460. Trattato dell’epigramma. Sezione VI.

11 Nov

SEZIONE VI. EPIGRAMMI LUNGHI DI AUTORI ANTICHI E MODERNI.

 

Ma dato che non tutti gli argomenti di Epigrammi potrebbero sempre essere contenuti nei limiti angusti di due o quattro Versi soli, i Greci, i Latini, e i Francesi dopo loro non hanno esitato ad oltrepassare quei limiti secondo che l’esigesse la loro materia; sicché nell’Antologia Greca s’incontrano Epigrammi di 24 Versi, di 30, e di più ancóra. E presso i Latini, come in Catullo e in Marziale, che sono gli antichi e i veri Principi dell’Epigramma, ne leggiamo anche certi che contengono più di 30 Versi; testimonio quello di Catullo che comincia così:

 

Varrus me meus ad suos amores &c.

 

E quest’altro dello stesso:

 

Oramus, si forte non molestum est, &c.

 

Testimone anche questo di Marziale contro uno Zoilo:

 

Conviva quisquis Zoili potest, &c.

 

Oppure anche di 50 Versi, e oltre; come quello in cui descrive la bella e agiata casa di Faustino suo caro Amico:

 

Baiana nostri villa, Basse, Faustini &c.

 

E così altri. I Poeti Latini che successero a questi si diedero ad un’ancor maggiore licenza, per non dire libertinaggio Epigrammatico, dato che si concessero la libertà di fare Epigrammi che sarebbero ragionevolmente potuti passare per Odi, o per Elegie lunghe, o anche per vere e proprie Selve. Metto in questo novero il Poema della Fenice, che Claudiano non si peritò dall’inserire nel corpo dei proprî Epigrammi, benché contenga più di cento Versi Esametri o Eroici. Vi metto anche diversi Epigrammi d’Ausonio, alcuni dei quali sono di 25, ed altri di 35 Versi. Di Marullo, alcuni dei quali sono di 30 Versi, di 40, di 60, e anche di 150. Dell’Angerianno, che ne hanno più di 30. Di Giovanni Secondo, che ne contengono 60, e più; e molti altri ancora di questo stesso secolo. Daniele Heinsio, che ho sempre considerato come un grande e potente Genio in ogni ramo delle belle Lettere, ce ne ha parimente dati diversi di 28 e di 30 Versi, come si può vedere nella sua raccolta; senza parlare di quelli che ha tradotto di Greco in Latino, o che ha composto in Greco ad imitazione dei Greci. Infine, per non ripetere qui quello che ho detto altrove, in un Catalogo da me fatto, piuttosto preciso, accompagnato da un giudizio abbastanza franco su tutti i nostri Poeti Epigrammatici, Greci, Latini e Francesi, Etienne Pasquier, che è stato al nostro tempo grande Maestro in quest’Arte, ne ha pure fatti di più di 40 Versi, come si può vedere nella Raccolta dei suoi Epigrammi Latini, in quello che dedica all’Escot de Clany, che comincia:

 

Dicite, ô Charites, Apollo, Musae, &c.

 

E in quest’altro, a Sabina sua Donna:

 

Parce, parce, precor, Sabina parce,

Meum delitium suaviumque, &c.

 

Ma i nostri Francesi, che in mille cose ingegnose non delirano come gli Stranieri, secondo me sono stati in questo molto più modesti, e più contenuti. E benché il Presidente Maynard, che in confronto ai nostri famosi Poeti, faceva Epigrammi che sembravano frutto di Magia, ne abbia composti alcuni di 16 Versi, di 20, di 30, fino a 34, come si può vedere nelle sue opere diverse, è dal numero molto più alto di Epigrammi regolari di 8, di 10, e di 12 Versi, che si vede che non si è sempre abbandonato all’incredibile licenza che i nostri buoni Poeti, antichi e moderni, si sono presi solo rarissimamente. Infatti in Clément Marot, eccettuati i suoi due Epigrammi sulla Tetta bella e quella brutta, che contengono ciascuno intorno a 34 Versi, quello della convalescenza di Re Francesco I che ne contiene una trentina, e quello che dedica ai suoi Allievi per istruirli su alcuni modi di dire della nostra lingua, e che comincia

 

Enfans oyez une leçon, &c., Figlioli, v’insegno una cosa, &c.,

 

non se ne troveranno altri che passino il numero di dieci o dodici Versi. Non metto nel conto nessuno di quelli tradotti dal Latino, perché se in questi casi ha errato, è stato seguendo gli originali. Dico la stessa cosa di Mellin de Saint-Gelais, che al tempo suo passava per l’Ingegno più raffinato nella Scienza Epigrammatica, poiché, tolto l’Epigramma del vegliardo di Verona tradotto dal Latino di Claudiano, e un altro tradotto da Catullo, tutti i suoi non eccedono il numero di dieci o dodici Versi. Così, non per nulla, ce li ha lasciati sotto la definizione di Sestine, di Ottave, di Decime rime, e anche di Dodicesime rime, come era uso chiamarli, piuttosto che Epigrammi, nome che solo allora cominciava ad entrare nella consuetudine. Infatti apprendo da Joachim du Bellay, uno dei più sennati Poeti dello scorso secolo, che Lazare de Baïf, che viveva durante il Regno di Re Francesco I, fu anche il primo ad arricchire la nostra lingua col nome di Epigramma, come anche col nome di Elegia. E in effetti non trovo affatto che i nostri vecchî Poeti Francesi l’abbiano mai usato prima; ed è da lui certamente che Mellin de Saint-Gelais, Clément Marot, François Habert d’Issoudun, Béranger de la Tour, Charles Fontaine, François Sagon, Etienne Forcadel e tutti gli altri begli Spiriti che fiorivano in quel tempo, quando ne scrissi le Vite nella mia Histoire des Poëtes, hanno preso il bel nome di Epigramma, che gli Spiriti del nostro tempo hanno poi innalzato ad un punto così alto, che tutta l’Antichità Greca e Latina non ha forse mai né veduto né fatto nulla di meglio. Così il grande Ronsard, che aveva un gusto sicuro per le cose buone, e che non era per nulla soddisfatto degli Epigrammi del suo secolo, e nemmeno di quelli dei secoli precedenti, volle senza dubbio designare il nostro, quando per puro Spirito di profezia così disse in una delle sue Poesie a Jean de la Péruse:

 

Un autre plus gaillard

Nous salera l’Epigramme raillard.

Un altro più gagliardo

Salerà l’Epigramma beffardo.

 

In ciò sicuramente il suo sentire era conforme a quello di Marullo, che aveva già detto che fino al suo tempo nessuno era ancóra riuscito nello stile Epigrammatico:

 

Epigramma culto, teste Rhallo, adhuc nulli.

 

Dopotutto, non so donde potesse procedere il disgusto di questi due famosi Poeti, poiché Catullo e Marziale, Marot e Saint-Gelais avevano fatto Epigrammi che tutta l’Antichità, e tutti gli ultimi secoli, avevano così altamente stimato. Ma non è probabile, come dirò poco oltre, che, vedendo gl’Intendenti divisi, gli uni per Marziale e gli altri per Catullo, gli uni per Saint-Gelais e gli altri per Marot, non abbiano potuto rettamente decidere a chi dare la Corona Epigrammatica? E che essi ritenessero che una Corona non è affatto stabile finché è contesa? Infatti, mentre tra i Poeti eroici nessuno disputa il primato a Virgilio, né ad Orazio il primato nella Poesia Lirica, c’era ancóra motivo di contendere tra più Autori su chi lo meritasse nell’Epigrammatica. Tanto è difficile pervenire al supremo grado di perfezione nei nobili parti dell’Ingegno!

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