469. Trattato dell’epigramma. Sezione XV.

11 Nov

SEZIONE XV. DELL’ACUTEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto all’acutezza finale dell’Epigramma, si può dire di essa la stessa cosa che si dice all’uomo che usa, o piuttosto abusa della grazia del libero arbitrio: Respice finem, bada alla fine. Infatti, dato che, secondo la massima dei Filosofi, la fine dev’essere in cima nelle intenzioni, e in fondo nelle esecuzioni, bisogna che il Poeta Epigrammatico sia sin dall’inizio persuaso che non farà nulla di valido, né che possa colpire lo spirito, se dopo aver reso il suo Epigramma succinto, grazioso, e sottile, nel pensiero, e nella stessa elocuzione, non ne tragga infine una conclusione artificiosa, sorprendente, e la cui punta vivace e acuta sia capace di muovere e sollevare lo spirito del Lettore. Ciò che è, a dir vero, il grande segreto, e come il coronamento dell’Epigramma. Ne consegue che alcuni Autori abbiano paragonato la conclusione di questo piccolo Componimento alla coda dello Scorpione; benché, dicono, lo Scorpione minaccî con tutte le parti del suo corpo rizzato chiunque lo avvicini, è soprattutto la coda principalmente da temersi, dato che essa è fornita, e come armata da un certo pungiglione che reca il dardo della morte.

Questo è davvero il pensiero di quel gran Poeta, e Vescovo di Clermont nell’Alvernia, Sidonio Apollinare, quando dice in una delle sue Epistole, praeterea quod ad Epigrammata spectat, non copia sed acumine placent. Del resto, dic’egli, per quanto riguarda gli Epigrammi, posso assicurare che non è né la loro estensione né la loro diffusione che li rende gradevoli, ma solo la loro punta, e il loro pungiglione. Ciò di cui nello scorso secolo ha fatto tesoro un Autore anonimo, che però è in verità Thomas Sibilet, nella sua vecchia Arte Poetica Francese: soprattutto, dice, nell’Epigramma, sii il più fluido possibile, e fa in modo che gli ultimi due Versi siano acuminati in punta; poiché questi due costituiscono la lode dell’Epigramma. E in verità, noi abbiamo per questa conclusione una tale considerazione, che ancorché i pensieri siano per il rimanente un po’ scipiti e freddi, e l’Epigramma non abbia tutte le grazie auspicabili, sta di fatto che se esso ha una conclusione valida, la stima d’esso non viene pertanto meno, e se ne serba memoria. Ed è per questo che altri l’hanno paragonato ad un pugnale appuntito, che ferisce, ed uccide; altri a grani di pepe che infuocano tutta la lingua; e altri al fiele, di cui si percepisce presto la grandissima asprezza, e l’amarezza. Il Poeta Marziale, che aveva coscienza di aver trovato in sé stesso per primo il vero segreto del bell’Epigramma, in questa nobile consapevolezza del proprio spirito, non si peritava di dire, parlando di sé:

 

Toto notus in orbe Martialis
Argutis Epigrammatum libellis.

 

E lo stesso Sidonio Apollinare:

 

Et mordax sine fine Martialis.

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