanza, per cui tuttavia prova lo stesso fastidio fisico che prova per altri compagni – specialmente perché gli sembra sporco, nonostante l’apparente cura dell’aspetto – dice di uscire con Sally, una ragazza che nel romanzo non compare mai ma a cui Holden pensa continuamente. Al ritorno del compagno, Holden, ingelosito, lo provoca, finché è malmenato. Ha il cuore più tumefatto della faccia, ma guardandosi allo specchio le ecchimosi e il labbro spaccato prova un po’ di compiacimento per l’aria vissuta che gli dànno quei segni. A New York, riparato in una stamberga che non conosce – è una camera a ore; la scelta è stata obbligata perché sbadatamente ha dato al tassista l’indirizzo di casa, e non quello di un albergo noto, sicché ha dovuto piegare per quello che trovava in una zona facilmente raggiungibile dalla zona in cui abitano i suoi -, un po’ eccitato da quello che vede attraverso le finestre di altre due camere (un uomo che si mette biancheria intima da donna; una coppia che si sputa acqua o alcool addosso), acconsente alla proposta dell’omino del lift che gli propone una prostituta. Patteggiano 5 dollari per un quarto d’ora. Ma quando Sunny arriva, Holden vuole solo parlare. Trascorrono un quarto d’ora, alla fine del quale la prostituta pretende 10 dollari anziché 5; Holden si rifiuta di sganciare di più, anche quando la prostituta torna con l’omino del lift che vuole riscuotere a tutt’i costi. Finché la prostituta non si serve personalmente – di 5 dollari, non di più, perché non sono ladri, dice – dalla tasca della giacca di Holden, e l’omino lo picchia. Ma stavolta Holden, nonostante il carattere un po’ più avventuroso della faccenda, non si compiace affatto dei lividi; si piega in due e piange.

Holden doveva arrivare a casa un mercoledì per le vacanze di natale; torna il sabato prima, e fino alla data prevista ha a disposizione qualche giorno e qualche notte per assistere allo spettacolo della vita, rimuginare, e temporeggiare. Soprattutto per pensare a cose tipicamente adolescenziali: dove vanno a finire le anatre di Central Park quando lo stagno ghiaccia – completamente ubriaco, va anche nottetempo a verificare, e le anatre effettivamente non ci sono, e lui rischia di finire nello stagno mezzo ghiacciato e mezzo no – è l’esempio arcinoto del suo (?) peculiare delirio adolescenziale. Ma c’è anche il dialogo con le due suore, che gli fanno simpatia benché sia agnostico – la sua famiglia, a differenza di quella di Salinger che era ebreo, come denota il cognome Caulfield, è di origine irlandese, per cui spesso ha che fare con interlocutori che dànno per scontato che sia cattolico. Di fatto è ateo. Una delle due suore insegna inglese; parlando di letteratura, Holden si sente in dovere di dire che ci sono parti di Romeo e Giulietta che non gli piacciono; questo per venire incontro alla suora, che, essendo una suora, dev’essere necessariamente allergica agli scambj amorevoli tra i due amanti. La suora, per cui invece Romeo è il dramma shakespeariano preferito, non capisce molto bene perché Holden non ne senta la poesia. Incontra un ex-compagno di classe, per il quale non nutre poi questa gran passione, noto al tempo per la sua vasta esperienza in casistica sessuale. Ed è proprio questo l’argomento su cui lo provoca, irritandolo e affrettando senza volere il momento del congedo. Tra dialoghi in cui domina l’incomprensione reciproca, riflessioni al limite dell’ossessivo (il pianista nero Ernie che lo intimidisce, perché s’inchina con compiacimento forzato agli applausi del pubblico e ha l’aria di voler parlare solo con “pezzi grossi”; tutta la riflessione sul cinema, con una pagina e mezzo di descrizione di un film del quale le cose che più lo infastidiscono sono proprio la sdolcinatezza, il lieto fine, e le coincidenze artefatte, per cui tutto deve tornare), indecisioni, trascorre quest’esperienza di Holden, che in fase liminare già s’era rifiutato di partire dall’inizio secondo gli schemi dell’autobiografia in buona & dovuta forma (dall'”infanzia schifa” dell’infelicissima traduzione di Adriana Motti).

L’impressione di compattezza che se ne detrae non si deve affatto al nudo ‘contenuto’, ossia da una rispondenza a distanza di fatti: laddove si determinano coincidenze, esse non portano da nessuna parte, come spessissimo nella vita; laddove c’è un incontro, esso non prepara nessun evento immediatamente seguente, per quanto possa risultare memorabile (per Holden come per il lettore). Il giovane Holden non sembra, nonché un romanzo di formazione, nemmeno un romanzo in senso tradizionale; le contraddizioni sono segnali prevalenti sulle continuità, sulle conferme; i conti non tornano mai. Uscito nel 1951, destò qualche reazione indispettita per via della schiettezza di certe espressioni vernacole, tra cui anche numerosi “fuck”, che ovviamente si traducono con “cazzo”, in italiano – ma rimangono “c…” nella versione della Motti, 1961 -; e anche qui c’è una contraddizione testuale / extratestuale, perché la gran parte dei “fuck” Holden li vede scritti sui muri, un po’ dovunque, verso la fine del libro, ed è il primo ad esserne infastidito. Quasi che il personaggio si mettesse d’accordo coi censori prima ancòra che questi si mettano all’opera per tentare di oscurarlo. L’unico momento in cui Holden riceve segnali compiutamente rassicuranti è in casa del professor Antolini, un uomo generoso e coraggioso, che ha avuto come insegnante, e che ricorda in una specie di gloria d’eroismo, perché aveva preso sulle proprie braccia il corpo di un povero ragazzo, violentato da un gruppo di compagni per vendetta, e buttatosi dalla finestra. Antolini gli fa un lungo discorsetto, che sembra ancor più serio proprio inquantoché l’oratore è quasi completamente sbronzo, nel quale gli dice in sintesi, e glielo scrive anche su un foglietto, che il vero eroe non è chi sa morire per un ideale, ma chi sa vivere umilmente per esso. Finito il fervorino, che fa capire a Holden qual è il suo destino – quello dello studioso, perché ha curiosità – e che intelligenza e sensibilità devono unirsi a cultura e disciplina, lo mette a dormire su un divano. Poco più tardi Holden si sveglia di colpo: Antolini inginocchiato vicino al divano, “ammirato” della sua bellezza (poiché Holden, un metro e ottantanove, con i suoi milioni di capelli grigj, è molto bello, come dice anche un’ex di suo fratello B.D., scrittore, che adesso lavora a Hollywood), gli sta accarezzando la testa. Tutto si rompe, nuovamente, e Holden scappa, perdendo l’unico rifugio apparentemente certo.

Il fulcro del romanzo non è lo spostamento del nostro eroe dalla condizione essenzial-esistenziale A alla condizione B, come avviene nel romanzo di formazione, come, in maniera estremamente intelligente ma del tutto tradizionale, aveva fatto Twain con due opere spesso indicate come antesignane di Holden, Tom Sawyer e Huckleberry Finn: né gl’interessa mostrare in Holden un ragazzo particolarmente sventurato, come avviene in Dickens, dal destino segnato e dall’ascesa faticosa ed eroica. Né ha alcunché in comune con il patinato, sia romanzesco sia cinematografico ma comunque in specie influenzato dal visivo, alla West Side Story o, chessò, I ragazzi della 56a strada (che è tratto dal romanzo di una donna, peraltro, e si sente): Holden non ha nulla dell’eroe, o dell’antieroe. E’ semplicemente un adolescente, colto nel momento esatto in cui nessuno, come càpita in qualunque vita adolescente, sa che piega prenderanno le cose; nel momento, in più, della massima dispersione, quando cioè il diretto interessato non ha e non vuole avere le idee chiare. Coglie, Salinger, in maniera secondo me assolutamente unica – per questo il romanzo, che comunque no ha determinazioni storiche esteriori troppo individuate; c’è chi l’ha trovato anche “invecchiato”, ma si può dire tutto e il contrario di tutto, a proposito di un romanzo del genere -, nel senso che nessun altro c’è riuscito, il momento della massima sospensione, della massima esitazione, della massima dispersione. Nessun altro romanziere dell’adolescenza, nessuno di cui io sappia alcunché, è riuscito a resistere alla tentazione di fare del protagonista un adulto in miniatura, o peggio. Il merito di Salinger è stato proprio quello di cogliere, dell’adolescenza, esattamente la cifra dell’indecisione, il limbo, la sospensione, la dispersione, l’umbratilità, anche nell’inseguire i riposti, tortuosissimi pensieri di Holden – il pensiero adolescente è un pensiero che urge una sensibilità, anche fisica, esacerbata, dunque è sempre delirante -, e nell’immergerlo in una sequenza di avvenimenti a cui nulla consegue, proprio per l’incapacità del protagonista, che si affaccia per la prima volta alla vita intesa come solitudine esistenziale, a determinare eventi.

Un’ultima cosa: Andrea Cipolla faceva notare che Holden gli pareva smorfioso. Devo dire di trovarmi perfettamente d’accordo: ma temo che sia un problema dovuto alla traduzione: ho già ricordato l'”infanzia schifa”, si possono aggiungere anche l’insopportabile “e compagnia bella” (unitamente a movenze similari, tutte impiegate per il molto più opaco, e accettabile, americanissimo “, … and all” (“, … e tutto”). E’ stato un problema rilevante per i traduttori italiani, fino, credo almeno al 1970 riuscire a tradurre testi di registro colloquiale-triviale con una lingua che non sapesse di campagna o non ricorresse alle dubbie risorse del dialetto – che è, nuovamente, un riprecipitare nel rurale. Se è per quello, non è solo un problema di versioni dall’americano o dall’inglese, anche Sanguineti traducendo il Satyricon (ma quella Roma era l’America di allora) ricorse ad una lingua che sapeva molto di stalla. Altro romanzo, molto più di nicchia ma anch’esso resistente al tempo, come il mio dilettissimo Auntie Mame, di Patrick Dennis, del 1955, è stato ritradotto, in particolare da Codignola, per Adelphi, ed è un po’ l’anti-Holden, da questo punto di vista: nonostante la proposta baricchiana, nessuno mai ha pensato di ritradurre il capolavoro di Salinger, mentre La zia Mame, che nel 1960 aveva avuto una stupenda versione per cura di Henry Furst, è stato adesso ritradotto (con una Bubbole che parla, effettivamente, una specie di italianazzo vagamente dialettizzante). Furst (coadiuvato dalla Orsola Nemi) però aveva che fare con un testo in cui lo slang si mescolava a molte altre terminologie più o meno rigorose, e tutte impastate all’insegna di un gremito flamboyant – che nessuno lo definisca camp, è come definire camp Paolo Poli o la Callas (a questo punto è camp anche la Gioconda) -, coltissimo e brillante, che il traduttore ebbe ottimo gioco a tradurre con un italiano opulento, illustre, rilevato e mescidato, tutto sul pedale del forte. Benché non si addica quasi per niente allo Holden, sarebbe sempre stato molto meglio di quello che la Motti ha messo, peraltro abbastanza svogliatamente, insieme. Insomma, leggiamocelo in originale, o aspettiamo pazienti la nuova, necessaria versione (laddove Adelphi benissimo avrebbe fatto a ristampare il capolavoro di Dennis nella vecchia versione, compresa di note a piè di pagina – una settantina!, e contribuiscono al fascino del libro, perché v’impiantano felicemente un’ajuola barocca, che si addice benissimo a una Mame italiana -, e a non affidare ad altri alcuna nuova versione). Solo a quel punto si potrà decidere se e quanto sia smorfioso, o lezioso, il vero stile – o un suo valido succedaneo – di questo grande libro.

517. Salinger.

29 Gen

Risale a pochi giorni fa la notizia, per me inquietante, che Jack Frusciante è uscito dal gruppo [per chi non sapesse – perché si ha anche diritto di non sapere – capolavoro relativo e giovanile di Enrico Brizzi], è il miglior romanzo generazionale mai scritto. Risale invece a jersera la notizia, per me altrettanto inquietante, che Salinger è morto; e Salinger è noto per aver scritto un romanzo generazionale che è noto come il più importante tra tutti i romanzi generazionali mai scritti, e io sono di quei polloi che pensano proprio questo.

Salinger e il suo libro sono due paradossi: è paradossale per uno scrittore così secretive aver scritto un romanzo finito in mano a tutti, ma proprio a tutti, ispiratore per adolescenti che non avrebbero mai scritto una virgola, scrittori in età, assassini e scuole di scrittura creativa: un romanzo notissimo, un fatto pubblico. Ed è paradossale che un romanzo generazionale, per definizione con un hic et nunc tutto suo, abbia attraversato più generazioni oltre a quella a cui si riferiva strettamente – per finire col rivelarsi semplicemente un capolavoro che, dunque, solo fenotipicamente può definirsi generazionale (in qualche modo Salinger doveva averlo previsto: il giovane Holden aveva milioni di capelli grigj). Qualcosa di assoluto deve per forza aver attinto. Ha scritto, oltre al Catcher in the Rye, anche altre cose, tutte atmosfericamente similari ma meno perfette: Franny e Zooey, per esempio, erano più grandi e meno innocenti e troppo sofisticati rispetto al giovane Holden; e, quando la smania di segretezza dell’autore investì anche parte della sua scrittura, e mi riferisco a Hapworth 16, 1924, il personaggio intorno a cui ruotava la narrazione (Seymour, settenne, che scrive una lunga lettera da un campo estivo) pare un filino mostruoso, per intelligenza acume sensibilità, e in odore di salingerismo – ossia dà il sospetto che l’idioma dell’autore fosse diventato ormai maniera, o almeno tendesse a diventare tale.

Suppongo che Salinger difendesse il suo privato e il suo diritto a scrivere esclusivamente “per sé stesso” – che è un ossimoro, e dunque un’espressione da prendere con le molle – perché la coscienza di star scrivendo per un pubblico ben preciso, quale si era ormai manifestato attraverso le vendite del suo libro più importante, l’avrebbe inesorabilmente spinto giù per la china del formalismo. Salinger ebbe una coscienza delle forme come nessun altro scrittore della sua generazione, scommetto, specialmente nella sua famiglia letteraria, quella degli eredi del realismo americano: è rarissimo, quasi impossibile, trovare altri scrittori, del suo paese e no, della sua espressione linguistica e no, e della sua temperie, che nel giro non dico di una pagina, ma di una frase, magari casualmente incontrata su un’antologia, senza necessariamente denunciare a chiare lettere la mano dell’autore, riverberi quello splendore di bronzo alessandrino, quella bellezza così oggettiva, così armoniosa, così compiuta. Uno scrittore capace di quella perfezione vive di equilibrj delicatissimi, e deve necessariamente stare attento a come mette mano a qualunque sua opera, e al contesto in cui agisce; e dunque, anche, a chi lo sta guardando mentre scrive.

Si scrive per comunicare, e Salinger non ha fatto eccezione, ne sono del tutto convinto. Se, da un certo momento in poi, si è rifiutato di farlo, e nei due sensi [sia personalmente, rifiutandosi anche di comparire in fotografia (famoso questo scatto rubato quassopra), sia in stampa] è stato proprio a salvaguardia di una perfezione.

516. Davide Romanzini (il coglione).

28 Gen

Stamattina mi sono alzato di buon’ora, e sono andato a Foligno a prendere l’ultima tranche dei libri. E dato che c’era Stefania, che è così gentile, ne ho anche approfittato per scroccare due caffè, e per andare a fare pipì, già che c’ero. Cosicché, nel cesso, ho potuto vedere scritto a penna sulla sinistra:

DAVIDE ROMANZINI (il coglione)
TUTTO FUMO E NIENTE ARROSTO

Esattamente di faccia a dove un tempo c’era scritto ” Riccardo Conte [Conti, propriamente, non so se la storpiatura dei cognomi sia intenzionale] | la faccia come il culo“. Mi ci vorrebbero più mattinate ilari, all’insegna del buonumore, come questa. Impossibile non provare un po’ di tenerezza, di là dal divertimento, per il povero ladro, indispettito da quello che ha potuto trovare sul netbook.

Tutto quello che poteva interessare è in realtà finora manoscritto, su un quaderno che, a quel che mi ricordo, non ho portato quasi mai al dortoir; il netbook era pieno, come il vecchio mac, di dati che via via avevo raccolto, tirati giù da diversi libri; bibliografie, note, la minuta di certi post poi puntualmente finiti qui sopra, e nient’altro. Ho perso tutto troppe volte perché potessi ricascarci quest’ennesima volta. Io certamente sono due volte buono, ma masochista non tanto. 

Ecco come un romanzo allo stato embrionale, e anche meno, è diventata una missione impossibile: il Vietnam, praticamente. [Ma è, in fondo, una guerra tecnologica: tra me, appiedato e armato di spiedo come un guerriero galla, e il telefono, quest’invenzione perniciosa, coi veleni che, odierna Gertrude, versa nelle orecchie indiscrete.

Bisognerebbe sempre fuggire come la peste chi ci passa attaccato più di dodici ore al giorno, e non fa un cazzo dalla mattina alla sera].

515. Varie.

26 Gen

Ho cominciato da pochissimo a frequentare il Cottolengo, familiarmente Cutu, per via che ogni tanto, almeno, dovrò pur lavarmi. E dato che dànno la possibilità di cambiarsi i vestiti e di lavarsi, e dato che da altre parti sarebbe possibile o solo lavarsi o solo avere i vestiti, non mi è parsa una cattiva idea ricorrere alla gloriosa istituzione per i miei sporchi fini.

Sennonché li capisco sempre meno. Quattro settimane fa ho scoperto per puro caso che si poteva fare la doccia il mercoledì mattina, e ne ho fruito. Tre settimane fa ho scoperto che la doccia si poteva fare anche il giovedì, e ne ho fruito. Due settimane fa ho scoperto che il mercoledì non si può fare la doccia, è solo per gli stranieri, e avevano già fatto entrare due persone e fratel Claudio aveva già avuto tre crisi isteriche (?) sicché era il caso di tornare il pomeriggio, munito di biglietto datomi dal fratello di turno; ma attenzione: perché il mercoledì la doccia è solo per gli stranieri, per gl’italiani è il martedì e il giovedì.

Chiaro: sicché sono tornato nel pomeriggio, ho fatto una doccia, e il volontario maghrebino che m’ha servito — ci sono molti volontarj maghrebini che affiancano i varj fratelli cottolenghini nel servizio, corre voce (anzi: corrono molte voci, e belle insistenti) che siano cooptati in base ai bucchini che fanno ai fratelli, come criterio unico — ha insistito affinché prendessi due capi di ogni articolo, due mutande, due magliette, due camicie, che poi non sapevo dove cacchio mettere e sono rimasto carico come un animale da basto — ma almeno ero pulito. ù

Poi, questa settimana, che poi è oggi, puntualmente alle 9.00 (ho persino corso un po’) mi sono presentato al portone del Cutu per fare la doccia — è o no martedì? Ma ho trovato fratel Naldo, che alla mia domanda se fosse possibile fare la doccia ha detto Oggi credo di no, e comunque è andato a chiedere a fratel Stefano, che aveva un’aria molto scocciata, come — credo — sempre (l’avrò visto tre volte in vita mia, ma anche a distanza di anni ha sempre la stessa aria molto scocciata), e gli ha risposto controvoglia che la doccia si fa il mercoledì e il giovedì.

Che mi stiano prendendo per il culo? O vogliono un bucchino (dubito; sono convinto che prediligono un tipo più ruspante)? Tengo le dita incrociate per domani, per un domani con doccia, e senza bucchino.

***

Ho visto conoscenti, giorni fa, una lei e un lui. La lei mi ha detto se sapevo qualcosa della nuova iniziativa di cui un gruppo di volontarj era stato incaricato dal Comune. Mi ha spiegato che tre sue amiche, che non sono Operatrici sociosanitarie ma hanno seguìto un corso per mero interesse personale, le avevano detto che i volontarj sarebbero venuti a giorni per farsi un giro tra i barboni svaccati nelle varie parti della città, con lo scopo di tentarne un censimento e migliorare il servizio. Le ho chiesto: “E’ a questa cosa che ti riferisci?”, e ho prodotto una busta, arancione, contenente un foglio su cui è stampato:

Buon giorno,
alcuni volontari di Torino stanno cercando di capire meglio le esigenze
dei cittadini senza dimora.
Servirebbe anche il Suo aiuto per migliorare i servizi della Nostra città.
Domani sera (19 gennaio) per le vie della città, questi volontari
cercheranno di raccogliere anche la Sua testimonianza. Tutte le
informazioni saranno riservate.
Per ringraziarLa della mezz’oretta che passeremo insieme le offriamo
un buono che Lei può spendere dove preferisce tra supermercati,
ristoranti, bar e negozi.
NON BUTTI VIA QUESTA BUSTA FINO A DOMANI SERA.
CI VEDIAMO IN QUESTA VIA, DOMANI 19 GENNAIO, VERSO LE ORE
20.00.
A domani, il Suo aiuto è fondamentale!

Mi era stato lasciato durante la notte scorsa, quella tra il 18 e il 19, accanto al giaciglio, insieme ad un’arancia sistemata dentro un platoncino di cartone, un piccolo yogurt da bere, una merendina Kinder, un panino (secco) in una bustina di plastica trasparente, e una dozzina d’ovetti di cioccolata pure in bustina trasparente, pinzata alla busta. (Che avevo aperto più che altro nella speranza di trovarci dei soldi, speranza legittima, dato che la colazione lasciava tanto a desiderare). L’ho mostrata a questa lei, che ha detto doversi trattare per forza di qualcosa del genere, se non della stessissima cosa. Lei era dubbiosa circa la bontà dell’operazione; lui era sicurissimo che fosse un’invadenza e un modo per estendere e rafforzare il controllo. Io, che non imparerò mai, ho solamente detto che ci sono molti vecchietti andati di testa che probabilmente potrebbero essere assistiti molto meglio, come per esempio il narcolettico, quel vecchietto che in mezza giornata va da p.zza s. Carlo a p.zza Carlo Felice, dove stende la mano e si addormenta, così, a mano tesa, ché tanto chi vuole sa dove lasciare la moneta; e ho detto anche che un censimento sarebbe grosso modo necessario, perché è dal 14 marzo 2000, quando fu la fondazione Zancan che se ne incaricò, che non s’è più fatta la conta generale dei barboni; e questo è sicuramente indispensabile ad approntare un servizio. Per quanto gli enti locali ormai da decennj stanzjno sempre meno soldi, e sa di controsenso che non ci sia posto per tutti nei dormitorj, e poi si vadano a cercare gli straccioni col rampino collo scopo di “migliorare il servizio”.

Poi, per la verità, poco dopo le 20.00 io mi trovavo proprio nel posto in cui i volontarj m’avevano trovato, ma stavo passando per andare, con la coppia prefata, in un locale di S. Salvario; e li abbiamo visti, i volontarj, tutti con giacche arancioni fluorescenti — facevano pandàn col colore della busta — e molti colla spilla della Croce rossa, andare e venire. A me il buono faceva gola, ma, intimorito dalla mezzoretta di intervista prospettata, e troppo infreddolito per volermi trattenere all’aperto, ho preferito andare con loro a bere un cognac e a mangiare un piatto di patate al forno, peraltro molli e bisunte. Proseguendo lungo i portici di destra di p.zza s. Carlo, ho visto due gruppetti di tre-quattro volontarj arancione che conversavano con l’uno e con l’altro degli abitanti fissi della piazza. Che dormono sulle panchine, perché Torino è una delle poche città che vantano panchine al coperto, sotto i portici — le quali, ovviamente, sono occupate quasi tutte dai barboni durante le ore notturne fino alle prime ore del mattino.

Trascorsa la serata, dopo la mezzanotte sono tornato col sacco alla mia postazione, e ho dormito tranquillo. Non c’era ombra di passanti — il martedì notte non è come il sabato –, né di volontarj in divisa.

Ho trascorso la sera del 20 insieme con un amico, che accompagno a casa verso le 22.00, e al quale tengo compagnia fino alle 24.30, dopodiché esco, prendo l’autobus, e torno nella solita zona. Stavolta, recandomi da lui, ero un po’ preoccupato, perché solitamente nascondo il sacco in certe paratie che hanno messo in galleria s. Federico, che coprono le impalcature — ci sono lavori in corso, ristrutturazione; ho sempre fatto in modo che il sacco s’incastrasse tra i tubi, in cima, in modo che, al momento debito, bastasse allungare la mano per recuperarlo. Un’altra volta, non conoscendo ancòra quell’opzione, avevo buttato dentro il sacco, ed era stato molto complicato recuperarlo anche perché ero reduce da un brutto colpo della strega. Poi, però, avevo scoperto che quella che sembrava un’asse ben inchiodata fungeva in realtà da porticina, che si poteva tranquillamente aprire, bastava aprirla come un’anta e i chiodi si sfilavano senza problemi dalle loro sedi; poi si richiudeva, facendo una leggera pressione, e tutto tornava come prima. (Finché non avevano notato – lì è comunque pieno di videosorveglianza – quest’andirivieni, e avevano trovato modo di chiudere ermeticamente la porticina con due manici di scopa e quattro buchi attraverso cui far passare dei piccoli fascj di fil di ferro, assicurati da una parte alla porticina, e dall’altra all’impalcatura all’interno. Donde il mio espediente di incastrare il sacco tra i tubi in alto, l’unica alternativa al trascinarsi esso sacco tutta sera dietro).

Beh, la sera del 20 avevo per l’appunto un piccolo problema da risolvere: giunto all’1.00 e rotte in galleria, mi sono ricordato che qualche ora prima, mettendo il sacco al posto solito, m’era sfuggito di mano, ed era caduto con un gran tonfo su un ripiano sottostante. L’unica cosa che, qualche ora più tardi, potevo fare era appunto scalare la paretina di compensato – che è sempre un bel po’ più alta di me, e io non ho gran forza di braccia, per quanto sotto altri profili abbia invero un fisico della madonna -, calarmi, o lasciarmi cadere, all’interno; recuperare il sacco; buttarlo oltre la paretina; e seguirlo (magari un po’ meno alla bersagliera, ma si fa quel che si può). Mi sono issato, con sforzo che comprenderà chi mi conosce di fisico, mi sono lasciato cadere all’interno (un casino), ho recuperato il sacco e l’ho buttato fuori; fin qui tutto bene. E’ stato quando ho fatto per uscire che la paretina, evidentemente già provata dal mio peso all’andata, ha ceduto, spaccandosi a metà. Non ricordo più dove mi sono appigliato, ma l’atterraggio è stato morbido: ero pieno di polvere, credo, di gesso o quel che di similare con cui hanno tinteggiato le paratie per renderle più gradevoli all’occhio, ma indiscutibilmente intero e inescalfito.

Il bello è venuto dopo, quando ho pensato bene, per una volta tanto, di andare in p.zza s. Carlo a dormire – era parecchio che non ci andavo, il freddo era intenso, ma se la relativa maggior esposizione alla bisa della piazza era uno svantaggio, vi s’opponeva il vantaggio di trascorrere le ore notturne sollevato da terra. Sicché ho attraversato la galleria, e sono andato in piazza. Non m’è occorso altro, dato che gli occhj sono i nostri postiglioni, che guardare davanti a me, oltre il passaggio pedonale, per vedere il deserto. Non c’era S, non c’era C, non c’era nemmeno S1, che di tanto in tanto si fa vedere, né X che mi saluta dicendo “Ciao, papà” (è sulla cinquantina, ad occhio e croce; le fregnacce che dice). C’era, è vero, il vecchietto che dorme sempre davanti alla s. Paolo; ma questo si doveva esclusivamente al fatto che la s. Paolo c’era ancòra, completa d’ingresso e di zerbinone.

Quello che mancava erano le panchine. Le avevano portate via tutte, e fino ad oggi non ce le hanno rimesse.

***

Quest’anno il fisico — che è della madonna, come ho detto, per alcuni versi (basta saperlo prendere) — non m’ha sorriso. Da ottobre ho fatto due influenze di fila, con quella terrificante infezione batterica che m’ha fatto pensare a una tbc (era solo broncopolmonite, che gioja); ho avuto un colpo di frusta che m’ha mandato in giro una settimana come il gobbo di Notre-Dame; ho avuto una specie d’indigestione che m’ha fatto recere (quella è stata divertente: perché mi sono svegliato alle 4.10 in punto, ora a cui non mi sveglio mai, con la netta sensazione che avrei vomitato; mi sono liberato dal sacco – due cerniere – giusto in tempo per dar di stomaco deversando tutto il liquame apiè della panchina: sennonché il secondo conato è stato così entusiastico e sorprendente che sono caduto nel vomito sottostante, con tutto il sacco), e forse era un’influenza intestinale o qualcosa del genere, perché poi ho avuto giorni e giorni di raffreddore e tosse; jeri mattina mi sono svegliato con i piedi congelati.

514. PP al Teatro della Pergola.

26 Gen



ENTE TEATRALE ITALIANO PERGOLA STAGIONE TEATRALE ’06-’07

Intervistatore: Tra i molti modi di raccontare la realtà il giornalismo è sicuramente uno dei più pungenti, e molto più pungente è il giornalismo fatto dalle donne. Paolo Poli ne sceglie sei, sei giornaliste del Novecento, sei penne nobili che gli servono anche per raccontare, non solo con la parola, ma anche con la musica e le canzoni, la storia dell’evoluzione dell’Italia.

[♫ “Gira rigira biondina / l’amore la vita godere ci fa…”]

[♫ “Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor…”]

Intervistatore: Perché le giornaliste, perché proprio le giornaliste?

PP: Il perché non si domanda agli artisti, gli artisti raccontano il come, il perché si chiede al filosofo. Oggi uno che sa fare appena la sua firma invece che farlo giornalista, lo fanno… eh come si dice? – opinionista televisivo, o che. Io ho sempre molto amato la letteratura delle donne, quelle poche donne che potevano emergere dalla, così, la fanghiglia della scrittura. Le giornaliste sono state molto brillanti e tempiste. Ma anche le romanziere; ma anche le poetesse. Io ne ho conosciute molte perché ormai battono gli ottant’anni, sicché, eh, posso raccontare. Ma… di tutte quelle signore delle quali racconto la letteratura, la prima, la più gradita, è quella che non ho conosciuto perché è degli anni Venti, e io non c’ero ancóra: Mura, era il suo nome di battaglia. A volte un po’ strafalciona, lei scriveva: ma non importa, lei sapeva che nell’Europa girava la notizia che c’erano le Fanciulle in fiore di Proust, e sùbito nel ’19 ha scritto un romanzo sulle lesbiche – allora lì ho detratto sùbito un mio monologo, perché se c’è una ragazza cogli ormoni giusti per far la lesbica, son proprio io!

[“Signora Celeste! Signora Celeste! ”]

[“Strappandomi lentamente di sulle spalle la seta rossa…]

[♫ “Scusi, avrebbe un salatino”]

Intervistatore: Sei brillanti giornaliste del Novecento di Paolo Poli sarà alla Pergola fino al 4 febbrajo. La prossima settimana un cambiamento di programma: per difficoltà tecniche lo spettacolo Gallina vecchia con Marina Malfatti non avrà luogo, sarà spostato alla fine della stagione, nel mese di aprile. Ma il teatro della Pergola non si ferma: il 6, il 7 febbrajo, spazio a In sua movenza è fermo: le visite guidate, accompagnate anche dal contributo di attori, ai luoghi storici e nascosti del teatro della Pergola. Tutti i dettaglj sul sito: www.pergola.firenze.it.


[Prossimo spettacolo
6-7 febbraio
In sua movenza è fermo
con la Compagnia
delle Seggiole]

513. Il riccio.

23 Gen

https://i2.wp.com/images.movieplayer.it/2009/12/04/locandina-italiana-del-film-il-riccio-140769.jpg

Ultimamente, se mi fossi tenuto da parte i soldini per andare al cinema – ma non mi viene mai in mente –, sarei andato a vedere Brüno e Bastardi senza gloria.

Invece mi è toccato Il riccio, jersera (ero a carico, così si spiega), pellicola di due anni fa tratta dal romanzo L’eleganza del riccio, di una scrittrice francese dal nome inglese (Muriel Barbery) e marocchina di nascita (Casablanca), che nel 2006 fece un gran successo.

Non l’ho letto; ma il film è puro bozzettismo francese, per cui è in genere piacevole — e bellissimi i disegni attribuiti alla bambina, tra cui un delizioso pop-up che rappresenta la concierge in mezzo ai suoi libri, anche se quello che m’è rimasto più impresso è un velo di disprezzo verso piante e animali: le piante che sono le migliori amiche della mamma della ragazzina, Paloma – che ho trovato da uccidere –, e poi un pesce rosso avvelenato (e ripescato dal cesso, ma magari era un altro) e un gatto e un carlino scostàti in malo modo.

E poi un sospetto: che la concierge Renée (il riccio del titolo, irto di aculei fuori ma dentro esile e aggraziato) sia fatta morire perché non era concepibile che potesse continuare la relazione col ricco e raffinato giapponese Kakuro, nonostante le affinità elettive.

512. PP a Napoli.

22 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=VZM7djQFNgE

PAOLO POLI

IL MUSEO DI NAPOLI,

L’ARTE CLASSICA,

LIBERAMENTE

MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

22 FEBBRAIO 2009

Presentatrice: … Intelligente, elegante, eloquente, sorridente, irridente…

PP: [E sembrano i cinque apostoli, dài!]

Presentatrice: …scoppiettante…

[stacco]

PP: Non so, trovate interessante che vi racconti le depilazioni…

Presentatrice: No, ma c’interessa la tua storia.

PP: Eh.

Presentatrice: Vogliamo sapere come hai debuttato. Come perché perchì…

PP: E non c’è mai la prima volta, quelle sono tutte storie inventate. Dice, suora, ero vergine, ero pura… inciampai… in un… come si chiama quello che ci ha le palle… caddi riversa

e la gonna mi si aprì come un ventaglio… sentii un alito caldo… e mi ritrovai incinta, non so come.

[risate]

Quelle son quelle storie lì, che si raccontano alla suora.

[applausi]

Presentatrice: Per fortuna è inarrestabile, per fortuna è inarginabile. Allora, no, io volevo sapere, le tue scelte Per esempio, ti travesti. Questo spettacolo tratto dai Sillabarj di Parise…

PP: Sai, ho avuto tanti guaj con le primedonne,

Presentatrice: Eh.

PP: … nervose… e una volta una m’è entrata anche nel letto, voleva essere galvanizzata, ma non era la mia specialità. E la tenni abbracciata così, e la struccai, perché eravamo tutti tinti dal teatro, coll’olio d’oliva. Quindi eravamo pronti per friggere

[risate]

più che per fare il sesso, a me il sesso m’ha sempre interessato meno… e ho provato solo l’amicizia, come sentimento, e… E poi il matrimonio – nojosi, adesso, i matrimonj dei frocj, o dei preti, son gli unici che si sposano, vero?

[risate]

Eh, sì, e allora… buffè controbuffè, per carità… e le… e i bicchieri di baccarà… eh? No, macché.

Presentatrice: Però non mi hai risposto perché ti travesti e ti piace tanto, e sei bellissima vestita da donna…

PP: Mannò, chissenefrega, non è che sono come Platinette, che essendo un mostro s’è accomodata curiosa, così. No, non m’importa, a me. Io ero effeminato, ero una bellezza fragile…

511. PP: intervista al Teatro Cristallo.

22 Gen



Sei brillanti.

Intervista

a Paolo Poli

Per te di che colore è il teatro?

Di mille colori, non c’è un colore solo. Eh, gli edificj di un tempo, quelli belli, erano rosso e oro, erano Luigi Filippo, eh… come il salotto della Traviata, e… E poi invece sulla scena se ne vedono di tutti i colori, ma questa è una metafora, perché tutto può diventare teatro. Il teatro riflette il gioco dei bambini, i bambini, con la bambola, la mettono a letto, gli dànno da mangiare… sanno benissimo che è una bambola che non mangia però fingono la vita. Già fin dall’infanzia il bambino si abitua alla vita con la finzione. Così come Leopardi dietro la siepe diceva: “io nel pensier mi fingo, / ove per poco il cor non si spaura”.

Perché passare una sera a teatro anziché davanti alla tv?

Non c’è il perché, il perché si chiede al filosofo, al te… all’artista si chiede il come. Allora, eh… il teatro può essere molto nojoso. Io vengo da un’epoca in cui si vedeva sulla scena un tavolino con quattro persone a sedere che chiacchieravano. Eh… questo è il caso di Esuli di Joyce che nessuno rappresenta, oggi nessuno lo vorrebbe più. Vogliono vedere più… variazioni, perché con le macchinette che avete voi in mano l’ascolto si è molto ristretto.

Come è nato in te l’amore per il teatro?

Fin da piccolino. Io ero quello che… memorizzavo in fretta. E quindi dicevo la poesia… e poi… Dalle suore, ho imparato. Perché a quei tempi non c’era ancóra la scuola… prima della elementare, la scuola materna, e quindi si andava dalle monache, che erano maestre a tempo pieno.

Che cosa diresti a chi non viene a teatro?

Che si diverte altrove, si vede. Perché non è vero che bisogna far tutto uguali. Sai… Quando Mussolini mise gratis i musei nessuno ci andò. Dice, dev’esser brutto, se non costa.

Intervistatrice: Dici: se non pagano…

Se tutti vanno volentieri agli eventi musicali dove non capiscono magari un accidente di quello che canta il cantante, ma tutti si dimenano così… perché, eh… c’è molta parte del pubblico che somiglia alle pecore e allora ecco che… Già anche i fratelli Lumière avevan fatto l’uscita degli operaj dalla fabbrica e poi avevano messo l’uscita delle pecore dal chiuso per fare un paragone…

Facce da teatro è un progetto del

TEATRO CRISTALLO

Ideazione: Gaia Carroli

REALIZZAZIONE: Elena Careddu

Veste grafica ed editoriale:

Elena Careddu

Montaggio: Elena Careddu

Musiche degli: PSICHE.

510. PP: divagazioni.

21 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=Leo8kW9IHco

Filmstudio 80

27/03/2004

PAOLO POLI INCONTRA IL PUBBLICO

PP: Era uno spettacolo che facevo a Milano… e era sugli scritti di Savinio, e quindi ci avevo le scenografie che ricordavano i quadri del Novecento, e canzonette, insomma le mie specialità, e allora poi cantavo ancora meglio perché ora poi pian piano, sai, s’affloscia, tutto s’affloscia, anche …

Dal pubblico: Le corde vocali.

PP: La corda vocale, sì. E finalmente in questi ultimi tempi… ho detto: perché non rifare il mio grande successo, che fu Rita da Cascia? Nel ’67 lo feci in uno scantinato di Milano perché ero pieno di… di debiti, non ci avevo soldi, e allora… poi le primedonne: una m’ha lasciata a mezzo della stagione; delle nervose… se non venivano trombate… io non le potevo trombare. Una notte s’è dormito insieme, ma non l’ho trombata. Lei fingeva di essere ubriaca. Non faccio il nome. Perché ci sono anche delle donne specializzate nei frocj. Perché, dice: Le donne no; ma io, l’unica…

PP: E Marlene? Marlene io l’ho vista, a Milano, in una saletta come questa… ciccì coccò… e lei, col culo, si muoveva – che eravamo su un grattacielo – e le han chiesto: “Signora, come mai si…” “Seguo la luce!”. Il sole declinava, e lei si metteva en faveur… Ma brava, eh… Ma si potrebbe ridare, con un pochin di musica, fatta bene, Assunta Spina di…. della…

Dal pubblico: Francesca Bertini.

PP: Eh?

Dal pubblico: Francesca Bertini.

PP: Eh! Dio mio. che lei dice: “Io ho inventato lo specchio!”. Quando lui la sfregia, lei dice: [mima] … e soffre! Perché sennò come fa a sapere dov’è lo sfregio?

PP: Mio nipote […] mi disse: “Paolo, Biancaneve finisce male”. “Perché?”. “Perché va via col principe. E chi gli lava ai nani, chi gli fa da mangiare?”. Aveva ragione. S’è fatta tanta fatìca ad arriva’ dai nani, e poi dopo va via con quello stronzo?

PP: Questo Sissignora piacque molto perché c’era protagonista la camerierina buona, che fu quella che salvò Visconti dalla Villa Triste, che andò a letto col tedesco, ma non si deve dire; lei dice: “No, non gliel’ho data”. Che importa? La mia mamma è stata trombata dai tedeschi. “Eh, mammina!!!” “Paolo, sù! ci si lava e è bell’e passata!”.

509. PP. Breve intervista, II parte.

21 Gen

Devo rettificare: non è un’intervista radiofonica, e le immagini, girate al manicomio di Imola il 13/03/2008, sono originali; solo che sono state registrate a una velocità che è la metà della parte audio. Qui c’è la sbobinatura della seconda parte. L’inizio di una frase riguardante il papa è coperto da rumori: ma non si tratta di censura, è solo un problema tecnico.

http://www.youtube.com/watch?v=MMCckof2Bzw&feature=related

Sabatoseraonline. L’informazione utile.

Intervista a Paolo Poli

Imola 13 marzo 2008

II parte

SULL’ITALIA

PP: C’è un… una palude nella quale fiorì il fascismo, che c’è ancora, questa palude, che applaude ciò che si deve applaudire. Perché tutti dicono eh questo spettacolo televisivo ha avuto una audience… Ma Hitler ne aveva di più! Anche perché era un sapiente organizzatore di spettacoli: parlava la sera al bujo, aveva dei grandi coreografi che preparavano il locale con tutte le bandiere, con tutte le svastiche, e poi in fondo c’era lui, sotto la luce, illuminato come Giovanna d’Arco, capìto, mentre il nostro Mussolini, più casereccio, parlava di pomeriggio, però aspettava le quattro e mezza, le cinque quando il sole non dardeggiava più, che uccideva i balilla e le vecchie signore che facevan la folla oceanica in Piazza Venezia a Roma; però si affacciava da un balcone storico, dove prima si erano affacciati i papi. Il che non è poco, e questo ti spiega [inudibile] sia stato ed è sempre l’orribile pontefice [sorriso perfido].

Intervistatore: Quindi che il fascismo sia l’autobiografia degl’italiani è vero ma non…?

PP: Come no?

Intervistatore: E però…

PP: Lo vedi che ogni tanto riciccia qualcuno che dice: “Sì! Sono stato e sono ancóra fascista” – mah, insomma, meno male che è sincero, però gli altri, dice, “No, non si deve dire, si cambia il nome”… Come qui mi trovo nel manicomio di Imola, che adesso non si chiama più… si chiama “casa di riposo”, capisci? Così come alla villa dove si cura il cancro dice Villa dei Giglj, Villa delle Magnolie, …dei Tiglî… dei Ciclamini, ecco. Si mettono dei nomi ottimistici a una realtà agghiacciante.

Cambia l’attualità, ma la storia si svolge con più lentezza… e quindi… non so, il… i miei genitori, per esempio – nelle persone, lo vedo –, i miei genitori erano molto più tolleranti delle mie sorelle, dei miei fratelli. I miei genitori erano della fine dell’Ottocento, e quindi riflettevano una cultura laica. Mia madre parlava di Garibaldi, di Anita, con… capìto, avevan fatto l’Italia – poi chissà che Italia avevan fatto; ma, intanto, il povero Mazzini era morto col passaporto falso, mister Smith, nel ’62, a Pisa, è morto col passaporto falso, altrimenti gli orribili Savoja l’avrebbero messo in galera. E allora? Come la vedi? E la mia mamma mi diceva: “Vedi, la principessa di Piemonte ha mandato i suoi figlî a studare dalla Montessori, però se il bambino è intelligente impara anche col sistema antico, abì abà abù. E invece se è duro non impara nulla”. E quando poi Vittorio Emanuele IV ha sparato al natante m’ha detto: “Hai visto? È venuto coglione nonostante le Montessori!”.

LA FIABA È LA BIBBIA DEI PICCOLI?

PP: È la verità, perché in ogni bambino c’è il terrore di essere abbandonato dai genitori, perché si sa che avveniva. C’eran troppi figlioli, allora cosa fanno, dice, beh, li porteremo a sperdere nel bosco, perché ammazzarli da sé è più difficile. Oggi siamo arivati anche a quello, ci son le mamme assassine… le sorelline che dicono al fidanzato: dammi la prova d’amore, sgozzami il fratellino più piccolo, e così si vede il vero amore, ecco. E sicché ‘somma le fiabe, quelle tradizionali, che c’è stato un periodo che venivano, dice: “No, fanno paura ai bambini!”. I bambini hanno bisogno di qualche spavento. Collodi, che era un genio e scriveva Pinocchio a puntate, in ogni puntata ci ha messo un cattivone; per cui è difficilissimo fare una riduzione di Pinocchio perché e c’è il serpente, e c’è Mangiafoco, il Pescatore verde, e… ‘somma, troppa roba. Ma il bambino ha bisogno – come l’antico greco che sapeva che c’è la tragedia greca – ha bisogno di superare… – fino alla catarsi come dicevano i nostri greci, ecco, e… e io trovo che le fiabe… e oltre il lieto fine, quando il principe sposa la principessa, che è banale, perché il mio nipotino mi disse: “Paolo, Biancaneve finisce male”. “Come, male?” “Va via col principe! E i nani, chi gli fa da mangiare?” “È vero”, dico, “non ci avevo pensato”. Quella scema doveva rimanere coi nani. Eh! E invece c’era questo principe che non ha fatto nulla, che arriva all’ultimo, che la porta via. Mah. Eh… E invece poi i bambini adorano, anche e soprattuto i bambini europei – perché noi abbiamo, come lo spicchio della noce, aggrovigliato nel cervello, la storia – adorano la punizione dei malvagj, ‘e allora’, dice, ‘la strega fu messa in una botte coi chiodi e rotolata giù’ — come attilio regolo –, tutte quelle robe lì, e i figlioli godono come pazzi, dice, ‘e allora dalla rabbia si buttò nel pozzo e la bambina colle frecce cadde giù nel pozzo e affogarono tutt’e due’. ‘Ha! Ha!’ I bambini godono – perché c’è una componente anche di cattiveria, che va soddisfatta.

Intervistatore: Quindi anche la Bibbia è una fiaba per adulti?

PP: Come no? Eh!

Di Massimiliano Boschi

Riprese di Alessandro Borsani

Teatro dell’Osservanza, Imola, 2008.

Una produzione XAIEL

“oltre la rete”

508. PP. Breve intervista radiofonica.

21 Gen

Sempre da youtube, è un estratto d’intervista radiofonica, caricato abbastanza disastrosamente. Non è molto significativo; il video è tratto da un’altra intervista, ed è di cinque minuti più lungo dell’intervista, sicché gli ultimi cinque minuti sono muti. Mancano alcune domande; non si capisce chi sia la “brava persona” a cui si riferisce PP, manca la domanda iniziale (anche se si desume in questo caso dalla risposta, &c.). Per completezza posto comunque anche questo.

http://www.youtube.com/watch?v=PJ9Y64bgYyI

Sabatosera online. L’informazione utile.

Intervista a Paolo Poli.

[…]

PP: Perché, perché bisogna lavorare: nessuno chiede all’idraulico, dice, ma perché lei accomoda i rubinetti? Perché è il suo mestiere. Il mio mestiere è quello di intrattenere il publico. Anche se ho valicato l’età sinodale dei sessanta, quando uno si mette a riposo eccomi che ancóra invece son qui che imperverso perché… ho una brutta pensione e devo lavorare per vivere, e anche perché adoro questo mestiere. L’ho fatto volentieri; non non per ripiego come molti attori del cinema, dice, tace il grande cinema, ci butteremo alla televisione, ci butteremo al teatro, come fossero delle attività… sotto… valutate. Invece no, il teatro è la prima, è la cosa diretta fra te e me, fra la nonna e il nipotino. Quando c’erano ancóra le nonne: ora ci sono delle veline un po’ invecchiate che le ritiran tutte, ma invece noi avevamo delle nonne bruttissime che raccontavano delle fiabe che non finivano mai: meravigliose. Anche perché c’era una grande tradizione… orale che adesso manca un po’. E poi c’erano i libri, che noi si agognavano, io avevo un bruttissimo libro francese, Less Miserabless, “La paoupè de Cosetteh”, e poi ho studiato il francese grazie a questo brutto libro che c’era in casa, perché i miei erano poveri, non ci avevo la biblioteca del nonno, così, perché i nonni erano coltivatori diretti, e però… ho adorato questo libro. E poi ho adorato un libro pornografico che mi avevano prestato: Storia di allegri costumi romani. Tutto di trombate nella suburra sai… oooh uuuh aaah… eh, e io ero costretto dalla scrittura a immaginare, e ero un bambino, avevo sette-otto anni, non capivo che cosa succedeva molto bene, però gli dissi alla mia mamma: “Mamma, questo libro è meraviglioso, un libro porcellone, non capisco nulla ma lo voglio leggere tutto fino in fondo”. “Sì”, disse la mia mamma che era montessoriana, sapeva che il bene e il male sono aggrovigliati, “sì, poi restituiscilo a chi te l’ha dato perché non mi pare un libro da bambini”. “No, mamma, è da grandissimi, ha, ha, ha!”. E così sono rimasto legato alla letteratura, perché è quella ci dà la profondità del vivere: l’esperienza diretta non può mai bastare. Io credo che Flaubert non provò il dolore del parto, né i dolori dell’arsenico, eppure era giusto e vero quando disse: Sono io la signora Bovary.

[domanda inudibile]

Era una brava persona, io venni qui e feci in questo locale uno spettacolo che si chiamava Apocalisse con mia sorella Lucia, e c’eran delle robe strane… “No, no va bene”, mi disse, “non si preoccupi che ai matti piace tutto!”. Infatti piacque molto.

Intervistatore. Non piacque a qualcuno, perché mi hanno raccontato che…

PP: Sì, eh?

Intervistatore: …. che c’è stata una scena che… qualche personaggio vicino alla diocesi… per fortuna…

PP: Ma sai, ci sono sempre!

[vuoto]

Anche odiernamente sono stato a Bologna e ho ricevuto una letterina di una signora: “Ah che bello spettacolo! Ho apprezzato molto la sua ricostruzione delle canzoni di Sanremo…” – lungi da me di inneggiare a Sanremo, però lei lo vedeva così, poverina – “però quel finale con i sacerdoti che ballano, che diventano vescovi… perché ce l’ha tanto con la chiesa?” Ecco. “Le auguro di fare anche molti spettacoli nel futuro ma lascj stare i sacerdoti”. Ecco. Scherza coi fanti e lascia stare i santi – proverbj popolari… Comunque sono delle minoranze, perché… in generale il pubblico apprezza la – come si dice – la professionalità. E così se sono sopravvissuto fino a questa tarda età – l’anno prossimo avrò ottant’anni –, eh, insomma, vuol dire che, meno male, il suo lavoro l’ha fatto.

507. Ottant’anni da regina.

20 Gen



[Sigla: “Fiocca, la neve fiocca”]

Magazine 2

programma di

Antonello Agliotti


Paolo Poli 80 anni da Regina


AA: Come sei carino.

PP: Euh, un amore, è dalle sei del mattino che sono in viaggio.

AA: Oh che bella questa scultura. Di che cos’è?

PP: Legno.

AA: Ah, questo è legno.

PP: Collo sgorbio, fatto.

AA: Ci fai vedere la tua bella casa, scusa, ci illustri…

PP: Ah, non è tanto mia perché io vivo negli alberghi.

AA: Evabbè, ma questa, intanto…

[Vista dalla finestra]

PP: Qui di fronte ci sono i frati, che ora non ci sono più.

AA: Ah.

PP: Sennò vedrebbero delle meraviglie, eh.

AA: Anche tu vedevi magari delle meraviglie.

PP: No, non son più i tempi in cui il santo, Filippo Neri, andava in Campo de’ Fiori, c’era lì il rogo pronto, si pigliava con tutti i bambini dell’oratorio il prigioniero, lo portava dentro, e diventava frate – e quindi personaggî interessanti…

AA: Sì.

PP: Non eran quelle monachine raffreddate, capisci..

AA: Quindi da qui non hai mai visto niente, che peccato.

PP: Che peccato.

AA: Che una delle cose più belle, è quella, mi sa.

PP: Forse, da vecchî specialmente…

AA:

PP: … come Tanizaki c’insegna, piace più occhiolare che fare…

AA: Eh, beh, sì.

PP: … anche perché fare si fa un po’ meno.

AA: Che fatìca, poi.

PP: Che… sì, che fatìca.

AA: Ma come si fa?

PP: Invece raccontarselo…

AA:

PP: … è più facile.

AA: Sì, e poi si risolve da soli.

PP: Sì. Vedi, anche Moravia…

AA: Sì.

PP: … quando ha scritto il libro…

AA: Sì.

PP: Io e lui, è perché lui stava molto più tranquillo, e lasciava tempo alla scrittura…

AA: Quindi il tuo letto è un letto… da suora, si può dire?

PP: Sì, sì!

AA: … Monacale?

PP: Beh, insomma… perché, le suore, ci sono anche quelle sveglie…

[Wanda Osiris, “Sentimental”].

…quella di Monza…

AA: Vabbe’ allora questo che vuol dire? Che…

PP: Vuol dire che ancóra…

AA: … che ancóra non abbiamo perso i cosi.

PP: Sì, ancóra…

AA: Sempre Luzzati, qui… Poi da qua dove ci porti?

PP: Mah, c’è la cucina.

[Immagini della casa di PP].

AA: Ma che bella casa! Sai che io adorerei avere una casa così… piccola…

PP: Tu non ci hai casa a Roma?

AA: No, sto in albergo, ce l’avevo in via dei Prefetti, era bellissima, poi mi son messo… non bisogna mai mettersi con le donne.

PP: A me me lo spieghi?

AA: M’ha fatto…

PP: Tu taci perché hai dei passati …

AA: M’ha fatto…

PP: … nascosti…

AA: Pazzeschi!

PP: Olghina?

AA: No, un’altra.

PP: Un’altra, dopo

AA: Mi ha fatto lasciare la casa di Roma; sono andato a Milano, e adesso mi tocca stare in albergo. Ma cambiamo discorso, va… Allora, raccontaci, che santo è?

PP: Quello è san Luigino Gonzaga, perché le famiglie importanti quando non avevano un papa almeno dovevano avere un santo…

AA: E sopra, invece?

PP: Questa è una bambolina che m’ha fatto Isa Miranda quand’era moribonda…

AA: Uuh!

PP: … pover’amore…

AA: Te l’ha fatta apposta?

PP: Sì… era ridotta malamente, in miseria

AA: Ah, quello lì…?

PP: La mia mamma, e quella è la mia sorella Lucia… Vedi che mi somiglia un po’ con quella fronte così bombata, a bauletto…

AA: Ma sai che ho visto Lucia, che era bellissima…

PP: Sì, sì, ha avuto i suoi momenti buoni, come tutti, eh.

AA: E dei ragazzi della mia troupe che te ne pare?

PP: Che la più bella del reame è quella cogli occhiali!

AA: A te piace quella?

PP: … No… ma per dire… ma tremendo, sai!… non si può fare, poi taglî tutto… questo, la RAI non vuole ‘sti discorsi…

AA: No, ma noi teniamo tutto

PP: Lo volete voi, bambini, un sorso di vischio? No?

AA: No…

PP: Vedi, non parlano.

[I cameramen]

AA [ride]: I cameramen sono terrorizzati, questi pensano che poi chissà che gli facciamo? [ride]

PP: Ma non è finita qui. Ci ho anche altre due stanze.

AA: andiamo a vedere le altre due stanze…

[La casa]

AA: Ah, c’è un’altra camera da ospite! E dimmelo, che vengo a star da te, scusa, eh.

PP: Per carità, ma io non ti voglio. Chi ti ha detto che ti… Tu credi di essere dovunque bene accetto.

[Altre immagini della casa. Dalla finestra]

PP: La cupola è quella della chiesa nuova

[Bambole]

E qui ciò un po’ di bambole un po’ di robe…

AA: Belle, ‘ste bambole.

PP: Eh, be’.

AA: Che cosa strana.

PP: Dimmi.

AA: Tua sorella ha una casa praticamente da uomo.

[Lucia Poli]

PP: È più virile di me, lei, è sempre stata… ha un animo virile. Ama inventare le robe, scegliere, decidere…

[Immagini della casa di PP]

AA: Hai fatto anche Caterina de’ Medici?

PP: Sì.

AA: Era quella che ammazzava tutti uno dopo l’altro?

[Film]

PP: No, solo una notte, la Notte di san Bartolomeo…

AA: Sì.

PP: … lei ammazzò gli Ugonotti…

AA: Poi Rita da Cascia, anche, hai fatto…

[Rita da Cascia]

PP: Sì.

AA: Cos’è che ti piaceva tanto di santa Rita?

PP: Che ha avuto…

AA: … Perché lei non…

PP: … una vita avventurosa.

AA: Perché lei prima…

PP: Perché prima era una fanciulla e allora aveva i varî corteggiatori… e poi i figlî, che erano cattivi… e allora lei prega il Signore di prenderli… difatti arriva una folgore divina – vrrrum, i figlioli vengono ammazzati…

[Folgore]

AA: Ah che sandali belli che hai!

PP: Sì, è da frate.

AA: Eh, però tu stai fresco.

PP: Beh… “stai fresco”!…

AA: Ce n’hai un pajo per me?

PP: No, non ci ho nulla.

AA: Quanto ci hai di piede?

PP: Ma com’è… entrante, questo ragazzo!

AA: Libri, libri, libri…

PP: Mah, tutti sudiciume: un pacco, bum, butto là, e lì rimane.

AA: E qui c’è un altro letto… eh, questa casa è piena di letti, non me la conti giusta. Beh, un bicchiere d’acqua ce l’offrirai, almeno, spero, eh.

PP: Se volete…

AA: … perché io ci ho sete. Guarda che bello…

PP: Vieni.

AA: … questo Cristo, anche, qui.

PP: Quello era di mio padre, che era un carabiniere che s’affezionava a Gesù Cristo, un personaggio, insomma, di cui si può sempre dire qualche cosa, in bene e in male.

AA: Andiamo a sederci, dài.

[Foto]

PP: Sì.

AA: Ma quante fotografie! Vedo qui anche Fellini…

PP: Era una persona dolce e carina, nella pratica quotidiana, non faceva la sceneggiata come tanti mediocri…

AA: Sì, no, quello era un grande, era un grande…

PP: Sì.

AA: Poi Moravia, perché eri amico anche di Moravia…

PP: Sì, perché quando da ultimo lo lasciavan solo, andavo a fargli compagnia.

AA: Ma va, che tipo era?

PP: Eh… Carino, si stava dalla finestra del balcone a vedere le battone che portavano i clienti nel margine del fiume… Sicché: “Poverina, guarda che mostro!” – lui era sempre dalla parte della donna.

AA: Senti, questo signore qua invece chi è?

PP: È Blasetti. Ci ho fatto un piccolo film. È stato l’uomo più straordinario del cinema italiano.

[Film di Blasetti].

Era fascista, ma faceva dei film russi. Insomma, i vecchî film… La cena delle beffe

[Altre immagini Blasetti]

AA: Questa è tua sorella… a seno nudo?!

PP: No, mia sorella quando c’è il bambino dentro, capìto?

AA: Bella, bella questa foto.

PP: Lei non aveva mai le poppe, come me, siamo molto liscî,

[Lucia Poli]

ma quando aveva il bambino, ecco, le sono venute, così, per l’allattamento…

AA: Qua ci sono delle grandi sorprese. Poi questo, Visconti?

PP: Aveva quel che di sospettoso, del nord…

AA: E questa signora?

PP: La Jole Silvani…

AA: Chi è?

PP: … non so se l’hai conosciuta…

AA: No, no, ma sai che cosa mi ricorda, questa foto qui? Un’epoca che non c’è più.

PP: Io la vidi al Teatro Carcano di Milano che faceva: “Figa di qua, figa di là, figa di sù, figa di giù”,

[Immagini del varietà]

e il pubblico andava matto, tutti i militari ridevano… e io ho capìto che questa aveva quello che Garcia Lorca chiamava il flamenco… Era una donna spiritosissima.

AA: Senti, Paolo, che differenza c’è secondo te

[Attori “di allora”]

tra gli attori di oggi e quelli di allora?

PP: Che ci avevano una personalità, perché avevano fatto un lungo apprendistato. Avevano fatto tante forme di spettacolo. Quelli di oggi li frequento molto meno, io, che mi ricordi…

AA: Li vedrai, ogni tanto.

PP: Ma io non faccio molto parte di una categoria, non sono un rappresentante sindacale [ride]

AA: E poi so che ti piace anche stare per i fatti tuoi.

PP: Mi piace stare molto per conto mio. Sono stato due volte sull’orlo del matrimonio, perché quando ero giovane ho anche avuto delle fidanzate femmine: “Caro, guarda, ti ho fatto il sughetto col”… no, non è roba per me, e così le donne, sì, le ho frequentate, ma poi gli ho detto, a quella mia fidanzata di Firenze, Guarda, sistèmati, figliola, perché io non ritorno: vado, arrivederci e grazie… E dove andrà? Verso Roma farà viaggio Aligi, n’andrà dove si va per tutte strade, con la sua mandra, verso Roma grande… Questa è la Figlia di Jorio.

[Via Laurina]

AA: Questa è via Laurina.

PP: Eccola.

AA: Ah, è arrivata, dov’è?

PP: Ciao.

AA: Ciao.

LP: Ciao!

AA: Come stai?

PP: Dài, andiamo a vedere.

LP: Ah, l’Agnese Di Donato, che cosa sai, visto che sai tutto…?

AA: L’Agnese ha fatto, quando scriveva per il Paese Sera, una serie d’interviste dove ci sei anche tu, e adesso ha fatto un piccolo libro…

LP: Me l’ha detto, m’ha detto: guarda – fa – tu ti ricorderai…

[Alla Feltrinelli, presentazione del libro di Agnese Di Donato]

PP: Con permesso. Come va, cara? Bene? Bene…

LP: Buonasera.

PP: Buonasera, con permesso.

[Giardino]

AA: Ve la sentite di sedervi su questi due sassi?

PP: Volentieri.

LP: Io moltissimo

PP: “Questo non c’entra”, come disse sedendosi sull’obelisco la povera Cleopatra…

LP: Eccola! Ciao, Agnese!

AA: Tu Agnese te la ricordi?

PP: Sì, ma io non mi alzo perché sono anziano.

Agnese Di Donato: Quanto tempo che non ti vedo…

PP [si baciano]: e-mpciù, e-mpciù.

[Dentro]

PP [ad Inge Feltrinelli]: Come va, bella?

AA [a Barbara Alberti]: Vieni, approfittiamo un attimo…

[?]: Anche questo un altro grande artista, un grande […]

[?]: Piacere.

Barbara Alberti: Cara Agnese, ciao.

AA: Allora vi conoscete…

Barbara Alberti: … Anch’io […] oh ma io sono […].

PP: Barbara Alberti…

LP: Ciao.

PP: Allora io mi siedo, sono vecchio, e basta. [saluta e bacia un amico] Come stai?

[Presentazione].

LP: Io non l’ho più vista, Agnese, è sparita, per me, però è come la ricordo perché all'”Alberico” lei era una specie di principessa, perché noi eravamo tutti colle pezze al culo, poverissimi, stracciati… — arrivava lei con delle grandi palandrane anni Settanta, e me la ricordo benissimo perché era elegante, e bella, magica, e scattava le fotografie – noi allora non avevamo nessuno che ci seguiva, eravamo un po’ orfani…

PP: Io non ci sono nel libro…

ADD: Mi sta rifiutando?

PP: No, io sono vecchio, mi dispiace, e dimentico in fretta. Io non mi ricordo, scusate. Non sono molto felice delle interviste, delle fotografie, non m’importa. Non m’avete mai incontrato nei salotti frufrù. Mi piace stare per conto mio e mi piace sta’ così, saltare il pasto… stasera non cenerò, dalla rabbia [risate]. Ma fa bene, fa bene per la bellezza, sì… è cura di bellezza.

[A casa].

PP: Sai, eravamo meglio da giovani. Poi il tempo ci ha calpestato con i suoi piedi di bronzo…

AA: Però non è vero

[Immagini della presentazione]

che ti piace tanto stare da solo come hai detto prima, eh. Alla presentazione del libro di Agnese mi sembravi molto divertito, eri circondato da gente, da amici…

PP: Mia sorella m’ha detto: Sai, Paolo, bisogna andare là, va bene, sono venuto…

AA: Ma, tornando alla tua giovinezza: hai lasciato Firenze, hai lasciato le fidanzate e sei venuto ad abitare qui…

PP: Poi dal Sessanta al Settanta sono stato a Milano

[Teatro a Milano]

che era la città che ha dato da vivere a tutti i teatranti, e allora io mi son dovuto ritagliare una fisionomia che non prevedesse né Shakespeare né Brecht e quindi facevo delle cose di sopra- e di sottoletteratura: delle curiosità, delle robe che mi sceglievo da me.

AA: E sei stato sùbito vincente: addirittura in coppia con Mina in televisione.

[Con Mina]

AA: A Milano, poi oltre a Giorgio Strehler che era un po’ il boss della situazione teatrale c’erano anche tantissimi altri artisti, tra cui Cobelli…

PP: Ci dicevano: ma perché voi che siete il trio del cabaret, Laura Betti, tu e Cobelli, perché non vi mettete insieme? Dico, ma chi ci tiene insieme? Siamo tutti e tre delle diavole, ognuna per conto suo…

[I Legnanesi]

AA: Senti, poi a Milano c’era anche questo gruppo famoso, tutti travestiti…

PP: Ah i Legnanesi!

AA: E com’erano, bravi?…

PP: Li ho visti solo poche volte perché non capivo…

AA: … pensi che…

PP: “picia il ciar”: e io pensavo: “piscia chiaro” – e invece vuol dire: “accendi la luce”…

AA: Però i milanesi erano pazzi di loro.

PP: Sì, sì, anche Arbasino li… apprezzò molto.

AA: Sì, Arbasino, anche, è stato un tuo grande ammiratore, sostenitore.

PP: È stato gentile, lui però, sai, è uno che cià una penna maravigliosa…

AA: Meravigliosa, sì.

PP: È anche troppo difficile per un pubblico grossolano come c’è ora, però averne, di persone così. I giornalisti sono pessimi scrittori. O sono abituati ancóra al pettegolezzo come all’epoca della Callas che ci aveva quella giornalista amica tanto cattiva… Oh, l’ultimo spettacolo che ho fatto parlava delle giornaliste, ma erano

[Giornaliste famose]

delle persone che avevano un dominio del momento storico, non eran quelle che seguivano l’aneddoto del momento.

AA: Questo vuol dire che tu sei più alla parte delle donne, no?

PP: Sai, perché quelle poche che emergono sono…

AA: Splendide.

PP: … straordinarie. Guarda me!

AA: Però anche tra gli uomini c’è qualcuno in gamba, dài!

PP: Anche gli uomini è la stessa roba. Perché il sesso non è tra le gambe…

AA: E dov’è, secondo te?

PP [s’indica la testa]: È qui…

AA: Ma a proposito di sesso, bello come sei stato chissà quanti amanti hai avuto, eh!

[PP giovane]

PP: Sai, bisogna decidere se passare alla storia come grandi amatrici oppure come grandi regine… Eh, Elisabetta d’Inghilterra non aveva tempo di stare a fare troppe ginnastiche col conte di Essex… Soprattutto faceva delle lunghe nuotate con gli amministratori, eh… E io son stato uno dei primi a fare una commedia tutta in abito femminile, e allora mi ricordo che in quel teatrino periferico nel quale agivo, dice: “Ma è quell’uomo travestito da donna?” – “Sì”, non chiedevano neanche che cosa facevo… E allora la curiosità era di vedere… Dice: ma guarda che caviglie! Sembra proprio una donna vera – quando ancóra c’era Marlene…

[Marlene Dietrich].

… Che non voleva essere fotografata di profilo perché aveva un po’ di pancia, però ti portava via il cuore: stava tutto il giorno…

AA: Sì, certo…

PP: … coi tiranti. E poi in quelle due ore in cui cantava quelle due canzoni, senza voce… Ma sapeva vendere la canzone!…

[Marlene Dietrich: La vie en rose].

PP: La vie en ro-ho-hoseBlahck-mahrket… basta: dava i concetti.

AA: Poi era come la Callas, non ci vedeva. Chi m’ha raccontato…

PP: Sì.

AA: … che è cascata, a un certo punto.

PP: Sì.

AA: All’Espace Cardin è cascata da…

PP: Come no!

AA: … forse nella fossa dell’orchestra?

PP: Ma non importa. Che importa? Anche Charlot, quando ha fatto Luci della ribalta, ha fatto che il comico casca di sotto e finisce con il culo dentro il tamburo. Anche la caduta è come morire in scena… È come la tosse per Molière, che ce l’aveva davvero e l’ha utilizzata nel Malato immaginario. Tutto quello che c’è si adopera, come io ho adoprato la mia effeminatezza, che quando io ero giovane era un grave difetto.

AA: Senti, e però non sei mai uscito per strada vestito da donna? Non hai mai provato…

PP: No, mai.

AA: … quel brivido lì?

PP: Non ho bisogno di rimorchiare così.

[Suono di campane].

È la madonna! Io sono molto amico della madonna, che fu molto chiacchierata… poverina, un figlio da signorina.

[Santa Cecilia]

[Al cameraman] Non mi rompere le dita della mia statua, eh, perché vedi che è lì che acchiappa la nota, è la santa della musica, Cecilia che fu trovata nel Seicento ancóra mummificata ravvolta nella seta… E c’è nella chiesa dei Cappuccini all’inizio di via Veneto un arcangelo bellissimo, Michele, che con un piede schiaccia il diavolo, e il diavolo è molto ridicolo perché cià i capelli presi dal buco del culo riportati in avanti, col riporto a capo come certi direttori di banca, e poi sta così schiacciato giù, ma [mima] si rivolta in sù, proprio come Oloferne del Caravaggio…

AA: A proposito del Caravaggio mi risulta che tu detesti un bel po’ il mondo dei gay, GayPride compreso…

PP: Quelli sono i giornalisti

[Immagini del GayPride]

che non capiscono un cacchio. Quando m’hanno telefonato… euh, che devo anda’ a fare? Io trovo nojosissimo anche il carnevale di Viareggio sicché è inutile che vada, alla mia età, gli ho detto: No, io son troppo vecchio per andare a girelloni a fare ehè ehè ehè ehè così…

[Immagini del GayPride; musica]

Quale orgoglio? per me è una cosa naturale essere omosessuale, eh… Pasolini diceva… comunista e pederasta. Benissimo! Eh. La mia mamma era convinta che, come dice Jean Jacques Rousseau, il bambino è perfetto, è sbagliata la società.

AA: Però più che una parata carnevalesca, come la definisci tu, credo sia un maniera per puntualizzare l’esistenza di diritti che ancor oggi non vengono rispettati, no?

PP: Sì, però io sono di un’epoca in cui eravamo aristocratici, come formazione mentale… C’è una cosa bella che è quella più vicina alla natura: e ci si monta addosso, volto il culo e vado via. Così! Nelle avventure. Non facevano che picchiarsi, Verlaine e Rimbaud,

[Verlaine e Rimbaud]

perché erano due poeti. Non fu un matrimonio felice

[Gay celebri]

Mi son laureato in lettere e alla RAI di Firenze ho conosciuto Zeffirelli, allora sono venuto qua grazie a lui, un uomo molto generoso…

[Zeffirelli e i suoi film]

Mi ricordo all’epoca mia Alida Valli…

[Alida Valli]

Ore nove lezione di chimica un film su un collegio femminile, fatto da una regista lesbica, un genio, una certa Logan…

[Leni Riefenstahl]

… Non era quella lì delle Olimpiadi: quella si chiama Leni Riefensthal.

[Immagini della Riefenstahl, le Olimpiadi e l’Africa]

Furba! Appena finito il nazismo lei è andata in Africa, e ha fatto un libro di foto meravigliose su quei negri alti tre metri, tutti infarinati. Lei dice: Io ero un’antropologa – perché prima aveva fatto la razza purissima.

[Riefenstahl].

Eh, furba! E poi fu l’anno delle Olimpiadi di Berlino che vinse anche un negro…

[Olimpiadi]

… però invece quello del nuoto era il mio Tarzan…

[Bathing Beauty].

… andò a Hollywood e ciaveva poi tutto un settore di piscine con le macchine da presa sott’acqua per fare Tarzan che va sott’acqua… quella era Bellezze al bagno, Bathing Beauty, nei ’45-’46: coreografie soprattutto nell’acqua, che aprivano le gambe, facevano le stelle

[Laura Betti].

Laura Betti aveva la bellezza dei quadri barocchi, del Seicento – aveva una vena verde qui, in fronte, una carnagione bianchissima… Rompicogliona, anche, perché quelle donne di allora erano delle virago altrimenti non le avrebbero lasciate sopravvivere.

[Donne e spettacolo].

Io ho provato di più l’amicizia che non l’amore: ho avuto degl’intrighi, ho derubato e ho regalato, ne ho fatte di tutti i colori…

[Bordelli]

… Allora riaprono le persiane, perché “persiane chiuse” si chiamavano anche i film che si svolgevano in casino, e tutte queste belle ragazze bionde si affacciano… Cristina Gajoni, Pascal Petit, tutte le piccolette, le bamboline dell’epoca che duravano un anno, due tre… le nate di marzo… allora i militari, dice: “Hanno riaperto, hanno riaperto!”… Poi c’era l’osceno monumento,

[Immagini di bordelli]

un pisciatojo di quelli châlet d’aisance di ferro battuto e così ho sempre pensato aristocraticamente; mentre mio fratello venuto dopo di me, poverino, arrivava nei posti dove io, come una lumaca diabolica, avevo lasciato le orme – ecco, lui s’è sempre vestito di grigio: scarpe grigie, cravatta grigia… Invece io, qualsiasi cosa, mi facevo un fiocco, una roba, e apprezzavo molto quando Dante nel finale della Vita nuova dice “Dirò di lei cosa mai detta d’alcuna” e difatti di Beatrice ha fatto la religione – una rottura di coglioni; però non era stato mai fatto.

AA: Vabbè non ho capìto la risposta alla domanda che t’ho fatto, prima, sui diritti umani che in occasione della parata vengono rivendicati dai gay. Ma non fa niente, si sa: fa parte del tuo meraviglioso delirio creativo. Comunque hai parlato di Dante, ti piace Benigni quando lo recita?

PP: Benigni è bravissimo perché sa tenere duemila persone,

[Benigni]

però ci sono altre persone, che io ho amato molto, che parlavano con più cognizione di causa.

[Benigni: “Io sono al terzo cerchio de la piova / etterna, maledetta, fredda e greve / regola e qualità mai non l’è nova…”]

PP: Lui ha seguìto non le mie orme come lui dice gentilmente quando gli fanno delle interviste, ma quelle di Carmelo Bene,

[Immagini di Carmelo Bene]

perché ha fatto, come Carmelo Bene, Dante e Pinocchio. Carmelo Bene, più geniale, diceva Sono apparso alla madonna; e la madonna non lo ha smentito.

AA: È vero, povero Carmelo, però chissà che avrebbe fatto. Lui avrebbe avuto più o meno la tua età, oggi?

PP: Era più giovane…

AA: Più giovane.

PP: … però era anche più alcolista.

[Con LP].

AA: Paolo mi ha parlato di Benigni che secondo lui è nato, così almeno ho capìto, ispirato da Carmelo Bene. Io so invece dell'”Alberichino”, so che Roberto Benigni ha cominciato lì, che era un po’ il tuo teatro, vero?

LP: Tutti hanno cominciato dall'”Alberichino”. Questo “Alberichino” era questa cantinetta talmente piccola che non consentiva di fare spettacoli se non a un personaggio solo, quindi monologhi.

[Immagini di Benigni].

AA: E com’era lui da ragazzo?

LP: Roberto era bruttino, da giovane: magro magro, con le buche nelle guance, i capelli già un po’ radi, famiglia molto povera… Era arrivato talmente giovane dal paesello che non aveva visto niente e non sapeva niente… e però tale era la curiosità di apprendere che acchiappava, rubava da tutto e da tutti, e si è formato, si è fatto una … grande cultura, da solo, proprio un autodidatta, lui.

AA: E oltre a Benigni c’era anche Carlo Verdone, no?

LP: Anche Verdone ha debuttato lì,

[Immagini di Carlo Verdone]

faceva il suo primo spettacolo con tutte quelle macchiette, che dopo ha portato nel cinema: il coattone, lo scemo, il corrotto, e tutti…

AA: E piaceva?

LP: Moltissimo! Sai com’era umanamente, come tutte le persone di valore? Umile! Insicuro, aveva paura di sbagliare… diceva: “Oddio, farò bene?”. Noi tutti ci scompisciavamo: “Ma bellissimo, fa ridere!”. “No, ma farà ridere?”. Carino!…

[Incontro con una donna]

AA: Ciao, come stai?

Cristiana Borghi: […] perché non posso fare a meno…

AA [la presenta]: Cristiana Borghi.

[Altro incontro].

AA: Adele.

LP: Adele! Ti do un bacio.

Adele: Grazie.

LP: Ciao.

Adele: Ciao.

LP: Ti volevo dire questa cosa, che sono gli anni, quelli, in cui ho cominciato a lavorare anche con Paolo.

AA: E non avete mai litigato?

LP: Litigato no, mai. Giocava con me quando io ero piccola, appunto, a pettinarmi, a tagliarmi i capelli, a vestirmi… e poi mi disegnava: “Mettiti lì ferma!” — mi toccava stare ferma ore. Giocava come con una bambola, però era un segno d’affetto, a me faceva piacere.

AA: Ma adesso che ha quasi ottant’anni ti preoccupa che va in giro da solo? Lui non ha un compagno, non ci ha amici…

LP: No.

AA: … si mantiene che sembra un ragazzino…

LP: Guarda, si mantiene, sta bene. E poi lui è uno molto responsabile, va sempre dal medico…

[Di nuovo da PP].

AA: Sai che tua sorella è molto fiera di te – va be’ ti dico una scemenza, perché tanto lo sai benissimo. Ma come fai a mantenerti così giovane? Oh, hai compiuto ottant’anni, eh!

PP: Mangio poco.

AA: Ah, è quello il segreto?

PP: Bisogna lavorare molto e mangiare poco.

AA: E mangiando così poco riesci ancóra a scavalcare montagne e montagne, per mesi e mesi… L’altra sera per esempio dov’eri?

PP: Ero dentro la chiesa di san Galgano, “la spada nella roccia”, a Montevarchi, in una bella piazza davanti alla collegiata… E allora a un certo momento il prete: dan, dan, dan…

AA: T’ha suonato le campane.

PP: Eh, ma tutti a ridere, ché ho detto: “Ah la madonna, ho visto la madonna”, sai…

AA: Senti, adesso ti lasciamo, mi sembra di averti spompato anche troppo…

PP: Posso baciarti?

AA: Ma certo, ma mi devi strabaciare…

PP: Come le signore in chiesa…

AA: Mi date un…

PP: … quei saluti che si spengono in preghiera.

AA: Mi dài un foglio di carta?, perché mi sono dimenticato la liberatoria…

PP: Sì.

AA: Ti devo far firmare qualche cosa…

[PP cerca il foglio.

PP, Laura Betti: Ballata dell’uomo ricco]

[Titoli di coda:]

Regia Antonello Agliotti

Produttore esecutivo Anna Maria Acciari

A cura di Francesca Ceci

Assistente alla regia Angelo Amoruso

Consulente musicale Fabio Sartori

In redazione Francesco Locci

Ricerche di repertorio Francesca Griffante Camilla Mazzitelli

Per la comunicazione Stefania Gallo

Per la sigla ideazione grafica Guido Cosentini

506. Craxi.

18 Gen

Dopo aver assistito ai tre quarti inferiori della miniserie dedicata allo scandalo della Banca Romana, che ovviamente è stata deludente (che strana idea quel numero di varietà con l’attrice ungherese Ovart che fa insieme l’uomo e la donna, uno spettacolo alla Marlene Dietrich all’Opera di Roma, e nel 1893!), con dialoghi e gestualità non in stile – ma esiste una possibilità di narrazione storica che non sia schiacciamento sul presente, adesso? (eccettuando décors e costumi, che infatti erano accuratissimi) – ho visto un congruo pezzo dello Speciale TG1 riguardante un altro grande corrotto nominalmente di sinistra – ma si può considerare il suo PSI un partito di sinistra? -, vale a dire Benedetto Craxi, 10 anni dopo.

Il servizio è cominciato con l’intervento della figlia Stefania, che, col condimento di  molte lacrime, ammanniva una specie di visita guidata alla residenza che il padre s’era fatto fare nella sua famigerata Hammamet. Non mancavano interventi e immagini di famiglj commossi e grati, e la visione delle strade coll’illuminazione, e chilometri di muri di cinta bianchi, secondo un modello balneare tra il mediorientale e il californiano. Tutto in un perfetto stile neofeudalesco, tanto da far ripensare a quanto di retrospettivo doveva esserci, effettivamente, nella personale concezione politica di Craxi, romanticamente intento a scrivere a un tavolo di legno seduto in una capannuccia di pescatori, in vista del mare, roba da Napoleone a Sant’Elena. Da una parte è inevitabile e sacrosanto che una figlia pianga il padre, dall’altra non si può fare a meno di pensare come il 75% delle cose che Stefania Craxi aveva da proporre fossero di natura strettamente materiale; la casa, le strade fatte costruire in luogo delle mulattiere che ci stavano prima, i cani del deserto e i cinghiali sloggiati dall’immensa proprietà – cose che naturalmente sono costate una quantità ingente di denaro, che era poi quello sottratto indebitamente, che Craxi non rese allo stato non del tutto degnamente servito (come minimo). E non c’era solo la questione del finanziamento illecito, ma c’era anche qualcosa che si chiama concussione, e qualcos’altro che si chiama ricettazione. Martelli, presente in studio, ha detto che Craxi riteneva insufficiente l’abbuono del finanziamento illecito, anche se fosse stato esteso agli anni 1989-’94, perché c’erano di mezzo anche questi reati; ma come pretendere l’abbuono della concussione e della ricettazione?

Come non pensare a quei milioni di persone in tutto il mondo che subiscono perdite dolorosissime e non hanno la possibilità nemmeno di piangerli, non dico ancòra dieci anni dopo (se io piangessi alla stessa maniera mia madre, poniamo, a distanza di dieci anni mi prenderebbero per malcresciuto, o mentecatto), ma anche in sul momento? Esattamente come il villone di Hammamet, anche questo privilegio, che ha sempre una matrice economica – che a sua volta poggia sull’illecito – è rimasto intatto.  

Non si può non essere ovvj, trattandosi di un caso così assolutamente chiaro. C’è quasi da capire Miriam Mafai, sempre più fragile e compiacente, ormai, credo, invitata in programmi di controversia solo perché così cedevole, così nonnina, così preoccupata che qualcuno che ha la metà dei suoi anni s’inalberi e le faccia venire un colpo: ma di là dalle paure dovute all’età, dico, è dura di per sé ripetere, per l’ennesima volta, dopo dieci anni di diatribe, no, Craxi fu solo un ladro e, no, non come quei fricchettoni o ex tali che con un piccolo colpo di mano ogni tanto sottraggono un piccolo bene di lusso in un grande magazzino – e non hanno potere, costoro, né fanno la voce grossa da un palco, e se attraversassero il deserto per restituire 5 cents come Abramo Lincoln quando ancòra aveva l’emporio non cambierebbero nulla né del livello morale circostante né degli equilibrj economici generali -, ma in grande grandissimo stile, e fu un ipocrita, e scappò per non rispondere della malefatta, e chiamò una smentita alle calunnie le accuse lanciate agli altri.

Un po’ c’è da capirla, insomma, ma chi non parla in televisione non è costretto per forza a dire qualcosa che appaja più intelligente di quello che chiunque direbbe: io ripeto volentieri che Craxi ciulò soldi e scappò senza rendere né soldi né conto. Dicendo, esplicitamente, di non poter reggere l’assalto e della magistratura e dei media. E mi chiedo perché non “potesse” – fu anche un debole, chiaramente, questa si chiama viltà -, dal momento che succede anche ad altri, che sono innocenti. Ha riconosciuto che ad uomini molto migliori di lui è successo di peggio, come ha riportato la figlia;  dato che era consapevole di non aver subìto il peggio che possa darsi, per quale motivo non fare quest’ultimo sforzo? Per tenersi i soldi, suppongo, e concludere i suoi giorni in villeggiatura, in una cornice privilegiata che, parrà incredibile ma è così, molti non sarebbero stati in grado di godere, sapendo com’era stata pagata.

Capisco la Mafai, umanamente, ma mi fa effetto comunque sentirla dire, rispondendo alla provocazione “esule o latitante” della giornalista, che tecnicamente egli era un latitante, ma adesso, a distanza di anni… Che cosa c’entra la distanza di anni? I fatti sono lì.

Riservarsi sempre di riabilitare chi era stato infangato, come l’idea in sé del revisionismo senz’alcun colore specifico, sono cose assolutamente positive; dipende però sempre da chi si riabilita, da che cosa si rivede. In un caso come quello di Craxi la riabilitazione, che poi dovrebbe essere un ringraziamento postumo di Berlusconi, che rimane il più grave crimine dell’ “esule”, dovrebbe avvenire in condizioni del tutto particolari: cioè dovrebbe essere una riabilitazione a prescindere da quello che è stato, da quello che ha fatto. Una riabilitazione avviene sulla base di quello che un uomo ha fatto concretamente; postumamente gli si riconosce che quello che gli è stato attribuito non è vero, e si ristabilisce una verità di fatto; si fa atto di contrizione, e, detersane la reputazione dalle ultronee macchie, lo si consegna netto ed emendato alla storia. Nel suo caso, invece, quello che ha fatto non ha nessuna importanza, o ha un’importanza relativa, o comunque non è incompatibile con tutto quello che identifichiamo con l’onestà, la rettitudine, e tutto quello che merita di essere ricordato di un uomo dopo tanti anni. Si trattasse di mera disinvoltura, nessuno si opporrebbe alla riabilitazione, perché se dopo 10 anni un latitante diventa un esule, dopo 20 potrebbe tornare latitante grazie ad ulteriori revisioni, o secondo il capriccio del momento. Mentre qui si tratta di decidere a freddo, e in spregio di qualunque verità, di costruire una figura che non è mai esistita, e consegnare quella ad una memoria collettiva che, tra l’altro, non trattiene nemmeno tanti altri nomi e tante altre vicende biografiche che dovrebbe custodire gelosamente. Forse basterebbe pensare, molto meno schieratamente, a quello che è storia e merita essere considerato tale; non si tarderebbe a rendersi conto che Craxi è stato un politico sicuramente consegnato al passato, ma che la storia, se non relativamente al suo contesto e al suo caso, non l’ha proprio fatta.

Questo prescindendo dal fatto che la raffinata operazione politica affidata alla programmazione di RaiUno di jersera (ad uso di un pubblico di ultrasessantenni, oramai, ma la televisione fatìca a rinunciare alle proprie ambizioni, anche adesso che si sono rivelate irrealistiche) serviva a projettare un binomio sinistra=corruzione che può avere tanti diversi usi a seconda che venga comodo.

505. Paolo Poli (6).

14 Gen



http://www.youtube.com/watch?v=p9EC-Ls7Fx0&feature=related

Paolo Poli: Figliuoli, ora ne’ camerini non vi voglio perché mi metto in mutande, piscio nel lavandino… come la Callas, lo sai che la Callas faceva l’amazzone? L’aveva paura del pubblico, come ho paura anch’io, e allora andava nel lavandino, faceva un goccino, l’ultimo. Poi allora Visconti le aveva detto che stava bene con la pelle tirata, lo chignon, e i capelli a larga tesa, sai… eh, insomma, le checche sono brave a inventare i vestiti alle donne. Non le trombano, ma le sistemano… eh… ciao!

[Pisa, teatro Verdi, aprile 2008]

[Les fleurs, con Ballista]

Marco Messeri: Lui è un lampo. Siccome deve pagare le prove, è uno dei pochi che paga tutto agli attori, eccetera, ha già lo schema preciso: quindi s’imbastisce lo spettacolo a una bella velocità.

[In scena; pezzo dello spettacolo]

Natalia Aspesi: I suoi ballerini son dei mostri, secondo me son bruttissimi, ma non so se ha cambiato, ma durante gli anni, goffi, incapaci di ballare, proprio orribili…

[Sei brillanti: “…cico cico…”].

[“Quella piccola e bizzarra vagabonda a notte ancor…”].

Lucia Poli: Negli spettacoli di Paolo le scene e i costumi hanno sempre avuto molta importanza, più i costumi addirittura delle scene. E il costume è come… una scena addosso all’attore, e cioè un’immagine dell’attore che si trasforma.

[Sei brillanti: “Quanti anni pensate che io abbia?”]

Emanuele Luzzatti: Quando m’ha chiesto… di fare i primi spettacoli per lui era su una scenografia preesistente, quindi io faccio delle illustrazioni per Paolo, e delle illustrazioni anche sotto dettatura, perché lui sa esattamente quello che vuole.

[Pisa, Teatro Verdi, aprile 2008: preparazione delle scene; “Que j’aime à vous voir belles fleurs…”].

Paolo Poli: Ah, comincio il secondo tempo con le canzoni popolari… gli anni Cinquanta, ritiraron fuori le “belle ciao” che i partigiani non hanno mai cantato. Cantavano: Notte e dì soli soli con le mani fra le tue gambe / fino all’orlo delle mutande…, le parodie delle canzonette dell’epoca.

[“Signore e signori, ecco a voi la storia d’un’orrenda madre”].

Rodolfo Di Giammarco: Lui è sempre scontento di sé, vuole sempre offrire dei tagli espressìvi, riconoscitivi, delle possibilità di lettura a più soglie al pubblico, e non sempre il pubblico riesce a cogliere tutte le… i livelli che lui desidera dare, perché lui è un attore popolare, ovviamente, ma è un attore anche raffinatissimo. Ecco, per questo lo trovo un po’ inimitabile.

[“Sola me ne vo per la città”].

[Saluti al proscenio. Paolo Poli: Originale, eh? ‘Un s’era mai visto gli applausi [chiama i ballerini] ].

Lucia Poli: Gli eredi sono stati tanti, perché… perché lui ha, in questa lunga carriera, ha influenzato moltissimi, che poi si sono travestiti dopo di lui, da Mastelloni a Brachetti, tutta… tutta una serie di … di attori che forse non l’avrebbero fatto, oppure l’avrebbero fatto in un altro modo, magari, se non avessero avuto un contatto, un… una sollecitazione dalla personalità di Paolo.

Marco Messeri: Per me è un maestro, e certo non sta a me dirlo, dev’esser lui a dire: sì, è un discepolo.

Rodolfo di Giammarco: Avevo segnalato già, anni anni fa, 586 aggettivi che gli stavano bene. Bene, lui fra 10 anni ancóra si meriterà: A, abbagliante, abile, accattivante, accorto, acido, acidulo, acrobatico, acuto, aereo, affascinante, agghindato, aggiornato, aggraziato, aggressivo

[scorrono in sovrimpressione, intanto, altri aggettivi della serie: bambinesco, burattinesco, camaleontico, caricaturista, casto, cattivo, crudele, damerino, danzante, decadente, delirante, demodé, dolcemaro, eccentrico, eccessivo, eccezionale, educato, elegante, fulminante, funambolico, gaio, garbato, gattesco, irriverente, istrionico, leggiadro, lepido, lezioso, lunatico, madrigalesco, magnifico, narcisi[s]ta, oltraggioso, originale, punzecchiante, raffinato, svenevole, svagato [sic], tagliente, umorista, vecchiotto, volteggiante, vorticoso, zitellesco]

e si può finire… eh, con la zeta… ma veramente ne ho uno solo, che è comunque curioso: zitellesco [ride].

[Rita da Cascia: “C’è una banca sul nel cielo”]

Paolo Poli: Io spero di morire, eh, di un botto! Tu mi vuoi vedere nella carrozzina a rotelle coi tubi nel naso, oppure nella clinica svizzera? Per carità! Quando non gli si dà retta, capìto?, il corpo segue l’anima. Se c’è. Oppure segue la perfidia… na-na-na-ni-na-na… [canticchia, sorride].

504. Paolo Poli (5).

14 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=SmaUI3WYqsI

Natalia Aspesi: Normalmente il travestito cinematografico, teatrale, eh… è pesante, cioè se deve fare la donna fa la donna brutta, la donna grassa, la donna volgare, fa la puttana, fa… ecco…

[Milleluci, con Mina e la Carrà: “O tabarin”].

E siccome, eh… Poli è un uomo molto raffinato e molto intelligente, e molto bello, soprattutto da giovane era bellissimo, lui nei personaggj femminili mette dell’ironia, ma non del disprezzo.

[Milleluci, con Mina e la Carrà: “Vieni, pesciolino mio diletto”].

Paolo Poli: Fu lei che m’invitò… dice: Io mi vesto da omo, tu da donna, sì, va bene…

[Milleluci con Mina e la Carrà: “Mondana, mondana, perché”].

In televisione ho fatto sempre l’amico di qualcuno, mai ho avuto il mio programma, capìto? Tu m’hai citato Raffaella Carrà. Mai sono stato Raffaella Carrà.

[Milleluci con Mina e la Carrà: finale]

[Speciale per voi. Ragazza: Senti, io vorrei sapere, c’è una certa inclinazione al travestimento in te… — Paolo Poli: Sì. — Ragazza: Vorrei sapere se lo fai… solo per una … esigenza teatrale, o perché ti senti meglio in questi panni. — Paolo Poli: Io lo faccio per ‘esigenza teatrale, perché per altri divertimenti potrei farli in privato nel mio salotto, se ce l’avessi, capisci? — Ragazza: Benissimo… — Paolo Poli: Perché trovo che un teatro… il teatro naturalistico a cui già, non so, il futurismo e pirandello avevano dato dei colpi, è ora che deve finire. Sai, […] diceva: Non è uno straordinario attore, ma porta così bene il vestito; non è una straordinaria attrice, ma è molto chic].

Lucia Poli: Abbiamo fatto quattro spettacoli insieme, due negli anni Settanta, che sono Apocalisse, il primo, e Femminilità, fatto a lungo soprattutto Femminilità perché era uno spettacolo molto divertente, pieno… sugli anni Trenta, sulla… la femminilità, la donna negli anni Trenta, e quindi anche pieno anche di costumi, di canzoni… belle, divertenti, e quindi quello è andato benissimo e l’abbiamo fatto a lungo.

[Femminilità: “Dammi un bacio e ti dico di sì”]

[Uoki toki con Lucia Poli: Il dott. Jekyll & Mister Hyde].

4. LA MATURITÀ

[Premio Tenco: “ma se l’Italia ancor / fosse colpita al cuor…”].

Milena Vukotic: Beh, la sua cultura… che è infallibile, che direi che è rara in confronto… a tanti… parlo del nostro ambiente teatrale, io credo che sia… la cultura siamo noi si potrebbe dire nel suo caso.

[Il tranello di Medusa: scioglilingua]

Rodolfo Di Giammarco: Dispiace che non ci sia una sorta di scuola… che lui possa offrire agli altri, perché è sempre così irridente, è sempre così… poco credente, che non crede neanche a sé stesso nel poter consegnare il testimone ad altri, ma quanto sarebbe … un insegnante felice e pieno di… di sgarbi, lui!

[Pierino e il lupo]

Marco Messeri: L’Italia dovrebbe avere, un po’ più come ha la Francia, una carezza in più per gli attori sublimi, e cioè dire, ragazzi, ci sono tante persone che recitano, poi ci sono le eccellenze.

[Mistica]

Rodolfo Di Giammarco: Paolo Poli, lui ha una sua creatività che è più sul corpo e nella bocca, allora, piuttosto che nella stesura, che nella immaginazione dei testi. Lui è un testo, ripeto, scritto nella gamma della sua mimica e nelle possibilità furenti, fluenti del suo parlare.

[L’asino d’oro, teatro: Se la polizia si occupasse degli affari di cuore].

Lucia Poli: C’è una ripetitività, che però è un… una ripetitività rituale, ne, negli ultimi anni, e… lui stesso è talmente… eh, autoironico che dice: ma sai, io faccio sempre lo stesso spettacolo, suppergiù, no? Perché in fondo ha il grande valore di aver inventato qualcosa.

503. Paolo Poli (4).

14 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=gilIYobEmO8



3. IL SUCCESSO

[Cercando cercando. Paolo Poli: Negli anni Sessanta era Milano la città che ha dato da vivere a tutti i teatranti, invece poi negli anni Settanta è diventata Roma, una città dove si faceva il teatro in soffitta, il teatro in cantina, il teatro nella chiesa sconsacrata, in un cortile, purché non fosse colle poltroncine, fosse scomodissimo… mia sorella ci ha preso persino la scabbia, una malattia rarissima].

[Canzone: “Sanzionami questo”].

Natalia Aspesi: Io non sapevo assolutamente chi fosse, sono andata da spettatore a vederlo, e a me questa bellissima ragazza vestita prima da contadinella, poi da… santa Rita, che era lui, invece, mi aveva assolutamente entusiasmato.

[Rita da Cascia: sola al mondo]

Sì, fece molto scandalo: primo perché, appunto, era un travestito, si travestiva, cioè faceva la donna, e poi perché questa santa Rita era una sporcacciona tremenda, vista da lui, peccatrice… [ride]

[Rita da Cascia: “… ti ricorderai di me in cielo?…”].

Lucia Poli: Fu Oscar Luigi Scalfaro che… denunciò per… questo spettacolo per vilipendio alla religione.

Paolo Poli: Erano i democristiani doc, vecchia maniera: tutti di un pezzo, e quindi la religione non si tocca. Io l’ho toccata: ho sbagliato – per lui. Chissenefrega, non porto rancore.

[Rita da Cascia: “Tua, fra le braccia tue”].

Lucia Poli: C’erano gli intellettuali, che naturalmente impazzivano, e c’era, invece, una piccola parte di pubblico, borghese, benpensante, più chiuso più, non so dire come, più osservante, più tradizionalista, che veniva scandalizzato ma erano veramente molto pochi.

[Babau: l’angelo del conformismo].

Marco Messeri: Paolo aveva una madre francescana, che, credo, si sia fatta mettere al cimitero vestita da terziaria, e… e quindi Paolo ha mangiato pane e religione sempre, come è anche nei toscani, perché poi i toscani spesso sono rispettosi della religione, e… a parole invece bestemmiano di continuo.

[Babau: presentazione].

Lucia Poli: Fu trasmesso sei anni dopo che lui l’aveva registrato perché lì c’erano dei frammenti dei suoi spettacoli dove si vedeva lui travestito da donna, e lì già comincia… anche se erano gli anni Settanta, la televisione non era più così… chiusa.

[Babau: “Fiocca, la neve fiocca”].

Marco Messeri: Sul fatto delle intonazioni Paolo Poli è un usignolo, e intonare come fa lui con dei fiati lunghi, insomma, è molto difficile, ed ha i suoni suoi, anzi, le prime volte che l’ho frequentato son tornato a casa mia e parlavo come fa anche lui… oioi … nananà… nananù-na… con tutta la… i suoni… di Paolo.

[Il buono e il cattivo: “Fru fru”].

Milena Vukotic: Ho lavorato con lui soprattutto in teatro, ci siamo conosciuti però prima in televisione, facevamo delle favole.

[Uoki toki, con la Vukotic: “Ecco il regolamento”].

[I tre moschettieri: sigla].

Marco Messeri: [ride] No, era… carino, era carino, era … il rapporto tra lucia e paolo è … è abbastanza buono sempre, insomma, e… poi c’era milena vukotic e… ed io… e in realtà siamo sempre andati d’accordo

[I tre moschettieri: Poli presenta: Così io e i miei compagni nonostante che non siamo più di primo pelo siamo regrediti allo stadio infantile travestendoci in mille modi scambiandoci mantelli e baffi per sceneggiare questo romanzo a puntate dumas ci mise sei mesi a raccontarlo siccome allora non c’era la televisione si servì dell’appendice del giornale il Siècle noi dureremo molto di meno, state tranquilli].

[I tre moschettieri: “Fatevi in là, vile bifolco”].

Marco Messeri: L’operazione l’abbiamo fatta tutta d’un fiato, fa… capìto, quasi improvvisando, dice: ora c’è da fare il guercio [mima]… era veramente come le marionette, uscire fuori e ritornare, uscire e rientrare…

[I tre moschettieri: “Ah Parigi, cominciamo bene”].

Milena Vukotic: Scambiavamo delle parti… è stato un bel lavoro anche non, non facilissimo perché… era in televisione, con la regia di Santo Sequi. Paolo non è un improvvisatore, per cui… bisogna essere preparati.

[I tre moschettieri: decreto].

502. Paolo Poli (3).

14 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=aGLl5gciSwQ

Lucia Poli: Con Zeffirelli ha conosciuto sùbito la Laura Betti, e vivevano insieme, erano… come dire, le due ancelle, e Zeffirelli la principessa, la regina, gli è sempre piaciuto il ruolo [ride].

Paolo Poli: Io con Laura ho fatto solo una canzoncina in televisione.

[“Ballata dell’uomo ricco”]

Paolo Poli: La “Ballata del pover’uomo” [sic] entrò nell’orecchio del pubblico, fra l’altro anche della signora Campari, la vedova Campari, che venne a teatro al Gerolamo che è un teatrino di burattini e lei mi mandò un mazzo di violette (che portan male in teatro) e mi fece fare i caroselli, l’ho fatto… l’unica pubblicità che ho fatto, è perché proprio mi piace ancóra, il Campari.

[Carosello: “La fine della vita già s’appressa”]

Lucia Poli: Ma, a vent’anni il fatto di essere così … magro, alto, esile, ovviamente lo rendeva elegante, raffinato, in confronto al… questi che esibivano il muscolo, ecco, lui era un altro genere.

[Gli amori di Manon Lescaut]

Poli: Ma io ero… avevo un tipo di bellezza un po’ effeminata, però piacevo, e quindi avevo amici, amiche, ho avuto fidanzate, fidanzati, presentati a tutti tranquillamente.

[Non c’è amore più grande]

Milena Vukotic: Se avessero inventato… una sceneggiatura, sarebbe stato straordinario… in cinema, col fisico, poi, che ha…

[Le due orfanelle]

Paolo Poli: Io il teatro ‘un lo fo per ripiego, lo fo perché è quello… è quello che mi piace di più. Finché uno è vivo lavora dal vivo

[Cercando Cercando. Paolo Poli: Ho cominciato a fare delle cose un po’ più interessanti a Genova, con Aldo Trionfo: si facevano dei repertorj per allora inconsueti, si faceva Ionesco, La cantante calva].

[Al cavallino bianco: “Piano piano”]

[Cercando Cercando. Paolo Poli: Ho avuto la fortuna di fare delle riduzioni dell’operetta, che eran dei bei motivi viennesi fatti da degli ebrei scappati in Svizzera durante la Seconda guerra mondiale e allora, proprio nel ’60, mi pare, ho fatto il Cavallino bianco. Io ho lavorato in bianco e nero, come Greta Garbo, poi mi son fermato].

[Al cavallino bianco: ballo]

Marco Messeri: Mi ha raccontato lui che quando ebbe questo grande successo con la Mondaini, lui faceva Filiberto, quindi faceva un bambino, in televisione, che piaceva a tutti…

[Canzonissima, con Sandra Mondaini]

… allora fece la compagnia di teatro, e credo che fece il Candelajo di Giordano… non lo so, in quegli anni lì. E il pubblico andava a teatro per vedere Filiberto, quindi lui si cacciò nei debiti, perché… eh, lui aveva una compagnia costosa, e venne disertata dal pubblico perché non… assomigliava al… al progetto televisivo.

[Canzonissima, con Sandra Mondaini]

Paolo Poli: Davo i cascami delle mie trovate teatrali alla televisione, e sceglievo quelle, purtroppo, che non davano fastidio né a cristo né a satana, quelle robe medie che andavano per la famiglia italiana, che già allora aveva perduto gli ideali mazziniani che sono dio patria e famiglia. Già allora non c’era più. C’era solo, così, un’accozzaglia di persone che venivano tenute in un boom… economico… e gli si diceva ch’erano felici, e ci credevano.

[Canzonissima: “Se stasera il milioncino”]

Queste brutte canzonette italiane sono letteratura modesta, per esempio “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, vuol dire che… anche in quegli anni… la famiglia sorvegliava la ragazzina, e ci voleva una scusa per scendere di sera, col bujo… quando… dietro la porta stessa si poteva fare qualche cosa. Non ci s’aveva mica la garçonnière!

[Chi canta per amore, chi per follia: “Questo è l’occhio bello”]

Lucia Poli: Ha più.. assimilato, sì, queste… favole, e canzoncine, e filastrocche toscane, sentite dalla mamma eccetera, ma soprattutto le canzoni del suo momento storico…

[Questo e quello: “Io non credevo mai”]

Questa letteratura popolare agiva in lui, perché intanto l’aveva sentita dalla mamma, dalla nonna, dal babbo…

[Chi canta per amore, chi per follia: La cornacchia del Canadà].

[Speciale per voi. Domanda: Tu hai maggiore successo con i bambini che con… le persone che tu vorresti raggiungere con questi messaggj. — Paolo Poli: Perché i bambini non sono ancóra, non sono ancóra, voglio dire, condizionati da una cultura o che. I bambini sono dei piccoli adulti che son terribili, hanno una capacità digestiva, bevono il latte che è un alimento completo, che a me mi fa male al fegato, per esempio. E trovo che… i bambini c’insegnano tante cose… sono dei… hanno anche una certa brutalità e un cinismo che gli adulti non hanno, e non li acchiappi con le civetterie culturali, come invece si può acchiappare anche voi].

501. Paolo Poli (2).

14 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=dnWO8evDHKg

[Aldino mi cali un filino: “Se piove e vaghi per la città”]

Rodolfo di Giammarco: Da un punto di vista personale direi che la sua solitudine, perché è la solitudine l’unico motivo fondante della sua esistenza, può essere per certi versi considerata dall’esterno una fragilità, ma credo che per lui sia stato l’unico modo per vivere.

Paolo Poli: Non vo alle feste, mi tocca baciare Fini, non so… Bello, sì, sì. Può dare felicità a una donna, ma a me no. A me piacciono i mascalzoni, gli assassini, i ladri, gli extracomunitari. Ecco, e quindi…

[L’asino d’oro: “Che martirio, ragazze”].

Natalia Aspesi: Io poi quello che apprezzo, proprio, in lui è il suo isolamento. Facendo un lavoro che ha bisogno di pubblico e di pubblicità, lui riesce a vivere isolato.

Paolo Poli: Avanti, avanti. Dunque, questo è il corridojo che non si può levare perché è una casa vecchia, con le travi ancóra di legno.

E qua c’è la mia cara statua, che ho comprato da questi… eh, antiquarietti che c’eran qui. Cecilia, vedi?, acchiappa la nota colla boccuccia aperta e la mano così… La mano è quella di… anche di Mussolini, “il grande masturbatore del popolo” come diceva – chi lo diceva? Gadda, no? Eh… Dice: Il pòppolo italiano, e faceva una sega al popolo. Ora questo viene tagliato, ma non importa. Ecco, e così….

Guarda com’era bella la mia sorella quando ci aveva il bambino, lei come me, mai sempre avuto poppe, e invece l’è venuto le poppe, e il bambino dentro… allora gli ho fatto fare la foto, perché era proprio bella. Vedi, ci ho Moravìa… Fellini non ho mai lavorato con lui, perché io gli ho detto: Ma tu vai bene con le comparse, di te ci si ricorda la Saraghina; gli attori vanno bene per conto loro. Ma lui era straordinario, con le apparizioni. Quando c’è la nebbia, arriva un vecchio, il nonno… il nonno che scorreggia, questo ci si ricorda di lui.

Vieni, vieni. Ora ti farò scavalcare la porta segreta. E qui ci stava la mia caratterista…

[Jole Silvani]

Quella era la mia caratterista. E fino a quando ce l’ha fatta da sé, a essere indipendente è stata qui con me, e poi è ritornata a Trieste, la sua città di origine, da quell’orribile figlio che sta allattando, che bisognerebbe ucciderli appena nati, capìto?, perché è meglio. Diceva Michelangelo: I miei figlî sono le statue, che stanno ferme e zitte, non dànno noja.

[Babau: “Odio tutti, sono un mammone mancato”]

Lucia Poli: Ora comincia a essere considerato un personaggio di serie A, di primo piano, ma fino a pochi anni fa era considerato un… un comico, quindi già serie B, come se fosse una categoria inferiore. Un comico, uno che fa le sue stranezze, a modo suo… Invece di uno che ha inventato uno stile, no?

Paolo Poli: Non abbiamo autori di teatro, abbiamo comici. E quindi c’è Petrolini, Fellini, Mussolini. Sappiamo fare quello, noi: sappiamo vendere il niente. Ecco. Eh, la bravura del… trasformismo, tutte quelle robe lì, c’è sempre stato… le maschere… noi italiani siamo andati in giro nel mondo a raccontare Arlecchino e Pulcinella, sempre. E Dario Fo giustamente nella Scandinavia l’hanno molto apprezzato per queste sue doti funamboliche, perché da giovane era vivace, alzava una gamba, si rivoltava… [mima].

Rodolfo di Giammarco: Lui avrebbe spopolato sia in Inghilterra sia in Francia, ma lui è stato grandemente fortemente cocciutamente italiano, con il suo fiume di parole, e ha sempre desiderato essere… un – lui lo diceva, che era nato, dice che è nato a maggio, lo stesso mese di Dante Alighieri e di Marilyn Monroe.

Paolo Poli: Questi due puttini sono lo stato e la chiesa, all’epoca del Concordato, 1929: l’anno in cui sono nato io, purtroppo. Non perché sono nato, “purtroppo”, ma perché, purtroppo, c’è stato il concordato. Vedi come son carini?

2. I PRIMI PASSI

Paolo Poli: Eh, della mia mamma, i primi ricordi son le gambe. Perché si sedeva e si levava le scarpe e le calze, la prima cosa. Poverette, facevano tante ore… con sessanta, settanta bambini.

Lucia Poli: La mamma che era… capostipite: grande maestra elementare, montessoriana, e poi rousseauiana, che non ci mandava a scuola da bambini, perché, dice, l’educazione è naturale: i bambini imparano da sé. E nessuno di noi all’inizio è andato a scuola, alle elementari.

[Babau: Pierino porcospino: “Dice la mamma mio buon Corrado”]

Paolo Poli: Mi ricordo a otto anni ho letto un libro pornografico. E la mia mamma mi sorprese e disse: Ma non mi pare un libro per bambini. No, mamma è un libro porcellone, bellissimo, non capisco nulla, ma lo voglio lèggere tutto. Sì, va bene, poi restituiscilo a chi te l’ha prestato. Ma non mi chiese chi era, non voleva sapere… perché sa che dal male viene il bene. Una… la lettura, una roba scritta, immaginare una roba che è vera, è faticoso!

Lucia Poli: Paolo è nato negli anni Trenta, quindi nella Firenze del fascismo.

[Babau: “Appena giunto nell’accampamento”]

Lucia Poli: E mi diceva Paolo che quando appunto disse a suo padre che non era bravo in ginnastica, e veniva preso in giro da quelli più robusti che facevano le esibizioni e le bravure, babbo gli disse: E tu parla in latino, e così li zittisci.

Paolo Poli: Mio padre, un carabiniere semplice, carino. Dice: Paolo, che cos’è questa radice quadrata? Babbo, se lo chiedi a me, non so ancóra le tavoline, figùrati… E mi portò con sé, ammalatosi di tubercolosi, sul Lago di Como, perché all’epoca c’era solo custodimento e svago per guarire. E quindi son stato un anno solo con lui, e mentre la mia famiglia era numerosissima, eravamo sei fratelli, come nelle fiabe di Pollicino…

Lucia Poli: Lui si prendeva cura di me a modo suo, per esempio una volta mi tagliò i capelli. Eh… io seduta piccolina sullo sgabello del bagno, lo specchio del bagno era più alto, io seduta, piccola… e lui era di sopra, e guardando sé stesso mi rifece uguale, cioè coi capelli cortissimi, a sua immagine e somiglianza. Io avevo undici anni, quando mi alzai, a vedermi questi capelli quasi a zero mi misi a piangere, non volevo più andare a scuola… Lui invece sostiene non sono mai stata così carina.

Paolo Poli: A Roma mentre ero ospite in casa di Zeffirelli ho conosciuto Marcel Escoffier che faceva il costumista, aveva fatto tutti i film di Cocteau. Già l’idea che lui m’ha detto che Cocteau diceva di sé stesso: Cocteau è il plurale di cocktail, già mi aprì un orizzonte su queste persone che parlavano con frivolezza, con leggerezza del loro lavoro…

500. Paolo Poli (1).

13 Gen



1. DICONO DI LUI.

Rodolfo di Giammarco: Lui è anche il più classico degli attori. Lui è la tradizione. La tradizione vera, ricordiamocelo, è fatta di attori che ai tempi di Shakespeare erano donne, perché non c’era l’attrice.

[L’asino d’oro, film: “Tersilia, ti ha detto nulla la tua mamma?”].

Domanda: Quando e come avviene il… la grande decisione di occuparti solo di spettacolo?

Paolo Poli: Sai, nella vita non c’è mai un unico avvenimento. Queste sono le donne di facili virtù che raccontano: Suora, io non volevo, passavo di lì e son caduta riversa sul biliardo e la gonna mi s’è aperta come un ventaglio, ho perduto i sensi e… Invece no, nella vita ci sono tutte… prime volte ce ne sono venti, trenta. Io ho raccontato di essere vergine per una ventina d’anni.

[Babau: “Sul lago Tana / Quando la notte si avvicina…”]

Natalia Aspesi: Lui che pure è una persona coltissima e molto intelligente, si serve di questi testi poveri, banali, vecchî, un po’ ridicoli non per essere intellettuale, camp, kitsch, così, ma per rappresentare un periodo, un tempo e un modo di essere.

[Babau: “Ci vuole tempo ed animo sereno / Ma questo ai giorni nostri chi lo sa?”]

Paolo Poli: Sono grato a queste brutte canzonette italiane perché mi hanno consentito di passare da un teatro un po’ più rivistajolo a uno un pochino più di… di prosa. Ma ho sempre mescolato le arti, come s’è fatto all’inizio del nostro secolo. Il canto, il ballo, il parlato, li ho sempre mescolati.

[Rita da Cascia: “Sentimental”]

[Speciale per voi. Domanda: Con queste canzoncine che cosa intendi dire? — Paolo Poli: Queste qui son roba così, di documento. Il messaggio lo lascio nella segreteria telefonica].

Lucia Poli: Qualcosa, diciamo, di toscano c’è, ovviamente, in noi. Anche se poi Paolo dice: “Io? Sono nato in treno! Non sono fiorentino!” Non gli piace essere catalogato, proprio, come uno degli artisti fiorentini.

Paolo Poli: Chissenefrega della toscanità, è come la negritudine. Io ho visto dei negri bellissimi e degli altri orrendi. Quello bello mi garba anche a me.

Natalia Aspesi: E’ un aristocratico. Non è un populista.

Paolo Poli: Insieme alla superbia, di cui io mi vanto, mi piace moltissimo esser superbo, ci ho anche la modestia. Eh, sai… Poi ci son quelli che non ci han né l’uno né l’altro.

[I tre moschettieri: “Viva Bacco”]

Marco Messeri: E l’è, Paolo, è un francescano vero. Cioè la sua mensa è sempre piena di ospiti, non ha rispetto, non guarda mai a certe avarizie di risparmio…

[Babau con Eco: Umberto Eco: In fondo, cos’è in conformismo?, volevo definirlo in modo serio… — Paolo Poli: E’ la cravatta che ti sei messo per venire qui in trasmissione. — Umberto Eco: Ed è il maglione che tu porti per dire che sei un attore… — Paolo Poli: Eh, be’… — Umberto Eco: … e non un ospite esterno. — Paolo Poli: Certo. — Umberto Eco: Esattamente: è l’osservanza di alcuni modelli che la società ci dà].

Marco Messeri: Secondo me il vero fascino di Paolo è la qualità della recitazione. E cioè l’abilità di alternare suoni, di affascinare con la parola, anche se fa dei personaggj maschili, o anche se fa la vecchia.

[H2S: la centenaria]

Paolo Poli: Sai, Totò aveva il ricordo di quegli sketch meravigliosi, di successo fatto in teatro. E, ogni tanto… eh, lo metteva in un film. Quello, il negozio dei manichini, così [mima], che c’è il marito geloso: Dov’è l’amante? Lo voglio uccidere! Allora lui… [mima]. E poi… [mima]. E poi si fermava. Sai, quello che… l’hanno fatto tutti…

Lucia Poli: E’ stato sempre un po’ il gioco la cifra principale. Poi dietro c’è lo studio, l’attenzione, appunto, al particolare, c’è la voglia malandrina di mescolare l’alto col basso, il sacro col profano…

[Jacques il fatalista: “Queste madonne di Raffaello / Per le fanciulle sono un modello…”]

Paolo Poli: Sono stato molto criticato durante la mia vita. Mi dicevano sempre: scherza coi fanti e lascia stare i santi. Non ho lasciato stare né gli uni né gli altri. E così vi chiedo perdòno.

Natalia Aspesi: Ma lui è talmente raffinato, anche e soprattutto quando avvicina lo scandalo, che io credo che farebbe sorridere anche questo papa così rigido. Perché nella… nelle sue prese in giro o quello che si chiama, appunto, trasgressione c’è un’innocenza, non c’è scandalo, non c’è peccato, secondo me.

Paolo Poli: Il peccato… Sai, gli Svizzeri ‘un hanno fatto mai la guerra, però hanno ottenuto i soldi di quelli che la fanno, capìto?

[Mixer (con Lucia Poli). Isabella Rossellini: Tu fai la donna, tu adesso fai un Achille che si traveste da donna per stare con la tua amata, quindi fai due giri di sesso Che è tutta ‘sta confusione? — Paolo Poli: Ma nello spettacolo è giusta, questa confusione dei sessi. E poi l’Ottocento è stato così rigoroso che adesso un po’ di confusione porta un vento di riscossa, di fronda, trovo che va bene].

[Babau: “Quando al tuo sen talora / Mamma mi fai dormir…”]

Paolo Poli: Io invece son partito sùbito col piede sbagliato. Ho sempre saputo che ero una minoranza indesiderata. Però ho fatto in modo… da cavarmela.

Natalia Aspesi: La gayezza secondo me in un… anche negli anni più retrogradi per quello che riguarda il teatro era, diciamo, ammessa, ecco. Non faceva scandalo.

Paolo Poli: Non avevo paura a tingermi i capelli perché eravamo in pochi. Di uomini che si tingevano i capelli c’ero io, Corrado Pani, le sorelle Kessler…

Milena Vukotic: E’ un artista al disopra di questi termini… di questi luoghi comuni, se mi permette.

Paolo Poli: Ero molto amato, da giovane, uomini e donne m’hanno sempre coccolato e non ho mai avuto paura d’essere al mondo. Mi son sempre buttato, con fiducia. Guarda il sole, va e viene, come nella vita, ci sono momenti di tristezza e di gioja. Ma non è detto che la pioggia sia meno allegra del sole. C’è a chi gli piace…

499. La voce.

12 Gen



Per la verità su Nazione Indiana non andavo più da un pezzo – tralascio questi giorni che non ho frequentato praticamente la rete. Ma dopo che Domenico Pinto mi ha scippato quella paginetta su Scrittura e stampa, ho fatto di tanto in tanto un salto.

Mi sono soffermato soprattutto su questo articolo, del poeta Carlo Carabba, recensione del primo Almanacco BUR; e ho apprezzato la chiarezza d’idee del giovane (classe 1980); e l’ho ancóra più apprezzata quando ha dato risposta a Francesco Pecoraro che, da common reader, gli chiedeva lumi circa i problemi della poesia oggi. Tutta la risposta, improntata ad una certa secchezza di toni, dev’essere letta, è un’analisi che suona – quantomeno – perfetta.

Di essa ho trovato particolarmente interessante questa frase:

Si assiste … a una produzione poetica fortemente manieristica in cui spesso è difficile distinguere un autore dall’altro”.

Che è una presa d’atto abbastanza ardimentosa; essendo possibile solo, si suppone, a chi non ha timore di scoprirsi.

Sono andato a cercare un po’ di poesia di Carlo Carabba in giro per la rete, ovviamente, per avere idea di un poeta che non ha timore di essere sé stesso, invece di ricicciare pregiudizj di scuola e banalità.

La critica è assai promettente; e il tasto su cui molto si batte è, appunto, la voce spiccata del giovane autore, la sua unicità. Per Gli anni della pioggia, PeQuod 2008, Mario Desiati ha detto, : “Carlo Carabba è un poeta unico nel panorama dell’ultima generazione”. Raffaele La Capria (ib.), Corsera: “Un poeta si riconosce dalla voce, e Carlo Carabba (all’ esordio con Gli anni della pioggia, edizione peQuod, pp. 64, 7,50), una voce ce l’ha”. Franco Marcoaldi, Repubblica (ib.): “LA VOCE DI UN POETA. E’ così raro scoprire una voce nuova nella poesia italiana, che con piacere segnalo il libro d’esordio di Carlo Carabba: Gli anni della pioggia”. Più sfumato degli altri, ma grosso modo in quella direzione, Massimo Gezzi, Manifesto (ib.): “il giovane Carabba mette in versi un normalissimo “io”, senza sotterfugi intellettualistici o timori reverenziali” (ma è un “individuo-massa”).

Quello che però mi ha vagamente sconcertato sono gli stralcj riportati dai varj recensori:

Desiati:

Purtroppo l’italiano / ha un amore soltanto, e doloroso

Di notte studio date / persone e storie. E penso alla morte. / Ai centenari che non / avrò visto/ alle celebrazioni / passate che ero troppo piccolo / per apprezzare a pieno…

La Capria:

Da qualche parte in qualche / tempo sono già ritornato – e scrivo / di quanto sarà stato, degli incontri / se saranno avvenuti, e quali

Marcoaldi:

Traballo e non sempre penso pensieri / dignitosi, ma spesso / strisciano bassi, ridono / talvolta colpevoli innocenti / quasi mai quasi sempre / ignari di pensare

Gezzi:

Se l’energia è prodotta dal quadrato / del corso della luce e dalla massa, / se si diffonde su una curvatura / infinita e perfetta / […] io resto testa all’aria / tra i moti corruttori / del mondo sublunare

Sconcertato perché 1. la voce di Carlo Carabba non mi sembra affatto inconfondibile; 2. sono versi banalissimi, piatti (ed è per questo che c’è il punto 1.). Desiati, sorprendentemente, lo riferisce ad un filone ‘metaforico’ della poesia; ma c’è da dire che la metafora dev’essere ben nascosta, perché a me questi sembrano solo stralcj di diario.

Un gruppo di componimenti abbastanza consistente si trova riunito qui.

Se devo scegliere le peggiori (le più dimostrative) ne prendo due. Già “un signore che passava” su NI faceva notare, a proposito di Sanguineti: “è (relativamente) facile raggiungere esiti convincenti, asciutti e densi giocando con le parole, il difficile è farlo scrivendo dell’amore per la mamma…”. La dimostrazione di questa difficoltà è nella poesia che alla mamma ha dedicato il Carabba:

a mia madre
Tu sai che morirai
prima di me, è giusto,
e anch’io non voglio darti
il dolore di sopravvivermi.
E quando morirai sarò al tuo fianco,
spero, pronto a donare e avere
ogni parola e abbraccio, fino
all’ultimo dei giorni
con te vicina prima
di un addio che certo
non capirò da subito
essere tale, un distacco
che non saprò pensare
di cui non saprò dare conto.
Che sia il figlio a restare è naturale.
Ma non so
chi ci sarà a lenire il mio dolore
nei pensieri notturni o intento
a fare l’inventario dei tuoi scritti.

Qualcuno potrebbe, a questo punto, intendere quello del Carabba come “coraggio”, addirittura, perché si è esposto in prima persona; posto che il poeta che scrive della mamma sia esemplificabile con lo stesso Carabba. Ma nei luoghi comuni, nella prosa ritrita, non c’è nessun sentimento; dunque non c’è nemmeno coraggio.

Sembra quasi sempre prosa che va a capo di tanto in tanto. Altro è arrivarci da un certo esercizio di versificazione, altro è non aver mai coltivato una poesia di rispondenze foniche. A questo proposito mi pare infelice, perché, di nuovo, scontato, il componimento Risveglio:

Risveglio
L’ho già trovato in chiese boschi e grotte
o contraffatto ad arte
nei quadri veneziani.
Mi fugge dalle mani
ora che sono sveglio,
come se il mare uscisse da due porte.
Per afferrarlo meglio
respiro un po’ più forte.
Dal mio pensiero parte
il cielo della notte.

Dove c’è un’intensa orchestrazione fonica, specialmente in relazione cogli altri componimenti, ma l’esito è, quod erat demonstrandum, di filastrocca.

Posso naturalmente inferire – anzi, in un certo senso ci sono costretto – che, per come vanno le cose, l’eco psittacistico dell’unicità della poesia del Carabba dipenda da quello che il Carabba stesso, come critico, ha detto di voler fare, e di cui la repubblica letteraria s’è fatta evidentemente carico come di cosa effettivamente fatta. C’è qualcosa di positivo nell’aver preso atto che la poesia deve avere un common reader; ma ci vuole un common verse (il concetto è, come dite voi, “anglosassone”: Kipling, Edna Saint Vincent Millay, A Shropshire Lad, & so on) per quello; non scarabocchj da telefonata lunga.

498. Heine visto da mme. Jaubert.

11 Gen

Un sabato nel tardo pomeriggio, tra altri, ho trovato questo volume al Balôn.

È uno dei non infrequentissimi volumi antichi che si trovano buttati via dai bancarellaj, ma era l’unico antico tra quelli che ho trovato in quest’occasione: era diviso, com’è anche adesso, in due metà, diseguali, rimaste unite solo per un filo, con una parte girata dietro l’altra, senza copertina né rilegatura, dura o molle che fosse; non era dato capire, senza esame, se il testo ci fosse tutto. Molti dei venditori distruggono volontariamente i libri che non riescono a vendere, se si trova un volume malazzato – e tanti si trovano in queste condizioni – è impossibile dire se sono arrivati al mercato già in quelle condizioni o sono stati danneggiati in questo modo dai venditori poco prima del ritiro dell’altra merce.

È un sedicesimo, francese, ed. Hetzel; girando la seconda metà e allineandola lungo il dorso il libro è parso, quanto alle carte, integro; ed era un testo di memorialistica, stando all’antiporta:

SOUVENIRS DE | MADAME C. JAUBERT.

Stando così le cose, benché così cadente, ho pensato potesse essere interessante, e non mi sono sbagliato.

La copia che ho in mano ha due firme di possesso, segni di un passaggio di proprietà nel corso del tempo, ambe in caratteri ottocenteschi; la prima firma, in alto sulla destra, è “De Rossi”, con inchiostro nero; la seconda, con inchiostro violetto, recita il nome di quello che dovrebb’essere il secondo proprietario, e la data d’acquisizione: “Nigra | 1885”. Un particolare piuttosto singolare è nello strappetto di forma quadrangolare in testa alla pagina, che lascia scoperto un “DE” del frontespizio (Souvenirs de Madame C. Jaubert) sottostante; a prima vista m’è parso dovuto a qualche incidente, o un normale segno d’usura. Un esame appena più attento m’ha rivelato l’asportazione, accurata, con taglierino o temperino, dello scudo centrale di un’impresa o nobiliare o alla maniera aristocratica, impressa con timbro secco: tolto lo scudo rimangono due bei cinghiali rampanti, con la coda arricciolata, posti a sinistra e a destra dello scudo, che s’appoggiano con le zampe anteriori allo stesso; scudo che è sormontato da un morione che guarda verso la sinistra del riguardante – dunque alla propria destra – e del quale non riesco a scorgere pennacchio, evidentemente perché non c’è; ci sono solo due sbaffetti dietro la calotta. Sotto lo scudo c’è un cartiglio annodato al centro; dal nodo pende una croce, e sulle due superficie tese sono impressi caratteri troppo piccoli perché possa decifrarli; non ho una lente d’ingrandimento.

Il dorso è completamente sfasciato; prima di cedere doveva essersi notevolmente stancato, infatti pareggiandolo non s’allinea. Sopravvivono poche listerelle di carta da cui si intuisce il titolo “Souvenirs | de | Madame | Jaubert”, con sotto il nome dell’editore (“Éditions Hetzel”) inscritto in un cartiglio e il prezzo, di cui sopravvive solo un “… fr. 50” sulla destra.

L’autrice, mai da me intesa per lo innanzi, è Caroline Jaubert née d’Alton-Shee, dama salottiera di cui si trovano citazioni sparse in rete relative a Cristina di Belgiojoso (vedi per es. qui; e qui) e a Balzac (qui si parla di una fotografia inedita, per chi può lèggere il documento); fu anche protettrice di Alfred de Musset e, come si evince dalla lettura del testo, buona amica di Heine. Qui si trova traccia di un volume (1953) contenente anche sua corrispondenza con Musset; qui c’è invece un’autobiografia immaginaria della dama, per venti giorni amante di Musset e per vent’anni sua “madrina”; questa seconda pubblicazione è solamente dell’anno scorso, 2009. Non prestate fede al rimando all’anteprima gratuita: non c’è.

Non m’è stato possibile trovare sue notizie su nessun lessico di letteratura francese. S’incontrano suoi parenti d’Alton-Shee, ma lei manca anche nei lessici più ricchi d’informazione. L’Index Notorum Hominum la ignora. Il sospetto che la sua unica pubblicazione sia stata questa è molto forte.

Per ricostruire la sua vicenda biografica l’unico ajuto m’è venuto dalla rete; su google libri trovo stralci di Difficulté d’être et mal du siècle dans les correspondances et les journaux intimes de la première moitié du XIXe siècle, 1998, Simone Bernard-Griffiths e Christian Croisille curr., raccolta di saggj che comprende, per fortuna, anche (pp. 138 ss.) uno studio dedicato alle lettere di Musset alla Jaubert, autore Loïc Chotard, col titolo: Confession à la marraine, les lettres d’Alfred de Musset à Caroline Jaubert. Si parla di una corrispondenza, come può lèggere chiunque, di 72 lettere (p. 137) con la dama, della quale poi si dànno utili indicazioni biografiche:

Née Caroline d’Alton-Shée le 6 juin 1803, mariée le jour même de ses quinze ans à Maxime Jaubert, conseiller des requêtes à la Cour de cassation, de vingt-quatre ans son aîné, mère malgré elle d’une fille, Adine, Mme Jaubert est une personnalité assez difficile à cerner. On connaît peu de lettres d’elle et il faut se référer principalement au volume de Souvenirs qu’elle a publié chez Hetzel en 1881, un an avant sa mort, et où elle se présente comme une femme de tête, rompue aux stratégies mondaines, intime de Berryer, de Heine ou de la princesse de Belgiojoso, entichée vers la fin de sa vie de l’historien Pierre Lanfrey. Ce qui frappe surtout, c’est la confusion qui règne dans ces Souvenirs: Caroline Jaubert ne raconte pas simplement les anecdotes qui lui paraissent dignes de mémoire, elle cherche à les organiser en scènes et même en petits romans, si bien que les documents qu’elle publie comme preuves à l’appui paraissent fort sollicités et artificiellement produits. Impression déconcertante donc, due sans doute à la date tardive de la publication et peut-être aussi à quelque main étrangère qui serait responsable de la forme ultime de la rédaction; impression d’autant plus désagréable qu’elle vient contredire tous les éloges qu’on peut lire dans le livre même sur la finesse et la lucidité de l’intéressée…”.

Parole molto dure, che si potrebbero rendere così: “Nata Caroline d’Alton-Shée il 6 giugno 1803, sposata il giorno stesso del quindicesimo compleanno a Maxime Jaubert, Consigliere ai ricorsi alla Corte di cassazione, di ventiquattr’anni più vecchio, madre suo malgrado di una figlia, Adine, la signora Jaubert è una personalità difficile da individuare. Sono note poche lettere sue, e si deve fare riferimento soprattutto al volume di Ricordi da lei pubblicati presso Hetzel nel 1881, un anno prima della morte, in cui si ritrae come donna di polso, esperta di strategie mondane, intima di Berryer, di Heine o della principessa di Belgiojoso, invaghita verso la fine dei suoi giorni dello storico Pierre Lanfrey. Quello che soprattutto colpisce è la confusione che regna in questi Ricordi: Caroline Jaubert non si limita a riportare gli aneddoti che le sembrano degni di memoria, cerca di organizzarli in scene e anche in narrazioni autonome, benché i documenti che pubblica come pezze d’appoggio sembrino molto sollecitati ed artificialmente prodotti”. – Vale a dire che la Jaubert forzerebbe la narrazione in modo da farle inquadrare i documenti che ha in mano; si stigmatizza, insomma, una certa fatìca a ricordare. – “Impressione sconcertante, dunque, dovuta senza dubbio alla data tardiva della pubblicazione” – infatti, trattandosi di ricordi remoti, la Jaubert ricorrerebbe ai documenti come mezzo per ricostruire le vicende pregresse – “e fors’anche a qualche intervento estraneo responsabile della forma ultima della redazione;” – si tratta, mi pare praticamente assodato, dell’unico libro di una dama si suppone assai colta ma non scrittrice in proprio, e quindi necessitosa del supporto di qualche più esperto consigliere – “impressione tanto più sgradevole in quanto ella viene così a contraddire tutti gli elogj che si leggono nel libro a proposito della sua finezza e della sua lucidità…”.

Lo studioso Chotard tuttavia si occupa del carteggio tra Musset e la Jaubert in particolare, ricordo; non vuol dire che le altre sezioni del volume vadano esenti dai prefati difetti, ma certi problemi potrebbero essere ora più ora meno avvertibili. In effetti, come si vede dai sommarj sottoriportati, sufficienti a verificare ciò, il ricordo di Musset è basato su uno scheletro costituito da 21 lettere e pochi biglietti dello stesso, intercalati al testo, che è come sollecitato dalle stesse. Diversamente va con il ritratto di Heine, personaggio col quale la Jaubert ebbe un altro tipo di coinvolgimento, e del quale possedeva meno documenti di prima mano; come si legge nel portrait di cui ho tentato di dare versione, effettivamente la conoscenza di Heine si approfondisce specialmente negli ultimi anni, quelli della paralisi progressiva che portò lentamente e dolorosamente il poeta all’altro mondo, e per volontà di questi, che pretese, per proprio droit de moribondage, secondo le sue stesse scherzose parole, che la Jaubert fosse assiduamente al suo capezzale. Il motivo per cui grandi uomini hanno voluto presso sé, e hanno abbondantemente elogiato, donne che oggi ci appajono di personalità opaca, o addirittura misteriose causa il deficit di documenti, non dev’essere cercato con troppa acribia; si pensi al caso-limite della Sanfelice, che era appena alfabetizzata e frequentava una cerchia di dotti, e di cui il Cuoco, facendo giustizia di ogni postera velleità ricostruttiva, non poté lasciare alcun ritratto letterario, sbrigandosela col dire che si sarebbe dovuta conoscere direttamente per sapere chi in realtà fosse.

Completano le scarne note biografiche che sono in grado di fornire le indicazioni che trovo in Alfred de Musset, Théâtre complet, édition établie par Simon Jeune, Gallimard, Paris 1990, p. xli:

1835. […] Agosto: Breve relazione di Musset con mme Jaubert, sorella del suo amico d’Alton-Shee; a questo rapporto seguirà una durevole amicizia amorosa, il “sentimento senza nome” * [*Lettera del 27 ottobre 1837 a mme Jaubert; Correspondance d’Alfred de Musset, t. I: 1826-1839, P.U.F., 1985, p. 225] che è alla base di una vivace corrispondenza con la “madrina”.

In rete, su maremagnum e su siti letterarj e di biblioteche, a suo nome s’incontra solo questo testo, fino ad una 6a edizione; quella che ho in mano è la 3a, che mi risulta essere la più diffusa. Il frontespizio recita:

SOUVENIRS | DE | MADAME C. JAUBERT | LETTRES | ET | CORRESPONDANCES || BERRYER – 1847 ET 1848 – ALFRED DE MUSSET | PIERRE LANFREY – HENRI HEINE | – | TROISIÈME ÉDITION | – | [fregio] | PARIS [s.d.] | J. HETZEL ET Cie, ÉDITEURS | 18, RUE JACOB, 18 | – | Tous droits de traduction et de reproduction reservés.

L’opera è ripartita in cinque sezioni, 1. BERRYER, 2. 1847 ET 1848, 3. ALFRED DE MUSSET, 4. PIERRE LANFREY, 5. HENRI HEINE. Possono ajutare a farsi un’ide del contenuto i dettagliati sommarj, che trascrivo qui di séguito:

BERRYER. Le fidèle Richomme. – M. le marquis de Talaru. – M. Roger l’académicien. – Comment Mlle Duchesnois corrigeait Racine. – Le secret de Mme Récamier. – Une marquise originale. – Le chevalier Artaud. – Mme. Berryer. – Mme de Rupert. – Un oncle terrible. – Berryer père-noble et la comtesse Rossi. – Un couplet de Dupatry. – Eugène Delacroix. – Lettres de Berryer à la comtesse de T. … – Un mot regrettable de la princesse de Belgiojoso. – Amédée Hannequin. – Le cas de Chopin et de Mme Sand. – Le chanteur Géraldy. – Le prince Belgiojoso. – Talent de lecteur de Berryer. – Un mariage sans dénouement.

1847 ET 1848. L’atelier de peinture de M. Sanders. – Mlle de Portal. – Mlle de Rutières et son amie Mlle Doucet. – La comtesse Kalergis. – Le magnétiseur Marcisset. – Una séance de somnambulisme. – Alfred de Musset. – Le nom de Rachel deviné. – Berryer et Mme Esther Manby. – Le docteur Teste. – Une prière espagnole. – Le major Frazer. – Un mariage annulé. – Le capitaine de Montclar. – Le trousseau et le nez de Mlle de Mareuil. – La princesse de Lichtenstein. – Une séduction. – Mariage de Mlle de Portal. – Le comte de Rosheim. – Sur une morte, d’Alfred de Musset. – Une soirée intime. – Les peintres mélomanes. – Le prince de Belgiojoso. – La comtesse d’Alton-Shée. – Billet d’Alfred de Musset. – La comtesse de Vergennes. – Un souper sérieux. – Une chute de cheval. – Le bolero d’Alfred de Musset. – Opinion de Berryer et Chateaubriand sur la gloire. – Les moines de l’Abbaye-aux-Bois. – Le baron Charles de Rosheim. – Un bal costumé chez la princesse Lichtenstein. – La belle inconnue. – Paul de Molènes. – Un méchant sorcier. – Lettres de Mlle de Rutières. – Un père et son fils rivaux d’amour. – Révélations. – L’approche d’un cataclysme. – Un morceau de musique du président Troplong. – La fusillade de février. – Un duel impromptu. – Avènement de la République. – Les élections. – Les élections de Berryer. – Les journées de Juin. – Mort tragique de Mlle de Routières. – Une lettre venue trop tard.

ALFRED DE MUSSET. Chez Berryer. – Sympathie du grand orateur pour Alfred de Musset. – 1re lettre d’Alfred de Musset. – Son opinion sur son propre caractère. – Investigation sur la morte. – 2e lettre d’Alfred de Musset. – M. Michaud, de la Quotidienne. – Lettre de Berryer. – Ernest Picard, le député. – Mme Hamelin. – Le canari de Mme Récamier. – 3e et 4e lettres d’Alfred de Musset. – Portrait de la princesse de Belgiojoso. – 5e lettre d’Alfred de Musset. – Pauline Garcia. – M. Osborne, pianiste. – 6e, 7e et 8e lettres d’Alfred de Musset. – La caricature de la princesse de Belgiojoso. – 9e lettre et billet d’Alfred de Musset. – 10e et 11e lettres d’Alfred de Musset. – Mlle de G. …, la nymphe de l’Albane. – Billet de la princesse de Belgiojoso. – 12e et 13e lettres d’Alfred de Musset. – La brouille avec Mlle Rachel. – 14e lettre d’Alfred de Musset. – La soeur Marceline. – Un étrange costume. – 15e lettre d’Alfred de Musset. – La princesse Turandot. – 16e lettre d’Alfred de Musset. – Uranie. – 17e et 18e lettres d’Alfred de Musset. – Ne pas confondre Leopardi l’exilé et Leopardi le poète. – 19e lettre d’Alfred de Musset. – Un défi absurde. – Traité de paix. – 20e et 21e lettres d’Alfred de Musset. – La comtesse Kalergis. – Berryer. [-] Mme de B. … et le comte Pozzo di Borgo. – Dame qui file. – Mme de B. … et le prince Belgiojoso. – Galanterie politique. – Le général de Cavaignac. – Mme de Cavaignac et la mère. – Une grande dame russe convertie à la république. – Billet de la comtesse Kalergis. – A l’Élysée. – Dernier billet d’Alfred de Musset. – Chenavard, le peintre philosophe. – Son jugement sur Alfred de Musset.

PIERRE LANFREY. Les lettres d’Everard. – Les apôtres de la femme. – Portrait de Lanfrey. – 10 lettres de lui à sa mère (1846-1854). – Ses débuts comme écrivain politique. – Ferocino. – Deux lettres à Mme C.J. – Chenavard et les zouaves pontificaux. – Lettres à Mme ***. – L’histoire de Napoléon Ier. – Les salons d’Ary Scheffer et d’Alton-Shée. – Lettres sur la paix de Villafranca. – Sainte-Beuve au Sénat. – Voyage au pays natal. – Confidences. – Un amour de jeunesse. – Lettre à Mme C.J. – La guerre de 1870-71. – Lanfrey volontaire. – Lettre à Mme C.J. – Les mobilisés de la Savoie. – Triste campagne. – Lettre à Mme C.J. – Lanfrey député. – Lettre au comité électoral des Bouches-du-Rhône. – Lanfrey ambassadeur à Berne. – Lettre de Mme C.J. – Relations avec Gambetta. – Appréciation de Chenavard sur Napoléon Ier. – Lanfrey sénateur inamovible. – Un aveu de M. Thiers. – Fin prématurée.

HENRI HEINE. [v. documento].

È affrontando un testo come quello della signora Jaubert che ci si rende conto dell’esatto perché non moltissimo della memorialistica classica francese, anche quella importante, è stato tradotto in italiano. Non meno che nella diplomazia, nella memorialistica il francese ha modo di esprimere tutta la propria ricchezza fraseologica – e le nuances, le sfumature di significato, che in una lingua assai più povera e squadrata come questa quasi sempre si pèrdono; aggiungi anche il fatto che grandi traduzioni da una lingua neolatina all’altra non sono state quasi mai fatte, proprio a causa della radice identica – in realtà i falsi amici sono molti più di quelli che i lessici specifici riconoscono: soprattutto nel passaggio dal francese all’italiano, quasi nessuna parola, trasposta meccanicamente, consuona con l’armonia sintattica (quantomeno) della lingua d’arrivo. Eppure una traduzione pedissequa molto spesso è la più affidabile, proprio perché il tentativo di riprodurre il carattere della frase, e non l’esatta movenza, può portare a scelte retoricamente scentrate, e a privilegiare giri di frase ora troppo ora troppo poco rilevati e coloriti. Avviene, con questo genere di prosa, quello strano, sgradevole fenomeno, per cui il lettore italiano recepisce, o ha l’illusione di recepire, esattamente la pregnanza delle movenze più evocative, ma si trova regolarmente a corto di parole e tournures quando si tratta di rendere la stessa idea in italiano.

Libri come quello della signora Jaubert ebbero il cómpito, in un’epoca in cui l’audiovisivo dava i primi vagiti, de tutto statici, di testimoniare momenti importanti, trasmettere, eternando, momenti di vita. È un’arte in cui i francesi hanno sempre eccelso, ma che ha avuto un momento rifondativo importante nei Mémoires di Saint-Simon (1749), in cui la tensione descrittiva, dovuta alla necessità di fare il processo all’epoca più complessa e splendente della storia francese, rasenta l’allucinatorio, e la sintassi è torturata senza pietà a diretti fini espressìvi. Altro antecedente, più prossimo alla Jaubert, come a qualunque altro scrittore di vicende della cultura all’epoca in Francia, sono i Portraits littéraires di Sainte-Beuve (1844-1878), in cui la narrazione biografica e l’analisi letteraria raggiungono, specialmente per personaggj storici, un equilibrio perfetto. Neanche a farlo apposta, sia Saint-Simon che, in chiave spesso parodica, Sainte-Beuve costituiscono i due più importanti presupposti della Recherche.

In mancanza di documenti più rigorosi, ricorrere a un testo come quello della Jaubert può rivelarsi frustrante, proprio per la destinazione alla lettura scorrevole di questo tipo di testi, che tentano di restituire poeticamente l’esperito, e risultano troppo fragili dal punto di vista documentario per poter essere assunti come testi storici. Ironia, nel portrait di Heine, la Jaubert si attarda anche a riferire di due tipi di mistificazione cronologica proprj delle ricostruzioni biografiche e di bottega di Heine, relativamente, nello specifico, alla profezia di morte riguardante Bellini e alla vanitosa retrodatazione di proprj componimenti.

Quanto alla versione, posso dare poche indicazioni rigorose; innanzitutto, Heine è sempre chiamato Henri, e non Heinrich, questo non solo per la smania allogena di dare un nom français allo straniero, ma anche per una consuetudine dello stesso Heine. Per quanto riguarda le tournures più intraducibili, poi, mi sono preso tutte le libertà possibili & immaginabili pur di pervenire ad un risultato sensato ed icastico in questa difettosa lingua d’arrivo. In teoria potrebbe essere un ottimo esercizio letterario, di fatto sono rare le volte in cui si riesce a trovare una soluzione anche solo decorosa. Più semplice è stato ovviare alla frangitura tipica del francese, asmatica e disarmonica in italiano, col collegare, dove possibile, singole proposizioni in periodi un filino più concinnati, per quanto la Jaubert tenda relativamente all’ipotassi (più alla paratassi, con pseudoperiodi che appajono qui e là un poco affannosi).

Meno semplice focalizzare i periodi stessi, data la tendenza al continuo cambio di soggetto propria del francese; e infatti ci ho quasi sempre rinunciato.

So che non si fa, ma ho regolarmente reso m., mme. e ms. con signor, signora e signori.

heine jaubert