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483. Indesiderati.

16 Nov

Tra l’altro, sono abbastanza contento di aver messo il filtro ai commenti: a parte le continue, estenuanti, e totalmente inutili precisazioni di Dario Borso, che evidentemente quando non è in sé non ha pietà proprio di nessuno, i commenti pervenuti dopo la filtratura veramente non sono cosa. Come quello di tal Marina De Luce, che ho cancellato quasi all’istante -però l’ho letto – per poi pentirmene leggermente.

Era sotto il mio addio alla Merini; riportava una lunga poesia, che mi era già nota, in cui la Merini diceva di essere – sintetizzo – poeta alla faccia di quelli che dicevano che non aveva la laurea in lettere, e proponeva una sua poesia umile, ma sinceramente sentita. In fondo alla poesia, brutta, occorre dirlo, c’era la classica esortazione delle Marine De Luce (sarà uno pseudonimo? Lo spero, quasi, per lei), di nuovo, all’umiltà.

Mi ricorda una recente lite – si vede che è periodo – su youtube, a proposito di un orribile ascolto della signorina Tebaldi (Fanciulla del West, già opera di per sé poco ascoltabile, figuriamoci con una Tebaldi ormai declinante), in cui mi sono preso a più riprese dell’arrogante e del presuntuoso. E’ una mania cattolica, molto stupida e ritrita, ma difficile da eradicare, come si vede, quella di esortare altri all’umiltà nell’esprimere il proprio parere quando non si è avuto l’umiltà necessaria a tenere la bocca chiusa, o la mano ferma, di fronte al rischio di infliggere altrui l’insulto di cose semplicemente brutte e malfatte.

Ribadisco che considero la Merini una poetessa per modo di dire, corriva e poco interessante; che la formazione di uno scrittore mi può interessare esclusivamente in funzione dei risultati che ottiene e delle cose che mi dice; e che l’ignoranza dichiarata non è, quando è, meno insopportabile. Si può tollerare, e si può apprezzare l’onestà di averla dichiarata; ma non si può elevare a valore assoluto l’onestà dell’asserto, se l’asserto riflette una realtà semplicemente negativa. Come se io mi dichiarassi: Sono uno stronzo. Si può apprezzare – UNA volta, quella volta – l’onestà da me dimostrata, ma non il fatto che io sia uno stronzo. Né lo scoprirmi così candidamente mi rende meno tale.

Quanto all’identificazione, a sua volta roba da sagrestia, tra ignoranza e sincerità, tra elementarità e genuinità, ci sarebbe un lunghissimo discorso da fare. Ma dato che non penso che la Merini abbia esercitato alcun influsso nefasto sulle giovani generazioni di poeti, che fanno abbastanza ribrezzo anche senza bisogno del suo ajuto, eviterò di far carico alla sua memoria della serie di considerazioni che mi verrebbero da fare in merito. Mi limito a dire che una condizione moralmente neutra come la semplicità e cose altamente morali come la sincerità, l’onestà, la lealtà, non sono necessariamente relate. Io, nella fattispecie, credo che la Merini abbia cavalcato la sua fama tardiva, e televisiva, in modo piuttosto astuto e spregiudicato. Suo diritto: io non gliene faccio una colpa, ma di qui a metterla sugli altari, o chiamarla “poeta” ce ne corre. Quella è roba da Costanzo Show – mi dispiace, sono appena stato redarguito, anche se con dolcezza, per la mia spigolosità, ma non credo che le mie affermazioni facciano danno a nessuno – semmai qualcuno potrebbe riconoscercisi, e approvarle. Se invece non le approva, lo dica pure; ma non mi prenda per il culo col mito dell’umiltà. La Merini che ha passato metà degli ultimi vent’anni della sua vita in trasmissioni popolari, che ha pubblicato a strafottere cose che non valevano la carta su cui erano stampate, che ha dichiarato le peggio stronzate in tutte le salse, come una mentecatta – davvero – a cui tutto è concesso, non è stata affatto umile.

E adesso, veramente, basta: parlare di lei, e di queste squallidità, non fa altro che levare la possibilità di pensare che qualcosa di più e di meglio possa, se non debba, essere fatto. Io alla Merini non devo proprio nulla, e sia chiaro a chiunque che mi riservo il diritto di concedere rispetto a chi, secondo mio giudizio – e il mio giudizio è dato *sempre* onestamente – davvero lo merita. Non l’ho mai negato, quando era il caso. Questo non era il caso: tutto qui.

482. L’incendio di via Negarville.

16 Nov

Non è frequente che i dormitorî, propriamente le case di accoglienza notturna per senza dimora, assurgano ai cosiddetti onori della cronaca. I senzatetto non sono moltissimi, come percentuale della popolazione nazionale, e sono soprattutto stranieri. Ci sono 6 dormitorî comunali a Torino, ognuno più o meno da 25 posti, uno solo per uomini (Carrera) e uno solo per donne (ex-Catti), gli altri misti, per un totale di ca. 150 persone che hanno assicurato un tetto sulla testa; più i posti donna di via Pacini (gruppo Abele). Gli altri sono privati: c’è il SerMig, che è enorme, dove si paga 1,50 euri per notte, c’è via Ormea che è gratuito, e c’è via Negarville, che è soprattutto per stranieri, e dove si pagano 2 euri per notte e 1 euro per la cena. È, quest’ultimo, un posto niente male, situato presso la parrocchia di s. Luca a Mirafiori, ed è pensato essenzialmente per stranieri che lavorano e che non hanno ancóra l’autonomia sufficiente per pagarsi un alloggio per conto proprio.

Il mio primo incontro con s. Luca risale a parecchio tempo fa, più di cinque anni, quando, ancóra reduce da un’allucinante permanenza a Genova, di qualche settimane, durante la quale m’ero buscato un’infezione a un piede, seguìta da febbrone altissimo, una sera verso le 18.30 telefonai al numero della parrocchia, trovato su un elenchino, già allora non aggiornato, fornito dal SerMig, dove una damazza piemontese molto tipica mi aveva portato ad informarmi. Ero in condizioni tali per cui i vecchietti mi cedevano il posto sugli autobus e i controllori rinunciavano a farmi la multa, ricordo, e bazzicavo molto la Biblioteca Reale, di p.zza Castello, che è poi la vecchia biblioteca dei Savoja, da Carlo Emanuele I in poi, ed è ricca pertanto di testi risalenti all’epoca in cui il primo duca che dirozzasse se non il Piemonte almeno Torino con un’efficace politica culturale aveva chiamato a corte molti dotti & virtuosi: seguìti, col susseguirsi di altri duchi, da altri dotti & virtuosi, trasformando la capitale dello stato sabaudo in una capitale culturale senza pari per tutto il secolo di fango. Chiesi ingenuamente a una delle bibliotecarie se sapesse dove si trovava via Negarville, nel caso fossi riuscito a farmi accogliere, e, nonostante la Reale sia nel cuore del cuore della città e il dormitorio sia immerso nell’informe strapopolare dell’estrema periferia, mi seppe dire sia dove fosse locata sia quale mezzo avrei dovuto prendere, vale a dire il 63 – s. Luca è al capolinea. La telefonata si risolse in un nulla di fatto: una voce che mi parve dura mi disse che sarei dovuto passare in serata e parlare con i responsabili. Quando mi vi recai, verso le 20.00, trovai una specie di sosia di Lionello, molto gentile, che mi spiegò chiaramente che la permanenza era a pagamento (“Anche noi abbiamo delle spese”, mi disse), ma mi chiese quanto avessi in tasca – essendomi rimasti 15 euri, una di quelle cifre che non si sa come spendere, in strada, senza buttarle quasi letteralmente nel cesso, mi disse di tenermele pure, ma che non avrebbero potuto tenermi per più di due notti.

Erano quasi tutti stranieri, e comprendevano anche minorenni e donne, chiaramente dislocati in modo da evitare promiscuità; il posto era pulito e tranquillo. Conobbi tra l’altro due ragazzini albanesi molto sfortunati, uno con una voglia di fragola enorme su metà del viso, che faticarono a inquadrarmi come italiano e mi chiesero di che religione fossi (pensavano musulmano, perché ero “barbòto” – non mi facevo la barba ormai da un mese e mezzo).

La volta seguente che fui a via Negarville fu durante i mesi più duri dell’inverno, tre anni fa, dato che durante la cosiddetta emergenza freddo la struttura sgombrava il guardaroba, sistemandovi tre letti a castello, e ospitando sei barboni mandati a turno dal call-center per quindici giorni a cranio. La stanza, dato che c’era solamente un piccolissimo termosifone, era freddissima, ma cambiavano lenzuola ed asciugamani, facendo trovare il letto rifatto, una volta ogni tre giorni, ed era possibile mangiare gratuitamente, senza versare l’obolo di un euro, durante la permanenza secondo quella formula.

Dopodiché, mai più via Negarville: non che agl’italiani, purché pagassero, fosse impossibile permanere, anche per più mesi (sei ce ne passò un amico mio, da anni fuori dal giro, perché aveva ricevuto gli arretrati dell’invalidità tutti insieme, e poteva permetterselo), ma io non ho mai avuto abbastanza soldi da poterci rimanere senza strozzarmi, sicché non ci sono più andato.

Stamani qualcuno ha cercato con qualche motore di ricerca ” incendio dormitorio via ormea torino”: l’ho visto sulla dashboard. Quando, per esempio, successe che un operatore di Carrera, di cui vanamente si cercherebbe notizia in rete, aveva accoltellato un collega, per esempio, il nome+cognome dell’operatore è apparso per più settimane nella mia dashboard – nome+cognome citati nella petizione firmata, oltre che dalla stragrande maggioranza degli operatori dei dormitorî di Torino, anche dall’ineffabile Anna Chiarloni, della cui presenza su quella lista mai nessuno m’ha spiegato il motivo (che devo essere io, è ovvio, ma a me sarebbe piaciuto avere i particolari; purtroppo, dopo che inviai una mail all’operatore meglio informato di Foligno chiedendogli che ci facesse quel nome+cognome in quella lista, i nostri rapporti e-pistolari si sono definitivamente interrotti. Ma sto divagando, e non è bene uscire dal seminato).

Sicché la dashboard può informarmi, indirettamente, delle cose che succedono a livello dormitorî; e poi c’è qualcuno, anche, del Comune di Torino, che passa a léggere, o chiede periodicamente agli operatori di Foligno “se Ramanzini ha ancóra il blog” – sia prima sia dopo che Andrea Guazzotto si prese la briga di venire a intimidarmi e minacciarmi, il 21 giugno scorso, quando accompagnai l’operatore meglio informato di via Foligno al rituale solstizio d’estate del Gabrio (con torneo di calcetto annnesso), sbavandosi addosso e piagnucolando che andavo a minacciare e gridare oscenità “sotto casa delle donne” – richiesto più tardi dall’operatore meglio informato di via Foligno che cosa avesse inteso significare con quest’ultima affermazione, ha sostenuto di aver saputo da terzi che forse la cosa si era prodotta con quarti che però non si sapeva chi fosse esattamente, &c. &c. Ma questa è un’altra divagazione, e non c’entra praticamente nulla.

La dashboard mi dà notizie, come dicevo: solo che stavolta, come ho evinto poi da City, quando ne ho raccolto una copia da una panchina, la notizia era sbagliata: non di via Ormea si trattava, ma di via Negarville; ed è questo il motivo per cui ne ho cominciato a scrivere qui sopra.

Nella notte tra sabato 14 e domenica 15 corrente mese qualcuno s’è infilato alla chetichella nel dormitorio – ma qualcuno ha intravisto un’ombra – dirigendosi verso un sottoscala dove era parcheggiato uno scooter. Qui ha dato fuoco a un po’ di carta, che ha causato uno sprigionamento di gas velenosi – quelli della vernice dello scooter, dato che la carta era sotto esso? – che ha intossicato cinque persone. Non c’erano molti senzatetto a dormire a v. Negarville, quella notte: stupisce forse un po’ che si tratti soprattutto di italiani, otto, contro un rumeno solo, ma non il fatto che si trattasse solo di nove persone perché effettivamente, in tutti i dormitorî, la notte tra sabato e domenica c’è una sensibile flessione nelle richieste di ospitalità. L’incendio, sia stato o no intravisto il colpevole, si è comunque sviluppato notevolmente, perché le fiamme hanno avuto il tempo di danneggiare diversi locali, rendendo inagibile l’intera struttura. Attualmente tutti gl’intossicati stanno bene.

Quanto al movente, dato che l’incendio è sicuramente doloso, il giornale (p. 21) dice: “Gli investigatori, che indagano a 360 gradi, non tralasciano nessuna ipotesi: stanno cercando di capire se il nrogo è frutto di un atto vandalico “degenerato” o se si tratta di un preciso messaggio nei confronti di qualche ospite della struttura”, che è già una restrizione della gamma di notevole impegno. Infatti, ridurre il movente alla bravata di un giovinastro fascistoide o ad un regolamento di conti tra ospiti è escludere, automaticamente, una terza possibilità, che è quella di una vendetta nei confronti di chi tiene una struttura.

La polizia (nella fattispecie gli agenti del commissariato di Barriera Nizza, che sono incaricati delle indagini, ma il discorso vale per tutta la P.S.), devesi sapere, non conosce molto bene i dormitorî; ha di norma idee molto vaghe su quelli che sono i cómpiti degli operatori, non riesce a cacciarsi in testa, il più delle volte, che essi operatori hanno effettivamente autorità, per quanto riguarda certe cose e non altre, equiparabile a quella di un pubblico ufficiale, e che la struttura, che effettivamente ha una funzione di mero contenitore, essendo frequentata dallo stesso giro, barbone più barbone meno, di persone, tende ad essere una via di mezzo tra un mero contenitore, appunto, ed una sorta di comunità un po’ lasca. Nella quale i rapporti tra utente e operatore, come figura istituzionale e no, possono essere piuttosto complessi, e all’occasione anche critici. Di là da quello che la polizia sa o non sa, in una vita ricca – dipende da come la si prende, come tutto, è ovvio – di frustrazioni come quella dell’utente di strutture simili, la maggior parte degli attriti e dei conseguenti rancori sono radicati, per motivi che a me, per esempio, non sono affatto oscuri, nel rapporto con gli operatori. I quali, essendo in un buon numero di casi trenta-trentacinque-quarantenni dalle competenze zero che hanno risolto il problema abitativo e professionale a spese del Comune, e non vogliono in nessun caso rinunciare alle scanzonate soddisfazioni di una vita guapponesca & semi-brada, finiscono, con una frequenza che ha dello spettacolare, in primis col commettere errori difficilmente perdonabili, secundum – e di conseguenza – col crearsi inimicizie mortali.

Di via Negarville, come ho già pletoricamente esposto, non so nulla: nel senso che per quel pochissimo che ne ho visto mai nulla vidi di irregolare o potenziale ispiratore di vendetta.

Ma quello d’incendiare un dormitorio è il sogno proibito di molti utenti. Anche del sottoscritto; che avrebbe volentieri innaffiato di benzina e dato alle fiamme strada Castello di Mirafiori 172, finché ci fu, preferibilmente con Valter il fascio e Federica dentro; ma avrebbe anche lanciato molotov (posto ci fosse qualcuno che gl’insegnasse, bene, come si fanno senza saltare in aria prima del lancio) contro le finestre di v. Carrera (che effetto scenografico, quelle fiamme a divampare nei corridoî pur mo deserti, silenziosi e buî!), preferibilmente centrando in testa Laura Scarpellino, la quale però, purtroppo, è andata a vessare i malati di mente in qualche struttura diversa dai dormitorî – e chissà quanto danno starà facendo. Ma mica è sempre e solo colpa degli operatori. Il qui presente avrebbe infilato la bocca di un lanciafiamme nella finestra rotta della tal stanza di c.so Tazzoli in cui un certo bidone di merda intitolato “Titti” stava smaltendo le birre della sera prima (con conseguente e tale concentrazione di gas da rendere possibile l’esplosione dell’intero container, con un pajo almeno degl’isolati circostanti); ma, anche qui, non senza distruggere le due zoccolette neoassunte & feticiste del calzino zozzo che me l’avevano caricato contro – come mi disse il companio Antogno una volta, “È sempre colpa degli operatori”. Aveva ragione. Alcuni sono autentici mostri.

La calma di via Negarville, insomma, l’impressione generale di correttezza, potrebbero essere solo apparenti: in posti del genere non mancano mai motivi per gesti estremi – i quali gesti estremi, tuttavia, non sono quasi mai compiuti. La gente che frequenta queste ultime spiagge è ridotta come gli zombie: fanno paura, anche piuttosto schifo, ma sono tardi nei movimenti e difficilmente riescono a far danno. E tuttavia di tanto in tanto questo succede. Quasi quattro anni fa i dormitorî della Parella (Carrera, Castello [oggi non più esistente, e rimpiazzato dal containerone di s.da delle Ghiacciaje] e Tazzoli) e quello di v. Traves furono oggetto di una serie di strani attacchi: qualcuno si era preso la briga di portar via tutti i computer dagli ufficî, catorcî malissimo ridotti da caduno dei quali nessun essere sano di mente avrebbe potuto sperare di ricavare più di venti euri, a dir tanto. Alla fine si scoperse che si trattava di alcuni rom, in particolare uno, già ospite delle strutture; mi rifiuto di pensare che si trattasse di un furto serio. Era indubbiamente uno sfregio, il cui risultato fu quello di distruggere anni e anni di registrazioni di dati sensibili: gli operatori dovettero rimettersi di pianta a ricostruire, sulla base dei foglî compilati a mano sera per sera, tutte le presenze. Il ladro, credo anche con i suoi complici, o almeno qualcuno, fu còlto dopo l’ennesimo tentativo – c’è stata, ed è interessante, anche questa ostinazione, che l’ha riportato sempre sui luoghi –, in pieno giorno. Bloccato dagli operatori, fu poi portato via dalle forze dell’ordine.

Il momento dei furti non è effettivamente casuale. I dormitorî sono strutture abitate quasi esclusivamente di notte, specialmente dalle 20.00, o qualche minuto prima, alle 8.00 del mattino seguente. Questo rende soprattutto le strutture situate in mezzo agli abitati – particolarmente inattaccabile sembra Foligno, per la sua struttura monoblocco con un ingresso solo sulla strada; anche se, durante i lunghi lavori per la ristrutturazione e il tinteggio della facciata, pare che fosse possibile ad un gruppo di senzatetto particolarmente intraprendenti salire al piano superiore (solo il pianterreno è adibito a dormitorio) attraverso una delle finestrelle servendosi dell’impalcatura – non tanto facili da attaccare. Infatti, durante il giorno la visibilità è ovviamente massima, e qualunque passante, o casigliano da una finestra vicina, può testimoniare l’eventuale malefatta; di notte, invece, quando le tenebre concedono il loro favore, la struttura è piena di gente, ed è presente un operatore. Ne consegue che chiunque abbia un piano malvagio minimamente articolato sarà dissuaso dall’agire durante la notte, senza contare gli esclusi, quelli che tutte le sere rimangono fuori dal dormitorio a causa della disponibilità di posti, tragicamente insufficiente, e che – a seconda che i dintorni ne diano l’agio – dormono con sacchi a pelo e coperte e cartoni nelle immediate vicinanze. Ne consegue che un furto, in specie di oggetti dell’ufficio, può essere ragionevolmente tentato solamente di giorno.

Un’aggressione no: quella sarà necessariamente concepita come toccata e fuga, e, dato che nessun dormitorio si presenta come propriamente “danneggiabile”, specie nella parte esterna, essendo che come strutture, container o muratura, fanno tutte abbastanza schifo e comunque nessuno bada alla forma, l’alternativa unica è quella del fuoco: danno, insomma, a rigori non se ne può fare; se proprio uno pensa a lasciare l’impronta, pensa direttamente alla distruzione totale. Chiunque, per quanto riguarda queste cose, si gestisce come vuole: né è mai da escludersi, in chi abbia inclinazione per questo genere di gesti, una discreta – e variabile – dose di sprezzo del pericolo. Ma è difficile che si pensi a scatenare un incendio in pieno giorno, quando la guardia è alta. Occorre combustibile, occorre comburente, e ci si deve poter muovere, almeno per la gran parte del tempo necessario, con la certezza che non sia immediatamente identificabile la natura dell’atto compiendo. Quindi è assai difficile che una vendetta ai danni dell’istituzione, nella figura di qualche indegno para-servitore dello Stato, avvenga quando la struttura non sta ospitando compagni di sventura. I quali potrebbero non essere affatto i bersaglî della vendetta, ma semplicemente una parte del contesto non escludibile da parte di chi si appresta a colpire.

Alla fine dei conti, comunque sia andata, finisce col venire a mancare un altro dormitorio, che peraltro aveva la sua funzione anche per quanto riguarda l’emergenza freddo. Un’altra risorsa per l’emergenza freddo è venuta a mancare dopo la chiusura di strada Castello di Mirafiori nel corso di quest’anno; perché i vecchî tenutarî di quel letamajo sono stati trasferiti nella già citata s.da delle Ghiacciaje, che aveva accolto i rimasuglî dell’antico Piazzale speranza, prima in via Carrera 58 (la stessa via del dormitorio Parella, che però è nella ex-scuola in fondo alla via, al n° 181), il quale Piazzale Speranza, fiore all’occhiello di quell’affascinante realtà aliena di don Innocenzo “Enzo” Ricci, dava una cinquantina di posti d’emergenza freddo. Oltre a questi, gli anni passati, la Protezione civile dava ricetto in ben due campi due dentro il gelido parco della Pellerina a un’altra cinquantina di barboni, senza che fosse necessario esibire documenti di sorta – quindi ci potevano andare anche i senza permesso di soggiorno. Tre anni fa una megarissa scoppiata nottetempo ebbe il potere di disamorare la Protezione civile da siffatte iniziative: entro le 4.00 del mattino tutti gli ospiti erano stati messi alla porta, e la struttura era stata immediatamente smantellata.

Un trafiletto dello stesso City, accanto all’articolo dedicato all’incendio di via Negarville, annuncia che quest’anno “sarà uno solo il punto di accoglienza allestito per dare riparo alle persone senza fissa dimora. Sarà localizzato nel parco della Pellerina”. La novità di quest’anno è che il Comune “emetterà”, quando non si sa, “un bando pubblico destinato a organizzazioni e associazioni che abbiano sede operativa e svolgano l’attività a Torino”. E siamo già al 16 di novembre, quando gli altri anni si era già cominciato a pensare a sistemare i varî relitti umani entro la fine di ottobre; benché altri inverni degli ultimi anni siano stati meno rigidi di questo.

481. Autobiografia.

16 Nov

È ineludibile. Me ne sono accorto tentando di organizzare materiale in una narrazione coerente. Se, infatti, ci sono molti libri fatti di soli libri – una prospettiva che appare frustrante a chiunque non si renda conto di quale senso d’indipendenza dia dalle miserie del reale –, anche la fruizione di essi libri è un fatto ineludibile dalla vita come mero fatto esistenziale: fruizione resa possibile dalle occasioni, frustrata dagl’imprevisti, turbata dagl’incidenti, favorita dagl’incontri, resa fruttuosa dalle congiunture. Fruizione che avviene sempre attraverso il filtro del vissuto, e a cui solo un impegno mirato, un tornare di conti che talora ha del miracoloso – anche se si tratta sempre, in sé, di miracoli del tutto privati, che non stupiscono nessuno all’infuori del diretto interessato – può offrire la possibilità di diventare fatti dotati di una minima oggettività, e quindi condivisibili.

 

Ma la differenza tra esperienza libresca ed esperienza di vita – che per esempio Torquato Accetto considerava intercambiabili nel conseguimento della prudenza, quindi innanzitutto ben distinte come piani – non salta col tramite di questo tipo di considerazioni: ci sono infatti esperienze di vita ispirate dai libri, o lette/rilette attraverso esse, ed è il caso in cui consapevolezza e deliberazione sono massime, da parte nostra, nella gestione del materiale vissuto, ed esperienze di vita che non hanno nessun’attinenza coi libri, e di cui non si trova traccia scritta da nessuna parte; e sono le esperienze, innanzitutto, che ci colpiscono passivi, ma anche tutto quello che consegue a quelle decisioni che prendiamo posti di fronte a bivj importanti, magari in fretta e furia, prima che la situazione precipiti – il momento della reazione, a differenza di quello dell’azione, è eminentemente non-letterario.

 

Mi ero proposto di non scrivere più assolutamente nulla che avesse che fare con la poetica, e in effetti quello che mi ritrovo a scrivere in questo momento non implica alcun mancamento di fede, in questo senso, alla parola data: non sto parlando di letteratura, ma di quell’antiletterario di cui la letteratura non può fare a meno per mantenere attinenza con la realtà. C’entra molto, innanzitutto, con la funzione della letteratura. Dopo decennj passati ad intensamente demolire qualunque convinzione potessimo nutrire o sperare di poter nutrire nei confronti di un valore, sia pure mediatamente, euristico / funzionale della letteratura, la critica più accorta ci ha lasciati di fronte ad un affascinante catorcio, ad una macchina inutile, ad un fabbrica di flati vocis le cui attrattive, se pure hanno continuato ad esercitarsi per un certo tempo, alla lunga hanno cominciato, anch’esse, ad impallidire, a farsi meno sensibili.

 

Fino, credo, allo spegnimento. In effetti, le letture più presuntamente inconfessabili, e le più piacevoli, hanno tutte avuto una funzione storica precisa. Il romanzo d’appendice ottocentesco, specialmente la narrativa sociale, con la quale si identificò totalmente nella sua fase più vitale, funse da gazzetta per i poveri, con sessioni di letture pubbliche che svolsero una funzione eccezionale nell’edificazione, consapevole e voluta, di una coscienza di classe: noi passiamo con divertimento e una punta di compatimento sui Misteri di Parigi, che apprezziamo come un’ampia grottesca di casi umani e coincidenze tirate per i capelli, ma siamo fruitori inadatti, che non si rendono conto di quanta parte di vero, e quanta parte di utile, avessero in sé al loro apparire – salvo ritrovarci di fronte, stupiti, a pagine come quelle dedicate agli ospedali, magari dopo aver accompagnato mesi l’agonia di un parente, per renderci conto di quanto si sia spenta, dopo secoli di omologazione, la nostra sensibilità a certi fatti concreti, oggettivi, che abbiamo smesso pian piano di percepire. La piccola Dorritt può far piangere dal ridere, e intanto lasciarci liberi di delibare le iridescenze della prosa di questo Shakespeare del romanzo; ma quelle tinte livide, quelle luci crude, per quanto consegnate al lettore di ogni tempo nel quadro di una catabasi vittoriana del tutto tipica, non sono teatro, ma una forma di vero. La letteraturaccia degenerata che ispirò il B-movie all’italiana, e la cui diffusione, sotterranea ed abbondantissima, si spalmò su almeno tre decennj di frenetica produzione e febbrile fruizione, altrettanto sotterranee, essendo quasi tutta letteratura pseudonima (come il cinema che fiorì parallelamente), ed essendo quasi tutta lettura da treno, da cesso, da pomeriggio vuoto, è sorprendentemente piena di queste situazioni “nuove”, come notava Tomasi di Lampedusa giustificando la “scontatezza” dell’ideologia shakespeariana, indicando nel romanzo di mezza tacca, o nel romanzaccio, la sentina di tutte le situazioni più incòndite e meno prevedibili: Saverio di Montepiù, diceva, e Ponzone delle Terraglie ne sono pieni. E tuttavia quella letteraturaccia per noi rappresenta il tripudio del narrativo, ossia una delle forme – la più scalcinata e disarmata senz’altro – del letterario: proprio perché vi trionfa il falso, il romanzesco. Proprio perché vi irrompe, in dosi eccessive, la vita, in forma di fantasmi o di trascrizione sensazionalistica. In ciò somigliando a quello che la metafora barocca – della cattiva letteratura barocca – definiva come la nascita della perla: il granello di sabbia, l’atomo d’immondezza intorno a cui s’incista il calcio della sfera opalescente, la bellezza che sorge dal dolore continuo, la splendente forma che assume la piaga purulenta. E il Barocco credeva in una poetizzazione totale del mondo – ecco, se ci angoscia l’idea della perdita di senso della letteratura, dello smarrimento di una presa sul reale, possiamo ricominciare da capo, e riprendere per mano l’Astrée di monsù d’Urfé e il Carrozzino alla moda del Brusoni, o il Re Diosino del Genuzio, posto che riusciamo ancóra a léggere di quella prosa, e immaginare, saltando sempre una pagina oltre il libro, che cosa potrebbe diventare il nostro mondo – la nostra vita, per noi che siamo abituati alla letterarietà dell’autobiografia, e allora vi si era ancóra poco portati, perché la si credeva vera – tra le nostre mani armate di retorica, davanti ai nostri occhî una volta abituati a piegare in teatro i capogirli nostri. Ce ne sarebbe per una vita.

 

Da qualche parte Beccaria, partendo proprio da questa ormai disperata inutilità della letteratura, fa l’esempio dell’Alfieri, come dello scrittore che ha trasformato tutta la propria consapevolezza storica, tutta la propria conoscenza dell’animo umano, tutta la propria ardua morale in clamorose e dure epigrafi, se non epitafj: lo esalta per il motivo per cui non lo legge e non lo ama nessuno, ossia per l’artificiosità scabra del dettato. Allo stesso modo un critico/linguista meno illuminista avrebbe potuto esaltare il Marino, come in effetti il Pieri ha fatto, proprio in questa chiave, sin dal remoto 1976. Sono letture affascinanti, che bastano al critico stipendiato, allo storico della letteratura, allo stilista che tanto mangia lo stesso – ossia ha una vita, vegetativa culturale relazionale, almeno normale anche grazie al suo esercizio letterario. Ma uno scrittore difficilmente ce la farebbe. Posto che ci si metta mai: che scrittore, in effetti, si metterebbe mai deliberatamente a produrre prosa inutile – se non nel caso-limite in cui gliene sia richiesta instantemente di utile, di utilissima, e per spirito di contraddizione si ritrovasse costretto a far volare straccj per mantenere piena autonomia artistica e umana? La letteratura non può essere così inutile. Non può svolgere certamente la funzione che hanno la televisione, i giornali, i documentarj, la politica, la comunicazione diretta, l’epistolografia come fatto privato, il telefono, & quant’altro. Ma il fatto che abbia perso molte funzioni dovrebbe averla in qualche modo depurata, ridotta alla sua funzione specifica. Qual è?

 

E se non lo sappiamo, e non possiamo saperlo, almeno adesso come adesso, vale la pena di cercarla? L’unica cosa che per ora possa fidarmi a dire è che esistono persone che hanno impulso a scrivere, anche in assenza di un’idea – da un punto di vista storico – troppo precisa di quello a cui dovrebbe servire; può essere la spia di una funzione che c’è, anche se nascosta, anche se destinata, magari, a rimanere occulta a chi fa letteratura in prima persona?

 

Che ci sia funzione o no, esiste, ed è già molto, appunto quest’impulso. Che è poi un impulso al salto nel vuoto, alla scommessa la cui posta, e la cui stessa vincibilità, sono ignote; eppure continua a sentirsi, fortemente. Tanto più fortemente quanto si passa dall’imitazione infantile alla scoperta delle presunte ‘forme’; dalle ‘forme’ alla retorica, che ne sono lo svelamento; dalla retorica alla possibilità, tramite la retorica, di scoprire l’inestricabile intreccio tra oggettività concessa del dato culturale assorbito, occasione dell’assorbimento, occasione esistenziale e solo esistenziale. Molti libri, poi, ci abituano a pensare che nulla avviene per caso – non sono romanzi, ma li hanno fortemente condizionati. Sappiamo ormai, tutti, che il caos della nostra visione è solo intrinseco alla nostra limitata specola. Può tornarci in mente Dante, col suo assillo di fare i conti con la propria vita sub specie aeternitatis, e il vasto disegno paranoico e perlopiù crudele e fosco che ne derivò.

 

Che sia la nostra visione, desolatamente ma forse non irrimediabilmente, limitata a rendere la letteratura un fatto così soggettivo? Non sarà, forse – anche nel caso della letteratura, come parte della vita – la nostra ipermetropia, in concomitanza coll’esiguità del buchetto attraverso cui spettiamo ai varî casi, di cui non scorgiamo mai né le cause né le conseguenze, a farci sentire come inspiegabile la nostra inclinazione, e quindi, a seconda, come un peso che ci trasciniamo dietro, o, anche, come una specie di vergogna, o un conto che non vuol tornare?

 

Se salto nel vuoto dev’essere, e sembra che sia imprescindibile per chiunque voglia scrivere oggi, si può almeno decidere come prepararsi al lancio. Chissà che non serva a cadere in piedi. Chissà che questa totale incertezza sull’esito non sia, invece, proprio la molla di tutto il meccanismo: senza questo non sapere affatto, sostanzialmente, dove si andrà a parare, forse non sarebbe nemmeno possibile scrivere.

 

È così che nel radunare per l’ennesima volta materiali – spizzichi, bocconi & evizioni – per quello che avrei dovuto scrivere da tanto tempo, ormai, mi sono ritrovato a parlare di me stesso. Ha dello strano, dell’enigmatico il modo che hanno esperienze confuse e lontane, funestate dalla rabbia e dalla disperazione, o rese evanescenti e incerte dalle stratificazioni successive, trovino chiarezza assumendo la direttività bidimensionale della frase. È un esercizio di traduzione – può far sorridere, lo so – che non ha la facilità linguajola – parlo per me – degli aneddoti recenti, infarciti di considerazioni personali, viziati dalla minima tesi del momento, dalla necessità d’illustrare; c’è di mezzo l’esercizio di reminiscenza, con la sua nauseante difficoltà e la sua miracolosa, quasi oltraggiosa, fluenza. Mi sono tornati in mente il mio rapporto con le altezze, le balaustre e i balconi, per esempio, che è una specie di repertorio di simboli, ma anche sequenze squisitamente narrative come un’orrida permanenza in un campeggio in provincia di Arezzo (Cavriglia; lì un ricordo ha tirato l’altro, come una filza di cerase bacatissime – è stato un aggancio casuale, come tutti, ma la sensazione che ogni addentellato offerto da un ricordo isolato, staccato, possa produrre nastri di associazione così impressionantemente lunghi è un inebriamento), che mi parve un campo di concentramento, per quel che ne sapevo dai racconti di nonna e prozie, brani incredibilmente vividi di conversazioni penose, luci e contorni di stagioni diverse in luoghi – pochi – diversi, come una tinta indaco peculiarissima ai crepuscoli primaverili, apprezzabile soprattutto sullo sfondo di architetture oltremoderne e quadre, o capannoni industriali. Mi torna in mente qualche scorcio collinare-montano che avrei potuto benissimo dimenticare, tra cui una gola a strapiombo, donde saliva fortissimo il vento, l’astrazione squallida degli artificiali Laghi Gemelli nei pressi delle parti dove sono nato, un’ora di siesta sotto pietre dolomitiche dall’aspetto quasi splancnico. E poi tutta una serie di cose, orribili, perché il male nella vita prevale, e qualunque mediazione artificiosa deve trattare prevalentemente di cose maligne; per questo, disse Croce, la bellezza si mostra sempre ammantata di tristezza. Ho scoperto che il male per me ha sempre assunto, sotto varie vesti, l’apparenza del tradimento, e comincio – com’è forse umano, & fatale – a sospettare che per tutti, in fondo, anche se non se n’avvedono, compresi gl’ingannatori e gli sleali, sia la stessa cosa. Sto avendo la conferma che sì, la mia vita è stato un incubo, claustrofobico ferrigno interminabile, ma soprattutto sto avendo la misura, e la certezza, di come siano nate in me certe convinzioni, anche in termini meramente culturalistici, di come il ricorrere di parole, pensieri, atteggiamenti, singoli tic linguistici mi siano rimasti attaccati, formando lo strame da cui è nato il sottobosco della mia lingua, o d’un idioletto, di come libri letti film visti dischi ascoltati abbiano sempre avuto un perché nel momento e altri momenti abbiano contribuito a creare, spesso sulla base d’un mio equivoco, o vizio di lettura &/aut percezione. Ignoro, al momento, e alla perfezione, quale tipo di valore oggettivo possa, tutto questo, assumere un giorno, ma so anche che è smucinando in questa sentina della morte che è la vita, improvvisata e imprevista, che si possono trovare tutti i perché e i percome, e i bandoli di tutte le fila di un’esperienza esistenziale che, a dispetto delle apparenze, è, proprio come tutte le altre, ricchissima di accidenti e di tragedia. Mi sta, insomma, sorgendo tra mano una letteratura che è insieme disegno fatidico e accidente – una letteratura come tema natale: lo hic & nunc come dati immutabili, la tirannia del contesto, lo strapotere dell’epoca, la prevaricazione del luogo. Contesto, epoca e luogo che ho sempre detestato, e che pure sono imprescindibili, perché fanno la mia forza di testimone, non so se attendibile, non so se lucido, non so se puntuale, ma certamente rabbioso, e risentito.

 

È difficile ricordare, se ci si mette a scrivere “della propria vita”, come Benvenuto Cellini o il cardinale di Retz: se si cerca di raccontare qualcosa di minimamente complesso, come dev’essere un romanzo, si finisce per forza col dover fare coi proprî strumenti quanto coi proprî contenuti; ed è allora che si ricorda, veramente tutto, senza eccezioni. (E ci si accorge quanto poco tempo passa, in fondo, in una vita. Ma forse è solo la mia vita ad averci impiegato tanto poco tempo ad arrivare, pigramente, fin qui).