472. Trattato dell’epigramma. Sezione XVIII.

11 Nov

SEZIONE XVIII. DELLA MODERAZIONE DEI POETI EPIGRAMMATICI.

 

Ma non potrei fare a meno qui di dare ancora un avvertimento, salutare a coloro che si applichino a questo genere di Componimento, che tiene il più delle volte un po’ dello scherno e della Satira; ed è che nell’ingigantire le viltà, e i vizî del proprio secolo, e nel perseguirli lancia in resta come nemici dichiarati, devono sempre ricordarsi di questo precetto di Marziale:

 

Hunc servare modum nostri novere libelli,
Parcere personis, dicere de vitiis.

 

Voglio dire che essi devono accuratamente attenersi al fine principale della Satira, che è quello di diffamare i vizî, e non le persone. E se talora i Poeti ci forniscono Nomi falsi e fittizî, è solo col fine di dare al componimento un corpo, per renderlo più sensibile e per fare così maggiore impressione sullo spirito. Infatti, ancorché sappiamo che nel fiorente Stato dell’Impero Romano gli antichi Poeti si presero la libertà di nominare nelle loro invettive le maggiori Personalità del loro tempo, fino al punto che Catullo non risparmio Giulio Cesare, che tuttavia per questo non gli fece nulla di male, sta di fatto che bisogna badare attentamente che questa licenza sfrenata nel parlare e nello scrivere non sia contraria al pubblico onore, né pregiudizievole alla reputazione dell’Autore. Ora, essa può essere nocevole al pubblico, se si arriva a scoprire e a mostrare a dito i pazzi, e i criminali, che saranno indubbiamente sempre di più che gl’innocenti e i saggî; o, peggio ancóra, se, sul modello di Aristofane, che compose una pungente Commedia contro Socrate, si giunge ad attaccare i buoni e i virtuosi, sia pure nei loro punti deboli. In effetti, chi è tra gli uomini che non abbia il suo debole? O, come dice il Satirico, Auricolas Asini quis non habet? Esso può essere di pregiudizio alla reputazione stessa dell’Autore, dato che potrebbe essergli giustamente rimproverato di essere stato tanto severo con gli altri quanto indulgente con sé stesso; d’aver visto la pagliuzza nell’occhio altrui, e non la trave negli occhî proprî. E infine di aver eventualmente preferito con troppa disinvoltura la puntura e la sottigliezza di un motto di spirito al caritatevole dovere di un buon Amico. Ed è questo il vero sentire di Seneca il Filosofo quando dice in una delle sue Epistole:

 

Quare tolle iocos; non est iocus esse malignum;
Numquam sunt grati, qui nocuere, sales.
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