468. Trattato dell’epigramma. Sezione XIV.

11 Nov

SEZIONE XIV. DELLA SOTTIGLIEZZA DELL’EPIGRAMMA.

 

Quanto alla sottigliezza, o, se posso consentirmi, all’argutezza dell’Epigramma, essa non consiste solamente nell’aculeo che ha in coda, come qualcuno ha pensato: ma in tutta l’estensione del corpo di questa piccola Poesia, di cui essa sottigliezza è come l’ingegno e la vita, i nervi e il sangue che l’animano. Poiché, sprovvistane, essa è solamente un corpo immobile, languente, freddo, e morto più che a mezzo. Come essa è sin da principio nella mente dell’Autore, si trasferisce e si mescola insensibilmente a tutta la sua espressione. Essa regna dall’inizio alla fine, e delinea in modo chiaro e intelligibile quello che inizialmente poteva sembrare oscuro, e confuso. E così essa comprende e sostiene l’ordine e l’economia di questa piccola, ma artificiosa e nobile Poesia. Dico nobile: perché se si deve prestar fede ad un Autore moderno, che ne ha scritti molti di cattivi e pochissimi di buoni, è il modo più difficile di scrivere, e che fa meglio risaltare chi sia miglior uomo tra due, ed essa, a detta dello stesso, è di ciò il miglior Teatro. Ma per quant’alta stima io mi faccia di un eccellente Epigramma, non mi azzardo a porlo ad un livello tanto alto; infatti, la stessa cosa potrebbe dirsi del più eccellente Poema Lirico, del più raro Poema Drammatico, del più ardito di tutti i Poemi Epici, della Storia più elegante e regolata, e del più eloquente di tutti i Panegirici antichi e moderni. Ma fattostà che in ciò ognuno giudica dell’ingegno degli altri secondo la portata del proprio; e chi è capace solo di produrre un fine epigramma vorrebbe limitare a questo l’intera ampiezza delle capacità umane. E questo proposito mi torna in mente che un giorno un altro personaggio mi fece questa divertente dichiarazione, e cioè che un sonetto ben strutturato costituisce nelle belle Lettere l’ultimo e supremo sforzo dell’ingegno umano. Credite posteri! Tuttavia non mi periterò di rifarmi per questo ai grandi Autori delle Pulzelle, dei Mosè, dei Santi Paoli, e dei San Luigi, dei Clodovei e degli Alarichi. È ovvio che io anteponga dieci eccellenti Versi Epigrammatici a cento strascicati e mediocri di qualunque grande e vasto Poema. Ma mettere sullo stesso piano Poesia e Poema, e pesarli con una sola bilancia, non è come eguagliare miniere di rame e di piombo a miniere d’oro? O scintille a braci, e candele allo splendore del Sole? Questo senza dubbio era il pensiero di Marziale quando, scrivendo a Valerio Flacco, l’Autore del lungo Poema delle Argonautiche che voleva persuaderlo ad applicarsi come lui a qualche opera di più lunga lena, e di trattare argomenti più serî, o meno ilari dell’Epigramma, gli rispose in questi termini:

 

Nescis, crede mihi, quid sint Epigrammata, Flacce,
Qui tantum lusus illa iocosque putas.
Ille magis ludit qui scribit prandia saevi
Tereos aut coenam, crude Thyeste, tuam.

 

Volendo dire con questo non aveva dell’Epigramma un concetto così elevato; e che quando esso è trattato con buona mano, i suoi giochi pungenti, e i suoi scherni ingegnosi e vivaci, valgono molto di più di tutte le freddure languenti di un’opera lunga. Si pensi anche che esso è più adatto ad imprimere nello spirito dei popoli il culto degli Dèi, e l’amore della virtù, che tutti i lunghi e nojosi precetti della Filosofia. E in effetti oso dire che un solo Epigramma che feci un giorno contro un uomo pieno di vizî, suscitò in lui una certa vergogna, e persino un tale orrore dei suoi crimini che contribuì parecchio alla correzione della sua vita libertina e smoderata, come in séguito lui stesso mi confessò. E a questo proposito mi ricordo di aver letto una volta nella vita di quel gran flagello dei Principi, Pietro Aretino, che Niccolò Franco di Benevento schiacciò in modo così totale l’insolenza di quel famoso maldicente, con un centinajo di Sonetti Satirici e pungenti composti contro di lui, da imporgli d’indi in poi un eterno silenzio; e parve avergli strappato tutti i denti della maldicenza con cui faceva a brandelli l’onore e la riputazione di tutti i grandi del mondo. Questo si chiama esacerbare la piaga per guarirla; o piuttosto per risvegliare dal sopore un ingegno ragionevole, e pungerlo delicatamente con i fiori.

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