457. Trattato dell’epigramma. Sezione III.

11 Nov

SEZIONE III. LUNGHEZZA DELL’EPIGRAMMA PRESSO I GRECI.

 

Tanto è vero che un sapiente Autore d’Italia, che si è formato un Poeta puramente in idea, come Senofonte un Principe, Platone una Repubblica e Cicerone un Oratore, dico Antonio Minturno, non si è peritato dall’andare di là dall’opinione di Cirillo antico Poeta Epigrammatico, dicendo di seguirlo, col dire che il semplice Distico è già fin troppo lungo per l’Epigramma; benché dopotutto lo stesso Cirillo non dica altro se non che un Epigramma di un solo Distico è un Epigramma giusto e ben proporzionato; e che se esso si dilunga oltre i due soli Versi, non è più un Epigramma, ma un Libro. Ecco le sue testuali parole tradotte fedelmente da uno dei suoi Epigrammi Greci:

 

Omne Epigramma placet geminis quod versibus exit.

Quod plus est, Librum, non Epigramma voces.

 

E secondo la versione del dotto Grozio riportata da un sapiente Autore moderno, che con gran doglia delle Muse la Morte ci ha prematuramente portato via,

 

Versibus ex geminis bona sunt Epigrammata; quod si

Tres excedit; Epos non Epigramma facis.

 

E di fatto si troveranno nell’Antologia, o Raccolta degli Epigrammi della Grecia, parecchî Epigrammi consistenti in un solo Distico; testimonio questo di Lucilio contro un miserabile Avaro che s’impiccò dopo aver sognato la notte d’aver sostenuto una spesa straordinaria:

 

Sumptum in somnis quia fecerat Hermus avarus

Tristitiam laqueo colla premente fugat.

 

Questi due versi nella traduzione di Paul Estienne, figlio dell’illustre Henri, sono stati così tradotti nella nostra lingua:

 

Hermus crût en dormant despenser en effet:

L’avare à son resveil s’en pendit de regret.

Ermo in sogno credè i suoi soldi spendere;

Gli dolse e, ridestato, s’andò a impendere.

 

 

Triste e lamentevole fine di quei disgraziati che fanno l’unico bene al mondo solo quando ne vengono a mancare, e che non soddisfano gli uomini se non dopo che non sono più nelle condizioni di beneficiare di atti che si possano definire di grazia.

Eccone uno di Pallada che non è, secondo me, un Poeta Epigrammatico così impertinente come alcuni Sapienti, seguendo lo Scaligero, si sono immaginati. È contro le donne. E il destinatario mi sembra certamente molto più da biasimare che non l’Epigramma:

 

Foemina nil qual ira est horisque beata duabus

Dicitur, in thalamo scilicet et tumulo.

 

Se ne troveranno infinità di simili nell’Antologia. Allo stesso modo, vi s’incontrano molti Monostichi, o fatti d’un solo Verso, come questo di Leonida contro una Cortigiana:

 

Fugisti Thalamos unius, et excipis omnes.

 

Che potrei tradurre in questo modo:

 

Fuggi il letto di un sol, sei letto a tutti.

 

E quest’altro ancóra dello stesso Leonida su certi Lauri tagliati da alcuni guerrieri:

 

Quo iam abiit Phoebus Marti cum Daphnida iungis?

 

Che ho tradotto, o imitato, da qualche parte nella mia Raccolta di Epigrammi.

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