471. Trattato dell’epigramma. Sezione XVII.

11 Nov

SEZIONE XVII. DIVERSI GIUDIZÎ PER CATULLO E MARZIALE.

 

So bene che il giudizio favorevole che do di Marziale a svantaggio di Catullo è fortemente contrario al sentire di quel raffinato Poeta Veneziano, Andrea Navagero, che si era tanto apertamente dichiarato ostile a Marziale che non mancava mai, in un dato giorno dell’anno, di ardere un volume degli Epigrammi di quel famoso Poeta in presenza di Amici; dicendo essere quello il più gradito sacrificio che potesse fare alle Muse. Comportamento veramente un po’ troppo sprezzante, e severo, ma a cui probabilmente non avrebbero negato consenso quegli altri due Autori Italiani, Raffaello Volaterrano, e Lilio Giraldi; poiché uno diceva che chi volesse cercare l’eleganza Latina doveva andarla a cercare fuori da Marziale; mentre l’altro sosteneva che chi avesse tratto quanto di più sopportabile c’è in Marziale ne avrebbe ricavato un libro minuscolo.

Ma al giudizio depravato dell’Italiano Navagero oppongo sùbito il giudizio di quell’altro nobile Poeta d’Italia, Marc’Antonio [di] Casanova, che fu considerato in persona il Principe degli Epigrammatisti del suo tempo. Infatti, trovo che colui, secondo ne riporta Paolo Giovio, voleva assomigliare molto meno a Catullo che a Marziale; nel quale incontrava, diceva, ornamenti e grazie che non trovava da nessun’altra parte. Quanto al Volaterrano, era davvero un uomo di grandi letture, ma che con le sue laboriose opere era più portato a secondare la pigrizia di quelli che vogliono diventare sapienti con poco sforzo; il cui Spirito non si segnalava per il discernimento, né per il gusto per le grazie e le delicatezze della Poesia Latina. Almeno questo è il giudizio che Paolo Giovio dà di lui nel suo Elogio. Ed è pertanto che il suo suffragio non mi sembra in questo degno di grande considerazione. Per quanto riguarda Lilio Giraldi, per quanto dotto e illuminato fosse, si direbbe che si pronuncî contro Marziale quasi tremando, e solo con licenza dei dotti Uomini del suo secolo, che temeva d’offendere diminuendo gli Scritti di un Uomo che godeva di quasi unanime approvazione. E dopotutto non condanna Marziale così assolutamente da non trovare nei suoi Versi molte cose degne di stima, e di lode.

So bene anche che Marc-Antoine de Muret, che non era malvagio Giudice nelle materie di cui trattiamo, avendo egli stesso composto in gioventù Epigrammi non disprezzabili, parlando in una delle sue Epistole Latine di Catullo e di Marziale conclude in favore del primo, e con gran disprezzo dell’altro; fino al punto di dire, che non c’è meno differenza tra questi due Poeti Epigrammatici di quanta possa aversene tra i begli e ingegnosi scherni di un onest’Uomo, e le piatte buffonerie e le vergognose scurrilità di un Bagatto, o Ciarlatano, che diverta il popolo minuto nelle pubbliche piazze; ecco le sue esatte parole: Inter dicta scurrae alicuius de trivio, et inter liberales ingenui hominis iocos multo urbanitatis sale aspersos. Ma, secondo me, al Poeta Muret qui è successa la stessa cosa che càpita agli Oratori profani o sacri, che dànno tutto l’incenso e tutta la gloria al Santo, o all’Eroe, di cui hanno intrapreso il Panegirico. Muret aveva scritto nel passato un Commento a Catullo; e per dare autorità alla sua scelta volle che si credesse che aveva fatto a ragion veduta, e con cognizione di causa, quello che aveva fatto solamente per caso. E poi, se si deve prestar fede a Claude du Verdier nella sua Censura degli Autori, c’è qualche apparenza che non tutti gli Epigrammi che leggiamo in Marziale siano della mano di Marziale stesso. Ciò che egli inferisce tanto per la differenza dello stile, quanto perché possedeva un antico Manoscritto di quel vecchio Poeta, che non comincia con gli stessi Versi che si leggono nell’edizione pubblicata. Ciò che Muret sembra indirettamente sostenere quando concorda sulla presenza di molte cose in Marziale non prive di qualche tratto di dottrina. Neque vero negaverim, dice, multa in Martiale quoque non inscienter dicta reperiri.

Quantomeno, posso opporre al disgusto di Muret l’illustre testimonianza di uno dei più grandi Oratori dell’Antichità, voglio dire Plinio secondo, che chiama Marziale uomo di spirito, gredevole, vivace e penetrante. Aggiungo a questo anche il suffragio del più giudizioso e sapiente Uomo del suo secolo, Adrien Tournebous, che nelle sue diverse lezioni dichiara altamente di non essere d’accordo con coloro che definiscono Marziale un maligno buffone, e che credono che la sua Poesia non sia elegante. Angelo Poliziano, la cui Musa non era meno polita del nome, era della stessa opinione, quando nella sua Prefazione alla Retorica di Quintiliano chiama Marziale il più ingegnoso di tutti i nostri Epigrammatici. Janus Vanderdoes, nel suo Commento a Petronio, non si perita dall’indirizzare a Marziale un Elogio che lo innalza al disopra di tutti gli altri Poeti, almeno gli Epigrammatici, dato che lo chiama Salsissimus Poetarum, colui la cui Poesia ha più sale, e più aculeo. Lorenzo Ramirez, che è uno dei migliori Interpreti di quel famoso Poeta, dopo molte belle lodi tributategli, dice in poche parole che secondo la massima di Orazio è un Poeta che dev’essere preferito a tutti gli altri, perché non ce n’è altro che abbia meglio di lui unito l’utile al dilettevole. Antoine Lulle, nella sua Retorica, dice in chiari termini che nessun uomo mai più di Marziale ebbe lo spirito conformato all’Epigramma, Ad Epigramma natum ingenium. Ed è anche lo stesso sentire di Giovanni Pontano, nel suo bel Trattato della Lingua, in cui chiama Marziale artificiosissimum Epigrammatum scriptorem, un Poeta che fa Epigrammi con arte meravigliosa. Giulio Scaligero, nella sua Poetica, non si perita di dire che Marziale ha scritto Epigrammi tutti divini. Giusto Lipsio, nelle sue Questioni Epistolari, dice francamente che s’augurerebbe per la gloria di Muret che il giudizio sfavorevole che ha dato di Marziale non fosse mai sfuggito di penna ad un così sapiente Personaggio; aggiunge a questo proposito di essere assolutamente dell’opinione di Giulio Scaligero. Non la finirei più, se volessi riportare qui tutte le illustri testimonianze che tanti eccellenti Uomini hanno reso del Poeta Marziale, anche a pregiudizio di Catullo. Si può su questo consultare quel dotto Papa Enea Silvio, o Pio II, il Carafa, Domizio Calderini, Gioviano Pontano, Merula, Didier Hérault, il Radero, e tutti gli altri che si sono fatti carico di commentare o interpretare Marziale; fino a quel sapiente Spagnolo, Martino Sobrario, che ha interpretato i famosi Distici di Michel Verrin, che non si perita di dire, nella vita di quel Poeta morto assai giovane, che se fosse vissuto di più non avrebbe ceduto, in materia di bella Poesia, né a Tibullo, né a Catullo, né a Properzio, né a Marziale stesso. Infine, concludo questo capitolo riportando il suffragio di uno dei più celebri Poeti Francesi dell’ultimo secolo, Joachim du Bellay, che, nella sua Illustrazione della Lingua Francese, esorta energicamente il Poeta in erba che si voglia istruire e formare nell’Epigramma, di proporsi principalmente, come perfetto modello, l’esatta imitazione di Marziale, per non assomigliare ad un cumulo di moderni stornellatori, che in un Dizain sono contenti di non aver detto nulla che valga nei primi nove Versi, purché che al decimo ci sia la battuta che fa ridere. E La Fresnaye, nella sua Arte Poetica, parlando dell’Epigramma, caldeggia quanto du Bellay l’imitazione di Marziale, quando dice De Martial remarque le merite. Così posso dire con verità che le opere di Marziale sono sempre state come un campo fertile in cui quei due famosi Epigrammatisti del loro tempo, Marot e Saint-Gelais, e mille altri Ingegni serî e giocosi del secolo passato, e del secolo presente, hanno raccolto a piene mani un’infinità di bei fiori, con cui hanno arricchito la nobile e preziosa Ghirlanda delle Muse. Ma siccome questo non appartiene affatto al mio argomento, lascio la ricerca, e la discussione più ampia di ciò a coloro che vorranno a proprio agio soppesare il merito di quei due antichi e celebri Poeti Epigrammatici, Catullo e Marziale, per tornare al vero e specifico carattere dell’Epigramma.

Dedurre qui in che cosa consista principalmente questa punta così ricercata e desiderabile; e anche come si possa distinguere un buon Epigramma da uno cattivo; non sarebbe forse come voler mosytrare la differenza che intercorre tra le tenebre e la luce? Certo un bell’Epigramma è come una beltà sfavillante e perfetta, che parla e si fa conoscere di per sé stessa; e il brutto è come una donna la cui bruttezza, le rughe e le deformità feriscono lo sguardo, e rendono odioso il suo contatto. Una parola ardita inserita in bei Versi, come un prezioso diamante in un ricco castone; un incontro insperato; una conclusione che non ci si aspetta; un’acutezza spiritosa nata lì per lì, confacente al luogo, alle azioni, e alle persone presenti; e, in una parola, tutto quello che suscita il riso o l’ammirazione, e che fa con gioja ed applauso esclamare all’Uditore, o Lettore, Oh quanto è bello! Oh quanto è raro!, tutto questo – dico – testimonia abbastanza chiaramente l’alto merito di un nobile, vivo e penetrante Epigramma.

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