488. Il racconto della signora L.

18 Nov

Ho avuto il via libera, dalla persona direttamente coinvolta nell’incendio della Casa gialla di p.zza Bengasi la notte dello scorso sabato, 14 XI, a pubblicare il suo racconto. Lo spunto del tutto è stato dato da uno scambio di vedute a proposito della notizia letta con interesse da un po’ tutti gli straccioni, tra cui il sottoscritto, sui giornali, e dalla mia falsa convinzione, dovuta agli errori dei compilatori, che l’incendio avesse riguardato via Negarville. La signora L., sopraggiunta sulla coda della breve conversazione con un’altra persona, ha confermato quello che già l’altra persona (che poi è Salvatore) vanamente s’industriava di cacciarmi in capo, e cioè che l’incendio riguardava la Casa gialla, e non via Negarville; e lo sapeva perché, detta signora L., era nientedimeno che una delle nove persone rimaste coinvolte nel fatto, ossia una di quelle nove persone che avevano rischiato di soffocare o perire in essa Casa. Ha anche aggiunto, la signora L., che le notizie date, in forma ovviamente molto succinta, dai giornali erano quasi interamente false, anche per quanto riguardava il numero degl’intossicati. Al che le ho chiesto di trascrivere quanto mi andava riferendo. Il risultato, che fatìco molto a credere leggibile (ma tant’è), è quello che segue.

La Casa gialla, detta la Casa gialla per via dell’intonaco (che poi dovrebbe essere il famoso, chiaramente a livello locale, “giallo Piemonte” che rende così caratteristiche certe facciate in città), è una vecchia, piccola costruzione posta all’interno dell’area mercatale della piazza (è sempre indicata come parte della piazza, in effetti, anche se per la precisione corrisponde al 410 di via Nizza), e la notte del sabato fino a tardi, dall’interno, si sentono le voci degli spazzini che ripuliscono l’area dopo il mercato. Risale all’Ottocento, e in origine era destinata ad ospitare un numero limitato di malati di mente, non so se come parte di più ampio complesso manicomiale o se indipendentemente; ancóra oggi alle finestre ci sono le pesanti inferriate che impedivano ai toccati di prendere la via della fuga. L’incendio di sabato ha confermato che dall’Ottocento ad oggi non hanno perso nulla della loro robustezza: sono infatti totalmente inamovibili. Consiste in due piani, divisi in due ali da un corridojo; il piano di sopra ospita un’associazione per handicappati; il piano inferiore il dormitorio.

La signora L. è una signora piccola, dall’aria piuttosto fine. Schiva e compìta, entra ed esce in ore poco trafficate dai dormitorî, e non dà confidenza a tutti. Parla con voce bassa, ma ha una parlata scattante, terminologicamente precisa, sottolineata da qualche risatina. Non ci si può impedire di pensare che, nel complesso, in posti del genere rappresenti una specie di controsenso: normalmente le donne che frequentano i dormitorî non si differenziano molto dagli uomini, né per parlata né per argomenti trattati né per timbro vocale o maniere. Nonostante le apparenze, però, è proprio in quest’anno di disgrazia che la signora L. sembra aver trovato un equilibrio che in precedenza le era tragicamente mancato: ha trovato, infatti, l’amore, in un uomo, A., che ha fatto parecchia vita di strada; e la casetta di p.zza Bengasi dove il compagno fino a sabato scorso andava a dormire tutte le sere le ha fatto a lungo da punto di riferimento.

Diversa dagli altri dormitorî – innanzitutto non è un dormitorio della cosiddetta “bassa soglia”, cogl’inconvenienti relativi (scarsità di posti, scarsità di pulizia, scarsità di spazio, brevità della permanenza, contrasti continui dovuti al fatto che non sempre gli utenti si conoscono tra loro, furti a raffica nei magazzini, rapporti vagamente umilianti cogli operatori, &c.), ma dell’alta soglia, ovvero un posto nel quale si è mandati dai servizî socioassistenziali quando si è già avviati a una situazione autonoma grazie ad un progetto, a una borsa lavoro, e nel quale si va e si viene più liberamente. Gli utenti, al massimo in due per stanza, in gran parte si autogestiscono, provvedono di persona ai pasti, e durante la notte non c’è nessun operatore-guardiano a tener d’occhio. Permanendo anche molti mesi di séguito – si esce da lì, salvo inconvenienti, per andare a stabilirsi finalmente in una casa –, essendo tutti impegnati a perseguire un progetto, lavorando, è normale che si creino rapporti di fiducia, & di amicizia. È facile, dopo un po’, sentirsi a casa.

Si deve però dire che da ultimo per la Casa gialla c’erano dei problemi. Al responsabile di tutte le strutture dipendenti da via Negarville, il parroco don Matteo, già a maggio era stato comunicato che la struttura si sarebbe dovuta chiudere – questo per varî motivi, che c’entrano con le solite questioni di fondi, o di lavori per la metropolitana; ne ho un’idea generale piuttosto vaga. Comunque sia, quello che è certo è che la Casetta gialla già alcuni mesi fa si sarebbe dovuta chiudere. Don Matteo non avendo ancóra preso nessuna decisione, non essendovi molto probabilmente altre sistemazioni possibili per gli abitanti, la situazione è comunque andata avanti, sostanzialmente immutata, fino adesso, almeno per quanto riguarda le presenze all’interno della casetta. S’era aggiunto però anche qualche inconveniente: per esempio non avevano ancóra allacciato il riscaldamento, quest’anno, e chissà se l’avrebbero fatto.

La permanenza nella Casa gialla aveva insomma cominciato a prefigurarsi meno stabile per il futuro. Il passare dei mesi, in una situazione del genere, altro non fa che avvicinare all’inevitabile fine – anche se nessuno, all’infuori degli esecutori materiali del gesto, poteva immaginare che l’uscita dalla Casa gialla sarebbe avvenuta in quel modo.

La situazione di A. e L. era meno stabile ancóra di quella degli altri abitanti; ad A. il responsabile aveva comunicato che con l’emergenza freddo – la Casa gialla metteva a disposizione alcuni dei suoi pochi posti per l’emergenza freddo nei mesi più rigidi, infatti – avrebbe dovuto lasciare il posto e trovarsi un’altra situazione. La signora L. frequentava la casa perlopiù durante il giorno, e solo in quanto compagna di A., il più delle volte ricorrendo alle strutture di bassa soglia per trascorrere la notte. Tutti gli utenti vanno e vengono aprendo l’ingresso con una propria chiave, a quello che ha visto la signora L. A loro due, invece, i responsabili non hanno mai dato nessuna chiave, né di quella dell’ingresso né di quella del retro. Quando rincasa la sera, A. deve suonare, o dare un colpo di telefono, per farsi aprire la porta, che ha un maniglione a spinta che funziona solo dall’interno.

La sera di sabato 15, la signora L. si trovava nella sala da pranzo, sulla quale dànno quattro delle camere del dormitorio. Le quattro camere (che ospitano cinque persone) e la sala costituiscono insieme un’ala; l’altra, che si trova oltre il corridojo, è quella in cui si trova la camera di A., oltre a quelle di V. e di El. Quest’ultima ha in custodia lo scooter del proprio compagno, e lo parcheggia sempre all’interno della casa, nel corridojo.

La signora L. si trova da sola nella sala da pranzo, coi piatti da lavare; si chiede se non sia troppo tardi per lavare i piatti – tre dei cinque abitanti di quell’ala, E., Ma., G., sono già nelle loro camere, e forse dormono; mancano Me. e Gio., che devono ancóra rientrare – e verifica l’ora: sono le 21.50. Pensa sia in effetti un po’ tardi, e dà solo una pulita al fornello.

Saranno le 22.15 quando lascia la sala da pranzo, pensando di recarsi nella camera del compagno. A. rientra dal lavoro sempre dopo le 23.00, e la signora L. pensa di stendersi un po’ a riposare in sua attesa. Ma mentre attraversa il corridojo per raggiungere l’altra ala percepisce odore di bruciato. Contemporaneamente nota una cosa strana: la porta sul retro, che è sempre chiusa, stavolta è semiaperta. La signora A. pensa che l’odore venga da fuori, e va a chiudere la porta.

Ma l’odore persiste: è all’interno della casa che sta bruciando qualcosa. La signora L. cerca da dove provenga l’odore. Pochi minuti dopo, due altri ospiti rientrano. La signora L. chiede se non sentano puzzo di bruciato; i due dicono di sì, che si sente. La signora L. e i due decidono di svegliare gli altri ospiti, in modo che li ajùtino a cercare che cosa stia bruciando. Pensano come prima cosa che un mozzicone mal spento possa aver dato fuoco ad un cestino, ma ad una rapida ispezione risulta chiaro che la causa non è quella. Alla fine V. trova, in corridojo, sotto lo scooter del compagno di El., un pezzo di carta rettangolare, lungo 15 o 20 centimetri, carbonizzato. La causa dell’odore era quella; i presenti fanno ipotesi su quello che può essere successo – un mozzicone di sigaretta, di nuovo, o una folata di vento. El., spaventata, chiama ripetutamente la polizia.

Sono le 22.30 / 22.40, la signora L. chiama A. per telefono, e gli racconta l’accaduto. A. le dice che tornerà dal lavoro, come al solito, dopo le 23.00.

La polizia non viene. Gli ospiti se ne vanno a dormire, tranne la signora L. e El., che però, alle 22.50 / 23.00, sentendosi stanca, si ritira a sua volta.

Alle 23.11 A., che è arrivato alla Casa gialla, fa uno squillo alla signora L. perché gli apra; è tardi e non vuole svegliare quelli che dormono. Avvicinandosi alla porta, la signora L. sente A. che scambia qualche parola con gli spazzini che puliscono l’area del mercato.

La signora L. apre ad A., col quale scambia, saranno pochi minuti, qualche parola. A. vuole sapere che cos’è successo di preciso, e bussa alla porta di un ospite, che si suppone vi stia dormendo, ma nessuno gli risponde. Bussa allora alla porta di V., suo amico, che esce dalla stanza e gli racconta la storia del pezzo di carta bruciato sotto lo scooter.

Saranno le 23.25 / 23.30 quando, finita la conversazione con V., A. si reca con la signora L. in sala da pranzo, con i piatti già pronti, per un rapido spuntino notturno. Hanno appena cominciato a mangiare quando la signora L. sente rumori in corridojo. La prima cosa a cui pensa è che la polizia, finalmente, sia arrivata, e che El. sia andata ad aprire; ma è una sua deduzione, di fatto i rumori – forse suono di passi, e di una porta – sono troppo vaghi. Ma è con quest’idea che va alla porta, la apre e si affaccia sul corridojo. E vede che lo scooter sta andando a fuoco.

A. accorre a sua volta. Lo scooter in fiamme, messo in quella posizione – il corridojo non è molto largo – impedisce l’accesso all’unica porta di sicurezza. A. decide di rischiare comunque, e guadagna l’uscita passando accanto al mezzo, con l’intenzione di raggiungere a piedi la caserma dei Vigili del fuoco, che dista da lì solo un pajo d’isolati.

La signora L., nel frattempo, va nelle stanze degli altri ospiti, di quell’ala, E., Me., Ma., G., svegliandoli. E. apre la porta sul corridojo per verificare l’entità dell’incendio, e la richiude sùbito. Intima a tutti di allontanarsi dalla porta, nel caso ci fosse un esplosione, e di spostarsi verso le finestre. A quel punto la luce è già saltata: le stanze sono scure e piene di fumo. Si mettono tutti sotto le finestre. Ma. chiama un numero di emergenza, ma, essendo nella struttura solo da un pajo di giorni, non sa dare l’indirizzo esatto; passa il telefono alla signora L., che precisa l’indirizzo: via Nizza 410.

Dopo non più di cinque minuti da quando si sono stretti sotto le finestre arriva l’autopompa, senza sirene e coi lampeggianti. Preso atto che gli ospiti sono intrappolati dentro, i vigili cercano di rompere le grate alle finestre, ma non ci riescono. Mentre E. esorta tutti a vestirsi per uscire, dato che fuori fa freddo, i vigili riescono a rendere agibile il corridojo, e gli abitanti hanno il permesso di uscire. Sono contati a mano a mano che escono: la signora L. stessa esce per quarta dopo Me., Ma., e G.; Ettore è il quinto. Una volta all’aperto, degli abitanti dell’altra ala vede El., contata come ottava, che esce portandosi dietro la sua cagna, e V., l’ultimo, anche lui col suo cane.

Alcuni ospiti non hanno i documenti, e declinano le generalità a voce; A. e la signora L., che ancóra non si erano svestiti per andare a letto, li hanno con loro, e li producono, rispondendo nel frattempo alle domande delle forze dell’ordine.

Sopraggiungono anche un’ambulanza e una macchina dei Carabinieri. Gli ospiti sono fatti salire sull’ambulanza per fare le prime rilevazioni sulla quantità di fumo inspirata.

Le forze dell’ordine chiedono se qualcuno ha i numeri di telefono dei responsabili, che non sono presenti perché non passano mai la notte all’interno della struttura. La signora L. spesso tiene il telefono dentro una custodia appesa al collo, sotto la maglia, ma, in previsione di andare a dormire dopo il breve pasto serale non se l’era più rimesso indosso, e l’ha lasciato all’interno della struttura, nella camera del compagno. Nemmeno A. a con sé il suo. I Vigili del fuoco accompagnano con le torce la signora L. all’interno della struttura per riprenderlo; l’interno è oscuro e pieno di fumo, tutte le porte sono spalancate. La signora L. si dirige insieme ai vigili nell’ala dove si trova la stanza del marito; lì recupera il telefonino, la borsa bianca, lo zaino, tutte cose sue, e poi il giaccone e il telefonino del compagno. Passano anche per la sala da pranzo, dove la signora L. vede che i piatti sono ancóra lì dove li hanno lasciati.

La signora L., una volta all’aperto, dà i numeri di telefono richiesti alle forze dell’ordine: ossia quello di Fabrizio, che – per quanto le è stato detto – svolge le funzioni di responsabile della struttura in vece di Simone, assente; e quello del parroco di s. Luca, don Matteo, responsabile di tutte le strutture facenti capo a via Negarville.

La signora L. e il suo compagno sono condotti in ambulanza alle Molinette, dove arrivano tra le 00.30 e l’1.00.

Alle 2.30, finiti gli accertamenti, hanno il permesso del dottore di chiamare la Boa Urbana Mobile, che è un furgoncino che gira per parte della notte nei luoghi più frequentati dai senzatetto, offrendo tè e biscotti e caricando i senzatetto che ne facciano richiesta, e per cui ci sia disponibilità di posti nei dormitorî del Comune. Ma il servizio è attivo solo fino all’1.00 ca., a quell’ora è troppo tardi. La signora L. chiama il dormitorio di bassa soglia di c.so Tazzoli, per informarli dell’accaduto e per avere consiglio sul da farsi; risponde l’operatrice Arianna. Ma anche se ci fosse disponibilità da posti, a quell’ora non ci sono mezzi pubblici, e la signora L. e il suo compagno non possono permettersi un tassì; c.so Tazzoli è piuttosto lontano.

La signora L. e il suo compagno decidono di avviarsi a piedi verso la Casa gialla: dalle Molinette sono circa due chilometri. Sono le 3.00 quando lasciano l’ospedale.

Durante il tragitto, alle 3.32, la signora L. telefona a E. per sapere che cosa è possibile fare. E. le dice di trovarsi con gli altri abitanti al difuori della Casa gialla, insieme con tecnici ed esperti impegnati in rilevamenti e perizie; le sconsiglia di tornare lì perché la struttura è chiusa. Nessuno di loro, dice E., sa dove andare.

La signora L. e il suo compagno proseguono comunque la loro strada; ma, all’altezza dell’OttoGallery, A. si sente male. Fortunatamente stanno passando tre ragazzi; la signora L. chiede loro di poter usare un loro telefonino, e chiama l’ambulanza. La chiama addirittura due volte, perché il tempo le sembra non passare mai anche se sono trascorsi pochi minuti; le confermano che l’ambulanza sta arrivando, da Moncalieri.

L’ambulanza infatti arriva, e carica A. e la signora L., riportandoli entrambi alle Molinette. Qui A. è tenuto in osservazione fino alle 9.00.

Durante quella giornata di domenica 15 non riescono ad avere notizie degli altri ospiti della Casa gialla. La sera si mettono in coda per un posto a c.so Tazzoli; da lì sono mandati in v. Traves, dove passano la notte.

La signora L. s’informa se gli altri sette ospiti della Casa gialla si trovino presso i dormitorî di bassa soglia del Comune, ma non è così. L’unica cosa che riesce a sapere è che sono stati sistemati in altro modo; in quale modo, però, non le è detto. (Quest’ultima notazione, relativa al destino degli altri utenti, è abbastanza inevitabile da parte di una persona che sente il trattamento, proprio e del proprio compagno, decisamente sfavorevole; prima dell’incendio – ricordiamo che i due non avevano nemmeno le chiavi della struttura, che al compagno era stato già detto di sloggiare – e anche dopo).

Mi rendo perfettamente conto che la lettura integrale di questa specie di verbale poliziesco non è impresa semplice per chi passa di qui ed è abituato a ben altri argomenti; ma la storia non manca d’interesse. Io l’ho riferita, auspico con la massima esattezza e verità, solo raccordando le varie parti di una faticosa esposizione cronologica, e puntando più alla chiarezza che alla rettorica. Mi colpisce in particolar modo il fatto che l’incendio sia avvenuto come a due riprese: prima un foglietto di carta, quasi a mo’ di prova generale – o l’incendiario è stato frastornato nel bel mezzo dell’impresa dal passaggio di qualcuno? -, e poi tutto un fascio di carte, come rilevato (la notizia era su e-polis, giornale gratuito anch’esso ma più ricco di notizie e meglio fatto rispetto agli altri foglî) dal commissariato di Barriera di Nizza che sta seguendo le indagini; il quale commissariato ha quasi sùbito realizzato che d’incendio doloso si trattava. Posto che anche questo particolare non sia errato; ma, ad occhio e croce, in questo caso non credo.

Si tratta, adesso, di sapere chi ha appiccato l’incendio; e perché.

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