496. Scrittura e stampa.

16 Dic

Marzio Pieri fa precedere il suo volumone sul Marino e la poesia dell’età barocca per i “Cento libri per mille anni”, sontuosa e perlopiù scorrettissima (salvo in questo e pochi altri casi) edizione da credenziera del Poligrafico & Zecca dello Stato, 1995, un elenco cronologico di testi, inaugurato dal Petrarca, di cui si rubricano i RVF al 1465-’70, precisando tra parentesi: “prima opera a stampa” – in Italia, naturalmente.

Ne consegue che di tutti i testi che seguono, che, come suol dirsi in storiadellaletteraturese, selezionano una dorsale alternativa rispetto a quello che dopo Bloom si denomina talora come ‘canone’ – di qui l’utilità, indubbia, dell’elenco – siano riportati con accanto l’anno di stampa, e non quello di composizione.

In quest’ottica il Petrarca è già un autore tutto quanto postumo, e anche Enea Silvio Piccolomini, per esempio, che muore nel 1457, e molti altri; ma anche il Machiavelli (che non rientra peraltro in questo canoncino alternativo), di cui in vita non fu stampato quasi nulla benché vivesse tutto dentro l’êra della stampa. Di là dai casi limite, un diacronico succedersi di date di composizione designa in effetti un percorso del tutto astratto, per non dire falso, inducendo magari ad una serie di illazioni su influenze reciproche, per non dire di primati, superamenti & progressi, che non possono esserci stati, se non nel caso, talora ovviamente sostenibile, talora invece no, della conoscenza di manoscritti, circolanti in cerchie ovviamente ristrette.

Spulciando la Bibliografia Leopardiana, vol. III relativo alle opp. 1931-1951, Olschki, Firenze 1953, di Giulio Natali e Carmelo Musumarra, ho una dimostrazione abbastanza ilare, volendo, del significato che l’opera di qualunque autore, ma tantopiù se prestigioso, assume a seconda che sia pubblicato in immediato o poco o molto tempo dopo la morte.

Si può tranquillamente supporre che l’edizione di scritti che giacciono da decennî o da secoli in fondi, archivj e presso privati, e che sono magari noti ad un gruppo anche consistente di studiosi, diventi pensabile a seconda della congiuntura. Un biglietto vergato di furia nel 1839, rivelatosi del tutto insignificante nel 1910, diventa una specie di profezia nel 1950, per ridursi a commovente testimonianza nel 2002. È chiaro che se nel 1950 non riscuote interesse tempestivo da parte dell’editore di qualche bollettino, esso biglietto rischia di rimanere inedito per altri secoli, con i soliti rischj di dispersione, distruzione, trafugamento.

Ma sono discorsi un po’ astratti, che presuppongono che basti l’edizione perché i libri siano letti da tutti i componenti, quantomeno, di una classe omogenea di persone letterate e tutte parimente ed assolutamente avvertite di quello che corre in su le stampe – circostanza che, ovviamente, non può verificarsi, in specie oggi che non si legge quasi niente al difuori del proprio àmbito ristretto, posto che si faccia, ancóra, almeno quello.

Per rimanere sul Leopardi, la cui citata bibliografia ho sott’occhio, la gran parte delle sue opere fu stampata, ad eccezione dei Canti e delle Operette morali, per tutto il corso dell’Ottocento, consistendo esclusivamente di frammenti e opere di breve e brevissimo respiro.

Quando il Settembrini parla del Leopardi, nel quadro delle sue Lezioni (1873-’75), e riporta i titoli di qualche operetta giovanile, ciò implica da parte sua una grande attenzione nei confronti del Leopardi, che l’aveva impressionato giovinetto alla scuola del Puoti; infatti quelle operette, che testimoniano del Leopardi ‘scientifico’, esaltato dal Giordani come filologo, erano piuttosto sparse e disperse, e spesso rinvenibili solo in forma frammentaria su bollettini e riviste.

Il De Sanctis invece al Leopardi dedica, un intero volume, nientemeno, in cui cerca, quando non si sbava tristemente addosso, di rifarne la filosofia, senza ovviamente riuscirci perché ha ben poco a disposizione, e i suoi schemi percettivi, alla faccia delle lezioni zurighesi e degli appunti hegeliani, sono filosofici come quelli della portinaja – per lui il Leopardi è un bambino che piange, o un adolescente che non tromba mai, e il suo volume “critico” è forse la cosa più disgraziata che abbia mai scritto (che è tutto dire).

Quello che fa impressione è che entrambi fecero a meno del vastissimo Zibaldone, che è stampato per la prima volta tra il 1898 e il 1900 in 7 volumi, quando i due professori sono morti ormai da anni. La comparsa di questa cornucopia di sapere ha chiaramente rivoluzionato la percezione di tutta la complicata figura del gran gobbo, tantoché non si può tornare al De Sanctis senza pena; mentre il Settembrini, forse perché di scienza ne sapeva davvero, “si salva”, ancóra una volta; questo perché era un uomo molto intelligente, che sapeva che la scienza è un bene ma anche no, e a proposito del Leopardi s’era limitato a definirlo molto competente filologo, specie per essere italiano (i grandi filologi dell’Ottocento sono tedeschi), ma non dover egli la sua fama postuma alle opere scientifiche, poiché la scienza va sempre avanti, ma a quelle poetiche. E dire che il De Sanctis, “mediocre filologo” per il Petruccelli dei Moribondi di palazzo Carignano (1862), il Leopardi scientifico non l’aveva nemmeno sfiorato.

Ma, appunto, non è detto che le opere che diventano leggibili siano automaticamente lette. Specie se sono molto voluminose. Le opere voluminose, poi, hanno il dubbio vantaggio, quanto più sono appunto voluminose, di contenere tutto e il contrario di tutto, e la discutibile tendenza a farsi fare a pezzi e a farsi diffondere sotto forma di scelte & antologie.

Così è avvenuto anche con lo Zibaldone, che, noto sotto forma di piccolissime scelte prima di pervenire – per così dire – al grande pubblico (i titoli erano quelli ‘classici’ di Diario d’amore, Storia d’un’anima e altre fesse intitolazioni, comprese finte autobiografie, autentiche croste, sotto la dicitura de La mia vita o simili), dopo l’edizione maggiore del 1898-1900 riprese di bel nuovo a diffondersi per scelte e crestomazie, sennonché la completezza del materiale ora a disposizione rendeva possibili operazioni ancóra più spregiudicate.

Come i preti pubblicarono volentieri, e a ripetizione, sui loro tetri stracciafoglj certe minchiate puerili sul trionfo della croce, alla faccia della ferma epicureità del Leopardi maturo, così ci furono anche altri usi del tutto spregiudicati dei frammenti leopardiani.

Quando fu necessario trovare nelle scritture antiche le pezze d’appoggio alle leggi razziali pur mo applicate, R. Mazzetti, nel suo L’antiebraismo nella cultura italiana dal ‘700 al ‘900, Modena 1939, estrasse dallo Zibaldone una serie di annotazioni a cui diede la sinistra intitolazione Il volto e l’anima dell’Ebraismo (ma l’anima c’entra sempre, povero Giacomino).

Nel 1941 Papini, espressione a suo modo abbastanza tipica del baveux che, con la torva demenza, costituì la cifra di quegli anni orripilanti, s’era già fatto cattolico, e con un don G. De Luca stampò a Torino Prose di cattolici italiani d’ogni secolo. Ma il ’41 era anche un anno tardo per la dittatura, e qualche scricchiolio sembra avvertirsi nel laconico rimando, sotto la descrizione bibliografica, alla “recensione di Alberto Viviani nel “Libro italiano”, Roma, novembre 1941 (nega che le prose del L. possano essere considerate “prose di un cattolico”)”; che potrebbe essere un modo per parlare a suocera perché nuora intenda.

Del 1945, a liberazione avvenuta, sono i commoventi “Pensieri anarchici, scelti dallo Zibaldone, a cura di F. Biondolillo, Roma, Tariffi, 1945, in 16°”. Sotto, quasi ce ne fosse bisogno, Natali e Musumarra precisano: “Il titolo è, naturalmente, del Biondolillo”.

[Fenomeno, si suppone, studiato e strastudiato. A questo proposito, del 1974 sono, di Gilberto Lonardi, una voce d’enciclopedia (per il Dizionario critico della letteratura italiana diretto da Branca, Torino) e un Saggio sugli usi (!) di Leopardi dall’Otto al Novecento, ambi col titolo Leopardismo. Quanto alla voce, “Si diranno dapprima le linee della presenza ideologica, in largo senso, leopardiana, poi di un “mito” di Leopardi, poi i rapidi campioni di una ideale sincronia di incontri in un unico luogo leopardiano di tempi, cioè di poeti diversi che è come indicare la dimensione della durata accanto a e in intreccio… con quella diacronica, cui infine si accosterà un sommario rendiconto della incidenza leopardiana sul vario corso delle “forme” poetiche”. Quanto al saggio: “Una epigrafe per Leopardi; passi da A. Poerio, N. Tommaseo, G. Maccari, A. Aleardi, G. Carducci, F. De Sanctis, I.U. Tarchetti, A. Graf, G. Pascoli, G. Gozzano, C. Invernizio, C. Michelstaedter, L. Pirandello, V. Cardarelli, R. Bacchelli, U. Saba, G. Ungaretti, E. Montale, D. Naldini” (Ermanno Carini, Bibliografia analitica leopardiana (1971-1980), Olschki, Firenze MCMLXXXVI, p. 53)].

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