444. Colletet. Sezione XXIV.

9 Nov

SEZ. XXIV. DELLE GLORIOSE E SODE RICOMPENSE AD ALCUNI SONETTI.

 

Siccome non c’è nessuno che, grazie a quello che ne ho detto sopra, non conosca facilmente il pregio e il merito del vero Sonetto, e anche la difficoltà di farne di eccellenti, è successo che talvolta alcuni siano stati ricompensati, fino al punto che tutta la Repubblica delle belle Lettere ne è stata esaltata, e ha parlato di una così giusta ricompensa. Quel gran Poeta d’Italia, Francesco Petrarca, il cui nome non è meno conosciuto di quelli di Virgilio e di Orazio, aveva composto la prima parte dei suoi bei Sonetti per la bella Laura, allorché essendosi ovunque levato alto il grido di lui, ebbe questa gioja, e questa gloria al tempo stesso, di ricevere nello stesso giorno, dal Senato di Roma, e dall’Università di Parigi, lettere civili e generose, che lo invitavano a venire a ricevere in queste due gran Città la Corona di Lauro che avevano assegnato al suo merito. Sicché non fu tanto per gli altri Componimenti suoi, il cui grido non era tant’alto, quanto per i suoi famosi Sonetti che in presenza e tra le acclamazioni di tutto il popolo Romano, ricevette nel Campidoglio la sacra Corona di Lauro il giorno di Pasqua dell’anno 1341.

Philippe Desportes, il cui stile delicato e fiorito formava le delizie della Corte di Re Enrico III, aveva composto i suoi primi e diversi Sonetti a Diana e ad Ippolita quando quel Principe magnifico e benefico, che trovava piacere singolare nel leggerli e recitarli, per rendere pubblico a tutta la Francia quel tesoro, e a tutte le altre Nazioni col mezzo della stampa, fece consegnare in contanti a quel famoso Poeta alcune delle più preziose monete delle sue Casse, la somma di trentamila lire, che era una somma considerevolissima per quei tempi. Notizia che ho avuto tempo fa dalla bocca di Claude Garnier Parigino, e anche da alcuni suoi Versi, dove ne parla in questo modo nel suo stile un po’ vecchio:

 

Et toutefois Desportes,

De Charles de Valois, estant bien jeune encor,

Eut pour son Rodomont huit cent Couronnes d’or.

Je le tiens de luy mesme, et qu’il eut de Henry,

Dont il estoit nommé le Poëte favory,

Dix milles escus pour faire

Que ses premiers labeurs honorassent le jour

Sous la banniere claire,

Et dessous les Blasons de Vénus et d’Amour.

A Desportes donò

Carlo di Valois, giovane allora, in guiderdone

Pel Rodomonte auree ottocento Corone.

Lo so da lui medesimo; e da Enrico, m’ha detto,

Fu fatto anche per nomina Poeta prediletto:

Con diecimila impegno

Scudi prese a sacrar i primi onori

Allo stendardo degno,

E al nome delle Veneri, e al segno degli Amori.

 

Uno dei nostri dotti Amici toccò in séguito assai dilettevolmente questa medesima corda nell’Apologia per Louis de Balzac, in cui parlando in lode del suo illustre Amico al gran Cardinale di Richelieu, gli disse che in verità il riposo e la tranquillità sono indispensabili ai grandi parti dell’ingegno; che la gioja è più eloquente della tristezza; e che l’onesto emolumento che un piccolo numero di Sonetti e qualche Elegia acquisirono a Desportes avrebbe presto coronato le aspirazioni di Balzac. E fu infatti proprio quello che faceva dal tempo di Enrico II il famoso Segretario di Stato Jean du Thier. Infatti nella nobile passione che aveva per la Poesia, e anche per i Poeti che facevano Sonetti, li colmò d’onori e di gratificazioni; e prendendosi cura della loro sorte, si adoperava moltissimo alla loro sistemazione; come ho appreso da un Componimento di Ronsard, in cui gli parla in questi termini:

 

Tu n’es pas seulement Poëte tres-parfait;

Mais si en nostre langue un gentil Esprit fait

Epigramme, ou Sonnet, Epistre, ou Elegie,

Tu luy as tout soudain ta faveur élargie;

Et sans le decevoir, tu le mets en l’honneur

Auprès d’un Cardinal, d’un Prince, ou d’un Seigneur.

Cela ne peut sortir que d’un brave courage,

Et d’un homme bien né. J’en ay pour témoignage

Et Salel, et tous ceux qui par les ans passez

Se sont pres du feu Roy par la Muse advancez.

Non soltanto Poeta sei perfetto;

Se fa un Dotto in francese un bel Sonetto,

O un Epigramma, o Epistola, o Elegia,

Non lascj privo di favor che stia;

E senza inganno, tu gli fai onore

Col Cardinale, il Principe, e il Signore.

Da magnanimità certo ciò avanza,

Da alto natale, e n’ho a testimonianza

E Salel e chiunque mai in passato

Presso il Re con la Musa s’è illustrato.

 

Ciò che ho notato tanto più volentieri in quanto sembra che i più degni Segretarî di Stato dei nostri Re abbiano avuto tutti intenzione di favorire le Muse, che così non si sono mai mostrate ingrate.

François de Malherbe, che è passato per il più rifinito e giudizioso Poeta del suo secolo, in una delle sue Lettere a François de Colomby suo Cugino allega alcune copie di un Sonetto che aveva composto per il Re e presentato dopo alcuni giorni, a cui aggiunge queste letterali parole: “L’effetto riscosso da questo Sonetto è consistito in cinquecento scudi che il Re m’ha dato tramite assegno, e sono stato tanto favorevolmente trattato che il Signor di Champigny che l’ha controllato l’ha voluto inviare personalmente tramite il Signor des Noyers suo Nipote al Signor Guardiano dei Sigilli, che immediatamente l’ha sigillato con tutte le specie di lodi, a quanto mi ha detto il Signor di Noyers”. Con questa lettera datata di Parigi il 28 Febbrajo 1624 chi non vede che per una gratificazione passeggera i nomi di quei generosi Signori, e di quei Ministri di Stato e benefattori, rimarrannno eternamente incisi più che a Lettere d’oro nelle Lettere diverse di quell’eccellente Autore, i cui scritti fanno ancóra tanto onore alla Francia?

Ma certamente come si è di tanto in tanto riscontrato in quelle anime nobili che hanno avuto stima e affetto per le Muse e per i loro favoriti, quel gran favorito del Re Enrico III, l’Ammiraglio di Joyeuse, tra le tante liberalità che fece ai begli spiriti del suo secolo, credette di non poter ricompensare un bel Sonetto presentatogli con meno che col dono d’un’Abbazia. E apprendendo questa notizia dalla lettura dei Trattenimenti del fu Louis de Balzac che riferiva una tradizione, trovo nello stesso libro anche la conferma di quanto ho già detto sopra di Philippe Desportes, che a quel che pare fu il felice Poeta che il Re gratificò con quell’Abbazia.

Siccome lo stesso Cardinal di Richelieu, il cui nome tanto m’è caro, e la cui memoria è tanto pregiata nel nostro Parnaso, si gloriava di conoscere, e anche di riconoscere, nobilmente e di buona grazia, i bei parti dell’Ingegno, con i tanti bei doni che fece alle nostre Muse, tanto Francesi quanto straniere, volle che si sapesse che non esisteva uomo eccellente in un’Arte che non potesse aspirare, sotto il suo gran Ministero, alle ricompense tangibili e gloriose. E in questo nobile e generoso sentimento, dopo aver altamente apprezzato un Sonetto che quel famoso Poeta d’Italia, l’Achillini, aveva composto intorno la riduzione all’obbedienza della Roccella da parte di Luigi XIII, gratificò l’Autore assente con un presente di mille scudi, che si prese per giunta l’incarico di fargli recapitare i fino in fondo all’Italia. Questo Sonetto comincia:

 

Ardete fuochi a liquefar metalli [sic]

 

con quel che segue, che si può léggere in una bella Raccolta di Versi di diversi Autori, pubblicata a Parigi l’anno 1635 col titolo de Il Parnaso Reale. Sicché non ci si deve stupire se le nostre Muse che fiorivano sotto un tanto grande Ministro hanno fatto sforzi d’ingegno che passeranno alla più remota posterità, e che giustificheranno in eterno la verità di quell’antico Oracolo:

 

Sint Moecenates, non deerunt, Flacce, Marones.

 

Non mancheranno i Virgilî, fintantoché ci saranno Mecenati, e anime simili a quella del gran Cardinale di Richelieu. Non che il nostro secolo non abbia prodotto altri generosi Ministri di Stato, che, seguendone le orme gloriose, non hanno avuto a disdegno i diversi presenti che di tanto in tanto ho loro fatto dei miei Sonetti eroici; che me ne hanno reso pubbliche lodi, con tangibili riconoscimenti. Ma siccome ne ho parlato in qualche altro luogo delle mie Opere, temo che non s’imputi a qualche mio tratto di vanità quello che la verità storica potrebbe obbligarmi a ripetere qui.

Ma per quanto riguarda ciò che privati e personaggî pubblici hanno fatto in favore del Sonetto, è anche avvenuto che Comuni e Città intere da tempo immemorabile gli abbiano reso gli stessi onori, poiché hanno assegnato Premî a quanti eccellessero in questo genere di Poesia, e vi si segnalassero particolarmente. La celebre Città di Rouen, a cui debbo il prezioso Apollo d’argento con cui s’è fatta carico di onorare il mio Inno sulla immacolata Concezione della Vergine, assegna ogni anno un Anello d’oro a chi merita il premio per il miglior Sonetto. A proposito del quale dirò incidentalmente che nella riforma che fu fatta del Palinod di Rouen, secondo la licenza che ne ebbero i Prìncipi e i Confratelli dalla Bolla del Papa Leon X, emanata a Roma il 24 Marzo 1520, e poi confermata da Decreto del Parlamento di Normandia il 18 Gennajo 1597, fu detto e stabilito dall’articolo 33 che in avvenire il Sonetto avrebbe preso il posto del componimento antico chiamato Rondò, che soltanto allora cominciava a non essere più nell’uso presso il Pozzo di Rouen; ciò che sancisce ancor più il prestigio e il pregio del Sonetto. Così, per tornare al nostro tema, la Città di Caën, così famosa per il suo commercio, ma più ancóra per la sua dotta Università, fa vedere bene con una ricompensa solenne l’alta stima che fa del miglior Sonetto che le è presentato in una bella Cerimonia che tutti gli anni dà in onore delle Muse, e della Musica. Questo si chiama spronare i begl’Ingegni a ben fare, e riempirli di quella gloriosa emulazione che produce frutti preziosi, quali l’ingiuria del tempo non potrà mai corrompere.

 

Quod nec imber edax, aut Aquilo impotens
Possit diruere, aut innumerabilis
Annorum series et fuga temporum.

 

Ed ecco tutto quello che nelle mie diverse letture, e con le mie assidue veglie, ho imparato sulla Storia del Sonetto. Io lo consacro alla Posterità, lo dedico ai curiosi, e agli amatori delle Muse. E benché lo esponga alla pubblica censura, è tuttavia solamente a quella degl’intendenti e dei ragionevoli.

 

Non canimus surdis.
Ornari res ipsa negati contenta docera.

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