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493. Caccia al marinista.

27 Nov

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un utente di wikipedia, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione dell’utente e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?

camillo badovero

 

Ricevo, qualche giorno fa, la cortese lettera di un’utente di wikipedia, “Carolist”, che mi chiede lumi a proposito di una lunga lista di marinisti da me compilata parecchio tempo fa, in previsione dell’informatizzazione di molti stracciafoglj su cui ho effettivamente riportato notizie biobibliografiche e qualche verso, ormai un pajo d’anni fa. Mancanza d’agio e modo per farlo, oltre alla noja incredibile della compilazione, m’hanno impedito fino ad oggi di porre mano all’opera, che infatti è rimasta lì dov’è.

La lista dei marinisti ognuno può vedersela dove si trova.

Effettivamente, la compilazione ‘oggettiva’ di una lista di marinisti, ovvero di seguaci del massimo poeta barocco nostro, Giovan Battista Marino (1569-1625) non è cosa semplice. La desinenza fa pensare a una scuola, effettivamente, con a capo la figura che alla scuola dà il nome. Ma come è capitato per altre pseudoscuole barocche o similbarocche – i preziosisti francesi; gli eufuisti inglesi che prendono il nome dal titolo di un romanzo di John Lyly; le due ‘scuole’ slesiane, i cui presunti membri poi non possono sempre essere riferiti geograficamente alla regione della Slesia – quando si tratta di stabilire confini esatti e termini rigorosi ci si trova di fronte a una serie di problemi. Per quanto riguarda la fattispecie, la definizione di “marinista” risale al rivale dello scrittore, vale a dire a quel Tommaso Stigliani che ebbe modo, con le sue polemiche postobituarie rispetto al ‘caposcuola’, di attaccarsi alla sua coda, e pervenire, quando pure ce la fa, fino a noi, ed è una definizione semischerzosa, o sprezzante, del manipolo, molto folto, di polemisti coi quali lo Stigliani ebbe che fare dopo l’attacco sferrato con l’Occhiale (1627). Già qui, però, qualche conto non sembra tornare, dal momento che effettivamente lo schieramento dei marinisti, quale più tiepido quale più fervido, conta diverse personalità, ma gli antimarinisti si riducono ad una persona sola, che è poi lo Stigliani stesso, sepolto sotto una marea d’insulti, correzioni e reprimende, ma sempre tenace nel sostenere le sue ragioni. Il gusto marinista, semplicemente, era un’avanguardia, che raccoglieva il meglio della lirica del tempo; mentre i pochi classicisti – Cesarini, il papa Urbano VIII, e qualche altro – sono uno sparuto drappello, e disorganico, o di petrarchisti attardati o di barocco-moderati (definizione del Getto) che per remore culturali o assenza di talento accolgono solamente in parte la novità marinesca.

Lo stesso tentativo di creare una contrapposizione Chiabrera-Marino, che piacque ad Anton Giulio Barrili, autore in merito di uno dei primi discorsi leghista-moderati della storia d’Italia, salta quando si consideri che il Chiabrera (classe 1552) se non anagraficamente almeno come carriera è di una generazione indietro (il Marino esordisce tardi come poeta, a 33 anni), e contro i marinisti non ha mai avuto nulla – anzi, in una responsiva al Marino stesso cerca di catturarne i meccanismi, ma, come confessa in una lettera, non ci riesce.

Noi vediamo seguaci laddove il Marino vedeva amici, o alleati; non c’erano accademie dove un gruppo di fedeli si radunava intorno al Maestro raccogliendo le stille della di lui sapienza. Tutte le sue novità erano frutto d’imitazione mirata, e per imitazione si diffusero. Anche, poi, da parte quelli che dobbiamo considerare, se esistono, i marinisti di più stretta osservanza non mancarono all’epoca, in vita e in morte, limitazioni anche severe ad una piena adesione al Verbo: non mancarono da parte di Niccola Villani, per esempio; né da Scipione Errico, quasi un omologo, che tuttavia segnalò i suoi limiti di poeta heroico e ne tassò l’ostinazione a tentare il ‘poema grande’ per cui non era portato; né dal Maja Materdona, la cui vicenda biografica vede una prima fase di poeta lascivo, armonioso ed elegante, e una seconda fase di atroce pentimento e di compilazioni edificanti – e poco importa se servono, contenendo molte parti di poetica, più a dare misura compiuta della sua modernità (del suo marinismo) che a superare la ‘corrente’, la ‘scuola’.

Nemmeno per un minuto, in tutto il corso della storia, un qualunque poeta si è autodefinito ‘marinista’ o è andato in giro con la targa sul petto o sul sedere.

Però è una definizione fortunata, e molto tenace. Ancóra nel XVIII secolo Giulio Acciano, raffigurandosi come poeta tentato dalle audacie del marinismo – si era ormai in piena Arcadia, e la poesia era asfittica, e qualche rimpianto la vecchia, febbrile stagione l’aveva comprensibilmente lasciato – rappresentò lo stuolo “de li mariniste” (“co’ sciuocche, e nocche, e zagarelle a liste”), capeggiato però, come “capitano”, dal “terribile Lubrano”, ovvero il gesuita Giacomo Lubrano, che è la figura più estrema del ‘marinismo’, e aveva pochissimi anni di vita quando il Marino trapassava (1619-1693). C’è chi si è chiesto se abbia senso affiliare alla corrente un poeta nato cinquant’anni dopo il caposcuola: sarebbe sensato chiederselo anche nel caso in cui la corrente fosse veramente una corrente e il caposcuola fosse veramente il caposcuola, figuriamoci in un caso come questo.

Il problema più grande è che il Seicento, in Italia come in altri paesi, è stato per la gran parte il secolo barocco; vale a dire che la gran parte degli artisti che si sono espressi in questo periodo sono da identificare con il Barocco – e i poeti col marinismo. Tutto quello che ha fatto storia nel secolo è rubricabile sotto una sola voce, dunque, e l’”antimarinismo”, o l’”a-marinismo”, tutt’al più, dev’essere riferito all’ampia zona d’ombra occupata dalle personalità di minor rilievo, dai meno dotati o da quelli che, pur dotati, non sono riusciti a dotarsi però di uno strumentario allo stato dell’arte.

Il rischio di identificare tutto un contesto culturale con una corrente è filosoficamente evidente: quando, poniamo, Giovanni Gentile identifica filosofia e pedagogia, sia la filosofia sia la pedagogia perdono, qualunque siansi, i loro confini, e non essendoci nulla al difuori, non possono più essere definite. Quando, infatti, si dice che “tutto” è la tal cosa, automaticamente s’implicita che nulla è la tal cosa, nel senso però che nulla ha particolari titoli sulle altre cose ad essere riferita alla tal cosa. Ogni definizione presuppone confini: senza diversità di giurisdizione e sviluppo nello spazio tra oggetti non è possibile definire nulla, e tutto rimane indistinto.

Questo problema s’è trovato di fronte Marzio Pieri, a quel che sembra, quando si è trattato, in occasione della stampa per il Poligrafico del vol. dei Cento libri per mille anni dedicato al Barocco – Marino e la poesia del Seicento (1995); la definizione di “marinista” nasce in contesto polemico, e implicita un “antimarinista”, come minimo, da contrapporre. Ne consegue, prendendola per l’altro verso, che se l’antimarinista manca, nemmeno il marinista possa essere definito. E mettere insieme Stigliani, che è la parodia di un marinista, Balducci, che è solo amico dello Stigliani ma poeticamente è un marinista “come tutti gli altri”, con un’esperienza poetica del tutto isolata come quella del Campanella (che peraltro per generazione ed estrazione geografico-filosofica ha, sotto il dantesco del dettato, più punti di contatto col Marino che con chiunque altro) sarebbe una specie d’insulto. La questione, poiché i marinisti sono certamente esistiti, essendo identificati in contemporanea al loro esprimersi, può essere risolta, volendo, come ha fatto il Pieri: restringendo la rosa, e quindi contrapponendo i marinisti ‘propriamente intesi’ dai marinisti in senso lato, o solo in teoria. Colpisce, in nota a p. 647 del testo appena citato, in una nota relativa alla “Vita e opere” dello Stigliani antologizzato, quello che il Pieri dice a proposito delle 27 lettere messe insieme dall’Aprosio per la Sferza in funzione antistiglianesca: “Consta di ventisette lettere indirizzate ad altrettanti amici dell’Aprosio ed estimatori del Marino; dirne i nomi vuol dire sapere chi erano, fuori delle metafisiche storiografiche di poi, i «marinisti». Segue un elenco di personalità, alcune delle quali, è vero, sono riconosciutamente marinisti, come Pietro Michiele e Francesco Loredano – che però non compajono nelle antologie; nomi di marinisti in senso, di già, molto lato come Anton Giulio Brignole Sale, che frequentò però troppo poco la poesia. Se “essere dalla parte del Marino” equivale ad essere marinisti, va bene che marinisti siano definiti anche Leone Allacci ed Olao Wormio, ma rimane il fatto che non erano poeti; &c. Inoltre, lo stesso Pieri include, come marinista, il Lubrano, molto lontano ormai dalle polemiche in cui marinisti e antimarinisti (ma chi erano, ripeto, Stigliani a parte?) si erano contrapposti.

A p. XVIII, n., aveva detto: “A distanza di otto decennî, vale a dir dopo quasi intero il secolo, esaurita (senza apprezzabili incrementi quantitativi) la fase dell’ispezione e dell’antologia, non molti di questi poeti”, ossia i marinisti, “hanno conosciuto, i più in epoca recente, edizioni integrali o parziali autonome”: e il termine post quem è l’antologia (1910) curata dal Croce per la Laterza. Antologia che risentiva prima di tutto dei testi a stampa disponibili al momento per il Croce, “pioniere” (ib., IX) in quel momento, ma anche falsariga per tutte le antologie a seguire; tant’è vero che solo l’interesse ora per questo ora per quel poeta, interesse monografico, ha permesso l’assunzione nella più recente antologia Einaudi di nomi come Andrea Santamaria o Giuseppe Girolamo Semenzi. La stampa del 2001 del Tribunal della critica di Francesco Fulvio Frugoni porta all’attenzione del lettore occhiuto il nome di Giovan Battista Vidali, veneto, che il frate, troppo prodigo di complimenti per gli amici, segnala come il fortunato emulo del Marino (di cui si tassano le lascivie e “lo stile porco di quel libro osceno”, cioè l’Adone). Le biblioteche torinesi offrono al lettore intrepido ben due esemplari dei suoi Capriccî serî delle Muse, 1677, poesie che sono troppo remote cronologicamente per essere mariniste, ma sono indicate come mariniste da un testo capitale pervenuto alle stampe nel 1687-’89, Il cane di Diogene, e, nonché avere una stampa integrale propria, non sono mai state nemmeno antologizzate – probabilmente perché, di là dall’interesse ‘tecnico’, si tratta di testi oggettivamente abbastanza brutti. Già, perché le antologie non dànno di tutto un po’, e solo in parte possono dare il significativo, e per la gran parte devono, necessariamente, dare il meglio. Se poi si guarda alle antologie seguìte a quella del Croce, sono effettivamente, perlopiù, su quella falsariga; cambiano più spesso i testi che i nomi presenti, e sembrano quasi voler svolgere la funzione di complemento a quella prima proposta. Mentre le stampe integrali, da quella di Ciro di Pers (1978) in poi, hanno reso ovviamente sempre più difficile, a mano a mano che le specificità stilistiche di ciascun autore venivano fuori, accorpare tanta gente sotto un’unica definizione, così monca del suo contraposito, e così arbitraria e generica.

Gli esclusi sono sempre quelli: Stigliani, Bracciolini, Ciampoli, Cesarini già citato, Barberini, ed è a dire rimeria o occasionale – e di parte clericale, perlopiù – o semplicemente corriva, o bruttina: poeti attivi in Toscana, o a Roma, alla corte papale, in cerca di un’alternativa alla moda imperante. Il Marino era stato detto il Re del secolo: come autocratore, fin dove giunge il suo regno, ha solo sudditi, che rimangono tali anche quando sono ribelli. È logico che la stessa cosa non valga per chi non abita le sue terre; chi ha coltivato, poniamo, solo il romanzo e la novella, o il teatro, o l’erudizione potrebbe essere considerato marinista? Può essere un simpatizzante, ma è la pratica poetica, specialmente nella lirica, a fare il marinista, non un’adesione meramente teorica.

Il marinismo, dal punto di vista più fattuale, implica però una serie di pratiche; anch’esse da me elencate succintamente al disopra dell’elencone alfabetico. Il quale tende più ad includere che ad escludere: appunto perché, mi sono detto, molti poeti magari minimamente meritevoli, ma meritevoli, sarebbero rimasti del tutto privi di collocazione e di perché, oppure col poter essere riferiti a quell’ “altra corrente”, che esiste si è no, è la somma di esperienze disparate e tentatìvi diversi al difuori della Maniera unica; quell’altro termine che il Pieri ha creduto giustificare storiograficamente come “altro marinismo”, o provincia del marinismo, e non più come antimarinismo.

Il Marino, e su questo al Pieri dispiace insistere, è stato anche, secondo la prospettiva già graviniana, volendo, il poeta “dell’età della scienza”, che ha tentato di fare della poesia una scienza a sua volta – motivo per cui, dietro suggestione delle avanguardie novecentesche, il Pieri di Per Marino 1976 lo ha anche elogiato, pensando a una Seconda scuola viennese meridionale e arretrata di quattrocent’anni. Ma questo implica anche un approccio del tutto – è una bestemmia, lo so, in questi termini – ‘tecnica’ all’officina mariniana. Proprio quello che il Pieri – nemico dello studioso “scienziato pazzo” a sua volta – s’è sonoramente rifiutato di fare, sostenendo che l’approccio filologico all’opera del Marino è effettivamente foriera di mere frustrazioni. L’antologia del ’95, aperta da una citazione di Fellini ‘imperfezionista’, è tutta in questa direzione. Non parla più, il Pieri, di Seconde scuole viennesi, ma dell’ingannevole, equoreo, indefinito Ligeti.

Esiste in effetti un paradosso del Barocco e del Marino nello specifico, che è quello anche di Wagner, e cioè che il risultato, delibato per come si presenta, è sabbie mobili, ma il disegno retrostante è arido, fondato su costanti e su un ricorso totalizzante ad uno strumentario appositamente preparato. Per questo il Chiabrera “non riuscirà” a rispondere al Marino; perché ha tra mano uno strumento, cioè un meccanismo che ha un suo proprio funzionamento, che non sa usare come dovrebbe – ciò che non conta: di fatto lo ha identificato come strumento, e lo tiene in mano, e come strumento lo sta valutando. Talune parti della retorica, taluni generi letterarj, della tradizione recente o resuscitati ad hoc, taluni argomenti-feticcio, l’intensività con cui si presentano determinate costanti, vuoi retorico-formali, vuoi tematiche, sono gli unici criterî con cui è possibile “riconoscere” se quello che ti trovi davanti è un marinista oppure no. Con l’approfondirsi degli studî, fatalmente, è diventato sempre più difficile farsi emuli del decisionismo crociano, che davanti a sé aveva poi le opere più diffuse, perché le più tipiche insieme e le migliori, di quella temperie, e di quel gusto. Il ricorso a determinati meccanismi porta a risultati che esteticamente sentono l’aria di famiglia, e si riconoscono; parimente, in assenza del testo è possibile, grazie alla bibliografia, sapere se quel tal poeta semisconosciuto è della famiglia o no.

Metto qui sotto il link al pdf che metto a disposizione di Carolist e di chiunque altro, ponendo la questione come piacevole indovinello.

Ho, del Badovero, raccolto tutto quello che dicono i repertorî da me consultati dove mi trovo.

Le poesie del Badovero sono a Vicenza, le altre sue opere a Roma.

Delle diverse informazioni raccolte nel documento solo una è veramente utile allo scopo; gli altri sono solo indizj, anche tutt’altro che da disprezzarsi.

Trovando questa, e questa sola, informazione, senza muovermi da Torino ho capìto che il Badovero è stato un marinista.

Come ho fatto?