474. Trattato dell’epigramma. Sezione XX.

11 Nov

SEZIONE XX. IL POETA EPIGRAMMATICO SCRIVENDO DEVE OSSERVARE IL DECORO E L’ONESTÀ.

 

Il Poeta Epigrammatico potrà anche notare che riprendendo i vizî del suo secolo non deve usare i termini osceni che rappresentano le cose con un po’ troppa libertà, e che lasciano impressioni sporche nell’animo del Lettore. Infatti, ancorché tutto sia puro alle anime pure, vero è che esiste un certo pubblico decoro che non è mai conveniente violare. So bene che per scusare quest’intemperanza di penna gli antichi Poeti si sono serviti di questa giustificazione piuttosto ingegnosa:

 

… castum esse decet pium poetam
Ipsum, versiculos nihil necesse est,
Qui tum denique habent salem ac leporem,
Si sunt molliculi ac parum pudici
Et quod pruriat incitare possunt!

 

E che hanno detto anche:

 

Lasciva est nobis pagina, vita proba est.

 

Ma rinvio a questo proposito al mio Epigramma del Poeta lascivo, che si può léggere in qualche parte della mia Raccolta d’Epigrammi. E dopotutto ci si può ricordare che essi parlavano da uomini che seguivano ciecamente le leggi di Natura, che non erano rischiarati né dai lumi della fede, né riscaldati dalla fiamma della Carità; e che facevano professione di una Morale che quantomeno sotto questo aspetto non si faceva troppe preoccupazioni circa il buono e il cattivo esempio. Dobbiamo pensare che lo stesso non vale per noi, che in questa vita abbiamo ben altri lumi, e che dopo essa speriamo in un’altra ancóra più chiara. Certo, se l’antico Socrate, dovendo un giorno parlare in pubblico, e dovendo riportare letteralmente un discorso che non era molto decoroso, si coperse il viso col mantello, non avremo noi vergogna a scoprire quello che dovremmo tenere segreto, come parti del corpo che la convenienza ci obbliga a tenere nascoste? E chi ci può impedire di chiudere persino le orecchie ai conversari e alle letture che oltrepassano i limiti del rispetto e della modestia? Così in un sacro Concilio, quando fu questione di ascoltare le proposizioni di Arrio, quel grande Eretico, i Padri della Chiesa si tapparono nel frattempo le orecchie, per non insozzarsi lo spirito né il corpo con una dottrina così perniciosa.

Non è però che, con atteggiamento troppo austero, io voglia privare l’Epigramma delle sue alzate spensierate, dei suoi dardi vivaci, ma ingegnosi, dei suoi scherni innocenti, e nemmeno delle sue espressioni un po’ libere, poiché sono altrettante gemme dell’Epigramma, il cui principale carattere è il pungente e il gajo. Ma voglio dire che bisogna servirsene bene; e che l’allegria moderata è sempre la migliore, poiché non ha quelle improvvise impennate che trasfigurano d’un tratto il viso e lo spirito delle persone, e le fanno apparire tutt’altre da quello che sono. È, o mio caro Lettore, quello a cui ho cercato di attenermi nella produzione dei miei Epigrammi, in cui mi sono, mi pare, piuttosto tenuto entro i limiti della ragione e del rispetto, e in cui mi sono serbato fedele, per quanto l’argomento lo richiedeva, alle rigide leggi del pudore, e del decoro. Dopotutto, siccome i precetti sono in generale un po’ penosi e severi, riconosco francamente che è sempre più facile dire quello che si deve fare di quanto si possa porre in atto.

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