443. Colletet. Sezione XXIII.

9 Nov

SEZ. XXIII. DEI SONETTI IN RIME DATE.

 

Ma, ciò che d’Aigaliers non poté ottenere all’inizio di questo secolo quanto all’introduzione e all’uso del suo mezzo Sonetto, è accaduto che un cert’altro Spirito bizzarro del nostro tempo abbia avuto l’ardire, e la felicità insieme, di introdurre tra noi un nuovo genere di Sonetti che denominò in rime date. Ciò che certo ha avuto tanto successo, e tanto è piaciuto ai più savî, che non c’è praticamente buon Poeta che non si sia provato a farne per esperimento o divertimento; fino al punto che un gran personaggio di questo secolo, che sa coniugare, con tanta forza di spirito quanta integrità, e la Finanza e la Magistratura, non ha disdegnato di farcene vedere alcuni di sua fattura, che hanno gettato la polvere negli occhî ai più eccellenti. Quelli che si sono dati l’incarico di fare la Raccolta dilettevole di questa specie di Sonetti non hanno potuto tralasciare i suoi, essendone perfetti modelli. Ma siccome i Curiosi di cose nuove sono sempre inclinati a conoscere le vere fonti, sapranno che un certo Ecclesiastico del nostro tempo, che si chiamava du Lot, la cui profonda meditazione aveva in qualche modo fatto sublimare lo spirito, fu preso dal desiderio dilettevole di fare Sonetti in rime date, o piuttosto, come li chiamava, Sonetti in bianco, per le ragioni che si possono léggere nella nobile Prefazione del Poema della disfatta delle rime date, composto da Jean Sarrazin e impresso qualche giorno fa. E siccome questo stravagante era di quelli che avevano ingenium in numerato, vale a dire una grande presenza di spirito, l’ho veduto qualche volta nel mio appartamento del Faubourg, dove Saint-Amant nostro illustre Amico l’aveva introdotto, comporne diversi sui due piedi, sorprendendoci tanto più quanto più tutte le rime erano date da noi, comprese anche le rime più difficili e le più eterogenee che ci venne fatto di trovare. Le quali egli impiegò sempre in modo così felice, e buono, da far nascere poi in molti eccellenti Uomini il desiderio di seguirlo sulla stessa strada. E si vede da questo che talvolta una vana, o cattiva causa è capace di produrre buoni e solidi effetti. È ben vero che per rendere testimonianza alla verità potrei in qualche modo, e senza vanità alcuna, attribuire a me stesso questa esatta invenzione, dato che già nel 1625 esortai per scommessa tre miei Amici a comporre con me un Sonetto con le quattordici rime da me date sul momento, che allora furono usate abbastanza felicemente. Conservo ancóra tra le mie carte l’originale scritto dagli Autori, tra i quali alcuni si sono in séguito segnalati per parti d’ingegno di grande grido, e utili al pubblico.

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