481. Autobiografia.

16 Nov

È ineludibile. Me ne sono accorto tentando di organizzare materiale in una narrazione coerente. Se, infatti, ci sono molti libri fatti di soli libri – una prospettiva che appare frustrante a chiunque non si renda conto di quale senso d’indipendenza dia dalle miserie del reale –, anche la fruizione di essi libri è un fatto ineludibile dalla vita come mero fatto esistenziale: fruizione resa possibile dalle occasioni, frustrata dagl’imprevisti, turbata dagl’incidenti, favorita dagl’incontri, resa fruttuosa dalle congiunture. Fruizione che avviene sempre attraverso il filtro del vissuto, e a cui solo un impegno mirato, un tornare di conti che talora ha del miracoloso – anche se si tratta sempre, in sé, di miracoli del tutto privati, che non stupiscono nessuno all’infuori del diretto interessato – può offrire la possibilità di diventare fatti dotati di una minima oggettività, e quindi condivisibili.

 

Ma la differenza tra esperienza libresca ed esperienza di vita – che per esempio Torquato Accetto considerava intercambiabili nel conseguimento della prudenza, quindi innanzitutto ben distinte come piani – non salta col tramite di questo tipo di considerazioni: ci sono infatti esperienze di vita ispirate dai libri, o lette/rilette attraverso esse, ed è il caso in cui consapevolezza e deliberazione sono massime, da parte nostra, nella gestione del materiale vissuto, ed esperienze di vita che non hanno nessun’attinenza coi libri, e di cui non si trova traccia scritta da nessuna parte; e sono le esperienze, innanzitutto, che ci colpiscono passivi, ma anche tutto quello che consegue a quelle decisioni che prendiamo posti di fronte a bivj importanti, magari in fretta e furia, prima che la situazione precipiti – il momento della reazione, a differenza di quello dell’azione, è eminentemente non-letterario.

 

Mi ero proposto di non scrivere più assolutamente nulla che avesse che fare con la poetica, e in effetti quello che mi ritrovo a scrivere in questo momento non implica alcun mancamento di fede, in questo senso, alla parola data: non sto parlando di letteratura, ma di quell’antiletterario di cui la letteratura non può fare a meno per mantenere attinenza con la realtà. C’entra molto, innanzitutto, con la funzione della letteratura. Dopo decennj passati ad intensamente demolire qualunque convinzione potessimo nutrire o sperare di poter nutrire nei confronti di un valore, sia pure mediatamente, euristico / funzionale della letteratura, la critica più accorta ci ha lasciati di fronte ad un affascinante catorcio, ad una macchina inutile, ad un fabbrica di flati vocis le cui attrattive, se pure hanno continuato ad esercitarsi per un certo tempo, alla lunga hanno cominciato, anch’esse, ad impallidire, a farsi meno sensibili.

 

Fino, credo, allo spegnimento. In effetti, le letture più presuntamente inconfessabili, e le più piacevoli, hanno tutte avuto una funzione storica precisa. Il romanzo d’appendice ottocentesco, specialmente la narrativa sociale, con la quale si identificò totalmente nella sua fase più vitale, funse da gazzetta per i poveri, con sessioni di letture pubbliche che svolsero una funzione eccezionale nell’edificazione, consapevole e voluta, di una coscienza di classe: noi passiamo con divertimento e una punta di compatimento sui Misteri di Parigi, che apprezziamo come un’ampia grottesca di casi umani e coincidenze tirate per i capelli, ma siamo fruitori inadatti, che non si rendono conto di quanta parte di vero, e quanta parte di utile, avessero in sé al loro apparire – salvo ritrovarci di fronte, stupiti, a pagine come quelle dedicate agli ospedali, magari dopo aver accompagnato mesi l’agonia di un parente, per renderci conto di quanto si sia spenta, dopo secoli di omologazione, la nostra sensibilità a certi fatti concreti, oggettivi, che abbiamo smesso pian piano di percepire. La piccola Dorritt può far piangere dal ridere, e intanto lasciarci liberi di delibare le iridescenze della prosa di questo Shakespeare del romanzo; ma quelle tinte livide, quelle luci crude, per quanto consegnate al lettore di ogni tempo nel quadro di una catabasi vittoriana del tutto tipica, non sono teatro, ma una forma di vero. La letteraturaccia degenerata che ispirò il B-movie all’italiana, e la cui diffusione, sotterranea ed abbondantissima, si spalmò su almeno tre decennj di frenetica produzione e febbrile fruizione, altrettanto sotterranee, essendo quasi tutta letteratura pseudonima (come il cinema che fiorì parallelamente), ed essendo quasi tutta lettura da treno, da cesso, da pomeriggio vuoto, è sorprendentemente piena di queste situazioni “nuove”, come notava Tomasi di Lampedusa giustificando la “scontatezza” dell’ideologia shakespeariana, indicando nel romanzo di mezza tacca, o nel romanzaccio, la sentina di tutte le situazioni più incòndite e meno prevedibili: Saverio di Montepiù, diceva, e Ponzone delle Terraglie ne sono pieni. E tuttavia quella letteraturaccia per noi rappresenta il tripudio del narrativo, ossia una delle forme – la più scalcinata e disarmata senz’altro – del letterario: proprio perché vi trionfa il falso, il romanzesco. Proprio perché vi irrompe, in dosi eccessive, la vita, in forma di fantasmi o di trascrizione sensazionalistica. In ciò somigliando a quello che la metafora barocca – della cattiva letteratura barocca – definiva come la nascita della perla: il granello di sabbia, l’atomo d’immondezza intorno a cui s’incista il calcio della sfera opalescente, la bellezza che sorge dal dolore continuo, la splendente forma che assume la piaga purulenta. E il Barocco credeva in una poetizzazione totale del mondo – ecco, se ci angoscia l’idea della perdita di senso della letteratura, dello smarrimento di una presa sul reale, possiamo ricominciare da capo, e riprendere per mano l’Astrée di monsù d’Urfé e il Carrozzino alla moda del Brusoni, o il Re Diosino del Genuzio, posto che riusciamo ancóra a léggere di quella prosa, e immaginare, saltando sempre una pagina oltre il libro, che cosa potrebbe diventare il nostro mondo – la nostra vita, per noi che siamo abituati alla letterarietà dell’autobiografia, e allora vi si era ancóra poco portati, perché la si credeva vera – tra le nostre mani armate di retorica, davanti ai nostri occhî una volta abituati a piegare in teatro i capogirli nostri. Ce ne sarebbe per una vita.

 

Da qualche parte Beccaria, partendo proprio da questa ormai disperata inutilità della letteratura, fa l’esempio dell’Alfieri, come dello scrittore che ha trasformato tutta la propria consapevolezza storica, tutta la propria conoscenza dell’animo umano, tutta la propria ardua morale in clamorose e dure epigrafi, se non epitafj: lo esalta per il motivo per cui non lo legge e non lo ama nessuno, ossia per l’artificiosità scabra del dettato. Allo stesso modo un critico/linguista meno illuminista avrebbe potuto esaltare il Marino, come in effetti il Pieri ha fatto, proprio in questa chiave, sin dal remoto 1976. Sono letture affascinanti, che bastano al critico stipendiato, allo storico della letteratura, allo stilista che tanto mangia lo stesso – ossia ha una vita, vegetativa culturale relazionale, almeno normale anche grazie al suo esercizio letterario. Ma uno scrittore difficilmente ce la farebbe. Posto che ci si metta mai: che scrittore, in effetti, si metterebbe mai deliberatamente a produrre prosa inutile – se non nel caso-limite in cui gliene sia richiesta instantemente di utile, di utilissima, e per spirito di contraddizione si ritrovasse costretto a far volare straccj per mantenere piena autonomia artistica e umana? La letteratura non può essere così inutile. Non può svolgere certamente la funzione che hanno la televisione, i giornali, i documentarj, la politica, la comunicazione diretta, l’epistolografia come fatto privato, il telefono, & quant’altro. Ma il fatto che abbia perso molte funzioni dovrebbe averla in qualche modo depurata, ridotta alla sua funzione specifica. Qual è?

 

E se non lo sappiamo, e non possiamo saperlo, almeno adesso come adesso, vale la pena di cercarla? L’unica cosa che per ora possa fidarmi a dire è che esistono persone che hanno impulso a scrivere, anche in assenza di un’idea – da un punto di vista storico – troppo precisa di quello a cui dovrebbe servire; può essere la spia di una funzione che c’è, anche se nascosta, anche se destinata, magari, a rimanere occulta a chi fa letteratura in prima persona?

 

Che ci sia funzione o no, esiste, ed è già molto, appunto quest’impulso. Che è poi un impulso al salto nel vuoto, alla scommessa la cui posta, e la cui stessa vincibilità, sono ignote; eppure continua a sentirsi, fortemente. Tanto più fortemente quanto si passa dall’imitazione infantile alla scoperta delle presunte ‘forme’; dalle ‘forme’ alla retorica, che ne sono lo svelamento; dalla retorica alla possibilità, tramite la retorica, di scoprire l’inestricabile intreccio tra oggettività concessa del dato culturale assorbito, occasione dell’assorbimento, occasione esistenziale e solo esistenziale. Molti libri, poi, ci abituano a pensare che nulla avviene per caso – non sono romanzi, ma li hanno fortemente condizionati. Sappiamo ormai, tutti, che il caos della nostra visione è solo intrinseco alla nostra limitata specola. Può tornarci in mente Dante, col suo assillo di fare i conti con la propria vita sub specie aeternitatis, e il vasto disegno paranoico e perlopiù crudele e fosco che ne derivò.

 

Che sia la nostra visione, desolatamente ma forse non irrimediabilmente, limitata a rendere la letteratura un fatto così soggettivo? Non sarà, forse – anche nel caso della letteratura, come parte della vita – la nostra ipermetropia, in concomitanza coll’esiguità del buchetto attraverso cui spettiamo ai varî casi, di cui non scorgiamo mai né le cause né le conseguenze, a farci sentire come inspiegabile la nostra inclinazione, e quindi, a seconda, come un peso che ci trasciniamo dietro, o, anche, come una specie di vergogna, o un conto che non vuol tornare?

 

Se salto nel vuoto dev’essere, e sembra che sia imprescindibile per chiunque voglia scrivere oggi, si può almeno decidere come prepararsi al lancio. Chissà che non serva a cadere in piedi. Chissà che questa totale incertezza sull’esito non sia, invece, proprio la molla di tutto il meccanismo: senza questo non sapere affatto, sostanzialmente, dove si andrà a parare, forse non sarebbe nemmeno possibile scrivere.

 

È così che nel radunare per l’ennesima volta materiali – spizzichi, bocconi & evizioni – per quello che avrei dovuto scrivere da tanto tempo, ormai, mi sono ritrovato a parlare di me stesso. Ha dello strano, dell’enigmatico il modo che hanno esperienze confuse e lontane, funestate dalla rabbia e dalla disperazione, o rese evanescenti e incerte dalle stratificazioni successive, trovino chiarezza assumendo la direttività bidimensionale della frase. È un esercizio di traduzione – può far sorridere, lo so – che non ha la facilità linguajola – parlo per me – degli aneddoti recenti, infarciti di considerazioni personali, viziati dalla minima tesi del momento, dalla necessità d’illustrare; c’è di mezzo l’esercizio di reminiscenza, con la sua nauseante difficoltà e la sua miracolosa, quasi oltraggiosa, fluenza. Mi sono tornati in mente il mio rapporto con le altezze, le balaustre e i balconi, per esempio, che è una specie di repertorio di simboli, ma anche sequenze squisitamente narrative come un’orrida permanenza in un campeggio in provincia di Arezzo (Cavriglia; lì un ricordo ha tirato l’altro, come una filza di cerase bacatissime – è stato un aggancio casuale, come tutti, ma la sensazione che ogni addentellato offerto da un ricordo isolato, staccato, possa produrre nastri di associazione così impressionantemente lunghi è un inebriamento), che mi parve un campo di concentramento, per quel che ne sapevo dai racconti di nonna e prozie, brani incredibilmente vividi di conversazioni penose, luci e contorni di stagioni diverse in luoghi – pochi – diversi, come una tinta indaco peculiarissima ai crepuscoli primaverili, apprezzabile soprattutto sullo sfondo di architetture oltremoderne e quadre, o capannoni industriali. Mi torna in mente qualche scorcio collinare-montano che avrei potuto benissimo dimenticare, tra cui una gola a strapiombo, donde saliva fortissimo il vento, l’astrazione squallida degli artificiali Laghi Gemelli nei pressi delle parti dove sono nato, un’ora di siesta sotto pietre dolomitiche dall’aspetto quasi splancnico. E poi tutta una serie di cose, orribili, perché il male nella vita prevale, e qualunque mediazione artificiosa deve trattare prevalentemente di cose maligne; per questo, disse Croce, la bellezza si mostra sempre ammantata di tristezza. Ho scoperto che il male per me ha sempre assunto, sotto varie vesti, l’apparenza del tradimento, e comincio – com’è forse umano, & fatale – a sospettare che per tutti, in fondo, anche se non se n’avvedono, compresi gl’ingannatori e gli sleali, sia la stessa cosa. Sto avendo la conferma che sì, la mia vita è stato un incubo, claustrofobico ferrigno interminabile, ma soprattutto sto avendo la misura, e la certezza, di come siano nate in me certe convinzioni, anche in termini meramente culturalistici, di come il ricorrere di parole, pensieri, atteggiamenti, singoli tic linguistici mi siano rimasti attaccati, formando lo strame da cui è nato il sottobosco della mia lingua, o d’un idioletto, di come libri letti film visti dischi ascoltati abbiano sempre avuto un perché nel momento e altri momenti abbiano contribuito a creare, spesso sulla base d’un mio equivoco, o vizio di lettura &/aut percezione. Ignoro, al momento, e alla perfezione, quale tipo di valore oggettivo possa, tutto questo, assumere un giorno, ma so anche che è smucinando in questa sentina della morte che è la vita, improvvisata e imprevista, che si possono trovare tutti i perché e i percome, e i bandoli di tutte le fila di un’esperienza esistenziale che, a dispetto delle apparenze, è, proprio come tutte le altre, ricchissima di accidenti e di tragedia. Mi sta, insomma, sorgendo tra mano una letteratura che è insieme disegno fatidico e accidente – una letteratura come tema natale: lo hic & nunc come dati immutabili, la tirannia del contesto, lo strapotere dell’epoca, la prevaricazione del luogo. Contesto, epoca e luogo che ho sempre detestato, e che pure sono imprescindibili, perché fanno la mia forza di testimone, non so se attendibile, non so se lucido, non so se puntuale, ma certamente rabbioso, e risentito.

 

È difficile ricordare, se ci si mette a scrivere “della propria vita”, come Benvenuto Cellini o il cardinale di Retz: se si cerca di raccontare qualcosa di minimamente complesso, come dev’essere un romanzo, si finisce per forza col dover fare coi proprî strumenti quanto coi proprî contenuti; ed è allora che si ricorda, veramente tutto, senza eccezioni. (E ci si accorge quanto poco tempo passa, in fondo, in una vita. Ma forse è solo la mia vita ad averci impiegato tanto poco tempo ad arrivare, pigramente, fin qui).

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