450. Trattato dell’Epigramma. Titolo & Dedicatoria.

11 Nov

TRATTATO / DELL’ / EPIGRAMMA. / Del Sig. Colletet. / SECONDA EDIZIONE. / Rivista dall’Autore. / A PARIGI, / Presso Antoine de Sommaville, a Palazzo, sulla seconda Scalinata della santa Cappella, allo Scudo di Francia. / E Louis Chamhoudry, a Palazzo, di faccia alla santa Cappella, all’Immagine di san Luigi. / M.DC.LVIII. / Con Privilegio del Re.

 

ESTRATTO DEL PRIVILEGIO DEL RE. Per Grazia e Privilegio del Re, dato a Parigi, il giorno 30 di Dicembre 1657. Firmato dal Re, nella figura del suo Consigliere CONRART: è permesso al Signor COLLETET, dell’Académie Française, di far imprimere, vendere e addebitare, dallo Stampatore o Librajo che vorrà scegliere, un Libro che ha composto, intitolato Diversi Trattati dell’Epigramma, del Sonetto, del Poema Bucolico, dell’Egloga, della Pastorale, dell’Idillio, della Poesia Morale e Sentenziosa, dell’Eloquenza Francese, e tanto per lo spazio di anni due, a partire dal giorno in cui sarà finita di stampare la prima volta. Ed è fatto divieto a tutti gli Stampatori, i Libraî e altre persone, di qualunque condizione e qualità siano, di imprimere, far imprimere, vendere e addebitare i detti Trattati, insieme o separatamente, senza il consenso dell’Esponente, o degli aventi diritto in sua vece, con pena ai contravventori di lire millecinquecento d’ammenda, confisca degli esemplari contraffatti, e pagamento di tutte le spese, i danni e gl’interessi, fintantoché sarà accompagnato dal detto Privilegio. Registrato sul Libro della Comunità dei Mercanti Libraî, secondo il Decreto della Corte del Parlamento dell’8 Ottobre 1653. Fatto a Parigi il 10 Gennajo 1658. Firmato: BECHET, Sindaco.

Il detto Sig. COLLETET ha ceduto il Privilegio dei detti Trattati ad Antoine de Sommaville e Louis Chamhoudry, Mercanti Libraî, perché ne godano secondo gli accordi tra loro presi.

Finito di stampare il 28 Gennajo 1658.

 

A MONSIGNORE L’EMINENTISSIMO CARDINAL MAZZARINO. MONSIGNORE, Per quanta cura abbia messo a formare questa piccola Opera, e per quante ricerche abbia condotto per dare alla nostra Lingua materie che non aveva ancóra né visto né trattato, tuttavia, nella libertà che mi prendo di presentarla a Vostra Eminenza, sento che sùbito il rispetto mi arresta, e che l’impresa mi spaventa. So che i gravi incarichi del vostro alto Ministero si associano solo a colloquî degni della loro Grandezza; e che come Socrate, la cui virtù era ben al disopra di tutte le lodi, parlando di un Elogio fatto in suo favore, E’ bello, disse, ma non è bello per Socrate. Così come quello che parrebbe bello in sé, o che, può darsi anche, sarebbe bello per un altro, potrebbe non esserlo affatto per il gran Cardinal Mazzarino. Ma, MONSIGNORE, per quanto eloquenti siano, che cosa possono le nostre Muse produrre che sia degno della vostra attenzione? Le vostre grandi azioni sono molto al di là delle nostre parole, e dei nostri pensieri: e la forza del vostro Intelletto pone ad esecuzione le cose importanti più facilmente che i più abili Politici del Mondo non riescono a concepire. L’Augusto Nome del gran Monarca che servite, la sua Presenza formidabile alla testa delle sue Legioni, il coraggio intrepido dei suoi Generali d’Armata, e di tutti i suoi altri Capi, sono i veri e potenti Genî che estendono i nostri confini e le nostre frontiere. Ma, MONSIGNORE, oserò dirvelo?, sembra che mancherebbe qualcosa alla felicità di questo Stato, e alla reputazione delle nostre Armi, se le nostre Armi agissero senza i vostri saggî Consiglî. E fu con questo pensiero, che dopo i prosperi successi di quest’ultima Campagna che ha confuso i nostri Nemici, sorpreso i nostri Alleati, e reso la Francia così trionfante; voglio dire che, dopo aver visto piantare i nostri Giglî sulle torri di Montmédi, di Bourbourg, e di Mardic, composi questo piccolo Madrigale, che qui inserisco come una semplice foglia delle diverse Corone di Lauro con cui ho tante volte circondato i vostri templi gloriosi:

 

Rocca non c’è inaccessibile;

Al mio Re nulla v’è d’impossibile,

Finché il Cielo gli sforzi ne appoggî.

Ma dir troppo ci preme

Che tutti questi prosperi successi mostrano oggi

Che a molto Marte è utile stia un po’ di GIVLIO insieme.

 

Sì, MONSIGNORE, come il Sale e il Mercurio di mescolano insensibilmente in tutte le composizioni degli Alchimisti, noi non abbiamo, da molto tempo, fatto conquista, o riportato vittoria, che la vostra saggia Previdenza non vi fosse coinvolta, e non ne abbia reso gli esiti gloriosi. Come il Padre del grand’Alessandro, che non era affatto valente come il Figlio, ma che non aveva Intelletto meno acuto, decise un tempo di offrire agli Ateniesi la città d’Anfipoli, per avere Demostene, che egli stimava da pià che ventimila uomini, non ignorando che l’Intelletto di un solo Uomo vale talora tutto l’Intelletto e tutta la forza d’uno Stato.

 

Restaurò un uomo solo per noi Roma.

 

Così i nostri Augusti Sovrani, i cui occhî e pensieri vegliano continuammente al bene di quest’Impero, credettero con ragione che per soffocare le nostre divisioni, i cui falsi pretesti stavano per precipitarci in sconosciuti abissi di sventura, la vostra felice presenza poteva essere a questa Monarchia quello che all’Impero Romano fu quel fatale Ancile, che cadde miracolosamente dal Cielo per la sua sicurezza, e la sua gloria. E in effetti, dacché ci appariste come l’Angelo Tutelare della Francia, tutte le nostre turbolenze civili cessarono incontinente, tutti i cuori divisi si riaccordarono, e tutti quegl’Intelletti tumultuarî che s’adoperavano all’Anno climaterico dell’eterno Fiordiligi, si videro talmente sgannati nelle loro speranze, da rendere la loro confusione e il loro rossore non meno evidenti del loro orgoglio e della loro ambizione. Ma, ciò che finì di confonderli, videro tutt’a un tratto riaperti gli occhî dei Popoli, e la Fortuna stessa strapparsi la tenebrosa benda, per considerare più dappresso il vivo splendore della vostra virtù. Se è vero che in Sicilia, disse un antico Greco Poeta, scorre una Fonte le cui acque hanno una virtù così potente che chi ne beve non smette mai di accrescersi, e supera tutti gli altri in grandezza, le Muse, MONSIGNORE, che vi hanno educato sin dai più teneri anni non hanno mancato di darvi a bere quel celeste licore, che poi vi avrebbe messo nella più eminente posizione del mondo. Ma giacché simili considerazioni tengono un poco più del Panegirico che d’una semplice Lettera, non mi diilungherò qui oltre sulle alte conoscenze che possedete nel Governo degli Stati; mi accontenterò di dire solamente che il vostro Intelletto, agendo, fa ogni giorno splendere tante gemme nelle Scienze sode, e nelle Arti belle, che presentando a Vostra Eminenza questo piccolo Trattato dell’Epigramma prevedo già che sarete il giusto Censore, o piuttosto il veridico Arbitro di tutte le famose dispute che tanti classici Autori hanno avuto su questa dilettevole materia. E per asseverare ancor più questa bella verità, quanto mi piacerebbe poter vantare qui il possesso di nonsoché di grande, e di raro! Parlo di quegli arguti Madrigali, e di quegl’ingegnosi Epigrammi con cui avete non solo arricchito la vostra Lingua materna, ma anche questa Lingua, che sempre s’è vantata d’essere la Signora delle altre, e il vero strumento dei Sapienti. Sicuramente sarebbe da una così chiara fonte che andrei traendo preziosi esempî. Sarebbe da quel perfetto modello che potrei trarre regole certe che il nostro secolo, e tutti i secoli a venire, riceverebbero in Parnaso come tante massime infallibili per l’indefettibile composizione di questo tipo di piccola Poesia. Perdonate, MONSIGNORE, lo zelo che mi trasporta a gloria vostra. E per scendere di Cielo in Terra, dai vostri splendori possenti alle mie deboli ombre, tollerate che dica a Vostra Eminenza che – come l’Aquila, che non espone mai i suoi Aquilotti ai raggî del Sole senza averli prima accostumati a più fioche luci – ho voluto provare a vedere se questa piccola Opera aveva abbastanza forza da sopportare lo splendore degli Spiriti illuminati, prima di esporlo in voi a tanta fonte di lumi. E siccome la mia ventura ha voluto che fossero accolti con applauso alla prima edizione, non condannate, ve ne supplico, l’ardire che mi prendo di offrirvene la seconda. Ma per quanto abbia avuto la grazia di piacere a quelli, resto al tutto persuaso che la sua gloria potrebbe solo rimanere imperfetta quando non le faceste l’onore di guardare ad essa con quegli occhî penetranti e benigni che volgete su tutto quanto vi piace. È poi, MONSIGNORE, parto dell’Ingegno d’un Uomo che da tanto tempo s’è consacrato al servizio di Vostra Eminenza, e che da tanti anni avete la bontà di onorare con beneficî, e con la vostra gloriosa protezione. Io sono,

MONSIGNORE,

Di Vostra Eminenza,

L’umilissimo ed obbedientissimo servitore.

G. COLLETET

 

Addì, 5 Gennajo 1658.

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