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478. Ode.

14 Nov

Quella che segue è un’ode, che utilizza lo stesso metro della Fata morgana del Lubrano (abcbaCDDeE), configurandosi è come un tributo, e come una specie di “ode dal vero”, che improvvisai l’estate scorsa su quel che mi vedevo intorno di fatto, da mandare a rebstein per Francesco Marotta che m’aveva fatto richiesta di qualche mio componimento, preferibilmente non già lanciato in rete.

Rimasto molto insoddisfatto (come adesso, se è per quello) del risultato, continuai nel corso di mesi e mesi a rimandare la pubblicazione, dal momento che essa ode mi pareva un po’ squilibrata in certe parti, e, trattandosi di poesia non solo “materica”, come alcor la definirebbe, ma anche in gran parte narrativa, aver bisogno di alcune aggiunte. Per un motivo o per l’altro, nel frattempo, la musa andava repugnando da certe soluzioni stilistiche, né mi pareva più possibile aggiungere stanze di raccordo senza creare discontinuità se non laceranti stonature.

Ne era ormai prevista la pubblicazione, sempre su rete, è ovvio, per la fine di questa settimana, completa o non completa che fosse; Marotta mi disse due giorni fa aver trovato una copertina adatta al pdf che avrebbe voluto farne, e che m’avrebbe lasciato agio di correggere più innanzi, quando avessi ritenuto, il già pubblicato; questo per non lasciare a morir di desiderio di leggerla coloro che, dopo l’annuncio già fattone tempo & tempo fa, ne facevano instante richiesta – aspettandosi non so chissà che cosa.

Di jeri è stata la lite con quest’ineffabile Carrino, che non è stato solo civilmente difeso, & equanimemente, da quell’ottima lana di Marco Palasciano, ma ha avuto un paladino molto meno riservato, e valido, anche in un Manuel Cohen, il quale, non più tardi d’oggi, esprimeva solidarietà ad esso Carrino non mancando di riservare al sottoscritto la qualifica di demente. Al che gli ho dato ragione, come si fa sempre e sempre devesi fare con quelli della risma sua; ai quali è crudeltà dar torto. Il nome di Manuel Cohen non mi era ignoto; e tuttavia sul momento, per me che non ho buona memoria per i nomi, specialmente se appartengono a qualcuno con cui ancóra non ho litigato, non mi era possibile collegare nome a persona – ovvero a qualche scritto già fruito qui in rete.

Càpito un momento a caso su rebstein, come di consueto, e il testo ultimo pubblicato – brutto, bruttissimo – a due mani, compilato da una donna e, appunto, da Manuel Cohen, mi fa tornare tutto a mente: il Cohen è effettivamente uno dei “poeti” editi da Marotta, di cui tempo fa avevo letto cose.

E pazienza: non me ne sono offeso & non me ne offenderò.

Ma dato che nacqui uomo, e libero, e non animale di stalla, aspetto la fossa comune per stringermi in universal abbraccio col brav’uomo e il ladrone, col cialtrone e il valoroso, coll’illuminato e col beota. Che io possa tollerare di rimanermene in vetrina, quando può benissimo evitarsi, con personaggî così squallidi e insultatori così volgari, che io possa sostenere in tal modo, indirettamente ma fattivamente, la falsa idea che tutto possa e debba necessariamente ricomporsi, tanto le differenze oggettive e rispettabili, quanto gli spiacevoli dissapori, in un quadro unico per tutti, appunto quasi tutti fossero della stessa specie d’animali da basto, è veramente troppo domandarmi.

E me ne sto sulle mie: per ‘pubblicarmi’ in rete mi basta il blog; non m’occorrono né nazioni indiane né dimore del tempo sospeso; e se questo vuol dire aver minor numero di lettori, pazienza; m’accontenterò della mia vita beata con poca brigata, e l’esiguità del novero sarà compensata abbondantemente dal fatto che esso consta di happy few, mentre un più nutrito uditorio non è per me più desiderabile, quando e se comprenda ciabattoni analfabeti, ladri d’identità, pennajoli presuntuosi e ignoranti patentati & buoi; senza contare l’inconveniente della censura, che impedisce i più franchi parlari, e il continuo obbligo a muoversi come camminando su’ guscî d’uova, col rischio di romperli e scatenare cori di pulcini ipersensibili & protestatarî. Vadano tutti a fare in culo.

L’ode, però, così com’era, era troppo vergognosa di comparire; nonostante i punti di saldatura rimangano per me visibili, e non era evitabile, ho dovuto necessariamente forzarmi aggiungere 5 stanze alle 40 che già c’erano; dato che la qualità del verso, che l’estate scorsa mi parve quanto di meglio potessi produrre, e senz’altro in parte era, oggi mi pare modestissima cosa, è meno penoso per me sacrificare alcunché dell’armonia all’organicità del narrato.

Nel complesso avverta l’eventuale & benigno, ma anche maligno, Lettore che non sto offrendo alla sua discrezione altro parto che dell’orsa; orsa che, per restare in metafora, ha lasciato però orfano l’orsatto appena nato, aegre partus, senza fare in tempo a forbirne le fattezze, come suole, con la ruvida lingua. Se d’altro è capace questo plettro che non di queste produzioni in fondo tumultuarie, se esse stesse possono essere state gradino a maggiori salite, si vedrà nel futuro, salvo che imprevisti o disgusti non vengano a sconcertarmi i piani.

Mi stia bene chi mi vuol bene; & gliela bacio.

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VIA STRADELLA.

SERA ESTIVA.

1. Non ho idea se ai tuoi occhî
Franchi da ultroneo velo
Mostri il mondo colori,
E strade, alberi, cielo
Come avviene a me tocchi
La rètina la luce; estuosi ardori
Spiegano in parte ciò?, ossia l’impellenza
Per cui (è detta da altri dipendenza)
Fermarmi mai non posso?,
Ma ovunqu’io guardi è dominante il rosso.
2. Svacantata la via,
Àgita immateriali
Streghe un malvagio incanto
Nel lume dei fanali.
Rossa è la bramosia,
Come la rabbia, e del tiranno il manto:
Perché ciò che nel sangue arde, e procede
Dal sangue, prima o poi sangue richiede
(Come con la siringa:
Prima s’estragga; e solo poi si spinga).
3. È per questo che appare
Di scarlatto imbibito
Tutto?, per quanto bianche
Battano sul granito
Roseo, a quel che pare,
Le ciocie estive delle ciane stanche;
Sia giallognolo il lume dei lampioni;
Verdi le ajuole; le panche marroni;
E io, che con impaccio
Cammino, certamente bianco-straccio.
4. Giusto è che in tinta unita
Si mostri intero il mondo
A chi fa gioco intera
D’autocrate iracondo
La sfondolata vita;
Giusto è chi non desidera e non spera,
Per tedio s’appellò a chimico oblio,
Impari a spese sue a servire un dio;
Che, già preda al disgusto,
Provi infiniti e sete e gaudio; è giusto.
5. Giusto è che, indifferente
Prima al suo stesso fato,
Il mondo, in stato odioso
Avendo abbandonato
La follia adolescente,
Ne porti in contrappasso il peso esoso
D’inquieti spettri, più che inquiete vite,
Lampi infausti, meteore impazzite;
Di quest’Astrea è lo specchio
Chi poi vien grande in fretta, e non mai vecchio.
6. Giusto è, in perenne viaggio
Dal faticoso frutto,
Che questi di tiranna
Impresa pulitutto,
Catena di montaggio,
Sfugga subproletaria alla condanna;
Che privo di famiglia e agro salario
Nel suo corso mendìco e solitario
Di ciò faccia man salva
Ch’arduo è al coetaneo obeso e testa calva.
7. Non solo il dio concede
Teriaca alla noja
In cambio delle offrande
E di torbida gioja
Alcune ore provvede,
In pegno di tante ore miserande;
Dio, prende per sé il grasso, e sotto pelle
Fa alle ossa rilevar linee più belle;
Mi cava i denti,
Ma m’orna il labbro di capziosi accenti.
8. Avido e generoso,
Metropoli mi stende
Intere il nume al piede;
I cinque sensi accende,
Strappa agli occhî il riposo,
E in cambio, tutto ciò, della mia fede.
Se è in me, paga ad usura ogni mia brama;
Se non è, odo che orribilmente chiama;
Doppio fuoco al mio interno,
Se empireo non m’accende, arde in me inferno.
9. Il rosso è di quel fuoco?
Fiamma che ha doppio corno,
Uno l’appagamento,
L’altro l’ira, lo scorno
D’esser del nume gioco,
Perch’anche è fuoco, e fuoco arde, il tormento:
Coessente al mio flettermi umiliato,
Ch’è pena; ma, spessissimo alternato
A qualche furto scaltro
È alleviato, e al succedersi d’un altro.
10. Da minuscola sfera
Di virtù avvelenate
Ho le gemme disciolte
Su fiamme improvvisate,
Usando quel che c’era,
Venti seimila cinquecento volte;
Più haschisch, canapa, & spiriti che feci
Scorrer, fumare sù per altre dieci:
Corso ben ricco e vario
In vena mi fa scorrere un erario:
11. Vena, ossia fiume, in cui
Da mille are ondeggianti
Di corolle inostrate
Colano inebrianti
Essenze; regni buî
D’Efesti avari, e di caverne aurate.
Dir che ho la scimmia in spalla è improprio e vago:
Gli gnomi ho dentro, e m’è custode il drago.
Nuovo Giasone provi:
L’assopirà; ma mai ch’oro in me trovi.
12. Quanto tra fauci al fisco
Integra cade, e grezza
D’un intero Paese
La solida ricchezza
Nei miei sei lustri unisco:
Ne risentì il Tesoro, e non l’apprese!
Pure questa mia dote prodigiosa
S’esercita soltanto in una cosa;
Ché contr’ogn’importuna
Altra mia fame, io non ho forza alcuna.
13. Il mio sguardo dolente,
Le frasi persuasive,
Ai sovventori umani
Spillano entrate vive
Precluse all’elargente;
Taccio quant’altro debbo a queste mani,
Che non chiedono mai. Ma (e mi fa stizza)
Tre euri per tabacco, od una pizza,
Mi sono in sangue stille
Quante in sudore ad altro ottener mille.
14. Mi benedisse in strano
Modo il mio strano dio,
Da farmi un Mida inverso:
Tutto egli d’oro, ed io
Rendo il valsente vano,
Ché ha un volto fausto a me il nume, e uno avverso:
Sicché se un ricco in me l’aprir del giorno,
Mi vede Espero in cencî far ritorno.
Forse è un mal fio che sconto,
Ma Eos è d’ostro, e porpora è il tramonto.
15. S’anche invariantemente
Vedi che il passo arranca
Quando rinfresca l’aria
Sempre alla stessa panca,
Non creder che impotente
S’aggiri ossesso in area che mai varia
Col guinzaglio del pusher circoscriva
Ferrei perimetri: con voce viva
Tanto sa il dio chiamare
Che colmo valli, e rodo sponde al mare.
16. Se poi in chiusi m’attesto
Spazî buî, se al coperto
I malori nascondo
In angolo deserto,
Non è carcere mesto;
A che nel mondo andrà chi in sé ha già un mondo?
Sai tu dei cari al dio letali incensi
Le misteriose vie, i percorsi immensi?
D’ogni terra l’impero
Mi dà quanta gl’impolverò il sentiero.
17. Già il quid in carovane
Tutti andò i continenti;
Geografe Fortune
Con strateghi talenti
Vie gl’insegnano strane
Di smercio trigonali, a mezzelune;
In volo, su autocarri, in groppa ai muli
Va l’oro, in balle, casse, bocche, culi,
Ventri – acché il suo non perda
Vizio antico di mescersi alla merda.
18. Lo dico con tuo strazio:
Non solamente in luoghi
Negati a te: ma in tempi
Di velieri e di roghi
A piacimento spazio;
Prospera il dio dove tu scorgi scempî;
Risorta è a lui Babele – e per lui sbanda;
Ebbra di lui s’impingua Samarcanda;
È Trinacria repleta,
Torna al riso la gran Via della Seta.
19. Dell’iniquo capriccio
In ciascun’ostia illustre
Della sorte perversa
Scorre un fremito industre,
Vola un sentore alticcio:
Non per prestigio il mondo alla roversa
Ricrea; ch’essa non sia illusione, od arte
Io so, ch’ogni dì faccio la mia parte.
D’uopo è al dio manchi gloria
Che nel fedele uccide la memoria?
20. La sua storia non chiede
Altro ch’essere inscritta
Nel sangue a chi il dio elegge:
L’ho nel cuore confitta,
Nei muscoli; si vede,
Glifo rubiginoso; se sa, e legge,
M’apra chi vuole, e scopra nel midollo
I sacri testi in me, dal lombo al collo:
Sono strani delirî,
Tra la Bibbia e un romanzo di vampiri.
21. Di semidio il febbrile
Dissimulo irto aspetto,
Se al borghese via raschio
L’ultimo spiccioletto;
Piccolo vengo, e vile,
Smorzo lo sguardo di gorgone maschio
Sotto il groppo degli aspidi assopiti;
Ma atroce sotto i detti ingentiliti,
Finché debbo obbedienza
Al nume, è fuoco, è lava in me violenza.
22. Se aditi imprevisti
M’apro in vani tradìti,
Tra le ombre ininterrotte
Di varchi proibiti,
Mai appiccarsi visti
Sono i miei fuochi al manto della notte;
D’echi non fa aggricciare l’aere sordo
Il richiamo ch’è in me sempre, e mai scordo:
Perché mute e sicure
Mani avanzo su casse e serrature.
23. A me, borghesi belli,
Passò da stamattina
Tra man tanto denaro,
Per la mia medicina,
Che ho lisi i polpastrelli.
Invidiatemi. E tu, che stridi, oh caro,
Che altro è lucrar da onesta professione
Anche se il lucro è mera convenzione,
O che non l’ hai saputo
Ch’io, con te, mai un cazzo ho convenuto?
24. Sono stanco. Di piglio
Do al piumone nascosto
Dietro il cespuglio, presso
Il mio consueto posto:
Su questa il mio giaciglio
Panchina, oltre lo scivolo che è il cesso
Dei rumeni (cui letto è [saran strani]
Quello che fa da cesso agli africani:
Pare, l’un l’altro avversi,
Che possan più annusarsi che vedersi).
25. Tu che al geloso ringhî
Astio campanilista,
Testardo libertario
Che alla fame apripista
D’un mondo ti lusinghi
Farti un giorno, e colmare ogni divario,
E vorresti a ogni schiatta aprir la breccia,
Solo finché non sai che è tutta feccia,
Solamente un po’ più
Stimabile di quanto non sia tu;
26. Mediocrità in te antica
Rimpannucciata appena,
Se in sé farebbe schifo,
Così è persino oscena;
E a me volgi in nemica
Smorfia sguincia l’intollerante grifo!
Spesso l’artiere misconosce l’opra.
Se il tuo è un volto, io ci sputo sopra.
O – ahimè – dei vostri anch’io
Sarei, se non avessi visto il dio?
27. No. Se sono altra cosa
Da te, vecchia fetente,
Che siedi, e storto guardi;
Te, brutto adolescente
Dai ponfi color rosa;
Te, casalinga inquieta, che maliardi
Occhî in qui volgi, a struscio qui ogni sera;
Te, ragazza dalle mammelle a pera,
Ma dai tratti un po’ floscî,
Forse perché altre pere non conosci;
28. Te, famigliola tetra
Che in sincrono lambisci
Tre coni uno e cinquanta;
Te, innanzi ai di cui liscî
La morte non arretra,
Ex bella donna in corsa ai secondi -anta;
Te, che par che cammini sui ginocchî,
Ristoratrice sinica, e balocchi
L’idea unta di broda
Che i cencî a Porta Pila siano moda;
29. Te, magrebino sfatto,
Che scendi esanimato
Dall’11 qui presso,
Dopo avere sgrassato
Il millesimo piatto,
O aver scrostato a fondo mille e un cesso;
Te, calabro, che abbaî ai negri raus,
E dài forza d’incognito a un dio fauss;
Te, rumeno, e non sbaglio,
Ché ti segue la solita scia d’aglio;
30. Te, che nemmeno ingiurio
Quando mi passi innanzi,
Coglione proprietario
D’acquistato poc’anzi
Sconcacato tugurio,
Che in trent’anni fruttò mutuo usurario;
Te, & anche te, e te pure, brutto muso,
E te, senza pietà, nessuno escluso:
Io, ch’è due dì che veglio,
Son diverso altroché: perché son meglio.
31. L’urlerei volentieri.
Se taccio, questa volta,
È perché ho male alle ossa,
Due volte ebbi la sciolta,
Veglio, appunto, da jeri,
& cetera – e mi dico: l’ira è rossa.
Poi che acrobata affaticò la fune
L’idea spesso irretì il luogo comune.
Chissà che non l’incocchi
Nel dire che mi venne il sangue agli occhî.
32. Basta. Il piumone stendo.
Un poeta cretino
Venga a mirarmi, e canti
Che il cielo ho baldacchino,
Che paralume accendo
La luna, e ho padiglione i venti erranti;
Ma perché no? Già tanta folla è al rezzo
(Sarà ch’è estate, e son le dieci e mezzo);
E gli offro anche, benigno,
Domattina il caffè di via Foligno.
33. Del riposo mi sembra
In questa infine giunto
Per i piedi stroppiati
Il sospirato punto,
Per le scrocchianti membra,
E quant’altro c’è in me, non men provato.
Le palpebre abbassate, un sogno rosso
Farò: il mio corpo immoto in qualche fosso,
E dalle aperte vene
Fuggir rosse ceraste e anfesibene.
34. Appena il corso spezzo
Dei pensieri assillanti,
L’idea di domattina
Levandomi d’avanti,
Mi sento “Oh che ribrezzo”
Mormorare da presso. È una bambina,
Occhî storti e mascella piemontese.
Di’, è forse in me qualcosa che t’offese?
O ti dà il solleone
Sete di qualche schiaffo, o sergozzone?
35. E mi levo a metà,
Sul braccio puntellato
Puntandole i crivelli
Dello sguardo iniettato
Senz’alcuna pietà
Nei suoi, mentre le avvampano i pomelli,
Occhietti da suina subnormale,
Tutto spirando intento di far male;
E con la mia vociaccia
Raschiata le scandisco sulla faccia:
36. Evapora; o ti picchio,
Racchietta pisciambraca;
T’apro dal culo al mento,
Gargolla, orca, cloaca;
A sberloni in monicchio
Ti riduco, e sarà un miglioramento,
Vista la ghigna ch’hai, sorca, faina,
Modellino d’idiota subalpina.
Tu! che in te riassumesti
Generazioni trentadue d’incesti.
37. NONNA!, urlacchia l’aborto;
Schizza verso un cantone,
Ad inciampare in braccio
A un frusto sarchiapone;
Dal giaciglio risorto
Mi slancio; ma – perché? – non ce la faccio;
Gli occhî mi riempion sciami di fosfeni;
Vacillo, nauseato; ho i membri pieni
Di sabbia, e a non cadere,
Cedo, e piombo di schianto a risedere.
38. Tra le mani tremanti
Premo le tempie esauste;
Dentro arde una fucina
Invasa di pirauste;
Dilegua in brevi istanti
L’idea di massacrar nonna e bambina,
In specie quando sento al destro lato,
Palpando, che ha del caldo, e del bagnato.
Poi mi guardo la mano;
Rosso anche questo, dico tra me; strano.
39. E mi sovviene a un tratto
Tutto quello che addosso
M’è piombato in giornata:
Ciò che avevo rimosso,
Presente ho intero il fatto:
Banalità, oh Lettore; ché ho pagata,
Come tante altre volte, qualche mia
D’avidità dettata furberia;
Se ho una scusa, è che io
Spesso ne faccio, ma a ispirarmi è il dio.
40. Che serve rivangare?
Ahmed, a un certo punto,
Rivedo mentre piglia,
Dopo avermi raggiunto
Donde non so scappare,
Colla destra, gridando, una bottiglia;
Rivedo me, se ciò pure è possibile,
Che paro il capo, e con un mio, orribile,
Grido a quel suo rispondo;
Poi – è un istante – e il bujo è in me, profondo.
41. Poco prima che il muro
Fermi, io indietreggiando,
Di me che più non posso
Ergermi, vacillando,
La mia caduta, il duro
Selciato sotto me vedo, in un rosso
Lampo; sparso il vitale misto al dio
In abbondante dose, al piede mio
Di furore divino
Nell’alvo suo danzò ogni sampietrino.
42. Caddi; però sentivo,
Senza poter vedere,
Le occhiate traditrici
Dentro le orbite nere
Di tutto il putativo
Poco in là gruppo dei miei falsi amici;
Lo sguardo freddo, interessato, astioso
Forse, & estraneo certo, e un po’ curioso;
E io, del tutto solo
In mezzo a tutti, che crollavo al suolo.
43. Non sai tu che bisogna,
Perché a noi il volto arrossi,
Che sangue su vi scorra?
Che, mai irati, commossi,
Mai presi da vergogna,
Senza uscire è impossibile che corra
Ad annunciare chiaramente in muso
Ciò che il cuore a provare non è aduso?
Che flagranza di fatto
No, e solo il fio in noi tinto è di scarlatto?
44. Nel poggiare la testa
Sulla coltre a dormire
Mentre al letifer’angue
Cadevo tra le spire,
Dalla benda mal presta
Sfuggito è, me incosciente, un po’ di sangue.
Due sindoni ora abbiamo: senza prezzo
Quella d’un dio, e la mia, che fa ribrezzo.
Stia qui, d’ora in avanti,
Alla pietà dei tossici adoranti.
45. Diraderà la gente.
Prima ancóra il vocìo
Sfumerà in lontananza;
Pago l’avido dio,
Scenda Ipno finalmente.
Mi desterò, se ancóra vita avanza,
L’Aurora ad arrossare ogni erta cima,
Le catene a tirar già un’ora prima;
Finché non siano rotte.
Domani ammazzo tutti. & buonanotte.